Il blog Senza Nome

Pensieri e notizie in libertà ...

L'arresto di Nicchi e Fidanzati: una montatura

Gioacchino Genchi: "I veri poliziotti che hanno fatto quella cattura si sono vergognati e se ne sono andati e mi hanno telefonato, mi hanno detto qui stanno facendo uno schifo, perchè hanno organizzato una messinscena davanti alla questura, portando le persone loro, con i pullmann, per organizzare quell'apparente solidarietà alla polizia. Ma vi rendete conto cos'è l'Italia? Che livello di bassezza abbiamo toccato? Che livello di mistificazione?"

NO BERLUSCONI DAY

A noi non interessa cosa accade se si dimette Berlusconi e riteniamo che il finto “Fair Play” di alcuni settori dell’opposizione, costituisca un atto di omissione di soccorso alla nostra democrazia del quale risponderanno, eventualmente, davanti agli elettori. Quello che sappiamo è che Berlusconi costituisce una gravissima anomalia nel quadro delle democrazie occidentali -come ribadito in questi giorni dalla stampa estera ce definisce la nostra “una dittatura”- e che lì non dovrebbe starci, anzi lì non sarebbe nemmeno dovuto arrivarci: cosa che peraltro sa benissimo anche lui e infatti forza leggi e Costituzione come nel caso dell’ex Lodo Alfano e si appresta a compiere una ulteriore stretta autoritaria come dimostrano i suoi ultimi proclami di Benevento.

Non possiamo più rimanere inerti di fronte alle iniziative di un uomo che tiene il Paese in ostaggio da oltre15 anni e la cui concezione proprietaria dello Stato lo rende ostile verso ogni forma di libera espressione come testimoniano gli attacchi selvaggi alla stampa libera, alla satira, alla Rete degli ultimi mesi. Non possiamo più rimanere inerti di fronte alla spregiudicatezza di un uomo su cui gravano le pesanti ombre di un recente passato legato alla ferocia mafiosa, dei suoi rapporti con mafiosi del calibro di Vittorio Mangano o di condannati per concorso esterno in associazione mafiosa come Marcello Dell’Utri.

Deve dimettersi e difendersi, come ogni cittadino, davanti ai Tribunali della Repubblica per le accuse che gli vengono rivolte.

Fonte: http://www.noberlusconiday.org

Abbiamo mantenuto il colore viola, in quanto colore-simbolo di questa importante manifestazione.

La sentenza sul 'Lodo Alfano' spiegata ai non giuristi

È ormai trascorso un mese da quando la Corte costituzionale, il 7 ottobre, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 1 della legge 23 luglio 2008, n. 134 (Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato) più conosciuta come “Lodo Alfano”. Un mese, nell’arco del quale cittadini, giornalisti, blogger, politici ed opinionisti di ogni sorta hanno avuto modo di parlare, raccontare, analizzare, esaltare, criticare la decisione della Consulta.
Alquanto singolare, tuttavia, è il fatto che questa attività si sia per lo più concentrata nell’arco delle prime due settimane; se è vero infatti, da un lato, che la decisione della Consulta ha avuto una rilevanza notevole nel panorama politico italiano, e come tale meritava tutta l’attenzione dei media, è altrettanto vero, dall’altro, che le “motivazioni” della decisione della Corte (e quindi la vera e propria sentenza, n. 262/2009) sono state depositate in Cancelleria solamente il 19 ottobre scorso, ovverosia poco più di due settimane fa. Ci sarebbe insomma da chiedersi come mai tutti si siano lanciati in grandi discorsi (di critica o di elogio, a seconda dei casi) quando di tutto il ragionamento operato dalla Corte si sapeva soltanto che il “Lodo Alfano” era incostituzionale, e che tale illegittimità era dovuta ad un contrasto con gli articoli 3 (principio di uguaglianza) e 138 (procedimento per la revisione della Costituzione e per l’approvazione di leggi costituzionali).

Per quale motivo non appena è stata depositata la sentenza è calato il silenzio?

La risposta va purtroppo ricercata in due fattori: il primo, la incapacità dei media di compiere una seria lettura delle sentenze (di qualunque Corte o Tribunale esse siano) e riportarne i contenuti ai cittadini; il secondo, la crescente indifferenza degli Italiani verso quei valori di cui la Carta costituzionale è portatrice, accompagnata alla incapacità di valutare quegli stessi valori a prescindere dall’ideologia politica.
Va infatti rilevato come il popolo italiano sia abituato a vivere la politica, e tutto ciò che ad essa è direttamente o indirettamente connesso, quale una partita di calcio: tutta la questione relativa al “Lodo Alfano” è stata interpretata quale fosse un importante derby, e la stessa decisione della Consulta quale un gol decisivo messo a segno dalla squadra dell’opposizione, per cui gioire se si tifa o si fa parte di questa squadra, o dannarsi (o meglio ancora dannare l’arbitro… ovviamente “toga rossa”, e quindi venduto) se si tifa o si fa parte della squadra di governo. Eppure né il Palazzo della Consulta è un campo da gioco, né la decisione della Corte può essere accostata ad un mero risultato sportivo o politico.

Ciò che purtroppo molti italiani non hanno compreso, in tutta questa vicenda, è che se davvero una partita si è “giocata”, questa non ha avuto come antagoniste due fazioni politiche, bensì ha visto schierati da un lato (consapevole o meno) il popolo italiano tutto, la Costituzione ed i principi su cui questa si fonda, e dall’altro un ristretto gruppo di persone, convinte di poter abusare dei poteri che quello stesso popolo e quella stessa Carta hanno loro attribuito.
Un simile evento non può essere semplicisticamente considerato alla pari di una partita di calcio, o di una battaglia puramente politica, e come tale non può essere liquidato con analisi superficiali attinenti le sole conseguenze politiche del caso, o con inconsistenti critiche circa la imparzialità “dell’arbitro”.
Ecco allora che vi è un preciso dovere civico di noi tutti di andare oltre il semplice dispositivo della sentenza, e leggere quindi – e capire – le ragioni con cui la Corte è arrivata dire che il “Lodo Alfano” è incostituzionale.

Scopo di questo articolo è dunque quello di accompagnare quanti vorranno nella lettura dei punti principali della sentenza n. 262/2009, anche al fine di fornire maggiore coscienza circa quanto contenuto nella nostra Costituzione, e consentire così anche al lettore medio (non giurista) di effettuare autonomamente un, seppur minimo, controllo circa eventuali future scelte del legislatore in materia.
Si badi che il testo della norma censurata, ovverosia il c.d. “Lodo Alfano”, non viene qui riportato in quanto facilmente reperibile in rete, nonché leggibile all’interno della sentenza stessa.

Detto ciò, possiamo ora intraprendere la lettura della sentenza n. 262/2009, e lo facciamo con ordine, partendo dalla prima questione affrontata dalla Corte: la presunta violazione dell’art. 136 della Costituzione.
Tale articolo afferma che “quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”.
Ciò che la Corte, in sostanza, si chiede, è se il legislatore abbia di fatto creato una norma (il “Lodo Alfano”) che è incostituzionale in partenza in quanto identica ad una precedente norma che è già stata espressamente dichiarata incostituzionale. I più, infatti, saranno certamente a conoscenza del fatto che l’attuale Presidente del Consiglio, on. Silvio Berlusconi, già nel 2003 aveva tentato di sospendere i processi che lo vedevano imputato attraverso quello che era stato denominato “Lodo Schifani” (l. 20 giugno 2003, n. 140, concernente “Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato”), poi dichiarato incostituzionale con sentenza n. 24/2004.
La risposta che fornisce la Corte su questo punto è molto chiara: “perché vi sia violazione del giudicato costituzionale è necessario che una norma ripristini o preservi l'efficacia di una norma già dichiarata incostituzionale. Nel caso di specie, il legislatore ha introdotto una disposizione che non riproduce un'altra disposizione dichiarata incostituzionale, né fa a quest'ultima rinvio. La disposizione presenta, invece, significative novità normative”.
Il legislatore, infatti, non è un completo sprovveduto, e di fronte alla bocciatura del “Lodo Schifani” si è basato sulla citata sentenza n. 24/2004 per creare un nuovo “Lodo”, compiendo quindi diverse correzioni rispetto al precedente.

Posto quindi che ci troviamo di fronte ad una norma diversa rispetto al precedente “Lodo”, va ora capito se le correzioni apportate sono tali da poter dire che la nuova norma sia costituzionalmente legittima; ed infatti, l’argomento immediatamente successivo di cui si occupa la Corte concerne la idoneità o meno della legge ordinaria, a disporre la sospensione del processo penale instaurato nei confronti delle alte cariche dello Stato. Va infatti precisato che il legislatore, avendo a disposizione due strumenti, la legge ordinaria e la legge costituzionale, ha optato per la prima: la Consulta si chiede allora se tale alternativa fosse effettivamente esistente, o se invece il legislatore avrebbe necessariamente dovuto disciplinare la materia attraverso una legge costituzionale.

La differenza tra le due tipologie di legge, che potrebbe apparire al lettore come puramente terminologica, risulta invece molto concreta se si considerano le differenti maggioranze necessarie per approvare una legge ordinaria (di cui agli artt. 70 ss. Cost.) ed una legge costituzionale (di cui all’art. 138 Cost.), oltre al fatto che una legge costituzionale si colloca nella medesima posizione gerarchica della Costituzione, ed ha quindi una “forza” maggiore rispetto alla legge ordinaria. Il lettore deve infatti tenere in considerazione che al fine di approvare una legge ordinaria è semplicemente richiesta l’approvazione della stessa, a maggioranza semplice, da parte sia della Camera dei Deputati che del Senato della Repubblica; ben diverso, invece, è il procedimento di approvazione di una legge costituzionale, la quale, proprio in ragione del fatto che la sua forza è uguale a quella della Costituzione, richiede ben due deliberazioni distanziate tra loro di almeno tre mesi da parte di ciascuna Camera (ossia due deliberazioni da parte della Camera e due da parte del Senato), esigendo inoltre nella seconda votazione, sia di Camera che di Senato, la maggioranza assoluta dei componenti; ma non solo, in quanto a meno che nella seconda votazione non si raggiunga la maggioranza di addirittura i due terzi dei componenti di ciascuna Camera, vi è la possibilità per cinquecentomila elettori, cinque Consigli regionali o un quinto dei membri di una delle due Camere, di far precedere l’entrata in vigore della norma costituzionale da un referendum popolare (esattamente come avvenuto per il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006). Si noti che la particolare procedura per l’approvazione delle leggi costituzionali è volta a far sì che la Costituzione possa essere modificata o integrata solo laddove ciò trovi largo consenso tra i cittadini: è questa una garanzia che fa sì che la Costituzione venga detta rigida, e che pertanto non sia modificabile, integrabile o addirittura abrogabile da una semplice legge ordinaria, la quale, come già segnalato, è fonte subordinata alla Costituzione, e come tale non può contenere disposizioni con questa contrastanti.

Chiarita, a grandi linee, la differenza tra legge costituzionale ed ordinaria, va innanzitutto detto che molti, tra politici e giornalisti, hanno sin da subito affermato che la Corte costituzionale, con la citata sentenza n. 24/2004, avesse implicitamente accolto la tesi secondo cui una norma quale il “Lodo Schifani” o il “Lodo Alfano” potrebbe benissimo essere una legge ordinaria. Questa è anche la tesi della difesa; scrive infatti la Corte: “La difesa della parte privata e la difesa erariale deducono […] che questioni sostanzialmente identiche a quelle riferite all'art. 138 Cost. ed oggetto dei presenti giudizi di costituzionalità sono state già scrutinate e dichiarate non fondate da questa Corte con la sentenza n. 24 del 2004, riguardante l'art. 1 della legge n. 140 del 2003, del tutto analogo, sul punto, al censurato art. 1 della legge n. 124 del 2008.”
La Consulta, tuttavia, respinge con forza le illazioni circa un suo implicito pronunciamento in favore dell’idoneità della legge ordinaria, ed afferma: “è indubbio che la Corte non si è pronunciata sul punto. La sentenza n. 24 del 2004, infatti, non esamina in alcun passo la questione dell'idoneità della legge ordinaria ad introdurre la suddetta sospensione processuale. In secondo luogo, non si può ritenere che tale sentenza contenga un giudicato implicito sul punto. Ciò perché, quando si è in presenza di questioni tra loro autonome per l'insussistenza di un nesso di pregiudizialità, rientra nei poteri di questa Corte stabilire, anche per economia di giudizio, l'ordine con cui affrontarle nella sentenza e dichiarare assorbite le altre”. Sebbene questo punto possa sembrare di poco interesse, va detto che sono ancora in molti, tra opinionisti e politici, ad affermare che la Corte costituzionale “ha smentito se stessa”; cosa che invece, come il lettore può evincere dalle parole stesse della Consulta, non risulta assolutamente essere vera.

Accertato dunque che con la sentenza sul “Lodo Schifani” la Corte costituzionale non si era espressa circa l’idoneità o meno di una legge ordinaria per poter prevedere sospensioni dei processi penali per le alte cariche dello Stato, il punto va ora chiarito.
A tal proposito va capito se tutte le prerogative (o immunità in senso lato) di organi costituzionali devono essere stabilite con norme di rango costituzionale.
Va innanzitutto chiarito, con parole semplici, cos’è una prerogativa. La prerogativa è un istituto, potremmo dire uno strumento, diretto a garantire e tutelare lo svolgimento delle funzioni degli organi costituzionali attraverso la protezione dei titolari delle cariche ad essi connesse; si tratta di specifiche protezioni delle persone munite di status costituzionali, tali da sottrarre queste persone all'applicazione delle regole ordinarie al fine di garantire l'esercizio della loro importante funzione, e dunque derogatorie rispetto al principio di uguaglianza dei cittadini.

A questo punto qualche lettore potrebbe sobbalzare sulla sedia e dire: ma come, io sapevo che la Corte costituzionale ha bocciato il “Lodo Alfano” perché vìola il principio di uguaglianza, e adesso leggo qui che deroghe a questo principio sono possibili?!
Ebbene sì, deroghe al principio di uguaglianza sono possibili, nonché previste dalla Costituzione stessa (si veda, a titolo d’esempio, l’art. 90 Cost.); ma attenzione: come la stessa Corte afferma, le prerogative previste dalla Costituzione sono “frutto di un particolare bilanciamento e assetto di interessi costituzionali”; sono cioè necessarie, “fisiologiche” dice la Corte, al buon funzionamento dello Stato. Ma la domanda è: può il legislatore con legge ordinaria prevedere nuove prerogative o anche semplicemente estendere quelle già esistenti? La risposta che dà la Corte è negativa: “il legislatore ordinario, in tema di prerogative (e cioè di immunità intese in senso ampio), può intervenire solo per attuare […] il dettato costituzionale, essendogli preclusa ogni eventuale integrazione o estensione di tale dettato”.

Dunque le prerogative di organi aventi rilievo costituzionale non possono essere introdotte con legge ordinaria. È ora però necessario capire se il “Lodo Alfano” costituisce o meno una prerogativa.
Posto che la ratio, ovverosia lo scopo, della norma è quella di proteggere le funzioni proprie dei titolari di alcuni organi costituzionali (per un approfondimento su questo aspetto si veda il lungo punto 7.3.2.1 delle considerazioni in diritto, qui non riportato poiché di facile lettura e comprensione), resta da accertare se la sospensione disciplinata dal “Lodo” deroghi al principio di uguaglianza creando una disparità di trattamento, la quale, come abbiamo poc’anzi visto, è l’ulteriore caratteristica delle prerogative.
La risposta della Corte costituzionale non può che essere, anche su questo punto, affermativa. Ciò in considerazione del fatto che il “Lodo Alfano”, dice la Corte, “si applica solo a favore dei titolari di quattro alte cariche dello Stato, con riferimento ai processi instaurati nei loro confronti, per imputazioni relative a tutti gli ipotizzabili reati, in qualunque epoca commessi e, in particolare, ai reati extrafunzionali, cioè estranei alle attività inerenti alla carica”. Ma la Corte va oltre. La sentenza, infatti, non parla solo di “evidente disparità di trattamento delle alte cariche rispetto a tutti gli altri cittadini che, pure, svolgono attività che la Costituzione considera parimenti impegnative e doverose”: la violazione del principio di uguaglianza è ravvisata anche con specifico riferimento alle alte cariche dello Stato prese in considerazione dal “Lodo”,ossia, lo ricordo, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Presidente della Camera ed il Presidente del Senato. Tale violazione è dovuta da un lato al fatto che le cariche in questione sono tra loro disomogenee (sia per fonti di investitura che per natura delle loro funzioni), e quindi non risulta giustificata una loro parità di trattamento quanto alle prerogative; dall’altro, non è giustificata nemmeno la disparità di trattamento tra i Presidenti e i componenti dei rispettivi organi costituzionali, e ciò sia dal punto di vista delle immunità (Presidente del Consiglio e ministri sono indistintamente soggetti all’art. 96 Cost., così come Presidenti delle Camere e parlamentari sono soggetti alla disciplina uniforme dell’art. 68), sia dal punto di vista delle funzioni loro assegnate: la Costituzione attribuisce “rispettivamente, alle Camere e al Governo, e non ai loro Presidenti, la funzione legislativa (art. 70 Cost.) e la funzione di indirizzo politico ed amministrativo (art. 95 Cost.). Non è, infatti, configurabile una preminenza del Presidente del Consiglio dei ministri rispetto ai ministri, perché egli non è il solo titolare della funzione di indirizzo del Governo, ma si limita a mantenerne l'unità, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri e ricopre, perciò, una posizione tradizionalmente definita di primus inter pares.”

Detto ciò, si capisce molto bene come nel “Lodo Alfano” sussistano “entrambi i requisiti propri delle prerogative costituzionali, con conseguente inidoneità della legge ordinaria” ad attribuire alle suddette alte cariche “un eccezionale ed innovativo status protettivo, che non è desumibile dalle norme costituzionali sulle prerogative e che, pertanto, è privo di copertura costituzionale”.
Ecco dunque spiegato il motivo per il quale la Corte ha ravvisato l’illegittimità costituzionale del “Lodo” proprio per la violazione del combinato disposto degli articoli 3 e 138 della Costituzione.

di Marco Mambrini per Osservatorio sulla Legalità e sui Diritti (08.11.09)

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Ridiamoci sopra...

Eletto Bersani, ora Berlusconi dovrà preoccuparsi. Già faticava a gestire un partito solo.

Il primo a telefonare a Bersani è stato D'Alema. Voleva i complimenti.

Bersani: "La politica non è un lenzuolo". Anche se si può usare per uscire di galera.

(Magari fosse un lenzuolo. È il fantasma che c'è sotto)

Rutelli abbandona Bersani per allearsi con Casini. "È una decisione che ci sconcerta e certamente ci indebolirà", ha dichiarato Casini.

 
 

 
 
Muore per gravi lesioni dopo un arresto per droga. Pubblicità Progresso.

(Per fortuna ci sono le forze dell'ordine a ricordarci che la droga uccide)

La Russa: "Sono certo del comportamento assolutamente corretto da parte dei Carabinieri". In effetti l'autopsia non ha evidenziato colpi sotto la cintura.

(Per Stefano Cucchi è stata scrupolosamente rispettata la procedura prevista dall'Arma: fermo, arresto, pestaggio, morte misteriosa)
 

 
Quest'anno nelle carceri italiane sono già morti 146 detenuti, di cui 59 suicidi. Tutti gli altri per ko tecnico.

"Il trattamento riservato al giovane è stato corretto". Questo spiega tutti quei segni rossi.

("Comportamento esemplare". Gli hanno persino offerto la sigaretta)
 
 
 

 

Vignette tratte da vauro.net e arcoiris.tv; frasi tratte da spinoza.it

L'operaio stronzo, il magistrato malato di mente, gli oppositori coglioni, i poliziotti ciccioni...

Biagi era un rompicoglioni (Scajola), l'operaio è stronzo (Scajola), i poliziotti sono ciccioni fannulloni (Brunetta), i magistrati sono malati mentali (Berlusconi), gli oppositori sono coglioni e nella migliore delle ipotesi sono maleodoranti (Berlusconi), ma a volte perfino pedofili (La Russa), la Sinistra "vada a morire ammazzata" (Brunetta), i giornalisti sono farabutti (sempre lui). E molto altro dalle istituzioni di Destra, questa Destra.

Una maleducazione senza limiti, condita di epiteti da Osteria, senza più freni, nemmeno nelle più alte cariche ministeriali. Il consenso sale, soprattutto per il Premier, che non disdegna diti medi alzati, corna nelle foto ufficiali, frequentazioni di escort (e dopo via al Family Day a difendere la Famiglia). Un consenso senza limiti, per i sondaggi in mano a Berlusconi.

A questo punto un consiglio alle Sinistre è doveroso: gare di rutti da Vespa e insulti a gogo a parenti e amici. Chissà non si vinca alle prossime elezioni. L'Italia è cambiata. Bisogna interpretarne le aspirazioni....

di Franca Rame (30.10.2009)

La riforma del segreto di Stato del 2007 congelata dal governo Berlusconi

Estate 1964: tentato golpe in Italia guidato dal Generale dell'Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, il cosiddetto "Piano Solo".
4 agosto 1974: strage dell'Italicus. 12 morti e 48 feriti per l'esplosione di una bomba nel vagone numero 5 dell'espresso Roma-Monaco.
1974: progettazione del piano di Colpo di Stato da parte di Edgardo Sogno, agente segreto e membro della loggia massonica Propaganda 2.
Autunno 1979: scandalo Eni-Petronim, tangenti pagate dall'Eni alla compagnia petrolifera saudita con parziale ritorno "in Italia" a titolo di finanziamento della P2.
2 settembre 1980: misteriosa sparizione dei giornalisti italiani Graziella De Palo e Italo Toni a Beirut.
17 febbraio 2003: sequestro del cittadino egiziano residente a Milano Abu Omar da parte di agenti della CIA e con la complicità del SISMI.

Sono solo alcune delle lacunose e terribili vicende che hanno scosso l'Italia nel corso della sua storia repubblicana e che sono state oggetto di omissioni e occultamenti di verità, attraverso l'apposizione del cosiddetto "segreto di stato".
Il tutto sempre nel buon nome della salvaguardia dell'integrità democratica nazionale.

Ma i fascicoli e i faldoni giacenti negli archivi delle varie agenzie di sicurezza non si limitano ai fatti sopracitati, per i quali ci fu una pubblica apposizione del Segreto di Stato da parte del governo allora in carica; diverse centinaia o forse migliaia di documenti archiviati finiscono per interessare, seppure indirettamente, molte altre vicende altrettanto inquietanti del dopoguerra italiano, dalla Strage di Portella della Ginestra al sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna.
Interi faldoni relativi alle Brigate Rosse, ai NAR, alle operazioni dei corpi militari e alla documentazione interna dei servizi non attendono altro che vedere un po' di luce e respirare qualcosa di diverso dall'aria stantia e consumata che avvolge gli archivi interrati di edifici inaccessibili.

Erano queste le ragioni che portarono il Governo Prodi e l'intero parlamento italiano a scrivere ed approvare il 3 agosto 2007 la legge di riforma dei servizi segreti italiani, che, tra le tante questioni, definiva un limite di 15 anni (ed estendibile al massimo a 30) per la validità del segreto di stato su tutti i documenti su cui risulta apposto.

L'8 aprile del 2008, ben 8 mesi dopo l'approvazione della legge, il governo retto da un Romano Prodi ormai sfiduciato e pronto a lasciare l'onere dell'amministrazione nazionale dello stato a Silvio Berlusconi approvava il primo decreto di attuazione della riforma.

Tre mesi più tardi, il 23 settembre, il Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi dava vita al decreto governativo che istituiva un'apposita Commissione chiamata a definire le procedure per il pubblico accesso ai documenti in via di desegretazione.

Dopo oltre un anno la legge restava ancora inapplicata ed il segreto di stato su vicende "desegretabili" e legalmente di pubblico dominio come i tentati golpe e l'omicidio Moro rimaneva intatto. Immacolato.

Il 23 marzo 2009 il termine previsto per l'accesso pubblico alla documentazione. Il 20 marzo il primo slittamento, che posticipava il tutto al 30 settembre.
Il giorno successivo, il primo ottobre del 2009, appena 28 giorni fa, la Gazzetta Ufficiale pubblica l'ennesimo decreto di proroga, sempre a firma di Silvio Berlusconi, che ha rimandato ancora una volta i tempi per la desegretazione dei documenti relativi alle numerose vicende che vanno dal brigantaggio siciliano del 1800 al "caso Moro".
Lo slittamento, ben più consistente, ora fissa i tempi di realizzazione del regolamento per l'accesso al 30 giugno 2010.

Una data che potrebbe essere posticipata ancora una volta. E un'altra. E un'altra ancora.

Nell'agosto del 2007 maggioranza ed opposizione annunciavano con un tono trionfante opportunamente cavalcato dalla stampa nazionale l'approvazione di una legge che restituiva trasparenza e democraticità allo stato italiano. Uno Stato che decideva con chiarezza di porre la parola fine a troppi "misteri d'Italia".

Il clamore di quei giorni cozza spaventosamente con il tombale silenzio di questi giorni. Le traballanti promesse di allora, sapientemente mascherate da certezze legislative, cominciano a mostrare il proprio volto. Di fronte ad una stampa che nel corso di appena due anni ha modificato parecchio le proprie priorità.

Il segreto di stato, a dispetto dei resoconti e delle dichiarazioni di allora, gode ancora di ottima salute. Nessun sintomo influenzale. Nemmeno un'influenza A di sottotipo H1N1. Figurarsi la scarlattina...

Fonte: alessandrotauro.blogspot.com

3 nuove domande al Cavaliere circa il video di Marrazzo

“Circola un video su di te. E’ stato offerto alla redazione di ‘Chi’, ma gli ho detto che non se ne parla proprio. Se vuoi ti do il nome dell’agente per passare a ritirarlo“. L’indiscrezione troneggia sulle prime pagine di tutti i giornali italiani, e il virgolettato è attribuito a Silvio Berlusconi che parla al telefono con Piero Marrazzo, il governatore del Lazio finito nella bufera per il ricatto dei quattro carabinieri che minacciavano di svelare le sue frequentazioni di transessuali. Dice al Corriere il direttore di Chi: “Me l’ha offerto la ti­tolare di un’agenzia fotografica, Carmen Masi, e io l’ho preso in visione. Mi disse che il prezzo era di 200.000 euro trattabili. Ho spiegato subito che non mi interessava, però — come spesso avviene per vicende così delicate — ho detto che ne avrei parlato con i vertici del l’azienda. Ho subito informato la presidente Marina Berlusconi e l’amministratore delegato Maurizio Costa, con i quali abbiamo concordato di rifiutare la proposta». È a questo punto che, presumibilmente, la stessa Marina Berlusconi avvisa il padre di quanto sta accadendo. Lunedì scorso il presidente del Consiglio visiona le immagini. Poi chiama Marrazzo. Lo confermano ambienti vicini al capo del governo e lo stesso Marrazzo — quando ormai la vicenda è diventata pubblica — lo racconta ad alcuni amici, anche se non specifica a tutti chi sia l’interlocutore che lo ha messo in guardia. Durante la telefonata Berlusconi lo informa che il video è nella mani della Mondadori, gli assicura che la sua azienda non è interessata all’acquisto e gli fornisce i contatti della Photo Masi in modo da cercare un accordo direttamente con loro. L’obiettivo del capo del governo appare chiaro: smarcare il suo gruppo editoriale da even tuali accuse di aver gestito il filmato a fini politici, ma anche mostrare all’opposizione la sua volontà di non sfruttare uno scandalo sessuale. Una mossa che arriva al termine di trattati ve con altri quotidiani a lui vicini che avevano comunque ritenuto il filmato «non pubblicabile », come ha sottolineato il direttore di Libero , Maurizio Bel pietro, quando ha raccontato di averlo visionato”. E se fosse tutto vero – il condizionale è d’obbligo essendoci di mezzo Alfonso Signorini - la questione potrebbe dare adito anche ad alcune domande moleste.

La prima domanda è la più ovvia: in occasione degli attacchi a Fini, Tremonti, Boffo ed altri, non aveva sempre detto il Cavaliere che le sue testate editoriali non agivano di comune accordo con lui, ma bensì erano perfettamente indipendenti e pubblicavano lasciandolo all’oscuro di tutto? Non si era sempre giustificato così davanti agli alleati e alla stampa, per spiegare che lui con lo schiacciasassi Feltri non c’entrava né punto né poco? E allora come mai invece per Marrazzo è stato avvertito in anteprima del video e ha persino bloccato la trattativa per l’acquisizione e quindi la pubblicazione? Sembra un po’ strano che la notizia venga fuori adesso, o meglio non tanto: se davvero ha agito così, il premier finisce per essere messo in buona luce dai fatti, visto che ha rifiutato di trarre un vantaggio politico da una vicenda che era, obiettivamente, una notizia. Ma a questo punto è lecito per tutti pensare che fosse informato anche nelle altre occasioni. E la stessa cosa dovrebbero domandarsela Fini, Bossi e Tremonti.

La seconda domanda è più articolata: nel momento in cui si è reso conto della situazione, perché Berlusconi non ha pensato anche a una denuncia o una segnalazione alle forze dell’ordine? Se è vero che i carabinieri che ricattavano Marrazzo non hanno mai nascosto la propria carica, e che si sono anche vantati di aver contattato il governatore, era facile intuire che fosse in atto un ricatto nei confronti dell’ex presidente della Regione Lazio. Va bene, la discrezione potrebbe aver consigliato il Cavaliere la prudenza: magari Marrazzo poteva riuscire a cavarsela da solo, senza l’intervento delle forze dell’ordine. Ma è facile pensare che con un piccolo intervento o un paio di paroline dette alle persone giuste i ricattatori potevano, come a Monopoli, finire al gabbio senza passare dal via (e l’intervento dei Ros). Come mai non è andata così?

La terza domanda, invece, è più che altro una considerazione: come mai Signorini ultimamente sembra aver superato Vespa nella posizione di interlocutore privilegiato delle istituzioni repubblicane, e Chi ha preso il ruolo di Porta a Porta nel suo ruolo di terza camera del Parlamento? Riflettendoci, sembra davvero che ormai il settimanale Mondadori sia diventato il crocevia di tutti gli scandaletti repubblicani: prima pubblica in esclusiva delle foto alquanto sospette sulla festa del Cavaliere a Casoria, poi intervista in esclusiva i protagonisti della vicenda campana, quindi si butta sullo scandalo delle escort pugliesi; infine, pubblica un colloquio con Boffo che viene smentito dall’ex direttore dell’Avvenire, nel quale si sostiene che lo scandalo che lo ha coinvolto è frutto di un complotto interno alla chiesa, e non certo colpa di Berlusconi. Adesso arriva l’affaire Marrazzo, e Signorini è ancora sulla cresta dell’onda. Il direttore di Chi oggi sembra diventato davvero il Pecorelli del gossip: come ha fatto? Si tratta di avere ottime fonti, oppure è merito del budget illimitato?

di Alessandro D'Amato per Giornalettismo

Perché il caso 'uccidiamo Berlusconi' potrebbe portare ad un inizio di dittatura...

Il caso del gruppo facebook "Uccidiamo Berlusconi" non lascia presagire nulla di buono e, dietro la facciata di una punizione esemplare verso i probabili attentatori alla vita del premier, c'è, in realtà, un disegno ben più ampio che potrebbe portare alla restrizione della libertà di parola, diritto fondamentale e indiscutibile in un paese democratico.
Il gruppo "Uccidiamo Berlusconi" è composto da persone che indirizzano rabbia e indignazione nei confronti del nostro Presidente del Consiglio anche attraverso espressioni tremende e un uso improprio della parola "morte". Purtroppo, in democrazia accade anche questo e anche l'ex premier Prodi, all'epoca del suo breve mandato, fu il bersaglio (e lo è tuttora) di un gruppo facebook dal titolo "Chi vuole decapitare Romano Prodi (Il Mortazza)", gruppo che contiene frasi macabre del tipo "Ti voglio morto Mortazza" o " Mortazza di merda deve uscire qualcuno dall'indulto che ti ammazza tutta la famiglia e ti brucia la casa ladro di merda". Frasi dello stesso calibro di quelle adoperate da alcuni utenti del gruppo "Uccidiamo Berlusconi".
Nel caso di Prodi, non si crearono allarmismi sulla stampa, non si diede, quindi, importanza al fenomeno e non fu assolutamente raddoppiata la scorta di Prodi.

Perché adesso sì?

Andiamo un po' indietro. Da alcuni mesi i media stanno diffondendo un'immagine del social network Facebook distorta. Il giornalista Emilio Fede è il maggior detrattore e, tramite inchieste giornalistiche (http://www.youtube.com/watch?v=zp10_Dx4gT8) e sondaggi risibili, lascia spesso un messaggio ai suoi telespettatori inequivocabile : secondo il direttore del TG4, Facebook è il male ed è la causa principale di molte violenze, stupri e disordini sociali.
La campagna anti-facebook è diventata quasi un riempitivo sulla stampa ed è giusto di una settimana fa la notizia che ha coinvolto Matteo Mezzadri, giovane dirigente di Generazione Democratica, che sulla sua bacheca personale scrisse, sicuramente a mò di sfogo : «Ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?».
Ultima la bufera sul gruppo Facebook che "vorrebbe morto" il premier italiano.
Questo polverone mediatico non farà bene all'Italia e potrebbe diventare la goccia che fa traboccare il vaso. Gruppi che iniziano o che hanno nel titolo la parola "uccidiamo" ce ne sono diversi e non hanno mai creato problemi a nessuno.
Se verrà dato credito a questa notizia, i nostri governanti si potrebbero sentire legittimati a chiudere tutti i blog e i forum che criticano aspramente l'operato del governo e Berlusconi.
Si tratta della classica politica dei piccoli passi - la storia insegna - e stanno tastando il terreno.
Questi attacchi ripetuti e ostinati vengono rivolti verso Facebook perché è un social network potente, che potrebbe controllare masse, organizzare proteste, far circolare informazioni riservate, coltivare dissidenti.
Leggiamo tra le righe, questa bufera non è altro che un unico, costante, specifico avvertimento intimidatorio da parte della maggioranza verso una parte di popolazione ostile e riottosa.
Il clima politico in Italia si è fatto pesante, forse troppo, e Berlusconi lo sta avvertendo, ha paura, occorrono intimidazioni e, nel caso, un passaggio a misure più stringenti.
Chi riesce a capirlo è bravo, intanto vediamo come andrà a finire.

di Francesco Bove (nota pubblicata su Facebook)

Lodo Alfano: il testo integrale della sentenza della Corte Costituzionale

 

CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA N. 262
ANNO 2009

 

(Il link è esterno in quanto purtroppo Leonardo non consente di postare testi oltre una certa lunghezza)

Ridiamoci sopra...

 

ridiamoci2_477

 

 

 

 

Vignette tratte e rielaborate da Il Quotidiano della Satira

Il ritorno delle 'toghe rosse'

La bocciatura del lodo Alfano potrebbe rappresentare un'insperata manna dal cielo per l'azzoppato premier. Impersonare la vittima del complotto delle toghe rosse si è sempre dimostrata la carta vincente negli ultimi quindici anni. A meno che questa volta le pressioni psicologiche non siano più sostenibili per la salute mentale del premier, come suggerito da Veronica Lario. Passata l'ebbrezza per la sentenza della Corte Costituzionale, che ha ricordato l'esistenza in Italia di almeno una istituzione al riparo dal manovratore, è necessario riflettere a mente fredda sui nuovi scenari che questa sentenza apre. La vittoria della Costituzione sullo stato d'eccezione legale permanente, che il premier vorrebbe instaurare in Italia, ha scaldato gli animi di quella parte d'Italia che nella scorsa legislatura andava sotto il nome di “popolo dei girotondi.” Ma è ancora possibile catalizzare attorno alla difesa della legalità quella marea di cittadini indignati che risvegliò le coscienze e portò nel 2006 alla sconfitta dell'unto dal Signore?

Lo scenario del movimento di massa sembra difficile da realizzare. Innanzitutto, il Pd ha definitivamente rinnegato l'alleanza con Di Pietro, nel cui partito sono stati eletti molti degli ispiratori dei girotondi. Il Pd rincorre l'alleanza con Casini in vista delle prossime regionali, spostamento centrista che ha come prerequisito l'abbandono della polemica sulle leggi ad personam. Il fatto che Casini formerà alleanze a scacchiera, lasciando il Pd ancora una volta con il proverbiale cerino in mano, è un altro discorso. 

Allo stesso tempo, la scomparsa delle forze di sinistra dal Parlamento non consentirebbe ai nuovi girotondi quella forte copertura politica di base di cui godeva in passato. Inoltre, l'aggravarsi della crisi e la disoccupazione di massa hanno eroso la base sociale dei girotondi: chi non ha più un lavoro difficilmente si preoccupa di sofismi legali.

Ma il vero paradosso della bocciatura del lodo Alfano è tutto politico. Negli ultimi mesi, per la prima volta il consenso per il premier ha cominciato a vacillare significativamente. Berlusconi ha cercato di tenere alto il livello dello scontro, creando polemiche con i giornali ed evocando un complotto eversivo immaginario, in mancanza di un nemico concreto. La riapertura dei processi a Milano e a Roma fornirà dei nemici in carne e ossa, che il premier potrà sfoggiare in qualsiasi appuntamento elettorale. Il ritorno della saga delle “toghe rosse,” in questo senso, è un'opportunità ghiotta per Berlusconi, che tornerà ad utilizzare la strategia del vittimismo, attenuata con l'entrata in vigore del lodo Alfano.

Quando Berlusconi afferma che “finché ci sarà Santoro, vincerò per sempre le elezioni,” confessa involontariamente il perno della sua strategia elettorale. Grazie al controllo ferreo sull'informazione televisiva, ottenuta con le ultime nomine Rai e le epurazioni a Mediaset, il premier forma e manipola le opinioni della maggioranza dei cittadini a proprio piacimento. Grazie alla riapertura dei processi, l'attenzione dei media si focalizzerà sulle questioni legali e non sulle vere emergenze politiche e sociali della disoccupazione e della precarietà, le uniche in grado di sconfiggere politicamente la destra. Un vero e proprio incubo orwelliano diventato infine realtà. Le toghe rosse saranno la nuova arma di distrazione di massa.

Nel caso improbabile che il processo Mills arrivi a sentenza e che il premier venga condannato per corruzione, la maggior parte dei governi occidentali (ma non Putin e Gheddafi) metteranno il nostro Paese in quarantena. Ma difficilmente questo non avrà ripercussioni drammatiche sulla politica italiana, se Berlusconi giocherà a reti unificate la carta del complotto della sinistra e dell'autarchia, come già fatto con successo in ogni occasione.

Montezemolo scalda i motori (meglio il suo ingresso a destra che quello a sinistra, dato per certo alcuni anni fa) e corre un giro di prova insieme a Fini, aspettando la fine del Caimano e la riapertura dei giochi. Ma c'è la concreta possibilità che il premier sopravviva a tutti i suoi avversari interni, grazie all'elisir di lunga vita che il suo medico Scapagnini gli prepara e che lo fa ringiovanire di festino in festino.

A meno che... due possibili vie d'uscita. La prima, giudiziaria: che venga accertata la consegna a Marcello dell'Utri del famoso “papello” di Riina, dimostrando che Berlusconi è il misterioso garante della pace tra lo Stato e Cosa Nostra. O, piu' semplicemente, che le condizioni di salute mentale di Berlusconi siano davvero serie, come ha lasciato presagire sua moglie. Se una vittoria politica contro l'imperatore è quasi impossibile, è invece una concreta possibilità che i processi milanesi e gli scandali sessuali mandino in cortocircuito il vispo settantatreenne. Le sue dichiarazioni a caldo dopo la bocciatura del lodo Alfano sono un primo assaggio della follia dell'imperatore. Insultando la Corte e il Capo dello Stato, Berlusconi ha dimostrato un logoramento psicologico, che potrebbe aggravarsi e portare a situazioni imprevedibili. Come in un remake di “Codice d'onore,” l'unica speranza è che un Berlusconi/Jack Nickolson, in aula di fronte al giudice, perda le staffe e rivendichi fieramente: “Ma come si permette, certo che l'ho corrotto io David Mills!”

di Luca Mazzucato per Altrenotizie

Quello che non vedrete mai nella TV di regime - Berlusconi contestato a Messina

"Sentire parlare di un'Italia al servizio di Berlusconi fa schifo, viverla in diretta è molto peggio. Una macchina organizzativa imponente, costata almeno quanto le prime quattro case da ricostruire a Giampileri, fatta di elicotteri, guardie del corpo, spiegamento di forze dell'ordine, e codazzi di auto blu; ha fatto in modo di fare evitare al premier le contestazioni e la rabbia di una città abbandonata e illusa dalla becera promessa di un ponte, che servirebbe solo a gettare ulteriore cemento mafioso su un territorio già massacrato dalla speculazione. La TV di regime ha mostrato un Berlusconi caritatevole fra gli alluvionati che non erano nelle condizioni di reagire all'ennesima passerella propagandistica, ma nessuno ha mandato in onda il popolo incazzato radunatosi all'ingresso della Prefettura che ha costretto il presidente del consiglio, con tutto il seguito di servi, ad entrare, come un ladro, dallingresso di servizio.

Emblema di servilismo il giornalista del TG2 che ha interrotto la diretta per evitare di mostrare alla nazione la forte contestazione nei confronti dei Berlusconi; siamo sotto una dittatura silente, fate girare questo video".

Auguri Presidente!!

Diciamocelo: il 29 settembre era il compleanno del nostro "amatissimo", "illustrissimo" e prescrittissimo Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e noi non gli abbiamo nemmeno dedicato un post...

Dovevamo rimediare, e abbiamo deciso di festeggiarlo oggi con tutti gli "onori", sperando ci perdoni per il ritardo...

Lo facciamo con tre stupende canzoni scritte in onore del nostro Premier in anni differenti: la prima del 1995, la seconda del 2003 ed infine la terza del 2009 (scritta proprio pochi giorni fa).

Buon ascolto/visione.

 

1995 (Benigni - Quando penso a Berlusconi)

 

2003 (Famiglia Rossi - Mi sono fatto da solo)

 

2009 (Tony Troja - Silvio non può > Parodia dell'inno per la candidatura di "Papi" a Nobel per la Pace) 

 

La libertà  di stampa in Italia (parla il Premio Pulitzer Carl Bernstein)

"C'è una situazione democratica assurda, quasi senza precedenti, dove il Capo di Stato una Democrazia Occidentale cerca di inibire quello che è rimasto della Stampa Libera. Lui cerca di limitare le pubblicazioni e le trasmissioni e ci sono delle inchieste sul Capo di Stato stesso. Quindi questo riporta un po' ad una sorta di stalinismo sovietico, che non è degno di una Grande Democrazia che l'Italia cerca di essere [...] Questa è una situazione assurda, in cui qualcuno del potere di Berlusconi, e soprattutto il più grosso proprietario di media in Italia, cerca di limitare il resto della Stampa dal fare indagini sul suo ambiente presidenziale [...]."

Carl Bernstein (giornalista Premio Pulitzer)

Annozero e Patrizia D'Addario: ascolti record

Erano giorni che si faceva un gran parlare della puntata andata (finalmente) in onda di Annozero, ospite principale "niente popo' di meno che" Patrizia D'Addario.

Ieri sera eravamo incollati allo schermo tv e ci siamo seguiti tutta la puntata... Mica ci potevamo perdere l'evento televisil-politico dell'anno! Michele Santoro, non c'è che dire è partito con il botto: attacco diretto a Minzolin, direttore del TG1 con due bei pensieri etico-giornalistici, il recente discorso in cui il direttore spiegava le motivazioni per cui il TG1 non si sarebbe occupato di gossip: traduzione non parliamo dello scandalo escort e un vecchio articolo del 1994, in cui scrisse: "La distinzione tra pubblico e privato è manichea". E questo era solo il pre-puntata!

Altra chicca imperdibile il video sul servizio pubblico della BBC dove il dibattito satiro politico e bello schietto e diretto non c'è che dire!

VIDEO da ANNOZERO 1

Ospiti della serata in studio Maurizio Belpietro, Nicola Porro, Norma Rangeri e Maria Latella a cui si aggiungono le testimonianze di Barbara Montereale, e collegato dagli States Carl Bernstein ( vi ricoprdate i giornalisti dello scandalo Watergate? Beh è proprio uno di loro!) che con Santoro ha parlato di libertà di stampa e giornalismo così vatizza: "La stampa ha il dovere legittimo di accertare il vero se ci sono evidenti verità nelle accuse contro un Capo di Stato o un premier. È stato il caso di Monica Lewinsky nei confronti di Clinton ed è il caso che riguarda oggi Berlusconi. C'è da verificare se la condotta generale di Berlusconi si rifletta sul suo incarico. Secondo me le maggiori restrizioni al giornalismo sono autoimposte, più per pressioni o intimidazioni che per volontà del governo». E ha concluso: "Il giornalismo investigativo è un dogma per il giornalismo libero". qui in video vi postiamo l'intervento di Marco Travaglio di ieri sera.

VIDEO da ANNOZERO 2

Il momento D'addario è di quelli da far tremare seggioline e poltroncine... la rivelazione shock arriva inaspettata: "Berlusconi sapeva che ero una escort".  Racconta poi del suo incontro a Palazzo Grazioli con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, e alla domanda secca del perchè ha registrato, Patrizia risponde: "Io non ho tradito nulla, nessuno è arrivato sul mio cantiere. Sono stata convocata dal giudice e dire tutta la verità. Io ho sempre registrato perché così mi sentivo più sicura, non perché volevo ricattare qualcuno, non ho mai pensato ad una cosa del genere", e Patrizia specifica e aggiunge che, in quelle due serate nella residenza romana del Premier "non ero l’unica escort".

VIDEO da ANNOZERO 3

Durante la trasmissione siè poi parlato del "Sitema Tarantini", della sanità in Puglia, di femminismo e del ruolo della donna, di libertà di stampa, del ruolo del giornalismo e se siete di quelli che la puntata di Annozero non l'hanno vista vi segnaliamo il live bloggin' "politicamente scorretto" di Tele dico io, mentre su Format potete leggere il post con tutto l'audio dell'incontro tra Premier ed Escort.

Mondo donna ci parla dettagliatamente di Patrizia D'Addario e del suo intervento-intervista, ecco cosa ne scrive "Finalmente l'Italia ha potuto ascoltare la diretta interessata,  nonchè "merce di scambio" del pseudo "imprenditore" Tarantini e usufruita dall'illustre "utilizzatore finale", parlare, spiegarsi e rispondere alle accuse di dubbia moralità e credibilità che le venivano mosse. Impressione a caldo? La D'Addario ha spiegato anche molto accalorandosi il motivo per cui fosse interessata ad andare a letto con il Premier: non per i soldi, non per la politica, a lei della politica non interessava proprio un bel niente. Perchè allora? Perchè aveva bisogno di sistemare una questione burocratica circa una proprietà immobiliare di sua appartenenza che vuole tanto trasformare in un agriturismo. "Non mi vergogno di quello che ho fatto, di quello che ho detto." dice "In Italia c'è la strumentalizzazione della donna. Ma a me importa solo del mio cantiere, liberate il mio cantiere".

E ancora il post di Teleipnosi, Pollicino e come non parlarvi della blogosfera, sì perchè la puntata di Annozero con patrizia D'Addario non è solo l'uscita di apertura dio tutti i nostri quotidiani, ma anche del web! Ecco allora il link al live blogging della serata del Giornalettismo , qui il link ai post dei blogger su Wikio, assolutamente imperdibile il post di River, [...] qui il link al pezzo di Gilioli.

A chiusa vi segnaliamo gli ascolti record per Michele Santoro. Patrizia D'Addario porta al 28% lo share di Anno Zero, con oltre 7 milioni di spettatori sintonizzati su RaiDue per la contestata trasmissione sulla escort barese.

Fonte: blogosfere.it

Lettera aperta a Bruno Vespa (di Sabina Guzzanti)

Caro Bruno Vespa e redazione e ordine dei giornalisti,

voi che avete bloccato altri programmi tv perché l’Italia tutta sia davanti a porta a porta sta sera per ammirare la prontezza dell’intervento del governo sulla consegna delle case sappiate che se manipolerete la notizia sarete sbugiardati.

le case le ha fatte il Trentino non il governo, pur essendo solide e durature e antisismiche costano un terzo delle case della protezione civile e sono pure pronte per tempo a differenza di quelle della protezione civile. qualsiasi affermazione trionfalistica ed elogio dell’operato di berlusconi e bertolaso sarebbe propaganda e uso del servizio pubblico a scopo privato. le case fatte ad Onna sarebbero state come ormai si rende conto anche buona parte della popolazione aquilana, l’unica soluzione razionale. 1/2 mesi massimo nelle tende e poi moduli abitativi fino alla ricostruzione. la consegna delle case di Onna prova solo che il governo e la protezione civile hanno sbagliato tutto.

a questo proposito mi hanno inviato questo articolo

Oggi la cerimonia di consegna, presente Silvio Berlusconi
“Entro fine mese saranno eliminate tutte le tendopoli”
A Onna la consegna delle case
Bertolaso: “Sono definitive”
Polemica sull’intervento del Trentino nella realizzazione delle abitazioni
Il capo della Protezione civile: “Certi distinguo procurano amarezza”
L’AQUILA - A poche ore da un nuovo movimento sismico che ha fatto tornare la paura sull’Appennino, oggi l’Aquila si prepara a vivere una giornata importante. Nel pomeriggio verranno consegnate le prime case ai terremotati di Onna, la cittadina devastata dal terremoto dello scorso 6 aprile. Sarà presente alla cerimonia - prevista per le 15 - il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Case “assolutamente definitive” - spiega il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, perché solo così è possibile dare una “certezza del futuro” a chi, a causa del teremoto, ha perso la propria abitazione. Entro la fine del mese, ha detto Bertolaso, saranno smontate tutte le tendopoli in Abruzzo: sotto le tende vivono ancora 11mila persone.

Il capo della Protezione civile ha ribadito che entro la fine dell’anno tutti gli sfollati saranno sistemati nelle abitazioni: “Il 29 di settembre inizieremo a consegnare le case antisismiche, entreranno oltre 700 famiglie, quindi 2.500 sfollati. A scadenza di 10-15 giorni tra ottobre, novembre e dicembre andremo a sistemare circa altre 15mila persone nelle case antisismiche, mentre realizzeremo nelle frazioni più piccole e negli altri paesi del cosiddetto cratere le stesse case di legno che domani inauguriamo ad Onna”. Dunque “entro la fine di quest’anno - conclude - potremmo ospitare nelle case di legno e in quelle antisismiche tra le 25 e le 30mila persone, un numero straordinario che non si è mai verificato al mondo. Non sono baracche, non sono container, non sono roulotte, sono vere e proprie case”.

Le case in legno sono state fabbricate in Trentino e montate in Abruzzo dal personale della Protezione civile della Provincia autonoma di Trento, dal costo medio tra i 30.000 e i 60.000 euro. Le aree su cui montarle sono state individuate dalla Protezione civile nazionale, in accordo con le autorità abruzzesi. La preparazione del terreno è stata offerta dall’Associazione industriali della provincia di Trento, che ha operato per 15 giorni nel mese di giugno, effettuando la rimozione del terreno vegetale e la posa di stabilizzato di cava per la realizzazione dei piani di posa.

Quanto al coinvolgimento del Trentino, il capo della Protezione civile ha espresso “amarezza” per i “distinguo” sollevati sulla realizzazione delle case ad Onna. “Qui abbiamo un successo del Sistema Italia, di cui dovremmo tutti essere orgogliosi - ha detto - e invece si sollevano dei distinguo fra chi li ha costruiti e chi li ha finanziati”. Ad Onna, ha proseguito, “avremmo potuto fare tutto da soli ma proprio perché la cittadina è un simbolo di questo terremoto, abbiamo voluto coinvolgere più organismi e  chiesto alla Protezione civile del Trentino di realizzare le case e alla Croce Rossa di pagarle”.

Quanto alla rimozione delle macerie dal centro dell’Aquila, Bertolaso ha spiegato che ci vorrà ancora “molto tempo”. “E’ un lavoro che non può esser fatto con superficialità, andando lì con le ruspe e portare tutto in discarica, perché lì in mezzo c’è molto amianto e anche un mattone può avere un suo valore perché messo nel Quattrocento”. Un lavoro “complicato, reso ancora più difficile dalla mancanza di discariche”, alla cui risoluzione devono dare la loro collaborazione tutte le altre amministrazioni.

di Sabina Guzzanti

Quando si dice 'mettere il cappello'...

  
Quando si dice “mettere il cappello”: Lorenzo Campani nota che al cartello della Croce Rossa e della Provincia di Trento sulla costruzione delle casette di Onna, è stato recentemente aggiunto qualcosina.
  
Del resto, continua Lorenzo, le casette che oggi inaugurano Berlusconi e Vespa non c’entrano molto con il governo, visto che le ha finanziate la Croce Rossa Italiana e le ha progettate e costruite la Provincia di Trento.
  
Onna infatti non figurava nell’elenco, pubblicato dalla Protezione Civile, delle aree interessate dal progetto governativo C.A.S.E nè in quelle del progetto M.A.P. (moduli abitativi provvisori). Insomma, le casette in questione non erano nel piano del governo.
   
Secondo voi lo dirà Bruno Vespa?
  
(Grazie a Giuseppe Paladina)
  
Fonte: L'espresso
  

Padre Poletti: 'I leghisti non posso dirsi cristiani'

Cacciare i clandestini? Io piuttosto mi faccio mettere in galera. Non ho mai chiesto né mai chiederò ad alcuno il permesso di soggiorno. Mi ispiro alla legge del Vangelo. Gesù era dalla parte dei poveri e dei diseredati, non dei potenti, e per questo è stato ucciso… Se dovessi denunciare un immigrato mi vergognerei come uomo. E come prete…” E’ proprio un sacerdote, Giorgio Poletti, padre comboniano di 67 anni, quello che con parole taglienti critica la parte del decreto sicurezza del governo sui clandestini. Padre Poletti, intervistato alcuni giorni fa sul quotidiano “Repubblica” spiegava le ragioni di una iniziativa promosso in tante città d’Italia.

“Permesso di soggiorno in nome di Dio”… Una iniziativa simbolica
Sì, ma che pone interrogativi seri: il rispetto per l’altro. Gli uomini sono “persone” o “cose”? Un operaio, una badante, un lavoratore della terra sono oggetti o soggetti? Come si fa a fare distinzioni tra gli esseri umani? E’ una questione di dignità. Dal punto di vista umano non posso non accogliere una persona che ha bisogno di aiuto.

Lei è uomo ma anche sacerdote
E la mia indignazione deriva proprio dalla Legge del Vangelo. E’ quella che mi ispira. Gesù è stato dalla parte dei poveri e per questo è stato ucciso, perché non era allineato con i potenti del tempo perchè criticava il potere teocratico. Economico, politico, religioso. Poteri che, oggi come ieri si coalizzano.

Lei lo sa che la sua posizione è piuttosto isolata nella Chiesa…
Lo so purtroppo. Il cattolicesimo oggi è malato di capitalismo. Di che dio parliamo? Il dio degli intrallazzi? Che fa contratti con chi sta al potere? Io non credo nel dio dei grandi apparati istituzionali e delle celebrazioni. Io credo nel Dio del Vangelo che accoglieva i diseredati non li cacciava.

La Chiesa ufficiale non ha più questa vocazione?
Purtroppo ha perso gran parte di questa carica profetica. E così i giovani, purtroppo, non credono più in noi preti. E si sono allineati con i poteri forti.

Quali poteri forti? Parla della politica?
Della politica e della società. Di questa società schizofrenica e ipocrita; mentre i messaggi del Vangelo sono inquovocabili.

Eppure chi ha propugnato questa Legge si dice “cristiano”
Cristiano? Chi? I leghisti? Come fanno, con questa ideologia a dirsi tali?

Anche il presidente del Consiglio
Chi? Papi? L'uomo i cui unici valori sono solo quelli legati alla competizione? Questo non è cristianesimo è l’antivangelo. Berlusconi è un corruttore della morale. Scrivetelo, non ho remore a dirlo…”

Lei cita spesso il Vangelo Secondo Matteo. “Ero straniero e mi avete accolto”.
Lo straniero è l’altro, è in quanto “altro” è me stesso. Sono stato in Africa per 15 anni, in mezzo a due guerre civili e gli africani non mi hanno mai mancato di rispetto. Ho visto come le compagnie petrolifere anche italiane facevano interessi sporchi nelle raffinerie rubando il petrolio alla Nigeria. Eccola l’ipocrisia occidentale.

Un mese fa lei è stato in un centro di accoglienza temporanea a Lamezia Terme. Che impressione ha avuto?
Mi sono vergognato. Altro che accoglienza, quello è un carcere. Noi siamo solo capaci di costruire galere invece di fare politiche di inclusione.

Non è così frequente sentire un sacerdote esprimersi così. Obiettivamente è raro ascoltare parole così forti anche da esponenti politici più “radicali”
Ormai la parola d’ordine è “non disturbare il manovratore”

Se lei non denuncerà i “clandestini” denunceranno lei
Mi mettessero anche in galera. Io non manderò via nessuno e, nei limiti delle mie possibilità accoglierò tutti. Mai chiesto un permesso di soggiorno e mai lo farò. Mi vergognerei come uomo e come prete.

“Clandestini”. L’agenzia “Dire” e la rivista “Redattore Sociale” tempo fa lanciarono una campagna per non usare più questo termine.
Giustissimo. Purtroppo la lingua esprime quello che siamo, la nostra visione della vita. Non esistono clandestini ma persone umane che hanno il diritto di vivere e di essere riconosciute ed aiutate. E con essi dobbiamo immaginare e progettare il futuro. E il mondo sarà migliore. Va organizzato e preparato in questo senso. Perché stiamo diventando vecchi. Rileggetevi “il Deserto di Tartari", quel grande capolavoro di Buzzati (o la trasposizione cinematografica) sulla condizione del quotidiano esistere e sulla condanna del tempo…

di Stefano Corradino per Articolo21

La tomba di Berlusconi

Come viene visto Berlusconi nel resto del mondo / 2

      

Ecco cosa pubblicava oggi il Times (vignetta di Gerald Scarfe).

 

Le candidate di papi

Tutte sono passate per villa Certosa e palazzo Grazioli. Sia le bad girls, Patrizia D'Addario e Barbara Montereale, che le angeliche Licia Ronzulli, Barbara Matera e Lara Comi. Tutte hanno partecipato alle feste leggendarie del Cavaliere ma solo poche fortunate (Ronzulli, Matera e Comi) sono arrivate all'Europarlamento.

Per cinque anni avranno uno stipendio garantito di 20 mila euro con assistenti e benefit a disposizione. Mentre le due protagoniste del sexgate barese, Patrizia D'Addario e Barbara Montereale, si sono dovute accontentare di un posticino in una lista apparentata al Pdl che correva per le comunali di Bari. 

Dopo aver fallito l'elezione hanno deciso di raccontare tutto a stampa e magistratura. A unire mondi così diversi in uno scenario unico però non sono stati i pm e i giornalisti ma Berlusconi in persona. È stato lui a ospitare contemporaneamente volontarie in partenza per il Bangladesh e ragazze di ritorno da una trasferta a Dubai con lo sceicco.

Nemmeno il più fervido sceneggiatore della commedia italiana avrebbe potuto immaginare a villa Certosa una comitiva che include la direttrice sanitaria destinata all'Europarlamento, Licia Ronzulli, e la mangiatrice di fuoco Siria De Fazio, più nota come la 'lesbica del Grande fratello'. Senza controllo e senza filtro, tutte hanno avuto il privilegio di entrare nelle dimore del sultano. Le bocconiane, come Lara Comi, ma anche le escort da duemila euro a notte come Patrizia D'Addario.

Persone e storie totalmente diverse che dovevano restare distinte e che invece sono state mescolate nel gran frullatore impazzito delle candidature 2009. A imbastire questa matassa che lega insieme manager, letteronze, annunciatrici, dirigenti e stelline dei reality ha contribuito l'incapacità del premier di distinguere pubblico da privato, dovere da piacere, festa e politica. Le protagoniste delle riunioni e delle cene, con le loro bugie e i loro silenzi, hanno fatto il resto.

Paradossalmente a parlare sono le escort. Mentre le ragazze 'serie' restano silenziose. E se parlano dicono bugie. La migliore allieva del Cavaliere da questo punto di vista è certamente Licia Ronzulli. Questa infermiera 34enne ha raccolto oltre 40 mila preferenze nel nord-ovest grazie anche alle indicazioni che provenivano da Roma. I coordinatori locali dicevano che se non fosse stata eletta, avrebbero perso il posto.

Quando 'L'espresso', la settimana scorsa, le ha chiesto cosa facesse sulla barca di Berlusconi il 14 agosto 2008 con altre sei giovani che non hanno nulla a che fare con la politica, lei ha risposto: "Sbaglia, non ci sono io. Ci sono tante ragazze more. Mai stata a villa Certosa. Cado dalle nuvole".

Finché un'altra amica e ospite del Cavaliere, Barbara Montereale, l'ha smentita su 'Repubblica': "A metà gennaio 2009 sono stata accolta a villa Certosa da Licia Ronzulli. È lei che organizza la logistica dei viaggi delle ragazze. Che decide chi arriva e chi parte e smista nelle varie stanze".

Invece di dimettersi all'istante l'europarlamentare-receptionist ha vergato un comunicato per annunciare querela confermando en passant che la sua parola non vale nulla: "Più di una volta, in occasione di vacanze, sono stata ospite a villa Certosa con mio marito". Del quale nelle foto non c'è traccia.

Prodiga di particolari sulle sue umili origini nel quartiere Baggio di Milano, sulla passione per il Milan, sul papà maresciallo dei carabinieri e sulle sue attività di volontariato, Ronzulli non ha mai spiegato perché sia stata incaricata dal premier di ricevere un tipino come Barbara Montereale, una ragazza madre di 23 anni pagata per mostrarsi carina con gli ospiti del Billionaire che non si tira indietro se c'è da accompagnare l'amica escort in trasferta sul panfilo dello sceicco.

Spedita in villa dall'imprenditore barese Giampaolo Tarantini, indagato per induzione alla prostituzione, è prima apprezzata da Emilio Fede, poi sistemata da Licia Ronzulli e infine gratificata dal Cavaliere con una busta con dentro diecimila euro. Montereale, che dice di non avere avuto rapporti sessuali con il Cavaliere, riconosce tra le ospiti del premier anche Carolina Marconi, reduce del Grande fratello, e Susanna Petrone, conduttrice del calcio su Mediaset. Ed è un'altra strana coincidenza.

Pochi mesi prima, il 14 agosto sulla barca del premier ritroviamo la Petrone accanto alla solita Ronzulli e alla futura protagonista del reality Mediaset: Siria. Tutte e tre all'epoca non erano note al grande pubblico. Pochi mesi dopo quella gita diverranno tutte famose ciascuna nel proprio settore.

Se si può sorvolare sui criteri di selezione delle reti televisive berlusconiane (Siria è stata segnalata agli autori del Gf dalla segreteria del premier) non si può fare lo stesso con le elezioni. Le candidature non sono casting e l'Europarlamento non un reality né tanto meno un luogo da escort, come farebbe pensare la storia raccontata da Patrizia D'Addario. La donna che ha passato la notte del 4 novembre 2008 sul lettone donato da Putin a Silvio Berlusconi, ha raccontato che pochi mesi dopo le sarebbe stata ventilata dal solito Tarantini una candidatura alle europee.

Nonostante non avesse mai nascosto di avere registrato le sue trasferte romane e nonostante tutti sapessero quale fosse il suo mestiere. Patrizia, dopo l'intervento di Veronica Lario, non è poi stata candidata per Bruxelles ma solo per le comunali con la lista 'Puglia prima di tutto', ora confluita nel Pdl.

Scelte come queste gettano un'ombra anche su candidature limpide come quella di Lara Comi. Anche lei ha avuto l'onore di essere trasportata sull'aereoFininvest in Sardegna? 'L'espresso' pubblica una serie di foto scattate il 14 ottobre 2006 all'aeroporto di Olbia nelle quali appare una donna mentre scende dal jet di Berlusconi a lei molto somigliante. Il contesto però è ben diverso dalle foto in barca. La ragazza è in compagnia di altre giovani azzurre e sembra diretta a una riunione politica non a una convention di veline.

Lara Comi, a 26 anni può vantare una laurea in Bocconi con il massimo dei voti e un impiego da manager alla Giochi preziosi, nessuno può accomunarla a una velina o a un'esperta di 'logistica'. Probabilmente il presidente l'ha aiutata a raggranellare 63 mila voti perché stima questa milanista temeraria che gli si è presentata durante una partita di calcio nel giugno del 2004.

Più oscura l'origine della scintilla scoccata tra Berlusconi e Barbara Matera. L'ex annunciatrice Rai in anni non troppo lontani non stravedeva per il suo attuale mentore. Alla fine del 2003 la letteronza della Gialappa's era diventata una delle annunciatrici di RaiUno insieme a Virginia Santjust di Teulada. In quel periodo la sua collega era legata da una relazione sentimentale ('platonica', dice lei) a Silvio Berlusconi e volava spesso a villa Certosa.

Nella foto pubblicata da 'L'espresso' a pagina 43, scattata nel settembre del 2006, si vede una ragazza in bianco che somiglia molto a Virginia scendere dall'aereo con il deputato-segretario di Berlusconi Valentino Valentini. Una scena consueta in quel periodo. Quando Virginia raggiungeva Silvio a Olbia, Barbara era costretta a coprire gli annunci del week-end su RaiUno e non poteva far visita ai genitori a Lucera, in provincia di Foggia.

In quei week end solitari si racconta anche di una breve storia sentimentale con il marito separato di Virginia, l'agente segreto Federico Armati. Da allora sono cambiate molte cose. Virginia Sanjust non è più nelle grazie del Cavaliere e non se la passa bene. Barbara Matera è fidanzata con un altro agente segreto ed è diventata la giovane promessa del Pdl.

Chissà se l'europarlamentare ricorda quei giorni lontani nei quali non lesinava critiche al Cavaliere, a Virginia e alla Rai che la trattavano da brutto anatroccolo rispetto all'amica del premier. Acqua passata. Oggi Berlusconi è dalla sua parte. Nella vita, basta sapere aspettare.

di Marco Lillo per L'espresso

I tg e il problemino barese (con video)

"No alla delegittimazione dei politici". Un invito alto e forte con cui il Tg1 ha introdotto oggi la sua edizione delle 13. Niente paura, non era un'iniziativa autonoma del principale tg del servizio pubblico. Lo ha detto invece, en passant, Gianfranco Fini e l'occasione era piuttosto ghiotta per non sfruttarla a dovere. Quindi Fini nei titoli di testa, poi la Fiat e l'Iran e poi anche cosucce sparse: infine il problema dell'inchiesta barese che riguarda il Premier e comunque, e insomma, il Premier dice che è spazzatura e poi D'Alema come faceva a sapere tutte queste cose.

Delegato di oggi all'intervento finale e risolutivo, quello con cui si chiude il servizio con una dichiarazione forte, potente e convincente, quello che resta nella memoria dei telespettatori, era Maurizio Lupi. Non ce n'è, per qualche motivo i tg si ricordano all'improvviso solo verso la metà di ogni edizione, del problemino barese: il Tg1 è quello di richiamo e quindi ci si concentra di più su quello, ma gli altri stanno in zona, il Tg5 è sempre un po' più sulla notizia e si butta con maggiore sprezzo del pericolo. Servizio di punta di giornata: il Tg2 con il jackpot del superenalotto e la domanda: cosa fareste con 94 milioni in tasca? Per esempio una scommessa su cosa ci sarà nei titoli principali dei tg di stasera.

Per fortuna ne parlano i siti di tutto il mondo.

Fonte: Repubblica.it

Urgenza informazione su L'Aquila

Riceviamo per e-mail e pubblichiamo.

A distanza di circa due mesi dalla notte tragica del 6 aprile scorso, la situazione nella provincia dell’Aquila sta velocemente precipitando. Fra tre mesi, in quelle zone potrebbe arrivare la neve. Non si intravedono speranze di avere una casa per coloro che potrebbero ritornare nelle abitazioni meno colpite. Nessuna speranza per coloro che vedranno la demolizione completa delle loro case. Nei prossimi giorni, verso il 15 giugno, si terranno riunioni urgenti tra la popolazione e la Protezione Civile, per capire se entro novembre si possa avere una sistemazione in container. Continua senza pausa, la sospensione della rete internet nei campi tenda. Sembra si voglia impedire ai sopravvissuti di comunicare con l’esterno. Il giornalismo televisivo, radiofonico, delle emittenze di stato e delle più importanti reti private, evita di fare report sulla gravissima situazione. Nelle settimane scorse, durante il mese di maggio, nel periodo di massima allerta pioggia, con temperature notturne bassissime, si sono verificati decessi per anziani malati. La provincia è continuamente sottoposta a militarizzazione 24 ore su 24, e tutti i comuni colpiti sono sottoposti a commissariamento. Nessun sindaco può quindi decidere la sorte del proprio territorio. Nei giorni 15 e 16 giugno, il governo Berlusconi voterà il decreto che potrebbe fare arrivare la ricostruzione della città addirittura al 2032. Pare che la votazione del decreto avverrà con la fiducia del Parlamento. L’imminente manifestazione del G8, sottopone la città a leggi speciali. Per il momento, pochi quotidiani e pochi settimanali, come ad esempio ‘Carta’, si occupano del caso ‘L’Aquila’. Sindacati, forze politiche, associazionismo, e tutti coloro che possono fare qualcosa per impedire che tutto questo degeneri, possono contattare questi siti: youtube.com/user/aq060409 oppure scrivere a uscitadisicurezza AT email.it.

Giuliano Bugani
freelance

Quando giurare sulla testa dei figli diventa uno sport...

Berlusconi ha giurato sulla testa dei suoi figli di non aver mai avuto rapporti sessuali con minorenni...

Domanda: chi mai lo ha accusato di aver avuto addirittura rapporti sessuali, con le minorenni?

Constatazione: Berlusconi aveva già giurato sulla testa dei suoi figli (ricordate l'affare All Iberian?), e sappiamo oggi, poichè ne abbiamo le prove, che aveva giurato il falso... Dunque dovremmo forse pensare che Berlusconi HA avuto addirittura rapporti con ragazze minorenni?

Al di là della rilevanza o irrilevanza penale (in Italia la disciplina è diversa a seconda che si tratti di minori di 14, 16 o 18 anni), vi sarebbe certamente una rilevanza politica non indifferente... Senza nulla togliere al fatto che già frequentare ragazzine minorenni è di per sè scandaloso e poco consono ad una persona che non solo ha l'età di Silvio Berlusconi, ma che è anche e soprattutto Presidente del Consiglio.

La parola agli elettori...

Chi lo ha detto? ...Bossi? ...Berlusconi?

Immagine realizzata da Il Blog Senza Nome

 

Leggete questo testo, e chiedetevi chi può averlo redatto/letto:

 

"Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.

Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.

Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.

Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.

Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.

Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali."

 

Arrivati sin qui, avrete certamente formulato qualche ipotesi: ...Bossi?? ...Berlusconi??

 

"Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.

Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.

Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.

La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione."

 

Nessuno dei due: il testo qui sopra riportato è datato ottobre 1912, ed è estrapolato da una Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti...

 

Milano: Presidio in San Babila alle 18.00

Riceviamo per e-mail e pubblichiamo. 

Oggi alle ore 18.00 in Piazza San Babila si terrà un presidio per chiedere che il Presidente del Consiglio si sottoponga al giudizio del tribunale e rinunci al Lodo Alfano nel rispetto del ruolo che riveste.
Questo dopo che sono state rese note le motivazioni del verdetto dello scorso febbraio che aveva condannato a quattro anni e mezzo di carcere l'avvocato Mills corrotto da Berlusconi che rese falsa testimonianza per salvare il premier dall'accusa di aver ottenuto elevati profitti attraverso operazioni societarie e finanziarie illecite.

Partecipiamo numerosi per la difesa e la salvaguardia delle istituzioni.

Il berlusconismo dell'Associazione Nazionale Magistrati

Ci sono cose che sai, ma che sono talmente gravi e clamorose che a volte, sotto sotto, è come se non ci volessi credere nonostante la loro evidenza.

Ho scritto tante volte che il potere interno alla magistratura, gestito dalle correnti, disgraziatamente è diventato identico al potere esterno, gestito dai politici, e ho illustrato in molti modi questa convinzione.

Ho scritto anche in diverse occasioni come i gestori del potere interno della magistratura difendano ormai solo il loro personale potere usando la asserita difesa dell’indipendenza della magistratura (e, si badi, NON dei magistrati) solo come alibi di facciata.

Ho scritto queste cose, che appaiono del tutto evidenti, ma probabilmente, da qualche parte dentro di me, speravo in una qualche smentita, in un cambio di atteggiamento, in una presa di coscienza.

Per questo le reazioni del “potere interno” alla sentenza con la quale il T.A.R. del Lazio ha dichiarato illegittimo e annullato il trasferimento di Clementina Forleo disposto dal C.S.M. sono riuscite a stupire anche me.

Di quella sentenza, della sua fondatezza in diritto e della irragionevolezza della reazione dei consiglieri del C.S.M. iscritti al Movimento per la Giustizia (una delle correnti dell’A.N.M.) ho scritto in due articoli ai quali rinvio: “Il C.S.M. e Clementina Forleo: ovvero dei pessimi rapporti fra il potere e la legge” e “Il Movimento per la Giustizia il potere e la legge”.

Ieri l’Associazione Nazionale Magistrati ha emesso un comunicato su quella sentenza che offre la prova evidente che i capi dell’A.N.M. pensano esattamente come il Silvio Berlusconi al quale dicono di volersi contrapporre.

Nel citare qui Silvio Berlusconi non intendo riferirmi solo alla persona del Presidente del Consiglio, ma alla cultura politica che egli esprime e che – bisogna prenderne atto – risulta nei fatti condivisa da ampia parte del panorama politico italiano di qualunque colore politico. La vicenda Forleo riguarda proprio un caso – la vicenda delle c.d. scalate bancarie – che coinvolge esponenti di primo piano della sinistra, le cui linee di condotta sono state del tutto identiche a quelle che in altre occasioni hanno criticato alla destra.

Il comunicato dell’A.N.M. sulla sentenza del T.A.R. può essere letto a questo link.

Esso si connota per le seguenti caratteristiche, che, dopo avere elencato, illustrerò analiticamente, punto per punto:

1. Si finge che quella del T.A.R. sia una interpretazione della legge, mentre, invece, è pacifico – ed emerge dallo stesso comunicato dell’A.N.M. – che ciò che ha affermato il T.A.R. è puramente e semplicemente ciò che dice la legge.

2. Non si contesta al T.A.R. di avere violato la legge, ma si adducono argomentazioni secondo le quali ciò che dice la legge non starebbe bene e si dà ad intendere che il T.A.R. avrebbe dovuto violare la legge – come già aveva fatto il C.S.M. – perché questo starebbe meglio.

3. Manca qualsiasi riferimento, foss’anche minimo, al fatto che risulta ormai giuridicamente certo che il C.S.M. ha agito illegalmente e che Clementina Forleo è stata vittima di una grave ingiustizia commessa dall’organo che avrebbe dovuto tutelarne l’indipendenza.

4. Si dà l’ennesima prova del fatto che il potere interno alla magistratura è un blocco unico e che vi è una intollerabile commistione di ruoli fra A.N.M. (e dietro l’apparenza di essa, le correnti) e il C.S.M..

5. Ci si lamenta del «sistema disciplinare» tacendo del tutto sul fatto che esso è nelle mani della magistratura e non di imprecisati enti esterni.

6. Si reclama per il C.S.M. un tipo di potere che è ESATTAMENTE quello che vogliono Berlusconi e i politici di potere (di destra e di sinistra).

 

PRIMO.

Nel comunicato, dopo avere premesso che «la sentenza del giudice amministrativo è fondata prevalentemente su ragioni di diritto» - sicché ci si aspetterebbe che poi venissero addotti contro di essa argomenti giuridici - l’A.N.M. si sottrae al confronto sul tema posto – le questioni di diritto – parlando di «interpretazione» della legge da parte del T.A.R., ma non offrendo alcun argomento a favore di una qualche possibile interpretazione diversa.

Si sostiene soltanto che l’«interpretazione» del T.A.R. determinerebbe «una drastica, se non radicale, riduzione dell’ambito applicativo della norma in esame» (l’art. 2 della legge sulle guarentigie).

Ognuno potrà considerare se sia accettabile che dei magistrati che sostengono ad ogni piè sospinto di volere difendere le leggi e la costituzione possano addurre come argomento contro una sentenza non che essa violi la legge, ma che applicandola dia luogo a un inconveniente politico: l’impossibilità del C.S.M. di cacciare i magistrati che non gli piacciono.

E ognuno potrà considerare cosa ci sia di costituzionale in un C.S.M. che vuole essere padrone dei magistrati e libero di cacciarli al di fuori di specifiche previsioni di legge solo perché non gli piacciono.

Che l’A.N.M. non tenga in alcuna considerazione il tenore oggettivo della legge emerge peraltro clamorosamente dal brano del comunicato nel quale si dice: «Inoltre, secondo il TAR la norma sarebbe applicabile solo nei casi in cui sia venuta meno l’imparzialità o l’indipendenza del magistrato e non nelle fattispecie di effettiva lesione del prestigio».

I capi dell’A.N.M. scrivono che «secondo il T.A.R.» - e dunque non secondo la legge – l’art. 2 sarebbe applicabile «solo nei casi in cui sia venuta meno l’imparzialità o l’indipendenza del magistrato e non nelle fattispecie di effettiva lesione del prestigio».

Ma ognuno potrà verificare se questo sia «secondo il T.A.R.» o secondo la legge semplicemente leggendo la norma in discussione (art. 2 del R.D.L.vo 31 maggio 1946, n. 511), che recita testualmente:

«I magistrati (…) non possono essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni, se non col loro consenso.
Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni (…) quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialita»
.

Come si vede, la legge e chiarissima nel fare riferimento solo alla «indipendenza e imparzialità» e non c’entra proprio nulla l’asserita «interpretazione» del T.A.R. della quale si parla pretestuosamente nel comunicato dell’A.N.M..

Per di più che il riferimento alla «lesione del prestigio» che il C.S.M. e l’A.N.M. vorrebbero utilizzare come alibi per cacciare i magistrati sgraditi al potere non solo non ci sia nella norma, ma sia espressamente non voluto dalla legge è provato dal fatto che quel riferimento era contenuto nella versione precedente della norma, che è stata modificata dal legislatore.

Sicché “interpretare” (???!!!) la norma come vorrebbe il potere interno significa con ogni evidenza violare la legge, facendo finta che la modifica fatta dal legislatore nel 2006 non ci sia stata.

Il testo precedente della norma diceva che i magistrati potevano essere trasferiti «quando, per qualsiasi causa anche indipendente da loro colpa, non possono, nella sede che occupano, amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario».

Ora il riferimento al «prestigio dell’ordine giudiziario» non c’è più. Sarebbe bello che i magistrati che governano l’A.N.M., invece di fare equivoci riferimenti alle «interpretazioni» del T.A.R., dicessero come deve essere intesa questa modifica.

Nello stesso comunicato si sostiene che sarebbe sbagliata l’«interpretazione» del T.A.R., «in base alla quale la nuova disciplina dell’art. 2 della legge sulle guarentigie non consentirebbe il trasferimento di ufficio di un magistrato per condotte “colpevoli”, anche nelle ipotesi in cui tali comportamenti non costituiscano illecito disciplinare».

Dunque, secondo i magistrati che governano l’A.N.M. e il C.S.M. si dovrebbe ritenere che l’art. 2 consenta il trasferimento dei magistrati anche per condotte “colpevoli”, ma che non costituiscono illecito disciplinare.

Al di là di quanto ho già scritto nell’articolo “Il Movimento per la Giustizia il potere e la legge” per dimostrare l’illogicità e l’incostituzionalità di un tale assunto, bisogna chiedere a questi magistrati come dovrebbe essere interpretata, secondo loro, la modifica dell’art. 2 fatta dal legislatore nei termini che seguono:

- testo anteriore alla riforma del 2006: «Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni (…) quando, per qualsiasi causa anche indipendente da loro colpa …»

- testo successivo alla riforma del 2006 e attualmente in vigore: «Essi tuttavia possono, anche senza il loro consenso, essere trasferiti ad altra sede o destinati ad altre funzioni (…) quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa».

Come può constatare chiunque non eserciti il potere interno nell’A.N.M. e nel C.S.M., il legislatore ha tolto un “anche”. Prima era «anche indipendentemente da loro colpa» oggi è solo «indipendentemente da loro colpa». E sembra abbastanza incontrovertivile che i casi in cui c'è colpa non possono essere ritenuti «indipendenti da loro colpa».

Dunque, chiunque non eserciti il potere interno all’A.N.M. e al C.S.M., anche se non esperto di cose di legge, può comprendere come sia certo che quello che i capi dell’A.N.M. pretendono è ciò che la legge CERTAMENTE VIETA e che quello che i capi dell’A.N.M. vogliono fare passare come opinabile “interpretazione” della legge è, invece, il chiaro e univoco testo della legge.

 

SECONDO.

A fronte di queste evidenze di diritto, i capi dell’A.N.M. non offrono alcun contrario argomento di diritto, ma adducono soltanto che così loro e i loro compagni di corrente al C.S.M. non potranno esercitare il potere di cacciare i magistrati sgraditi.

Applicano, in sostanza, categorie tipiche del potere politico contemporaneo: non importa cosa dice la legge, importa ciò che noi vogliamo fare. Se la legge ce lo impedisce, si tratta di cambiarla (i politici) o di violarla (i magistrati, che non hanno il potere di cambiarla).

Inutile chiedersi se questo modo di ragionare abbia anche solo qualcosa di accettabile da parte di chi fa il magistrato.

 

TERZO.

Nonostante risulti ormai clamorosamente evidente che la cacciata di Clementina Forleo, fatta con ogni strepito sui giornali, propagandandola come atto in difesa della legge, è stato un atto illegale, gravemente ingiusto nei confronti della collega, manca nel comunicato dell’A.N.M. qualunque riferimento autocritico.

Risulta provato, in sostanza, che il C.S.M. ha agito illegalmente. E l’unica cosa che fa l’A.N.M. è rivendicargli poteri che non ha.

Si tratta anche in questo caso di una condotta esattamente identica a quella dei politici che, messi dinanzi all’illegalità delle loro condotte, ne rivendicano le ragioni politiche: “E’ vero che abbiamo violato la legge, ma non lo avessimo fatto non avremmo potuto …”.

Fa una notevole impressione dovere prendere atto che, come ho detto, il potere interno alla magistratura ha la stessa anima di quello esterno del quale si finge, al bisogno elettorale, antagonista.

 

QUARTO.

L’assoluto silenzio e la totale indifferenza sulla illegalità commessa dal C.S.M. e la rivendicazione contro la legge di un potere che il C.S.M. non ha danno l’ennesima prova del fatto che il potere interno alla magistratura è un blocco unico e che vi è una intollerabile commistione di ruoli fra A.N.M. (e dietro l’apparenza di essa, le correnti) e il C.S.M..

Il potere interno alla magistratura è un potere monolitico e non dialettico. Per tante ragioni e anche per questa, per niente democratico.

 

QUINTO.

Scrivono i capi dell’A.N.M. che saremmo «in presenza di un sistema disciplinare che continua a sanzionare prevalentemente condotte di scarso rilievo e registra, invece, inaccettabili ritardi di iniziativa in relazione a comportamenti e situazioni di rilevante gravità».

Fingendo di ignorare che il “sistema disciplinare” è in mano ai magistrati, sia per la parte relativa al promuovimento dell’azione (che compete al Procuratore Generale della Cassazione), sia per la parte relativa al giudizio (che compete al C.S.M.).

Surreale è il brano: «Si è discusso spesso in questi mesi, anche all’interno della magistratura, della necessità di un intervento da parte del C.S.M. su situazioni di opacità, su quelle “zone grigie” che appannano l’immagine e il prestigio della magistratura. E su tale questione la Giunta Esecutiva Centrale è sempre [???!!!] stata ferma nel richiedere a gran voce, al Consiglio Superiore e ai titolari dell’azione disciplinare, interventi tempestivi».

Evidentemente le discussioni di cui parlano i vertici dell’A.N.M. devono essere state segretissime, perché è sotto gli occhi di tutti che le uniche vere richieste di intervento fatte dalla G.E.C. al C.S.M. e ai titolari dell’azione disciplinare hanno riguardato i colleghi scomodi, cacciati nei noti modi.

Non risultano, per esempio, fra le tante possibili, accorate richieste di intervento in ordine alla illegittima avocazione di “Why not” o alle decine di situazioni molto incresciose che sono sotto gli occhi di tutti e vengono denunciate da tanti, rispetto alle quali della G.E.C. si nota solo l’ostinato silenzio.

 

SESTO.

Sostengono i capi dell’A.N.M.:
«In definitiva, noi riteniamo che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non siano salvaguardate allorché il Consiglio Superiore della Magistratura venga privato di un fondamentale strumento di iniziativa autonoma».

E’ del tutto incomprensibile perché il fatto che il C.S.M. non possa cacciare quando e come gli pare i magistrati scomodi e/o sgraditi lederebbe «l’autonomia e l’indipendenza della magistratura».

C’è qui la prova più evidente della mistificazione del concetto di indipendenza della magistratura portata avanti da anni dai responsabili del potere interno.

L’indipendenza difesa dalla Costituzione è quella dei singoli magistrati, che devono potere giudicare con indipendenza i singoli casi a loro sottoposti.

Dunque, viola l’indipendenza dei magistrati la pretesa dei politici al potere di impedire a questo o quello di loro di giudicare in maniera giusta questo o quel caso.

L’indipendenza difesa dai capi del potere interno non è l’indipendenza dei singoli magistrati, ma l’indipendenza della corporazione. L’indipendenza del loro personale potere dagli altri poteri.

Dunque, secondo i capi del potere interno, loro devono potere cacciare questo o quel magistrato sgradito e/o scomodo.

Proprio come farebbe il potere politico esterno.

Ciò che i capi del potere interno rivendicano è in sostanza la pretesa di fare loro ciò che vorrebbero fare gli altri.

I capi dell’A.N.M. e i loco compagni di corrente al C.S.M. vogliono un potere come quello che vuole Berlusconi e un C.S.M. come lo vuole Berlusconi. Solo che Berlusconi (ma anche D’Alema e gli altri) vorrebbe essere lui a capo di quel potere e di quel C.S.M. e i capi del potere interno ci vogliono restare loro.

Ma la natura intrinseca del potere e le sue concrete conseguenze – esiziali – per l’indipendenza dei magistrati sono assolutamente identiche per entrambi i blocchi di potere.

Scrivono i capi dell’A.N.M. nel comunicato:
«Si è discusso spesso in questi mesi, anche all’interno della magistratura, della necessità di un intervento da parte del CSM su situazioni di opacità, su quelle “zone grigie” che appannano l’immagine e il prestigio della magistratura».

Ognuno può constatare quanto sia fumosa, indeterminata e pericolosamente arbitraria la pretesa dei vertici del potere interno di potere cacciare chiunque – A LORO INSINDACABILE GIUDIZIO, mancando una predeterminazione legale delle fattispecie – «appanna l’immagine e il prestigio della magistratura».

E come questa sia la stessa cosa che predicano da sempre i capi del potere esterno, che continuano a sostenere di avere “stima e rispetto incondizionato per la stragrande maggioranza dei magistrati che fanno il loro dovere in silenzio” (id est: senza rompere le scatole ai potenti) e di volere cacciare solo “singoli facinorosi che danneggiano l’immagine di tutta la magistratura”.

 

Alla fine di queste considerazioni, a un magistrato restano solo tre domande:

1. Quali differenze culturali, etiche, operative ci sono fra i capi del potere interno alla magistratura e i politici – di destra e di sinistra – che sono portatori di quella cultura dello stato e della legge che si suole chiamare “berlusconismo” (non il potere al servizio della legge, ma la legge al servizio del potere)?

2. Perché dovremmo temere che i “berlusconisti” si impadroniscano definitivamente della giustizia se essi farebbero solo le stesse cose che già fanno i magistrati che stanno ai vertici del potere interno?

3. Perché se le stesse cose che quando le fanno i “berlusconisti” sono ritenute “cattive”, se le fanno i capicorrente dovrebbero essere ritenute buone, se non per quello schema proprio di tutti i regimi, per il quale, essendo il “padrone” buono per definizione e dicendo egli di volere tutto ciò che fa per il bene del popolo, qualunque cosa egli faccia è buona “per definizione”?

C’è una cosa che i capi del potere interno sanno molto bene, perché gli è stata detta in tanti modi: che è molto importante definire esattamente i poteri del C.S.M., perché è possibile che un giorno il potere politico modifichi la composizione del C.S.M. medesimo e se ne impadronisca totalmente.

Ma per delimitare adeguatamente il potere di un eventuale futuro padrone esterno è necessario delimitare il potere anche del padrone interno.

I magistrati al potere interno hanno una tale brama del loro potere, da non accettare questa cosa e, pur di non perdere oggi il loro potere assoluto, sono disposti a lasciare che domani esso cada così com’è nelle mani del padrone esterno.

Se ciò accadesse, chi difenderebbe i magistrati da un potere assoluto e legibus soluto del C.S.M.?

In sostanza, com’è nella logica della questione democratica, si contrappongono due modelli di potere.

Uno è quello disegnato dalla Costituzione, nel quale non è importante “CHI” governa, ma secondo quali regole lo fa.

L’altro è quello proprio dei regimi, nel quale è importante solo chi governa, comunque governi.

Il modello di potere disegnato dalla Costituzione vuole un C.S.M. con regole di condotta ben precise, così che chiunque lo “occupi” (i politici o i capicorrente dell’A.N.M.) esso possa agire solo in difesa della legge.

Il modello di potere rivendicato dai capi dell’A.N.M. e del C.S.M. vuole un C.S.M. con la stessa onnipotenza senza regole dei politici.

Ovviamente, perché i politici lascino i capi del potere interno al comando di una cosa del genere è indispensabile che questi ultimi possano rassicurare i politici sul fatto che provvederanno loro a cacciare i magistrati scomodi.

La battaglia che si sta combattendo è, dunque, una battaglia per il potere fine a se stesso.

Come emerge chiaramente dal comunicato dei consiglieri del Movimento per la Giustizia che ho commentato nell’articolo “Il Movimento per la Giustizia il potere e la legge”, la minaccia che i capi del potere interno fanno ormai esplicitamente è: “Se non accettate di farvi cacciare da noi, verranno a cacciarvi quelli da fuori”.

La risposta banalmente ovvia è: chissenefrega!

Il sogno dei costituenti era che l’art. 107 della Costituzione venisse rispettato: «I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso». E potessero così giudicare con imparzialità quelli di destra e quelli di sinistra, quelli di sopra e quelli di sotto.

Se l’art. 107 deve essere nei fatti abrogato e i magistrati scomodi cacciati, che li caccino Berlusconi o D’Alema, invece che i consiglieri del Movimento per la Giustizia o quelli di Magistratura Democratica o di Unità per la Costituzione o di Magistratura Indipendente è francamente irrilevante, se non per i consiglieri delle varie correnti che potranno oppure no continuare a esercitare il loro potere e passare, magari, un domani, come capitato di recente, dal C.S.M. al ministero ombra del P.D. o dall’A.N.M. a una presidenza di regione o da una Procura Generale alla vicepresidenza di una autority.

E’ notte fonda. Non solo perché queste cose accadono, ma perché vengono addirittura scritte in un comunicato dell’A.N.M. dal tono paradossalmente supponente.

 

di Felice Lima, Giudice del Tribunale di Catania, per toghe.blogspot.com

 

Le grandi promesse di Berlusconi (mai mantenute) dopo il terremoto di San Giuliano

New L'Aquila: una città tutta nuova in 24 mesi, al massimo in 28. La promessa di Silvio Berlusconi nel giorno del dramma abruzzese ha il fascino degli effetti speciali. Il presidente del Consiglio la chiama «new town», termine britannico per indicare gli insediamenti satellite, ma che in italiano ha un grande modello concreto: Milano 2, la prima creatura del Cavaliere, l'inizio della sua epopea. Le frasi pronunciate dal premier a L'Aquila hanno però qualcosa di déjà vu: «Entro due anni gli abitanti riavranno le case». Ricordate? Era lo choc di San Giuliano, il paesino del Molise dove il 31 ottobre 2002 il terremoto si era accanito contro la scuola uccidendo 27 bambini e la loro insegnante. Tre giorni dopo la strage, il premier convocò una conferenza stampa: «Mi sono intrattenuto con degli amici architetti per mettere a punto un'ipotesi di progetto per la costruzione di una nuova San Giuliano».

Anche allora il disegno era quello della new town, la città satellite: «Un quartiere pieno di verde con la separazione completa delle automobili dai percorsi per i pedoni e per le biciclette. Un progetto che potrebbe portare in 24 mesi a consegnare agli abitanti di San Giuliano dei nuovi appartamenti funzionali, innovativi, costruiti secondo le nuove tecniche della domotica».

Non sembrava un'impresa difficile: nel paese colpito gli abitanti erano soltanto 1.163 e gli edifici poche centinaia. «Vorrei in questa occasione dare risposte con dei tempi assolutamente contenuti e certi», ribadì il premier. E tutto il governo mostrava ottimismo, come sottolineò il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu davanti al Parlamento: «Il presidente del Consiglio ha assicurato che entro 24 mesi il comune verrà riconsegnato alla completa e normale fruibilità degli abitanti».

Ma sette anni dopo, la ricostruzione di San Giuliano è ancora lontana dalla fine. E di domotica, ossia di edifici 'intelligenti' ad altissima tecnologia, non se n'è vista proprio. Persino per completare la nuova scuola - questo sì un istituto d'avanguardia, definito 'il più antisismico d'Italia' - di anni ce ne sono voluti quasi sei. Berlusconi ha fatto in tempo a finire il governo, lasciare la poltrona a Romano Prodi e tornare a Palazzo Chigi: è stato lui a presenziarne l'inaugurazione nello scorso settembre. Come è lontano quell'autunno del 2002 quando il premier volò a San Giuliano con il suo architetto di fiducia, quel Giancarlo Ragazzi che è stato uno dei progettisti di Milano 2 nel lontano 1970 e che dieci anni dopo aveva replicato l'opera con Milano 3 di Basiglio, altra new town del Biscione alla periferia del capoluogo lombardo. A dimostrazione del ruolo di progettista di corte, due anni fa Adriano Galliani spiegò a 'L'espresso' di avere nel cassetto un piano di Ragazzi per rifare anche lo stadio di San Siro. L'incarico al 'triplicatore di Milano' fu poi formalizzato dal sindaco molisano nel maggio 2003 assieme all'arrivo delle prime sovvenzioni statali: sei mesi erano già stati bruciati per definire la forma giuridica degli interventi.

A quella data, molte cose erano risorte grazie alla sottoscrizione popolare Un aiuto subito lanciata dal 'Corriere della sera' e Tg5: un complesso scolastico prefabbricato e 150 chalet del 'villaggio provvisorio'. Tutto realizzato in legno e considerato molto funzionale dagli abitanti. Le prime vere case sono state consegnate cinque anni dopo la scossa, quando 500 persone vivevano ancora nel villaggio provvisorio mentre un altro centinaio si era trasferito nei comuni vicini, meno danneggiati. Adesso si marcia verso il settimo anniversario e molte delle palazzine sono ancora un cantiere, con gli enti locali sul piede di guerra per ottenere altri contributi destinati alla 'ricostruzione pesante' del centro storico. Di soldi in realtà ne sono stati spesi tanti. Il Comune ha preventivato un costo di circa 250 milioni di euro. Nei primi cinque anni poco meno di 100 milioni sono andati per rifare le opere pubbliche e le infrastrutture, altri 70 per le case private. Il resto è oggetto del contendere tra sindaci, regioni e governo Berlusconi che nell'ultima Finanziaria ha decurtato le disponibilità. Ma sono in molti a parlare di sprechi nell'uso delle risorse. La Corte dei conti, per esempio, due anni fa ha aperto una istruttoria sulla Regione Molise che aveva ottenuto stanziamenti pari a 700 milioni.

Finora ne sono stati erogati ben 550, spesso investiti in modo discutibile: reti wifi anche per chi vive nei prefabbricati, finanziamenti per il turismo, la sponsorizzazione di un reality show estivo di Mediaset e delle selezioni di Miss Italia. È importante ricordare le dimensioni della tragedia. A San Giuliano nel 2002 ci furono 30 morti, in tutta l'area colpita tra Puglia e Molise i feriti furono 200, gli sfollati 3 mila in provincia di Campobasso e un migliaio in quella di Foggia. Un bilancio drammatico, ma assolutamente non paragonabile con la devastazione dell'Abruzzo dove i morti sono più di 200 e gli sfollati decine e decine di migliaia. Quanti fondi saranno necessari adesso? Il ministro Altero Matteoli ha detto: «A una prima stima, soltanto per l'edilizia e per le abitazioni private i soldi da stanziare si aggirano intorno a un miliardo e 300 milioni di euro, escludendo quello che servirà all'industria». Ma se San Giuliano con i suoi mille abitanti ha preventivato un costo di 250 milioni, come si può pensare di ricostruire tutto il centro storico dell'Aquila con la somma ipotizzata dal ministro? E ancora, la questione dei tempi. Ha dichiarato sempre Matteoli: «Le case che si dovranno abbattere si possono ricostruire in 24 mesi snellendo tutte le procedure. Con i provvedimenti che siamo intenzionati a prendere si potrà fare in due anni». Sicuri? La lezione di San Giuliano è stata inutile? Prima di promettere, forse sarebbe meglio aspettare e capire. Per non illudere chi ha già sofferto tanto.

di Gianluca Di Feo per L'espresso (07/04/09)

Accadrà così anche in Abruzzo?

Il video che potete vedere qui sopra è stato trasmesso da "Le Iene" l'11 ottobre 2007, in occasione del 44° Anniversario del disastro del Vajont.

Preoccupa il fatto che il Presidente del Consiglio si sia detto più volte disinteressato alle indagini della magistratura, e molto più interessato, invece, alla ricostruzione... Mossa elettorale, sincero interesse nei confronti dei sopravvissuti, o forse interesse per l'enorme businnes economico e industriale che si creerà grazie al disastro?

Con queste domande non si intende assolutamente accusare nessuno. Semplicemente si vuole far sì che gli italiani prestino molta attenzione a non commettere nuovamente gli errori/orrori del passato, vigilando costantemente sulla destinazione dei loro soldi...

Berlusconi: 'I terremotati prendano la situazione come se fosse un camping da fine settimana'

RAI E MEDIASET SI SONO RIFIUTATE DI MOSTRARE QUESTA INTERVISTA: uniche TV in tutto il mondo a non averla trasmessa!

I giornali tedeschi lo hanno messo in prima pagina... quelli italiani?

Quelli italiani ci mostrano un Presidente del Consiglio che piange ai funerali, facendo la sua bella scenetta, dopo che nel suo "piano casa" aveva previsto (all'art. 6) l'eliminazione dei controlli relativi proprio al rispetto della normativa in materia antisismica (normativa ora magicamente modificata).

La verità sul ponte di Messina (e sulla società che lo costruirà)

Mentre Berlusconi ribadisce che "il ponte sullo stretto si fa, punto e basta" (avete visto ieri sera AnnoZero? Claudio Fava ha continuato a ripeterlo: "che i soldi del ponte vadano in Abruzzo"; ma il centrodestra si è dimostrato inamovibile: "faremo sia il ponte che l'assistenza ai terremotati"), noi vi proponiamo questo interessante video.

Se ancora non fosse sufficiente, vi ricordiamo (non finiremo mai di ripeterlo, e siamo contenti che Marco Travaglio lo abbia sottolineato anche lui ieri sera), che la società che costruirà il ponte non è certo una società modello, guardate qui:

Ennesima figuraccia di Berlusconi nel mondo: Imbarazzo al vertice Nato

Dopo le due figuracce del 2 aprile (lo show nella foto di gruppo ed il richiamo della Regina) e quella del ieri ("i ministri stavano al cesso"), non poteva certo mancare la figuraccia del giorno...

Ed eccovela, quindi: Berlusconi snobba la Merkel per una misteriosa telefonata (persino i giornalisti ridono di lui e lo prendono in giro... e si distingue chiaramente un "che figura di merda..."). Spazientita, la Merkel alla fine se ne va...

Mediaset mangia spot

Nel pieno della crisi peggiore degli ultimi settant'anni, Silvio Berlusconi predica ottimismo: "Nessun dramma". Effettivamente il Cavaliere ha le sue ragioni per vedere rosa. Il gruppo del presidente del Consiglio può vantarsi di essere riuscito ad aumentare (di poco) la raccolta pubblicitaria (pari a 3 miliardi e 35 milioni di euro) nel 2008. Lo dicono le stime di Nielsen Media che 'L'espresso' pubblica in esclusiva. Secondo questi dati, anche nell'anno in corso la corazzata Mediaset reggerà l'onda della recessione meglio dei competitori. Nonostante l'Auditel in ribasso e la crescita del concorrente Sky, la concessionaria Publitalia, guidata da Giuliano Adreani, riesce ancora a condire di spot i programmi delle reti guidate da Piersilvio Berlusconi e Fedele Confalonieri.

I grandi clienti, come Wind, Infostrada, Barilla, Telecom Italia e Fiat non resistono all'appeal delle reti Fininvest. Nel primo anno del governo Berlusconi i primi 15 inserzionisti del nostro mercato hanno aumentato i loro investimenti su Mediaset di 30 milioni di euro mentre la Rai è rimasta al palo. Eppure le reti Mediaset hanno perso telespettatori sia nel prime time che nell'intera giornata. Proprio quando Mediaset perde colpi, più della Rai, il gruppo del presidente del Consiglio aumenta le quote di pubblicità rispetto a viale Mazzini e agli altri media. La stessa situazione si pose nel 2002 e allora l'opposizione, sulla base di stime parziali, gridò al 'conflitto di interessi'. 'L'espresso' ha provato a ricostruire l'andamento della raccolta pubblicitaria per capire se davvero le aziende del presidente del Consiglio hanno beneficiato di una particolare attenzione delle imprese.

Nielsen: Publitalia aumenta
Il punto di partenza sono i dati contenuti nel monitoraggio effettuato quotidianamente da Nielsen Media, la principale società di ricerche del settore. Nielsen rileva le inserzioni pubblicate o trasmesse per poi ricostruire (in base al listino) il valore dell'investimento del cliente. Le stime fotografano in tempo reale lo stato di salute del mercato pubblicitario e quindi dell'editoria e della televisione.

Cosa dicono i dati? Per i giornali e, in misura minore, per radio, tv e Internet è in corso una gelata senza precedenti. Solo Mediaset e pochi altri (come le radio del Centro-Sud) sembrano beneficiare dell'ultimo scampolo di primavera. Il totale degli introiti derivanti dalla pubblicità commerciale in Italia scende nel 2008 da 8 miliardi e 172 milioni di euro a 7 miliardi e 978 milioni. E invece Publitalia sale, anche se di poco: 3 milioni. La concessionaria del Cavaliere riesce ad aumentare la sua quota di un punto percentuale fino al 38 per cento. La Rai invece sembra vittima di un paradosso opposto. Sipra, la società del gruppo che raccoglie la pubblicità per viale Mazzini lascia sul campo ben 53 milioni di euro.

Il crollo della Rai
Le ragioni di questa Caporetto vanno ricercate in tre fenomeni: lo spostamento di pubblicità da Rai a Mediaset da parte di alcuni grandi investitori; l'incremento maggiore della quota riservata al network berlusconiano e infine l'aumento della pubblicità 'amica', che comprende quella che proviene dall'imprenditore Berlusconi (Medusa, Mondadori e Mediolanum) e quella che viene invece dalle aziende e dalle istituzioni controllate dal governo: ministeri, Poste, Eni ed Enel.

L'effetto di questi tre fattori è ben descritto dai grafici della Nielsen, che raccontano un'Italia nella quale la pubblicità si concentra sempre di più nelle reti radiotelevisive e si focalizza su un solo gruppo. Quello del presidente del Consiglio. Apparentemente stiamo parlando di merendine e automobili, in realtà è in ballo qualcosa di più importante. La pubblicità è la principale fonte di sostentamento non solo delle radio e tv, ma anche dei giornali. Solo chi raccoglie pubblicità oggi ha i mezzi per produrre buona informazione, che costa. La concentrazione del 38 per cento delle risorse nelle mani del colosso televisivo del premier, il contestuale indebolimento della tv pubblica e della carta stampata non incidono solo sul mercato, ma anche sulla quantità e sulla qualità delle fonti alle quali può attingere l'opinione pubblica per informarsi. Ovviamente le aziende inserzioniste non pensano a tutto questo quando pagano per pubblicare o trasmettere uno spot. Pianificano le loro campagne cercando solo di massimizzare il ritorno. Non è colpa loro se in Italia esiste una situazione paradossale determinata dall'oligopolio televisivo e dal conflitto di interessi. Non è colpa loro se devono fare i conti con un presidente del Consiglio che nell'ottobre scorso arriva a dire a un gruppo di imprenditori: "Non capisco come fate ad accettare che i vostri prodotti siano pubblicizzati dalla Rai".

Eppure, nonostante l'enormità del problema della concentrazione della pubblicità nelle mani di un solo gruppo, non si può spiegare questo dato solo come una forma di captatio benevolentiae verso il circolo di potere dominante. Dietro le cifre impressionanti che documentano la presa di Publitalia e quindi di Berlusconi sul sistema di comunicazione italiano c'è un problema strutturale che impedisce una concorrenza ad armi pari.

Le reti Rai, per legge, possono ospitare un quinto degli spot ammessi su Mediaset. Quindi l'agente di Publitalia (oltre a essere pagato con provvigioni più alte) è avvantaggiato rispetto a quello Sipra perché può presentare al cliente un pacchetto più ampio di offerte. La Rai invece deve concentrare i pochi spazi che ha nelle ore di punta, e deve far pagare di più. Non proprio il massimo, per le aziende che hanno pochi soldi da investire in un momento come questo.

La dieta Bondi Per questa ragione, quando il direttore generale Rai Claudio Cappon ha letto la proposta del ministro Sandro Bondi di trasformare una rete pubblica in un canale senza pubblicità, finanziato solo con il canone, è saltato sulla sedia. Alla Sipra stimano che la proposta Bondi produrrebbe un calo secco nel bilancio di circa 400 milioni di euro all'anno. Inoltre si acuirebbe l'asimmetria con Mediaset.

Già in questa situazione Publitalia è destinata ad aumentare il suo vantaggio anno dopo anno, come è accaduto nel 2008. Prendiamo la Barilla. L'investimento totale per le sue campagne basate sulla tradizione e i buoni sentimenti è diminuito di una decina di milioni, ma a farne le spese è stata proprio la Rai, scesa di 11 milioni di euro in due anni mentre Mediaset è salita di ben 4 milioni.

Stesso schema è stato deciso dalla Fiat: taglio (sempre stimato da Nielsen) di 15 milioni di euro in due anni per la Rai e, contemporaneamente, un aumento di 3 milioni per Publitalia che così finalmente supera la concorrenza anche in casa Fiat.

Telefono amico Accanto a investitori sostanzialmente stabili come Ferrero, Unilever e Procter & Gamble, non mancano casi nei quali la Rai guadagna quote, come avviene con Renault e Volkswagen. Ma si tratta di valori poco rilevanti rispetto al vero tesoro degli spot sullo schermo: le telecomunicazioni.

Le aziende di telefonia in questo periodo di crisi sono tra le poche che continuano a investire. Sembra che gli italiani possano fare a meno di tutto salvo che del cellulare. Quando mancano i soldi, ci si muove di meno e si telefona di più anche per ottenere rassicurazione da una voce amica. Gli operatori telefonici continuano a macinare utili e sono tra i pochi in grado ancora di stanziare centinaia di milioni di euro per gli spot.

Secondo le stime Nielsen, per esempio, il gruppo Telecom Italia ha investito 91 milioni su 194 milioni di budget complessivo nelle reti del network guidato da Fedele Confalonieri, mentre la Rai si è dovuta accontentare di 37 milioni. In particolare, nel 2008 è stata la Tim a privilegiare per i suoi spot con Christian De Sica le reti Mediaset, e gli investimenti pubblicitari sono cresciuti da 54 a 60 milioni. Mentre la Rai è scivolata da 24 a 23 milioni.

Anche Francesco Totti, Rino Gattuso e Hillary Blasi sono scesi in campo con il Biscione. Vodafone investe metà del suo budget sulle aziende del premier (89 milioni nel 2008, contro i 73 del 2006): la Rai invece è tornata a quota 29 milioni, dopo un calo di sei milioni nel 2007. Di tutte le aziende telefoniche, però, la più attenta al gruppo Berlusconi è Wind. La società del magnate egiziano Naguib Sawiris, amico del Cavaliere, sempre secondo le stime Nielsen, ha portato alle casse di Publitalia 107 milioni di euro, contro i 43 milioni concessi alla Rai. Nel 2008, rispetto al 2007, stando ai dati Nielsen, Wind avrebbe aumentato di 18 milioni la quota Mediaset e ridotto di 4 milioni quella Rai. Sembra in particolare che Sawiris abbia decretato la sparizione del suo marchio dagli schermi di Raitre dopo un servizio sgradito nella trasmissione 'Report'.

Tra Arcore e viale Mazzini
La forza di Mediaset è lo zoccolo duro di decine di inserzionisti che investono solo sul network fondato dal Cavaliere. In alcuni casi sfruttano le telepromozioni, vietate in Rai (vedi Eminflex e il Gruppo Global, che pagano circa 25 milioni di euro a testa), ma spesso sono spot tradizionali come per Giochi preziosi (18 milioni per Gormiti e altri gadget nelle fasce ghiotte per l'infanzia), Johnson Wax (30 milioni per Raid, Autan e simili) o la Saiwa di Genova (18 milioni).

Questi imprenditori non danno niente a Sipra, o al massimo qualche spicciolo come il consorzio che gestisce il marchio McDonald's, diretto per anni dall'amico del Cavaliere Mario Resca (che paga circa 2 milioni di spot alla Rai e 18 a Mediaset). Anche Microsoft sceglie prevalentemente l'azienda del premier.

Quelli che privilegiano la tv pubblica si contano sulle dita di una mano: Coop (6 milioni), Conad (15 milioni), Lidl (17 milioni) e poi c'è il caso anomalo di Toyota che sprona spavaldo il cavallo di viale Mazzini investendo 30 milioni di euro sulla Rai e zero su Mediaset. Le case automobilistiche più grandi come Opel, Renault e Volkswagen e anche i marchi storici dell'alimentare come Peroni, Lavazza e Danone dividono equamente le quote tra i due colossi dell'etere mentre negli ultimi tempi le aziende del gruppo Berlusconi stanno facendo quadrato attorno alla loro concessionaria.

Medusa, Mondadori e Mediolanum nel 2006 investivano 8 milioni sulle reti Rai per reclamizzare meglio i loro prodotti. Oggi, con la crisi che addenta Publitalia, hanno trasferito gran parte di quei soldi sulle reti Mediaset. Una solidarietà che evidentemente non scatta nella nomenklatura Rai: la casa di distribuzione di Rai cinema, 01Distribution, continua a investire un terzo del suo budget (circa 2 milioni di euro) su Publitalia.

Sky: concorrente e contribuente Tra le aziende più fedeli alle reti del presidente del Consiglio troviamo a sorpresa un concorrente di Mediaset. Anzi 'Il concorrente'. Perché, come testimoniano le telefonate intercettate sull'utenza di Agostino Saccà nel 2007, non è la Rai, ma il gruppo del magnate Murdoch a preoccuparlo.

Secondo Nielsen, Sky nel 2008 ha quasi raddoppiato la sua raccolta da 54 a 90 milioni di euro e nei primi mesi del 2009 la progressione è continuata. Il governo Berlusconi le ha messo molti bastoni tra le ruote. Prima finanziando il decoder digitale terrestre, poi innalzando l'aliquota Iva (un'agevolazione concessa peraltro alla pay tv nel 1991 quando si chiamava Telepiù ed era ancora controllata da Fininvest). Eppure Sky ha ringraziato il premier per la concorrenza agevolata, per le disdette degli abbonamenti e le polemiche, versando senza fiatare diversi milioni di euro nelle casse del suo gruppo.

Nel 2007 e nel 2008 Sky ha pagato 34,5 milioni di euro a Publitalia. Alla Rai nel 2007, secondo Nielsen, ha pagato 360 mila euro. Nel 2008 l'obolo è salito a 3,6 milioni. Nei primi due mesi del 2009 Sky ha continuato a spendere circa 2,8 milioni su Mediaset e 600 mila sulla Rai. E se è vero che molti anni fa l'allora direttore generale della Rai Flavio Cattaneo pose un veto agli spot del concorrente, è vero anche che quel veto è stato cancellato da almeno un paio di anni.

In questi giorni, tra l'altro, si vocifera di un accordo in esclusiva Sky-Publitalia. A dimostrazione del fatto che con Silvio Berlusconi è meglio fare la pace e gli affari. La guerra non conviene.

Il grande freddo
I dati del primo bimestre del 2009 confermano la tendenza di Publitalia a fare meglio degli altri concessionari ma, dopo anni di crescita, per la prima volta il segno meno arriva anche nei conti di Segrate.

A 'L'espresso' risulta che, secondo Nielsen Media, gli spot su Mediaset si sono ridotti del 19 per cento nel primo bimestre. Le altre tv e la carta stampata però vanno peggio. I cali oscillano attorno al meno 30 per cento. Mentre la Sipra della Rai sta andando incontro a un periodo difficilissimo. Mancano all'appello circa 80 milioni di raccolta in due mesi: un crollo del 33 per cento rispetto allo scorso anno. Si naviga a vista. Se una volta le prenotazioni degli spazi da parte dei clienti arrivavano un mese prima, ora si fissano settimana per settimana. In Sipra circola una battuta: se continua così a fine anno mancheranno almeno 400 milioni all'appello e sarà contento il ministro della Cultura Sandro Bondi. La rete senza pubblicità ci sarà davvero. Non per decisione del governo, ma del mercato.

di Marco Lillo per L'espresso (12/03/2009)

Il 'piano casa' che non c'è

Foto: flickr.com/photos/tarakellysshutterbug

Berlusconi ha parlato, ha tracciato la linea, il piano casa si farà. Subito i suoi sottoposti si sono affannati in affermazioni impegnative "è un fatto concreto", " sarà un volano della ripresa economica" ed ancora "noi concreti, opposizione parolaia e catastrofista".
Giudizi positivi anche da artigiani e architetti, giudizi positivi non casuali.
Con il Piano Berlusconi si potrà procedere ad ampliamenti fino al 35% della volumetria, oppure ad abbattere e ricostruire palazzi.
Le stime parlano di 5/6000 alloggi in Italia. E detto questo potremmo chiudere qui. Come fa a chiamarsi pomposamente Piano casa un piano che riguarda 5.000 alloggi ?

Destinati poi a chi? A coloro che "poverini" vivono in ville e che hanno lo spazio per allargarsi? A quella rendita immobiliare che acquista o detiene immobili in degrado e che potrà costruire il 35% in più mettendo dei doppi vetri?

Ma allora in Italia non c'è precarietà abitativa, allora non è vero che 630.000 famiglie sono in graduatoria ed attendono una casa popolare, così come è una pura invenzione della sinistra che l'80% degli sfratti siano per morosità (ma lo dice anche il Ministero dell'interno), catastrofisti?

No la realtà è quella che conosciamo, solo che Berlusconi ha deciso che il piano straordinario degli ex Ministri Ferrero e Di Pietro non andava bene e che quelle risorse, 550 milioni derivanti dalla lotta all'evasione e all'elusione, dovevano essere usati meglio: per allargare ville e sostenere la rendita immobiliare che in questo momento è in difficoltà (!!)

Ma il Piano casa straordinario - predisposto dagli ex Ministri Ferrero e Di Pietro, con l'assenso di Comuni e Regioni e il sostegno esplicito dei sindacati degli inquilini- che Berlusconi ha inteso smantellare cosa prevedeva?
Il Piano straordinario varato durante il Governo Prodi era derivato dalla legge 9 del 2007. La legge prevedeva che attraverso un tavolo di concertazione nazionale, presenti tutte le realtà interessate, si definisse un documento con le proposte per attivare finalmente politiche abitative degne di tale nome.

Le proposte inserite nel documento conclusivo, firmato da tutti i partecipanti prevedevano tra l'altro un piano straordinario indirizzato prioritariamente al passaggio da casa a casa per gli sfrattati e successivamente la predisposizione di un piano strutturale triennale.

Il Piano straordinario fu finanziato con 550 milioni di euro derivanti dal famoso tesoretto creato dalla lotta all'evasione e doveva servire a finanziare interventi di Comuni e Iacp/ Ater/Aler per recuperare o acquistare o costruire alloggi di edilizia sovvenzionata ( case popolari pubbliche a canone sociale).

I Comuni e gli Iacp /Ater/Aler, di concerto con le Regioni definirono un piano che prevedeva la realizzazione di 12.000 alloggi, di questi il 75% sarebbero derivati dal recupero di alloggi di proprietà di Iacp/Ater/Aler e di Comuni inutilizzati e in degrado.

Quindi con il Piano straordinario non si avviava nessuna cementificazione del territorio bensì l'utilizzo pieno dell'esistente ma lasciato sfitto nonostante si trattasse di case popolari.

Per un dovere di trasparenza, nonché per espressa richiesta dell'allora Ministro Ferrero, il sito del Ministero della solidarietà sociale pubblicò l'elenco completo con l'indicazione della città, della via, del numero di alloggi e del costo del recupero degli alloggi interessati dal piano straordinario.

Si trattava - pur con numeri ridotti e ancora in maniera largamente insufficiente - della ripresa di un intervento pubblico nel settore abitativo, in particolare con un piano destinato esclusivamente ad ampliare l'offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica a canone sociale.

Per sottolineare l'importanza basta ricordare che in Italia nel 1984 si costruivano 36.000 case popolari mentre dal 2004 queste erano circa 2000 all'anno. Il Piano straordinario ne prevedeva il recupero di 12.000 in un anno.

La bontà del piano straordinario, di fatto bloccato con l'avvento del Governo Berlusconi, partiva dal dare nuova centralità al pubblico nel settore abitativo, recuperando e non costruendo ne cementificando il territorio, il tutto con un assenso e una condivisione all'interno di un percorso partecipato con tempi precisi dettati dalla legge 9/2007 che furono pienamente rispettati.

Oggi tutto quel lavoro è stato azzerato, il Governo Berlusconi avendo bloccato il Piano straordinario dei Ministri Ferrero e Di Pietro non ha avuto a disposizione alloggi per garantire il passaggio da casa a casa per gli sfrattati ed è stato costretto ad una nuova proroga degli sfratti.

Ma le proroghe sfratti non rappresentano il diritto alla casa, neanche il Piano casa di Berlusconi rappresenta il diritto alla casa.

Oggi mentre continuano ad esserci in Italia oltre 20.000 case popolari chiuse e in degrado ( 2500 solo a Milano), 630.000 famiglie in graduatoria, e un aumento considerevole delle richieste di esecuzioni di sfratto, 65.000 nei primi sei mesi del 2008, e degli sfratti eseguiti, oltre 12.000 sempre nel primo semestre 2008 ( fonte Ministero dell'interno), qualcuno pensa che con l'allargamento delle ville e con 5/6000 alloggi di privati si rilancia l'economia e si da casa...

di Massimo Pasquini della segreteria di Roma e del Lazio dell'Unione inquilini e già collaboratore del Ministro Ferrero, per Aprileonline

 

NO ALLA LEGGE CONTRO IL TERRITORIO

FIRMATE L'APPELLO SU REPUBBLICA.IT

 

Fallisce il progetto berlusconiano di revisione della storia e della cultura

Immagine realizzata da Il Blog Senza Nome

Forse la notizia vi arriverà con due giorni di ritardo, ma l'abbiamo appresa solo in questi minuti: Ovopedia chiude i battenti.

Il progetto fascista-piduista che prevedeva la sostituzione di wikipedia e delle altre enciclopedie online con un'enciclopedia fatta di soli video di brevissima durata (per attirare soprattutto i giovani e renderli ancor di più teledipendenti), è ufficialmente fallito.

Ovo s.r.l., controllata al 47% da Fininvest e al restante 53% da una holding lussemburghese (strettamente legata a Fininvest) di Andrea Pezzi (ex vj di Mtv, vicinissimo a Forza Italia e adempto della c.d. "setta ontopsicologica": Hitler, scriveva Antonio Meneghetti, ideatore di questa setta, voleva semplicemente "salvare e purificare il mondo"), ha registrato a fine 2008 perdite pari a 4,8 milioni di euro, ed è stata posta in liquidazione.

Dietro al progetto, anche Marcello Dell'Utri, il vero artefice della collaborazione di Antonio Meneghetti ad Ovopedia. Singolari, per non dire vomitevoli, i primi filmati realizzati su poker, strage di piazza Fontana, Hitler e Stalin: basti accennare, in questa sede, che Hitler veniva descritto in Ovopedia quale "leader dal fortissimo carisma personale e dalle straordinarie virtù di oratore" ed il Mein Kampf un innocente testo in cui Hitler afferma che "l’attuale declino della Germania dipende da un complotto dei comunisti e degli ebrei volto a seminare discordia e indebolire l’economia del paese"; unico giudizio morale sul personaggio: è stato una figura controversa del '900.

Per darvi l'idea di quanto sconcertante ed eversivo fosse il progetto, vi invitiamo, se ne avete lo stomaco, a guardare il video di Ovopedia relativo alla voce dedicata alla strage di Piazza Fontana, e a leggere l'articolo che avevamo pubblicato a settembre u.s.

Il fallimento del progetto è un evento importantissimo verso la (reale) democrazia e (vera) libertà di pensiero dei cittadini, già messa continuamente in dubbio da TG, programmi di "approfondimento" e persino giornali (compreso il maggior quotidiano nazionale). E' un peccato che di tale progetto eversivo, di violenza sulle menti dei cittadini (ed in particolar modo dei giovani) non abbia trovato spazio sui quotidiani, se non su L'espresso, grazie ad un articolo del 2008 firmato Peter Gomez.

Separazione delle carriere e limiti alle intercettazioni telefoniche (Bruno Tinti a RaiTre)

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L’ex magistrato Bruno Tinti affronta insieme a Corrado Augias a Le Storie - Diario Italiano, i punti caldi della riforma della giustizia.

Salvatore Borsellino, a Piazza Farnese

 

Segnalato da Desiree, dello staff di 19luglio1992.com;

un suggerimento: GUARDATE QUESTO VIDEO!!

 

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Le dimissioni di Veltroni... interpretate da Maurizio Crozza

da Ballarò del 17/02/2009

Caso Englaro: La Commissione Internazionale di Giuristi contro Berlusconi

 

Di seguito il comunicato stampa in lingua italiana dell'International Commission of Jurists (ICJ - www.icj.org):

 

La Commissione Internazionale di Giuristi (International Commission of Jurists – ICJ) ha denunciato oggi le iniziative del Presidente del Consiglio dei Ministri Italiano, On. Silvio Berlusconi, volte a disattendere le decisioni della Corte di Cassazione di permettere l’interruzione dei mezzi di sostentamento artificiale di Eluana Englaro.
Un grave conflitto di poteri si è prodotto lo scorso venerdì 6 febbraio, quando l’On. Berlusconi ha prodotto un Decreto Legge che avrebbe prevenuto il padre della Sig.na Englaro dal rimuovere il tubo che la alimenta artificialmente, nonostante le decisioni della Corte di Cassazione che lo autorizzavano a tale azione. Il Presidente della Repubblica, On. Giorgio Napolitano, si è rifiutato di firmare il Decreto Legge sulla base che i requisiti di “straordinaria necessità ed urgenza” dell’articolo 77 della Costituzione Italiana non erano stati soddisfatti, che la legislazione d’emergenza non possa essere usata per la risoluzione di un singolo caso, e perché tale misura avrebbe interferito con la decisione definitiva del potere giudiziario.
L’ICJ accoglie positivamente il rifiuto del Presidente della Repubblica di firmare il Decreto Legge. L’ICJ condanna in particolare il tentativo di usare il Decreto Legge come strumento per disattendere la decisione definitiva del potere giudiziario in violazione del principio di separazione dei poteri e dell’indipendenza della magistratura, riconosciuti internazionalmente come capisaldi dello Stato di Diritto e della democrazia.
“L’autorità dell’Esecutivo, anche attraverso l’invocazione di poteri speciali o emergenziali, non deve mai essere usata per disattendere decisioni finali della magistratura. Gli organi della magistratura hanno emesso una decisione finale sulle prerogative del Sig. Englaro di permettere la rimozione del tubo d’alimentazione artificiale della figlia, e la separazione dei poteri comporta che sia il Governo che il Parlamento debbano rispettarla,” ha detto Róisín Pillay, Legal Officer per l’Europa all’ ICJ.
L’ICJ è inoltre preoccupata per le iniziative di chiamare sessioni speciali del Senato e della Camera dei Deputati allo scopo d’approvare, nel termine di pochi giorni secondo le notizie, una legge sull’interruzione dell’alimentazione ed idratazione artificiale in situazioni di stato vegetativo irreversibile, con una procedura accelerata. L’ICJ considera che il Parlamento, prima di passare leggi che possano interferire con diritti fondamentali, deve decidere sulla questione attraverso procedure democratiche, permettendo una discussione pubblica e trasparente e commenti integrativi.

 

Il veleno nichilista che anima il regime

Viviamo un momento politico-costituzionale certamente particolare. Questo non è in discussione, sia presso i fautori, sia presso i detrattori del regime attuale. Non sarà fuori luogo precisare che, in questo contesto, la parola regime vale semplicemente a dire - secondo il significato neutro per cui si parla di regime liberale, democratico, autoritario, parlamentare, presidenziale, eccetera - "modo di reggimento politico" e non ha alcun significato valutativo, come ha invece quando ci si chiede, con intenti denigratori espliciti o impliciti, se in Italia c'è "il regime". Ma che tipo di regime? Questa è la domanda davvero interessante.

Alla certezza - viviamo in "un" regime che ha suoi caratteri particolari - non si accompagna però una definizione che dia risposta a quella domanda. Sfugge il carattere fondamentale, il "principio" o (secondo l'immagine di Montesquieu) il ressort, molla o energia spirituale che lo fa vivere secondo la sua essenza. Un concetto semplice, una definizione illuminante, una parola penetrante, sarebbero invece importanti per afferrarne l'intima natura e per prendere posizione.

Le definizioni, per la verità, non mancano, spesso fantasiose e suggestive. Anzi sovrabbondano, a dimostrazione che, forse, nessuna arriva al nocciolo, ma tutte gli girano intorno: autocrazia; signoria moderna; egoarchia; governo padronale o aziendale; dominio mediatico; grande seduzione; regime dell'unto del Signore; populismo o unzione del popolo; videocrazia; plutocrazia, governo demoscopico. Si potrebbe andare avanti. Si noterà che queste espressioni, a parte genericità ed esagerazioni, colgono (se li colgono) aspetti parziali e, soprattutto, sono legate a caratteri e proprietà personali di chi il regime attuale ha incarnato e tuttora incarna.

Ed è una visione riduttiva, come se si trattasse soltanto di un affare di persone; come se, cambiando le persone, potesse cambiare d'un tratto e del tutto la trama della politica. Invece, prassi, mentalità e costumi nuovi si sono introdotti partendo da lontano; sistemi di potere e metodi di governo sono stati istituiti. Un regime non nasce di colpo, va consolidandosi e forse andrà lontano. È un'illusione pensare che ciò che è stato ed è possa poi passare senza lasciare l'orma del suo piede. La questione che ci interroga è quella di cogliere con un concetto essenziale, comprensivo ed esplicativo di ciò che di oggettivo è venuto a stabilizzarsi e a sedimentare nella vita pubblica e che opera e opererà in noi, attorno a noi e, forse, contro di noi. Se, parlando di regime oggi, è inevitabile che il pensiero corra a ciò che si denomina genericamente "berlusconismo", dobbiamo tenere presente che qui non si tratta di vizi o virtù personali ma di una concezione generale del potere che si irraggia più in là.

Colpisce che tutti i tentativi per arrivare a cogliere un'essenza - giusti o sbagliati che siano - si fermino comunque ai mezzi: denaro, televisione, blandizie e minacce, corruzione, seduzione, confusione del pubblico nel privato e viceversa, impunità, sondaggi, eccetera. Ma tutto ciò in vista di quale fine? Proprio il fine dovrebbe essere ciò che qualifica l'essenza di un regime politico, ciò che gli dà senso e ne rende comprensibile la natura. Se non c'è un fine, è puro potere, potere per il potere, tautologia. Ma qui il fine, distinto dai mezzi, è introvabile.

A meno di credere a parole d'ordine tanto generiche da non significare nulla o da poter significare qualunque cosa - libertà, identità nazionale, difesa dell'Occidente, innovazione, sviluppo, o altre cose di questo genere - il fine non si vede affatto, forse perché non c'è. O, più precisamente, il fine c'è ma coincide con i mezzi: è proteggere e potenziare i mezzi. Una constatazione davvero sbalorditiva: un'aberrazione contro-natura, una volta che la politica sia intesa come rapporto tra mezzi e fini, rapporto necessario affinché il governo delle società sia dotato di senso e il potere e la sua pretesa d'essere riconosciuto come legittimo possano giustificarsi su qualcosa di diverso dallo stesso puro potere.

A parte forse l'autore della massima "il potere logora chi non ce l'ha", nessuno, nemmeno il Principe machiavelliano, ha mai attribuito al potere un valore in sé e per sé stesso. "Il fine giustifica i mezzi" è uno dei motti del machiavellismo politico; ma che succede se "i mezzi giustificano i mezzi"? È la crisi della ragion politica, o della politica tout court. È il trionfo della "ragione strumentale" nella politica.

Siamo di fronte a qualcosa di incomprensibile, inafferrabile, incontrollabile, qualcosa all'occorrenza capace di tutto, come in effetti vediamo accadere sotto i nostri occhi: un giorno dialogo, un altro scomuniche; un giorno benevolenza, un altro minacce; un giorno legalità, un altro illegalità; ciò che è detto un giorno è contraddetto il giorno dopo. La coerenza non riguarda i fini ma i mezzi, cioè i mezzi come fini: si tratta di operare, non importa come e con quale coerenza, allo scopo di incrementare risorse, influenza, consenso.

Il politico adatto a questa corruzione della vita pubblica è l'uomo senza passato e senza radici, che sa spiegare le vele al vento del momento; oppure l'uomo che crede di avere un passato da dimenticare, anzi da rinnegare, per presentarsi anch'egli come uomo nuovo. È colui che proclama la fine delle distinzioni che obbligherebbero a stare o di qua o di là.

Così, si può fingere di essere contemporaneamente di destra e di sinistra o di stare in un "centro" senza contorni; si può avere un'idea, ma anche un'altra contraria; ci si può presentare come imprenditori e operai; si può essere atei o agnostici ma dire che, comunque, "si è alla ricerca"; si può dare esempio pubblico della più ampia libertà nei rapporti sessuali e farsi paladini della famiglia fondata sul santo matrimonio; si può essere amico del nemico del proprio amico, eccetera, eccetera. Insomma: il "politico" di successo, in questo regime, è il profittatore, è l'uomo "di circostanza" in ogni senso dell'espressione, è colui che "crede" in tutto e nel suo contrario.

Questo tipo di politico conosce un solo criterio di legittimità del suo potere, lo stare a galla ed espandere la sua influenza. Il suo fallimento non sta nella mancata realizzazione di un qualche progetto politico. Se egli vive di potere che cresce, anche una piccola battuta d'arresto può essere l'inizio della sua fine. Non sarà più creduto. Per questo ogni indecisione, obbiettivo mancato o fallimento deve essere nascosto o mascherato e propagandato come un successo.

La corruzione e la mistificazione della dura realtà dei fatti e della loro verità è nell'essenza di questo regime. Il rapporto col mondo esterno corre il rischio di essere "disturbato". L'uomo di potere, di questo tipo di potere, non vede di fronte a sé alcuna natura esterna, poiché diventa ai suoi occhi egli stesso natura (naturalmente, lo si sarà compreso, si sta parlando di "tipo ideale", cioè di un modello che, nella sua perfezione, esiste solo in teoria).

Abbiamo iniziato queste considerazioni col proposito di cercare una definizione che, in una parola, condensi tutto questo. L'abbiamo trovata? Forse sì. Non ci voleva tanto: nichilismo, inteso come trasformazione dei fatti e delle idee in nulla, scetticismo circa tutto ciò che supera l'ambito (sia esso pure un ambito smisurato) del proprio interesse. Chi conosce la storia di questo concetto sa di quale veleno, potenzialmente totalitario, esso abbia mostrato d'essere intriso. Ciò che, invece, si fa fatica a comprendere è come chi tuona tutti i giorni contro il famigerato "relativismo" non abbia nessun ritegno, addirittura, a tendergli la mano.

di Gustavo Zagrebelsky, già Presidente della Corte costituzionale, per Repubblica

Riforma della giustizia: in arrivo la cancelleria unica virtuale

Si chiama protocollo Brunetta-Alfano e, già dal nome, non promette nulla di buono. Quello che un paio di giorni fa è stato segnalato dalle colonne di Repubblica è qualcosa di più di un semplice carteggio tra i due ministri, sebbene non sia - per dicitura - né un decreto né un disegno di legge e pertanto non possa essere discusso dagli organi preposti. In parole povere, quello che lo strampalato duo ministeriale ha intenzione di mettere in atto è una rivoluzione informatica del sistema giudiziario italiano: abolite cancellerie e archivi polverosi, la storia processuale di ogni cittadino italiano e tutti gli atti d’indagine (compresi quelli in corso di accertamento) saranno convertiti in bytes e trasferiti in un megaserver unico, sotto la custodia della polizia anziché delle procure della Repubblica- come oggi avviene. Secondo il protocollo firmato lo scorso novembre ma mai illustrato all’Anm e al Csm, si potrà “automatizzare l’alimentazione del registro delle notizie di reato, le intercettazioni e la costituzione del fascicolo del Pm e del Gip”, verrà così predisposta una “porta di dominio attestata presso il ministero della giustizia” tramite cui i dati saranno condivisi dall’intera rete delle forze di polizia.

Se la bontà dell'iniziativa sembra essere rappresentata dalla velocizzazione e dall'accuratezza dello stoccaggio dei dati processuali, il rovescio della medaglia sembra paventare la costituzione di uno stato di polizia a tutti gli effetti. Quello che il Guardasigilli e il ministro della funzione pubblica stanno cercando di mettere in atto, è infatti la creazione di fascicoli virtuali che saranno visibili e accessibili prima di tutto alla polizia di stato e di conseguenza al governo: in questo modo la funzione primaria dei pubblici ministeri verrà di fatto espropriata dell'arma che la rende efficace, vale a dire la garanzia di segretezza degli atti.

Ora, se nessuno mette in dubbio la buona volontà del miniministro di “superare le scartoffie” e accorciare i tempi della nostra giustizia iperprolissa e decisamente fallibile, qualcuno potrà legittimamente obiettare che, per quanto il maxiserver sarà vigilato dalle forze dell’ordine, il suo stesso essere un archivio digitale lo esporrà a continui tentativi di hackeraggio. Non sono infatti nuovi alla polizia informatica determinati programmi in grado di crackare (come si dice in gergo) le password di accesso, né è confortante il fatto che il governo pensi di affidare la gestione tecnica dell’intero sistema non ad ufficiali giudiziari qualificati, bensì ad una società privata, che essendo privata può decidere autonomamente l’organico da predisporre a tali funzioni.

Da parte sua, l’Associazione Nazionale Magistrati si dice “sconcertata” nell’apprendere di questo progetto dalle pagine dei giornali e affida al suo presidente, Luca Palmara, la replica all’esecutivo: “Siamo favorevoli all’informatizzazione, che è da sempre un nostro cavallo di battaglia, ma è altrettanto fondamentale la segretezza degli atti d’indagine, soprattutto nei momenti più cruciali dell’attività investigativa, a partire dalle sue prime battute”. Quello che infatti preoccupa l’Anm, è che in questo modo sarà possibile un controllo continuo delle indagini nel loro divenire.

Chiamateci maliziosi, ma se a questa novità aggiungiamo la potentissima arma del lodo Alfano, è chiaro che questo cosiddetto protocollo permetterà a chi siede sugli scranni più alti di conoscere in tempo reale se esistono indagini che li riguardano in prima persona, vanificando di conseguenza il lungo lavoro di equipe tra pm e polizia giudiziaria. Che dire poi della privacy tanto cara al nostro Padron’ Silvio? Sebbene una razionalizzazione del nostro sistema giudiziario sia decisamente necessaria, non bisogna dimenticare che la rete è molto più fallibile (e fallabile) di un qualsiasi cancelliere di tribunale e che, pertanto, una ristrutturazione in questo senso necessita più che mai regole di ferree, di attendibilità e soprattutto di una grande responsabilità.

Ad oggi la gestione degli atti d’indagine è circoscritta al ristretto gruppo di ufficiali giudiziari che lavora in team con il pubblico ministero; il rischio di fuga di notizie è tangibile - e lo abbiamo constatato più volte - ma , se non altro, in questo sistema bilaterale i possibili responsabili della fuoriuscita di informazioni secretate sono circoscritti e quindi facilmente identificabili. Al contrario, se il protocollo dovesse tradursi in realtà, le probabilità di scovare i responsabili delle violazioni si moltiplicherebbero all’infinito, rendendo perciò impossibile la persecuzione penale dei colpevoli. C’è da dire che una mossa del genere non la aspettavamo proprio dai paladini anti-intercettazioni!

Non se la aspettavano probabilmente nemmeno in via Arenula, dove confermano l’esistenza del protocollo ma smentiscono energicamente l’importanza strategica del megacervellone informatico: il giovane Angelino non avrebbe infatti sufficienti risorse per amministrare un sistema così complicato e la gara di appalto per la gestione dello stesso avrebbe tempi troppo lunghi per poter soddisfare un intervento che si prefigura a breve termine.

Stando però all'intento di riforma del processo penale - che per ora langue sulla scrivania del nostro ministro in pectore - Alfano progetterebbe di incrementare l’efficienza dei pubblici ministeri, obbligandoli all’uso coercitivo dei mezzi telematici, pena il procedimento disciplinare. Insomma, non solo la cancelleria unica diventerà realtà a breve, ma i magistrati faranno meglio ad usufruirne se non vogliono correre il rischio di essere esautorati dai loro incarichi. Una strategia infallibile quindi, che proprio essendo infallibile tradisce la reale paternità di questo provvedimento (che tutto è, fuorché in favore della giustizia): avrebbero dovuto chiamarlo “protocollo Ghedini”, ci avrebbero risparmiato tante illazioni.

di Mariavittoria Orsolato per Altrenotizie

I politici vogliono tanto una riforma della giustizia ma, chissà perché, limitata solo a certi casi

Il sindaco è stato arrestato, l’onorevole è stato iscritto nel registro degli indagati, il ministro è stato intercettato.
Ci vuole una riforma della giustizia. Subito.
Il tribunale della libertà ha deciso che il sindaco (che ha dato le dimissioni) non potrà commettere altri reati di corruzione, motivo per il quale il GIP lo aveva arrestato; e quindi lo scarcera. Dunque il sindaco è innocente, il PM (e il GIP) un persecutore.
Ci vuole una riforma della giustizia. Subito.
Il tribunale ha condannato l’onorevole per favoreggiamento semplice mentre il PM aveva chiesto la condanna per favoreggiamento di mafiosi. Il PM ha commesso un grave errore e l’onorevole è stato ingiustamente perseguitato.
Ci vuole un riforma della giustizia. Subito.
La corte d’appello ha deciso che onorevoli e ministri sono responsabili di corruzione, turbativa d’asta, concussione e favoreggiamento; però ha escluso l’associazione a delinquere. Non avevano progettato di dedicarsi in pianta stabile al malaffare, vi si dedicavano quando capitava. Sono stati perseguitati da una magistratura politicizzata.
Ci vuole una riforma. Subito.

A leggere i giornali e guardare le televisioni sembra che i giudici non facciano altro che processare i politici. Purtroppo non è vero. Sarebbe bello che il malaffare politico venisse effettivamente scoperto, tutto, e sanzionato. Ma più che la punta dell’iceberg non si riesce a trovare. Per il resto del tempo, per il 99 % del tempo, i giudici si occupano di un altro tipo di delinquenti, quelli comuni, i ladri, i rapinatori, gli spacciatori di droga, gli assassini. Si occuperebbero anche di delinquenti border line, gli evasori fiscali, i falsificatori di bilancio, i bancarottieri; ma questi spesso appartengono all’altra categoria di delinquenti, quella dei politici, e allora la legge è congegnata in modo che questi processi non si riescano a fare.

Sicché i giudici si occupano prevalentemente di delinquenti comuni. Li perquisiscono, li pedinano, li intercettano, li arrestano, li processano. Talvolta li condannano, talaltra no. Talvolta il PM chiede al GIP di arrestare quel rapinatore che è stato riconosciuto da tre testimoni mentre un quarto ha avuto dei dubbi; e il GIP non lo arresta perché, dice, le prove della sua colpevolezza non sono poi così sicure. Talvolta dalle intercettazioni si scopre che ci sono altri delinquenti che prima non si conoscevano; e quindi il PM chiede al GIP di arrestarli e il GIP emette il suo bravo provvedimento di cattura. Talvolta il PM chiede al tribunale una condanna a 10 anni per associazione a delinquere e una quindicina di episodi di spaccio; e il tribunale condanna a 5 anni per 10 episodi di spaccio e assolve per l’associazione a delinquere. Talvolta addirittura il PM chiede l’assoluzione: non ci sono prove sufficienti signor giudice; e il giudice assolve.

Tutto questo succede centinaia di volte al giorno in centinaia di tribunali, di corti d’appello, di procure: si chiama amministrazione della giustizia; funziona così. I giudici studiano le carte, interrogano i testimoni, fanno perizie, ascoltano telefoni, insomma fanno il loro lavoro. E poi decidono. E speriamo che decidano bene, come in genere fanno. Qualche volta decidono male, si sbagliano; e il sistema (l’appello, la cassazione, il tribunale della libertà) prova a controllare gli errori. Magari poi il primo giudice non aveva sbagliato, anzi aveva proprio ragione, e sbaglia il secondo. Ma va bene così, quella che conta è l’ultima sentenza. E se è sbagliata? Beh, intanto non lo sappiamo se è sbagliata; e poi è l’ultima, questa è la legge, è questa quella che conta.

Qualcuno ha mai sentito i politici preoccuparsi della necessità delle riforme quando un assassino è stato assolto, un spacciatore scarcerato, un ladro acchiappato e messo in prigione su due piedi? Anzi, quale lassismo, quante pene miti! E la certezza della pena? Con tutti questi condannati e subito scarcerati? E le intercettazioni che hanno permesso di scoprire un intero clan dedito allo sfruttamento di tante povere ragazze violentate e buttate sulla strada? E la retata delle forze dell’ordine che ha arrestato 83 mafiosi e sequestrato un intero arsenale (esibito in bella fila sul tavolo della caserma)? Qui sì che lo Stato ha dato la sua risposta ai poteri criminali: una capillare indagine condotta da …  coordinata da… ha permesso di smantellare etc. etc. Naturalmente a seguito di perquisizioni, sequestri, catture e … e intercettazioni.

Allora. Possibile che nessuno si chieda come mai la “riforma subito” sembra necessaria solo quando i delinquenti su cui si indaga o che si processa sono politici?
Voglio dire: magari una riforma è necessaria; per la verità io, che un poco me ne intendo, potrei indicare varie centinaia di riforme legislative, parecchie decine di assetti organizzativi da adottare domani, anzi oggi. Ma, prima di occuparsi di queste riforme (che ovviamente non hanno nulla a che fare con quelle che i politici illustrano con una sicurezza pari alla loro ignoranza), dovremmo chiederci perché l’idea della “riforma subito” gli viene sempre quando si tratta di un sindaco arrestato, di un onorevole iscritto nel registro degli indagati, di un ministro intercettato.

Il tormentone delle intercettazioni è un buon test che raccomando alla riflessione di tutti.
Allora: le intercettazioni si debbono fare per i reati di corruzione, peculato, concussione e in genere per i reati contro la pubblica amministrazione? Oppure no?.
Ma che razza di domanda è?
Il problema, semmai, dovrebbe essere: le intercettazioni servono per scoprire i reati e incastrare i   colpevoli? Se si, allora si tratta di uno strumento di indagine che deve essere utilizzato sempre; se no, si tratta di un’attività inutile e costosa che dobbiamo abbandonare.
Una volta deciso che le intercettazioni sono uno strumento di indagine utile (non solo nemmeno Berlusconi ha mai detto che si tratta di uno strumento di indagine inutile; ma proprio il fatto che le vuole riservare ai reati di terrorismo e mafia dimostra che anche lui lo sa, che si tratta di strumenti di indagine necessari), porsi il problema dei reati per cui consentire le intercettazioni e di quelli per cui non consentirle significa solo decidere che alcuni reati li vogliamo scoprire e altri no.
Quindi, secondo i nostri politici, va bene scoprire terrorismo e mafia e mettere in prigione terroristi e mafiosi; ma scoprire corruttori, corrotti, falsificatori di bilanci, turbatori d’asta e metterli in prigione, questo no.

Mi pare di sentirli (come ci si abitua a tutto!): “Il punto è che le intercettazioni sono uno strumento invasivo della privacy e dunque solo in casi gravissimi si deve accettare che la vita privata delle persone venga violata. Quindi accettiamo malvolentieri questa aggressione all’intimità dei cittadini per reprimere reati gravissimi; ma non siamo disposti a pagare questo prezzo per reati come la corruzione e le sue sorelline”.

E già; quindi va bene intercettare le comunicazioni dei cittadini per il furto pluriaggravato (3 giovanotti che vanno a rubare le macchine parcheggiate sulla pubblica via – reato di cui agli artt. 110, 624, 625 n. 2 e 7 codice penale); va anche bene intercettare per il reato (una contravvenzione) di molestie (art. 660 codice penale); e poi va bene intercettare per una rapinetta alle poste o per lo spaccio di un centinaio di dosi di coca.

Però, ma che volete che sia una tangente, un finanziamento al partito, un appalto fatto vincere a un amico, un dirigente o un amministratore messo in qualche ente pubblico o sbattuto via da qualche ente pubblico. Robetta, non si può violare la privacy di tanti cittadini che hanno diritto alla tutela della loro vita privata etc. etc..

Ecco, se, prima di pensare alla “riforma della giustizia subito” si cominciasse a pensare “ma perché questi vogliono la “riforma della giustizia subito” solo in certi casi?”, si farebbe qualche passo avanti sulla strada, tanto per cominciare, del voto consapevole. Alle prossime elezioni...
Mah, mi sto spaventando da solo.

di Bruno Tinti, già Procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica a Torino, per Chiarelettere (4/01/09)

I Tg e l'uso politico della paura

Immagine: sbobtv.it

Curioso il monito del ministro della cultura Bondi, che dice basta ai TG "pieni di violenza, alle troppe notizie catastrofiche, i racconti di sangue proposti senza alcuna cautela né considerazione per chi li guarda".

Qualche settimana fa venne resa nota un'inchiesta condotta da Demos, che ha "pesato" le notizie relative alla criminalità trasmesse tra il 2005 e il primo semestre del 2008 dai sei telegiornali nazionali. Il picco che accomuna tutte le reti è in corrispondenza del secondo semestre 2007: quando, annota l'indagine, il numero dei reati era comunque già in calo…

Accade quello che il professor Jonathan Simon analizza nel suo "Il governo della paura": come la percezione della centralità del crimine nella vita sociale contribuisce a ridefinire i poteri del governo, il ruolo della famiglia e della scuola, la posizione dell'individuo nella società: "La guerra alla criminalità… permetteva di ridefinire i programmi politici nei termini di un'efficace prospettiva sicuritaria…".
In questi ultimi anni si è assistito a un vero e proprio uso politico della "paura". Si è puntato sulla paura e il timore del "diverso" identificato con il criminale e il perverso. Per mesi siamo stati "bombardati" da una quantità di "emergenze": Rom, albanesi, romeni, extracomunitari… mettendo in secondo piano le emergenze costituite dalle mafie organizzate.

I notiziari TV sono stati infarciti da storie turpi, efferati delitti in omaggio non tanto a una logica di audience (peraltro tutta da verificare), quanto alla volontà di diffondere una "percezione". Su circa cinquemila notiziari di un anno, il tempo dedicato alla cronaca nera dal 10% del 2003, nel giro di tre anni è più che raddoppiato. Ora chi ha giocato questa carta dice basta alla televisione ansiogena: prima, a novembre, Berlusconi; ora Bondi: è arrivato il tempo delle "buone notizie". La "percezione" che si vuole dare è di segno opposto a quella che fino a poco tempo fa si alimentava.

Questi i fatti. E' un caso (ma il caso non fa mai le cose a caso), che contemporaneamente si sia lasciato morire il Centro d'Ascolto Radicale, unica struttura in grado di documentare in modo quanto l'uso politico della paura e dell'ordine pubblico.

di Valter Vecellio, Vice-Caporedattore del Tg2, per Articolo21

Renato, l'esibizionista

Ci sono diversi modi per mostrare gli attributi. Il più riconosciuto, divenuto ormai un must della macchiettistica, è quello dell'omino nudo in impermeabile che gira per strada per terrorizzare le donne. Lessi una volta sul manuale medico di un mio amico che clinicamente il vero desiderio dell'esibizionista sia quello di essere rassicurato sulla castrazione (ovvero di avere attributi maschili di piccole dimensioni) attraverso lo stupore (spavento; ribrezzo; rabbia, qualsiasi emozione vistosa va bene) del malcapitato (più spesso della malcapitata) che si imbatta in lui.
            
Più o meno allo stesso modo il ministro Renato Brunetta - titolare, vogliamo ricordarlo, di un dipartimento e non di un ministero vero e proprio, che sia cioè dotato di proprie risorse economiche - pare proprio che non riesca a rimanere nel suo orticello e tentando di aumentare mediaticamente i suoi attributi istituzionali si lascia andare spesso e volentieri a dichiarazioni che riguardano l'attività di altri colleghi ministri. Questa sua ... ehm, chiamiamola pure esuberanza - nasce evidentemente dall'ego smisurato del personaggio e da un senso di non sufficiente potenza soltanto in parte mitigato dalla feroce campagna da lui condotta contro i fannulloni del pubblico impiego, che alla fine ha prodotto un provvedimento destinato, almeno per i prossimi tre anni, a mettere in crisi migliaia di famiglie.
                 
Il dl 112, combinato con la finanziaria di Tremonti, infatti, determinerà una secca diminuzione di salari e stipendi in tutti gli uffici pubblici, in particolare in quelli - sembra un paradosso ma è così - che più di altri avevano rivoluzionato la propria organizzazione interna in chiave di processi di lavoro e per questo finalizzato una maggiore mole di risorse economiche per incentivare questa nuova metodologia. In cima a tutti l'Agenzia delle Entrate e l'Inps, che forse non a caso sono gli Enti deputati per legge al controllo e alla lotta all'evasione fiscale e contributiva. Per altro, l'austerity economica imposta dal ministro non riguarda i "Brunetta Boys", gli impiegati cioè del suo dipartimento che, unitamente con gli altri colleghi della presidenza del consiglio, potranno anzi beneficiare di un corposo aumento dello stipendio tabellare grazie ad un artificio tecnico, cioè al travaso tout court del salario incentivante (lo stesso che verrà sospeso per tutto il resto del pubblico impiego) direttamente nella prima voce stipendiale. Così mentre il resto popolazione impiegatizia della P.A. vedrà asciugarsi i propri stipendi - e sarà drammatico per chi è prossimo alla pensione, essendo gli ultimi stipendi quelli di riferimento - i Brunetta Boys dormiranno sonni tranquilli attorno al loro ministro.
                            
Brunetta dunque non contento, non appagato abbastanza dalla sua battaglia contro i fannulloni, i finti malati, etc., ancora una volta l'ha fatta fuori del vaso. Gli è successo già più volte nel recente passato, ad esempio quando inopinatamente si è calato anche nella discussione delle coppie di fatto. Adesso è la volta delle donne, che vorrebbe in pensione più tardi - dice lui - per garantire loro pari opportunità di stipendio e di pensione rispetto ai colleghi uomini. Lui sa bene di averla sparata grossa, ma la spara lo stesso perché in questo cabaret del governo Berlusconi ter l'importante non è tanto fare le cose, ma annunciarle. Perché poi, oltre alla legittima e prevedibile alzata di scudi dal sindacato, stavolta tutto unito in un fermo NO, fino a gli stessi suoi colleghi di governo ( Calderoli : "...brunetto... scherzetto..!" ), c'è sempre qualcuno che gli va appresso. La prima è la Bonino che già si pronunciò a favore del provvedimento quando uscirono le raccomandazioni della corte di giustizia europea - e alla cara Emma consiglieremmo a questo punto un bel giro per l'Italia di oggi invece di starsene a Bruxelles - poi è arrivata anche la Lanzillotta a dare manforte, sia pure sottolineando le sperequazioni attualmente esistenti fra i due sessi in termini di possibilità di carriera e di retribuzioni. Naturalmente, come sempre, la titolare del dipartimento delle pari opportunità Mara Carfagna tace discretamente anche questa volta. Non ha ancora ricevuto istruzioni adeguate.
                
Perché la verità di fondo, come al solito, sta tutta da un'altra parte. Non dobbiamo mai dimenticare che questo è un governo proprietario, dove c'è un premier che decide e tanti soldatini telecomandati ad eseguire. Nella fattispecie il problema è: reperire più fondi possibili per lo tsunami di richieste di ammortizzatori sociali - cassa integrazione e altro - che già sommerge il governo. Fra l'altro c'è una cosa che è passata inosservata ai più, fra le varie pieghe dei provvedimenti fatti da Tremonti: l'unificazione di fatto dei fondi di assistenza (che normalmente vengono finanziati in massima parte direttamente dallo Stato, cioè dalla fiscalità generale) con i fondi di previdenza (costituiti dai contributi previdenziali versati dai lavoratori attivi, che vengono trasformati in pensioni contributive). Il primo aberrante effetto di questo rimescolamento è che in questo modo gli interventi di assistenza sociale graveranno in termini percentuali molto di più sui lavoratori dipendenti che su quelli autonomi, e questo dato da ancora più fastidio se rapportato al completo disinteresse del governo Berlusconi ad intervenire piuttosto in una tassazione delle rendite da capitale che sia uniforme al resto dell'Unione Europea.
          
Il ministro Brunetta dunque, che è laureato in scienze politiche e non economiche, quando si richiama alla UE per ricordare che le donne italiane vanno in pensione troppo presto (e quindi per lui sarebbero addirittura discriminate: ma che genio!) farebbe bene a ricordarsi che altre sono le differenza fra l'Italia dei furbetti e il resto d'Europa. Ma evidentemente per questo ragionamento non ha ricevuto sufficienti istruzioni a riguardo dal suo presidente.

di Stefano Olivieri

L'Italia in Guerra, senza limiti

Alpini italiani

Da gennaio i soldati italiani in Afghanistan combatteranno davvero: non più solo sporadiche azioni difensive, ma anche offensive pianificate. E i nostri cacciabombardieri Tornado potranno anche effettuare i bombardamenti.
E' questa, più che l'invio di rinforzi, la novità scaturita dalla visita romana del capo del Comando Centrale Usa, generale David Petraeus, venuto a ordinare un maggior impegno dell'Italia sul fronte afgano.

I 500 soldati in più di cui ha parlato [l'11/12/2008] il ministro della Difesa Ignazio La Russa (che porteranno il nostro contingente a un totale di 2.800 uomini) era già previsto da mesi allo scopo di creare un secondo Battle Group nel settore Ovest. Nelle prossime settimane il battaglione Feltre (Belluno) del 7° reggimento Alpini della brigata Julia andrà nella provincia 'calda' di Farah, a sostituire un battaglione di Marines Usa che finora ha combattuto i talebani nell'ambito della missione Endurgin Freedom.

Ieri sera il premier Silvio Berlusconi ha spiegato che con il generale Petraeus è stata decisa la rimozione dei caveat per consentire alle nostre truppe "di fare di più". Visto che la restrizione dell'impiego fuori-area solo con preavviso di 72 ore è già stata tolta lo scorso giugno, l'unico limite operativo ancora esistente, e quindi rimovibile, è quello riguardante le regole d'ingaggio. Caduto anche questo, i due Battle Group italiani potranno essere liberamente usati per attaccare i talebani. E i nostri Tornado potranno anche effettuare bombardamenti.

di Enrico Piovesana per PeaceReporter

Zagrebelsky: 'La Carta non è strumento di potere, così Berlusconi torna a Cromwell'

A Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista e presidente emerito della Corte costituzionale, Repubblica chiede di riflettere ad alta voce sul significato e il valore dell'annuncio di Silvio Berlusconi: il premier vuole riformare, con la sua sola maggioranza, il Consiglio superiore della magistratura; separare in due diversi ordini la magistratura giudicante dalla requirente (i pubblici ministeri); un referendum popolare dovrebbe poi confermare entro tre mesi il disegno.
         
"Prima di discutere il merito - dice Zagrebelsky - qualcosa va detto sulle riforme mancate, sulle colpe, le responsabilità dei riformatori finora mancati. Mi definisco un conservatore costituzionale. Penso che il lavoro compiuto all'inizio di un ciclo politico sia sempre più apprezzabile, migliore, di un'attività in corso d'opera. E tuttavia non è che non veda come un grave deficit non aver adeguato i meccanismi di garanzia della Costituzione alle trasformazioni del sistema politico. Ne è un esempio proprio l'articolo 138...".
             
L'art. 138 della Costituzione regola le leggi di revisione della Costituzione.
"Appunto, l'art. 138 prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso raccogliendo il voto della maggioranza e di una parte dell'opposizione".
          
Qual era il significato di questo consenso qualificato?
"Che la Costituzione, la sua manutenzione, le sue modifiche non dovessero essere appannaggio della pura maggioranza. Poi però le leggi elettorali hanno cambiato il sistema politico, polarizzandolo su due sponde e ora chi ha il sopravvento nella competizione elettorale e conquista la maggioranza si fa da sé le riforme costituzionali".

Salvo poi sottoporle a referendum popolare, come ha ricordato Berlusconi.
"Berlusconi ha fatto un discorso piano. Prende atto della disciplina costituzionale, si fa votare la sua riforma con la maggioranza che il sistema elettorale attuale gli ha dato, chiede al referendum l'approvazione definitiva. Anche se ineccepibile, però, questo metodo cambia profondamente l'essenza stessa della Costituzione".
             
Perché, se quel metodo è previsto dalla stessa Costituzione?
"Perché ci sono due nozioni di Costituzione. La prima considera la Costituzione come strumento di chi governa. Per Cromwell, la Costituzione, è appunto Instrument of Government. Siamo qui alla presenza di Platone, Aristotele, Hobbes, Schmitt. Per venire al presente o al passato prossimo, non c'è in Sud America vincitore di elezioni, capo-popolo o colonnello, che non abbia e annunci un suo progetto costituzionale: è lo strumento di cui intende servirsi per esercitare il potere".
   
Qual è la seconda nozione?

"E' la nostra. Qui il riferimento è John Locke. La Costituzione è inclusiva. Non è scritta da chi vince contro gli sconfitti. La Costituzione non si occupa di chi sia il vincitore. Scrive principi per tutti, garantisce i diritti di tutti. Noi siamo figli di questo costituzionalismo. La nostra Carta fondamentale è nata con la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite del 1948, con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà del 1950. La Costituzione italiana si colloca in questa tradizione. E' nata per essere inclusiva, per valere per tutti. Non è uno strumento di potere ma di garanzia contro gli abusi del potere. Berlusconi invece vuole fare il Cromwell. Può essere ancora più chiaro se ritorniamo al 138. Quell'articolo prevede che anche un accordo politico ampio possa essere bocciato da una minoranza del corpo elettorale. Come si sa, il referendum costituzionale non ha il quorum e, se vanno a votare il 20 per cento degli italiani, l'11 per cento può bocciare la nuova legge. Il progetto di Berlusconi capovolge questa logica. Non riconosce al referendum un potere distruttivo, ma pretende che sia confermativo della riforma votata soltanto dalla coalizione di governo. Diciamo che la manovra, di tipo demagogico, manomette la Costituzione, annullando lo spirito di convivenza che la sostiene, e la trasforma in strumento di governo, in strumento di potere".
     
Si può dire che la riforma annunciata non fa che accentuare quella "china costituzionale" di cui lei spesso ha scritto: indifferenza per l'universalità dei diritti, per la separazione dei poteri, per la dialettica parlamentare, per la legalità.

"Sì. Un regime liberale-democratico adotta come principio ciò che dice l'articolo 16 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789: "Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione". Una Costituzione che diventa strumento di potere contraddice la separazione dei poteri. E' quel che sta accadendo. Abbiamo già un Parlamento impotente dinanzi a un governo che impone le sue scelte con il voto di fiducia. Ora è il turno della magistratura".
    
Lei condivide la previsione che la separazione del pubblico ministero dal giudice anticipa la sottomissione della magistratura requirente all'esecutivo?
"Ci sono molti aspetti discutibili nella divisione del Consiglio superiore della magistratura in due, ma uno è chiaro fin d'ora. Se un pubblico ministero non è un magistrato a pieno titolo, che cos'è se non un funzionario dell'esecutivo? E evidente allora che, secondo logica, quel funzionario dovrà dipendere da un'autorità di governo, così pregiudicando l'indipendenza della funzione giudiziaria e cancellando la separazione dei poteri. Mi chiedo: che bisogno c'è?".
     
E' inutile nascondersi che è lo spettacolo offerto dalla magistratura, con il conflitto tra due procure, ad aprire spazi a questi progetti di riforma.
"Lo spettacolo è sgradevole e la situazione in cui versa la magistratura italiana è certamente insoddisfacente. Ma mi chiedo: le proposte che si avanzano eliminano le difficoltà e i difetti o li aggravano?".
     
Qual è la sua opinione?
"Per quel che ho letto, dalle inchieste di Catanzaro sono emersi collegamenti della magistratura con ambienti politici, finanziari, malavitosi. La soluzione che propone il governo - l'attrazione del pubblico ministero nell'area della politica governativa - rafforza quei legami e non elimina quindi le cause delle disfunzioni, mentre bisognerebbe lavorare per rendere effettiva l'autonomia della magistratura dai poteri economici, amministrativi, politici e, naturalmente, criminali. Il disegno di riforma, codificando una dipendenza, avrà un solo effetto: eliminerà la notizia di quei legami, non la loro esistenza. Continueranno a esserci, ma non si vedranno".
      
Quali sono le responsabilità della magistratura in questa crisi?
"Il sistema costituzionale assegna alla magistratura il massimo dell'indipendenza e non sempre questa posizione è stata usata con la responsabilità necessaria. Se le cose funzionano, il merito è della magistratura. Se non funzionano, bisogna dirlo, è della magistratura il demerito".
          
Quali sono le ragioni o le prassi o le convinzioni che inceppano l'autogoverno della magistratura?
"Non c'è dubbio che la formazione di correnti, che all'inizio è stata favorita da un confronto culturale (culturale era il dibattito su come si dovesse interpretare la Costituzione), ha finito per diventare strumento di promozione e di carriera. E' una degenerazione. Se non hai una corrente alla spalle non assurgi a un incarico direttivo. Solo una corrente può proteggerti quando verrai giudicato per i tuoi errori. Mi sembra che l'autonomia non sia stata gestita nel senso per il quale è stata prevista".
                 
Forse anche per questo è largo il consenso per una riforma.
"Ci sono le istituzioni e gli uomini. La migliore Costituzione può essere corrotta da uomini mediocri. Una mediocre Costituzione può funzionare bene con uomini capaci. Credo che la magistratura debba fare un severo esame su se stessa. Se il sistema non funziona, non ne porta anch'essa la responsabilità?".
            
Lei crede che questa riforma costituzionale alla fine si farà davvero?
"Si può sperare che nella maggioranza ci sia qualcuno che si renda conto della delicatezza delle questioni. Sono in gioco le garanzie, i diritti, i principi e l'eguaglianza del cittadino di fronte alle legge. Perché se la giustizia è controllata dalla politica, la funzione giudiziaria diventa strumento di lotta politica. Mi appare incredibile che si vada avanti su una strada così pericolosa e non ci siano voci responsabili che denuncino il pericolo, anche all'interno della maggioranza".
                
Se il governo, come dice Berlusconi, tirasse diritto...
"Siamo in una situazione tristissima. Penso che occorra far breccia nelle convinzioni collettive, spiegare all'opinione pubblica che non si buttano via da un giorno all'altro secoli di storia e di valori civili".

di Giuseppe D'Avanzo per Repubblica

Un Paese di imbecilli?

 

Riportiamo qui di seguito le interessanti parole di Leonardo Coen...

"Imbecille. Dal dizionario Devoto-Oli: “Persona di scarsa intelligenza e con poco buon senso o dal comportamento stupido”.
Infatti. Obama ha telefonato ai leader europei per ringraziarli dei loro messaggi di felicitazione.
Non ha chiamato Berlusconi.
Per il suo comportamento imbecille, presumo. Mi sia consentito l’uso di questa parola, come del resto ha fatto il nostro esimio presidente del Consiglio nei nostri confronti. In un film, qualcuno dava dell’imbecille a Totò e lui gli ribatteva: “Eh no, caro signore, l’imbecille sarà lei!”.
Devo dire che oggi provo ancora più sconcerto e vergogna. Sarà faticoso spiegare ai colleghi stranieri che metà degli italiani si è indignata (l’altra metà, purtroppo, continua a pensare che B. è il nuovo uomo del destino).
Non c’è limite al peggio. O meglio: il peggio non ha proprio alcun limite, la cafonaggine politica trova persino - vedi il Giornale - strenui difensori.
Ieri il pur buon quotidiano moscovita Kommersant aveva la prima pagina occupata quasi per intero da Medvedev (che aveva parlato per 85 minuti davanti all’Assemblea Federale). La notizia della vittoria di Obama era relegata in un minuscolo talloncino. Pessimo giornalismo e prova provata di asservimento al regime..."

 

Nel frattempo, Berlusconi oggi è persino riuscito a litigare con un giornalista USA:

 

 

Bipolarismo all'italiana...

"Una volta ero schizofrenico, mi sono curato. Per fortuna adesso STIAMO bene."
Berlusconi in retromarcia."Mai detto o pensato alla polizia nelle scuole"
 
 
CAP 22-OTT-08 17:00 NNN BERLUSCONI,FORZE DELL'ORDINE CONTRO OCCUPAZIONI/ANSA

“Non permetteremo l'occupazione di università e di scuole, perchè - scandisce con vigore - non è una dimostrazione di libertà, non è un fatto di democrazia ma è pura violenza nei confronti degli altri studenti, delle famiglie, delle istituzioni e nei confronti dello Stato. Convocherò oggi Maroni e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa succedere”.



(ANSA)15:43 NNN - PECHINO, 23 OTT ++ SCUOLA: BERLUSCONI, MAI DETTO NÈ PENSATO A POLIZIA ++

«Io non ho mai detto nè pensato che la polizia debba entrare nelle scuole. Ho detto invece che chi vuole è liberissimo di manifestare e protestare ma non può imporre a chi non è della sua idea a rinunciare al suo diritto essenziale. Ancora una volta c'è stato un divorzio tra i mezzi di informazione e la realtà». È quanto ha detto il premier Silvio Berlusconi tornando alle polemiche dei giorni scorsi sulla scuola da Pechino.
 
 
Fonte: PeaceReporter
 
 

Da Vaccarella a Pecorella - di Marco Travaglio

Nella foto: Berlusconi e il suo legale Pecorella

Fa scandalo che il Parlamento non abbia ancora sostituito alla Corte costituzionale il prof. avv. Romano Vaccarella, già civilista di Previti e Berlusconi, dimissionario da un anno e mezzo. Non fa scandalo invece che il favorito a succedergli sia il prof. avv. on. Gaetano Pecorella, già legale della sinistra extraparlamentare negli anni Settanta, del piduista Bruno Tassan Din negli anni Ottanta e del piduista Berlusconi dagli anni Novanta.

Eppure il giureconsulto milanese è forse il candidato meno indicato per la Corte.

1. Come deputato dal '96 e presidente della commissione Giustizia nel 2001-2006, Pecorella è stato autore o coautore di una serie di leggi ad personam di dubbia costituzionalità.

Una volta, in un lampo di autocoscienza, lo ammise pure lui: "È vero, sono state fatte leggi funzionali a determinati processi. Abbiamo fatto il lodo Schifani, poi dichiarato incostituzionale e che in effetti in qualche parte lo era, per consentire a Berlusconi di governare" (9 ottobre 2004). Sulla legittimità delle altre, la Consulta potrebbe essere chiamata a pronunciarsi in qualsiasi momento. Meglio che lui ne stia alla larga.

2. Nel 2005 passò una legge che portava il suo nome e abrogava il grado di appello, ma solo per il pm. Il presidente Ciampi la respinse al mittente per manifesta incostituzionalità. Pecorella la ripresentò pressoché identica e la Corte la bocciò. Non s'è mai visto l'autore di leggi incostituzionali diventare giudice costituzionale.

3. A luglio, con tutti i parlamentari Pdl, Pecorella ha approvato la legge Alfano che regala l'impunità al premier suo cliente. Nei prossimi mesi, su quella legge, la Consulta dovrà pronunciarsi due volte: sull'eccezione di incostituzionalità sollevata dai giudici di Milano e Roma, e sull'ammissibilità del referendum abrogativo indetto da Di Pietro. Figurarsi l'imbarazzo in cui si troverebbe la Corte se vi sedesse chi ha votato la legge.

4. Pecorella è imputato per un'accusa gravissima: favoreggiamento del primo sospettato delle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Secondo la Procura di Brescia, che nel 2007 ha chiesto il suo rinvio a giudizio prima che il processo passasse per competenza a Milano, Pecorella avrebbe corrotto un pentito di Ordine nuovo, Martino Siciliano, testimone-chiave nei processi per le stragi nere, perché ritrattasse le accuse contro Delfo Zorzi, cliente di Pecorella, imputato per Piazza Fontana (poi assolto con formula dubitativa) e Piazza della Loggia. È stato lo stesso Siciliano a raccontare che Zorzi gli versò 115 mila dollari tramite il suo ex difensore Fausto Maniaci, previo accordo con Pecorella.

Accusa tutta da verificare al processo. Ma forse un giudice costituzionale imputato per favoreggiamento in una storia di stragi potrebbe sembrare eccessivo persino in Italia.

Resta da capire perché l'opposizione non abbia obiettato nulla sul presepe Vaccarella-Pecorella. Si dirà: se passa Pecorella coi voti del Pd, poi passa Violante con quelli del Pdl. Appunto: motivo in più per evitare.

di Marco Travaglio per L'espresso (17/10/2008)

Carnevale in Cassazione. Falcone e Borsellino al cimitero - Marco Travaglio (13/10/08)

...indagando su di lui [su Corrado Carnevale, n.d.BlogSenzaNome] i magistrati di Palermo l'avevano intercettato per un certo periodo e l'avevano sentito, subito dopo la morte di Falcone e Borsellino, parlare di loro con dei suoi colleghi.
Carnevale, in quelle telefonate intercettate, li chiamava - Falcone e Borsellino, i martiri dell'antimafia - "i Diòscuri", come se fossero Castore e Polluce.
Li prendeva in giro, da morti. Diceva che erano "due incapaci, con un livello di professionalità prossimo allo zero".
Chiamava Falcone "quel cretino", "faccia da caciocavallo" - cioè faccia da culo, detto molto chiaramente, è un modo di dire siciliano - e aggiungeva: "io i morti li rispetto, ma certi morti no".
Falcone e Borsellino manco da morti, li rispettava.
Aggiungeva: "a me Falcone non è mai piaciuto". Poi insinuava che Falcone avesse messo sua moglie, Francesca Morvillo morta anche lei a Capaci, nella corte d'Appello di Palermo per far confermare le condanne che Falcone otteneva in primo grado.
Lo accusava di aggiustare i processi, diceva al telefono, per "fregare qualche mafioso". Secondo lui condannare i mafiosi significava fregarli.
Questo lo diceva lui. Tant'è che quando l'hanno interrogato gli hanno chiesto: "ma lei conferma le cose che ha detto?" "Si si, io contro di loro ho un'avversione che non è venuta meno neanche dopo che la mafia li ha ammazzati".
Questo è il soggetto che in base a questa legge è tornato in Cassazione...

L'etica dei palloni gonfiati - Marco Travaglio (06/10/08)

I processi al Cavaliere sono finora 17: 5 in corso (corruzione Saccà, corruzione senatori, corruzione giudiziaria Mills, fondi neri Mediaset, Telecinco in Spagna) e 12 già conclusi, più varie indagini archiviate (6 per mafia e riciclaggio, 2 per le stragi mafiose del 1992-93, ecc.). Ricapitolando, nel dettaglio. Nei 12 processi già chiusi, le assoluzioni nel merito sono solo 3: 2 con formula dubitativa (comma 2 art.530 Cpp) per i fondi neri Medusa e le tangenti alla Finanza (insufficienza probatoria), 1 con formula piena per il caso Sme-Ariosto/1. Altre 2 assoluzioni All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2 - recano la formula il fatto non è più previsto dalla legge come reato: limputato se lè depenalizzato (falso in bilancio). Per il resto: 2 amnistie per la falsa testimonianza sulla P2 e un falso in bilancio sui terreni di Macherio; e 5 prescrizioni, grazie alle attenuanti generiche, che si concedono ai colpevoli, non agli innocenti: All Iberian/1 (finanziamento illecito a Craxi), caso Lentini (falso in bilancio con prescrizione dimezzata dalla riforma Berlusconi), bilanci Fininvest 1988-92 (idem come sopra), 1500 miliardi di fondi neri nel consolidato Fininvest (come sopra), Mondadori (corruzione giudiziaria del giudice Metta tramite Previti, entrambi condannati).

Marco Travaglio

A Catania 140 milioni per evitare la bancarotta. E ai Comuni che rispettano le regole?

Il Comune di Catania è fallito perché i Sindaci, soprattutto il medico di Silvio Berlusconi, Umberto Scapagnini, hanno dilapidato i soldi pubblici.
I nostri Comuni invece rispettano da sempre il patto di stabilità e gli equilibri di bilancio con grandi difficoltà e sacrifici per mantenere, nonostante i continui tagli di risorse, i servizi per i cittadini.

Ora il Governo Berlusconi con il Ministro Tremonti e il Ministro Maroni hanno regalato 140 milioni di euro al Comune di Catania, mentre continuano a tagliare le risorse per i nostri Comuni.
Forza Italia, An e la Lega dei nostri Comuni accettano questa decisione del Governo?
Tocca ancora una volta a noi pagare per i disastri dell’ex Sindaco di Catania, solo perché è il medico di Berlusconi?

Chiediamo che a tutti i Comuni, a cominciare da quelli virtuosi, il Governo dia in proporzione gli stessi soldi che ha dato a Catania.

 

Clicca sull'immagine qui sotto per ingrandire!

catania_140_milioni_1134 

 

Documento firmato da:

Mario Soldano, Sindaco di Cologno Monzese
Gianfranco Massetti, Sindaco di Paderno Dugnano
Giorgio Oldrini, Sindaco di Sesto San Giovanni
Roberto Cornelli, Sindaco di Cormano
Fortunato Zinni, Sindaco di Bresso
Lino Volpato, Sindaco di Cusano Milanino
Angelo Zaninello, Sindaco di Cinisello Balsamo

 

Legge Alfano, buona fede cattivi consigli (Ma non è il Court-Packing Plan!)

Si resta francamente allibiti di fronte alla reazione del Presidente del Consiglio  alla notizia che il Tribunale di Milano, nel giudizio che vede Silvio Berlusconi imputato di frode fiscale in relazione ai c.d. diritti Mediaset,  ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 1 e 7 della legge n. 128 del 2008 (legge Alfano) per contrasto con gli artt. 138 e 136 Cost. Da quel che ho letto in più di un quotidiano egli avrebbe detto: «Sono assolutamente convinto che passerà al vaglio della Consulta», ma in caso contrario «servirebbe una profonda riflessione sulla giustizia…».

Il pensiero del costituzionalista non può non correre alla altrettanto violenta reazione che ebbe il Presidente F.D. Roosevelt dinanzi a due decisioni della Corte Suprema che sembravano mettere in discussione le stesse fondamenta del New Deal. E poiché quattro dei sei giudici che si erano pronunciati per l’incostituzionalità delle leggi volute da Roosevelt erano più che settantenni, egli fece presentare un disegno di legge che poneva gli ultrasettantenni di fronte al seguente dilemma: o dimettersi dalla carica ricoperta oppure sopportare la nomina, da parte del Presidente Roosevelt, di un altro giudice in più. In altre parole, qualora i giudici non si fossero dimessi, la conseguenza sarebbe stata questa: essendo i giudici ultrasettantenni complessivamente sei, la Corte Suprema sarebbe passata da nove a un massimo di quindici giudici. Il che dall’allora Chief Justice venne considerato catastrofico. Ciò che però fece fallire il Court-Packing Plan non furono i parlamentari repubblicani all’opposizione, ma fu la reazione, in nome dei principi della Costituzione, degli stessi senatori democratici guidati dal senatore Burton K. Wheeler.

Di ben diverso spessore politico è la legge Alfano. Com’è noto, essa non mira al progresso economico e sociale in Italia, come il New Deal negli Stati Uniti, ma dispone soltanto, alla stregua della precedente legge Schifani (dichiarata incostituzionale con la sentenza n. 24 del 2004), l’improcedibilità temporanea per i processi penali relativi ai «reati comuni» commessi, anche prima del giuramento, dai titolari delle quattro alte cariche dello Stato: tra cui quella ricoperta, ora come allora, dal Presidente Berlusconi.

Non sto qui a ripetere, per ragioni di spazio, i molti argomenti per cui la legge Alfano non è meno incostituzionale della legge Schifani. Chi lo volesse, potrebbe leggerli in un mio saggio intitolato «”Cinque pezzi facili”: l’incostituzionalità della legge Alfano» sul sito www.associazionedeicostituzionalisti.it .

Qui vorrei limitarmi a sottolineare un aspetto della vicenda del lodo Alfano che potrà sorprendere.

Io ritengo che Berlusconi sia in buona fede nel sostenere la legittimità della legge n. 124 del 2008, così come era certamente in buona fede il Presidente Napolitano che l’ha promulgata, affermando che il suo «unico punto di riferimento è stato la sentenza della Consulta».

Il guaio è che i consiglieri dell’uno e dell’altro e i pochissimi costituzionalisti che si sono schierati in difesa della legge Alfano si sono basati su due argomenti entrambi errati, magari spinti - i consiglieri del Cavaliere - dal desiderio di  compiacerlo.

Il primo argomento - e cioè che la Corte avrebbe lasciato impregiudicato il problema della violazione, o meno, dell’art. 138 Cost. - è davvero un argomento inconsistente. La sentenza n. 24 del 2004 è stata una decisione d’incostituzionalità ai sensi degli artt. 3 e 24 Cost. Orbene, se gli artt. 3 e 24 Cost. hanno costituito il «parametro» alla cui luce è stata dichiarata l’incostituzionalità dell’art. 1 della legge n. 140 del 2003, vuol dire che gli artt. 3 e 24 Cost. si ponevano come «gerarchicamente superiori» alla legge n. 140. Ma se ciò è vero, come è possibile sostenere che la legge n. 140 avesse, in quanto legge ordinaria, la forza normativa necessaria e sufficiente per modificare le norme costituzionali in forza delle quali l’art. 1 cit. è stato  dichiarato incostituzionale?

 Ergo, la Corte costituzionale, sia pure implicitamente, ha risolto anche il problema della necessità della forma costituzionale. Che poi la Corte non l’abbia detto esplicitamente nel dispositivo, non significa nulla, avendo la Corte stessa espressamente sottolineato che «Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale». D’altra parte, con riferimento all’art. 3 Cost., la Corte costituzionale non ha forse ribadito più di una volta (prima della sentenza n. 24 del 2004) che il principio d’eguaglianza è un principio supremo dell’ordinamento che non potrebbe essere inciso neppure con una legge costituzionale?

    Secondo argomento. La legge n. 128 del 2008 - come non si stanca di ripetere il Ministro Alfano - è venuta incontro a tutti i rilievi critici contenuti nella sentenza n. 24 del 2004. Non è esatto. I suoi consiglieri non sono stati precisi. La legge n. 124 del 2004 reitera infatti l’errore della legge n. 140 del 2003 almeno sotto tre profili: a) perché prevede un automatismo generalizzato nell’applicazione dell’improcedibilità che non tiene conto della diversità delle fattispecie criminose e degli elementi di fatto; b) perché viola il principio della ragionevole durata dei processi, che non è posto a garanzia del solo imputato, ma dello stesse esercizio della funzione giurisdizionale; c)  perché non tiene conto del fatto che la posizione dei Presidenti delle assemblee e del Presidente del Consiglio non può essere diversificata rispetto alla posizione giuridica, rispettivamente, dei parlamentari e dei Ministri. Per cui, fin quando non venga introdotta, con una legge costituzionale, una nuova generale disciplina dell’immunità parlamentare (diversa, ovviamente, dalla sospensione obbligatoria dei processi), l’immunità, ancorché temporanea, dei Presidenti delle assemblee e del Presidente del consiglio dei Ministri per i processi relativi a reati comuni dovrà necessariamente essere la stessa di quella attualmente prevista per i parlamentari. 

Ebbene, se tutto questo fosse stato rappresentato al Presidente della Repubblica, difficilmente egli avrebbe promulgato una legge eversiva del pari trattamento dei cittadini davanti alla legge con riferimento a reati comuni. E, forse, il Presidente Berlusconi, nell’intervista di un paio di giorni fa, non sarebbe trasceso con toni così minacciosi, perché si sarebbe reso conto che, diversamente da quello che gli hanno detto, non ha affatto «ragione da vendere».

di Alessandro Pace, Professsore ordinario di diritto costituzionale nella Facoltà di giurisprudenza dell’Università «La Sapienza» di Roma e Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, per Europa (1° agosto 2008)

Il ventennio di Berlusconi

Nel corso dell'estate, sottovalutando il rischio che il solleone avesse ulteriormente infrollito il già scarso acume dei commentatori politici e giornalistici italiani, ho pubblicato sul Manifesto (6 agosto) un articolo («Più del fascismo»), in cui mi sforzavo di collocare Berlusconi e il berlusconismo nel solco della storia italiana contemporanea.

Apriti cielo: quali analogie ci possono essere mai tra Berlusconi e Mussolini, tra berlusconismo e fascismo? Ovviamente nessuna: non sono mica scemo. Io non ho inteso - e non ho scritto - che Berlusconi è come Mussolini né che il berlusconismo è come il fascismo: io ho inteso, e scritto che - nella specificità e peculiarità delle rispettive identità - sono peggio. Di questo inviterei a discutere, non delle fittizie (e talvolta tendenziose letture) che di quel testo sono state date. Per favorire tale (peraltro improbabile) obiettivo aggiungerei qualche argomento al già detto.

Richiamo l'attenzione (se c'è ancora qualcuno disposto a prestarmene) sull'«incipit» di quell'articolo: «Il terzo governo Berlusconi rappresenta il punto più basso nella storia d'Italia dall'Unità in poi». Di questa frase è soggetto implicito l'Italia : certo, soggetto in sé astratto, difficile da definire, come tutti quelli che se ne sono occupati sanno, connotato tuttavia, nonostante tutto, da una storia e da alcuni dati identitari comuni di lunga durata; ancora più astratto, forse, ma ancor più ancorato a una storia e ad alcuni dati identitari comuni, se consideriamo l'Italia sotto specie di Nazione («dall'Unità in poi...», appunto), ossia di quel conglomerato di fattori politico-ideal-istituzionali, di cui ci apprestiamo a celebrare (2011) il 150˚ anniversario, proprio nel momento in cui - questo è ciò che sostengo - quel conglomerato sembra in fase di dissoluzione.

Ebbene, per valutare a che punto è arrivato tale processo, e anche per operarne alcuni confronti sul piano storico (storico, ripeto, non etico-politico), bisognerà individuare alcuni indicatori, che ci facciano capir meglio di cosa stiamo parlando. Parliamo una volta tanto, se siamo d'accordo su questo punto di partenza, dell'Italia, più esattamente dell'Italia come nazione (altri punti di vista ovviamente sono legittimi e possibili; quello di «classe» ovviamente non ci è estraneo, ma noi questa volta, per l'eccezionalità della situazione in cui ci troviamo, riteniamo preferibile questo). Poiché si parla dell'Italia, e dell'Italia come nazione, pare a me che gli indicatori fondamentali non possano che essere questi tre: l'unità (e il senso dell'unità), il rapporto del cittadino con le istituzioni (e cioè, anche, il senso della distinzione tra pubblico e privato) e il rapporto del presente con la tradizione italiana (e cioè il senso dell'identità e dell'appartenenza nazionali). Da tutti e tre questi punti di vista il berlusconismo è peggio del fascismo, o per lo meno si sforza tenacemente di esserlo.

Dal punto di vista dell'unità la fondatezza di tale affermazione è lampante. Nel governo Berlusconi siede come ministro delle riforme (!) un signore il quale si batte fieramente (ed esplicitamente) per la disarticolazione e frammentazione dell'unità politicoeconomico-istituzionale e identitaria del paese. Si tratta di un processo, evidentemente: ma che diffonde una cultura politica e un senso comune avversi a tutte le definizioni topiche dell'essere «italiano» . Il berlusconismo ingloba questa fenomenologia e la fa propria; se non altro perché al presidente del consiglio unità o non unità nazionali sono del tutto indifferenti, purché la macchina del potere resti tutta in ogni caso nelle sue mani.

Secondo indicatore: il rapporto del cittadino con le istituzioni non è mai - ripeto, mai - stato così mortificato dal punto di vista della prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici. Ovviamente una dittatura tutela comunque i suoi esponenti dalle eventuali contestazioni pubbliche. Ma nessuna dittatura europea del Novecento (e dunque neanche il fascismo) ha fatto dell'interesse privato del leader (e dei suoi accoliti) il fulcro intorno a cui far ruotare l'elaborazione e la promulgazione delle leggi e persino l'esercizio della giustizia. Lo «Stato etico» rappresenta senza ombra di dubbio una torsione intollerabile nella lunga e tormentata storia dello «Stato di diritto» moderno. Ma il livello di corruzione (inteso il termine anche questa volta in senso puramente fatturale: come un aspetto, una forma, una modalità della macchina del potere) raggiunto dal berlusconismo non trova eguali nell'esercizio fascista delle istituzioni e del potere, almeno formalmente rimasto al rispetto o addirittura all'esaltazione della legge, per quanto dispotica (naturalmente sarebbe troppo ingeneroso arrivare a contrapporre ad Alfano e Ghedini le figure di Rocco e Gentile...).

Nel terzo indicatore precipitano e si moltiplicano tutte le nefaste conseguenze degli altri due. Il fascismo ebbe con la tradizione italiana un rapporto distorto ma vistoso: volle ristabilire a modo suo (un modo esecrabile, non ci sarebbe bisogno di dirlo da parte mia) la continuità con il Risorgimento, vanificata e interrotta secondo lui dalla tarda, sconnessa e impotente esperienza liberale. Il berlusconismo non ha nessun rapporto, né buono né cattivo, con la tradizione italiana: il suo eroe eponimo è un homo novus che spinge ai limiti estremi la sua totale mancanza di radici, in sostanza niente di più di un abile affarista, che usa il pubblico per incrementare e proteggere il suo privato e il privato per possedere senza limitazioni il pubblico. Tutto ciò che ha a che fare con etica e politica dello Stato di diritto moderno gli è estraneo. Ha tratto anche lui la sua forza dall'impotente declino e dalla irreversibile crisi di questo regime liberal-democratico: nasce cioè e vive da una corruzione, non da una reazione, come invece presunse di fare il fascismo (da intendersi anche in questo caso ambedue i termini in senso politico-istituzionale, non etico-politico).

Ora, nella storia italiana post-unitaria, di cui si diceva, è innegabile che a fondare il nocciolo più duraturo della nazione siano stati il Risorgimento prima e la Resistenza poi: da considerare quest'ultima - come fu da molti protagonisti di diverse parti politiche e ideali considerata - una realizzazione più avanzata ma consequenziale del primo. Ma se al Cavaliere nulla importa dei valori di democrazia e del rispetto delle regole (Carta Costituzionale, separazione dei poteri, rapporto elettori-istituzioni, ecc.), cosa dovrebbe importargli non dico della Resistenza, ma dello stesso Risorgimento, che bene o male ha fondato unità e identità italiane nazionali e dato inizio al processo di costruzione di una società (sia pure limitatamente) democratica nel rispetto delle regole? La «rottura storica», alla quale egli, senza sforzo e senza neanche pensarci, si sottrae, non è quella del 1945, è quella del 1861-1870: Cavour è più lontano da lui di Palrmiro Togliatti.

Rispondiamo ora, per andare verso la conclusione, all'ultima, più insidiosa e forse più legittima obiezione al nostro ragionamento precedente: si può comparare una democrazia (quale che sia) a una dittatura, arrivando alla conclusione che la democrazia è peggiore della dittatura? Mah, non lo so. Non vedo però che cosa ci sia di male a tentare un confronto, se non altro per capire meglio cosa ci sta accadendo oggi (non è così che si formano i parametri di giudizio storici?). Il fascismo è stato «il male assoluto»? Proviamo a pensare cosa sia per essere e per produrre il «male relativo» nel quale noi attualmente viviamo: «male relativo», ma endemico, profondo, penetrato in tutte le fibre. Quel che mi sembra di vedere dal mio angolo visuale è la crescita di una sorta di dittatura (De Mauro: «governo autoritario, in cui il potere è concentrato nelle mani di uno solo»), ma di tipo nuovo, democratico-populista, fondata non sulla violenza e sulla coercizione esplicite ma sul consenso (come faceva, a modo suo, anche il fascismo...) ed esercitata con un astuto, davvero inedito in Europa mix di suggestioni mediatiche, stravolgimenti istituzionali e intermediazioni affaristiche.

Il «modello» - che, come tutti i modelli forti, è politico, culturale e persino antropologico - sta penetrando in profondità e sta facendo fuori la continuità storica su cui si sono fondati finora l'identità e i valori «italiani» al cospetto del mondo. Alla fine del processo non ci sarà una nazione (pur nei limiti ben noti in cui tale processo si è sviluppato nei centocinquant'anni che ci stanno alle spalle) ma solo un mero aggregato di stati-vassalli (di varia natura: economici, corporativi, regionali, ecc.), che troveranno la loro unità unicamente nel fare riferimento al solo Capo. Per questo, - non per motivi più tecnici e circoscritti, come qualcuno cede alla tentazione di argomentare, lasciandosi cullare dal sogno delle «riforme condivise» - vanno fatte fuori le articolazioni finora più autonome e indipendenti dello stato, in primissimo luogo la magistratura e la scuola: esse, infatti, in questo momento, per il solo fatto di conservare la loro indipendenza, costituiscono l'ostacolo maggiore alla compiuta realizzazione di tale disegno (naturalmente, mi rendo conto che, se le cose stanno come dico, la parte più interessante del discorso consisterebbe nel chiedersi come mai tale disegno distruttivo proceda attraverso il consenso: ma cosa sia diventato il popolo italiano in questi ultimi vent'anni, a cosa aspiri, in cosa creda, merita un discorso a parte, che prende ancora più di petto la politica, e che forse un giorno faremo).

La conclusione, cui pervenivo nel mio precedente articolo, va oggi ribadita: per quanto non esista in Italia forza politica, uomo politico, in grado attualmente d'intenderla e di praticarla. Per combattere un simile flagello ci vorrebbe un partito, un movimento, un'opzione al tempo stesso politica e culturale, capaci di coniugare la difesa della patria-nazione con quella degli strati più nuovi, più reattivi e più a rischio della società italiana contemporanea (molto a rischio: alla catastrofe nazionale s'accompagnerà, non c'è ombra di dubbio, la catastrofe economico-sociale). Ma dov'è? E, visto che non c'è, quanto ci metterà per nascere, o rinascere?

P.S. Il modo migliore di manifestare solidarietà a un giornale è di scriverci sopra. Aggiungerò che i rischi che corre attualmente una testata come il manifesto rappresentano la manifestazione esemplare di quanto avviene in Italia e che ho cercato di descrivere nelle righe precedenti. Il lettore tiri le somme e saprà cosa fare.

di Alberto Asor Rosa per Il Manifesto (01/10/2008)

In Italia è davvero tornato il fascismo?

Riteniamo sia dovere di ogni cittadino porsi questa domanda dopo aver visto il video qui sopra, pubblicato dal Corriere del Mezzogiorno: "Premier a Napoli, ad un manifestante viene impedito di esporre un cartello"

Nel caso in cui anche su youtube dovesse essere censurato, provate a questo link.

A proposito di intercettazioni...

I nostri legislatori sono affannati dall’urgenza (dal loro punto di vista) di molte riforme: separazione delle carriere, obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile dei magistrati, federalismo e altro che non enumero perché qui voglio parlare di un problema diverso.

Tra queste riforme ce ne è una che li ha affannati tutti, non solo i legislatori attuali ma anche quelli precedenti: la gestione delle intercettazioni telefoniche (ed ambientali).

In realtà tutta la classe politica ha un sacrosanto terrore di questo strumento di indagine e da molto tempo si sta sbattendo per trovare un modo dignitoso di eliminarlo, o comunque di ridurlo, o comunque di sottrarvisi. Tutta, senza distinzioni tra destra, centro o sinistra. In realtà, se una distinzione si può fare, è sul concetto di “modo dignitoso”: apparentemente a questi di adesso importa poco di come si presenterà ai cittadini la riforma sulle intercettazioni: si debbono abolire o comunque limitare al massimo; e, per il resto, poche chiacchiere.

L’argomento è immenso, nel senso che di cose da dire ce ne sono tante. Comincio con l’osservare che il problema reale che angustia la classe politica quando si parla di intercettazioni non consiste nella sfiducia quanto alla loro efficacia: su di questa non ha dubbi nessuno. E nemmeno (e checché ne dicano) sul necessario bilanciamento tra le esigenze dell’indagine penale e quelle della sfera di riservatezza dei cittadini (da qui in avanti utilizzeremo il termine privacy); di cittadini qualunque che “finiscono sui giornali” e dati in pasto alla pubblica opinione ce ne è proprio pochini; e quando succede nessuno strepita, nessuno scomoda sacri principi, nessuno si erge a nume tutelare dei diritti violati di questo o quel meccanico, commerciante, medico o avvocato (sempre che non siano parlamentari). Ciò che finisce sui giornali sono le notizie che riguardano i personaggi pubblici, quelli che la gente conosce e di cui legge con interesse.

Dunque il problema reale della classe politica in materia di intercettazioni è costituito dal fatto che queste, quando la riguardano, finiscono sui giornali. Ed è per questo che quando dicono di voler tutelare la privacy non si riferiscono a quella dei cittadini; ma solo a quella di un paio di migliaia di persone che si sono assunti l’onere (e i connessi onori) di gestire la cosa pubblica.

La domanda che ci dobbiamo porre è quindi questa: la completa informazione su fatti e comportamenti della classe dirigente di un Paese costituisce violazione del diritto alla riservatezza degli appartenenti a questa classe dirigente? Ma, ancora prima: questa completa informazione è, oppure no, indispensabile in un regime democratico?

Quando avremo risposto a questa prima domanda potremo affrontare le altre: come regolamentare l’informazione? Come sanzionare l’eventuale violazione di queste regole?
E, quando avremo risposto anche a queste domande, potremo chiederci: come regolamentare le intercettazioni? Per quali reati potrebbero essere previste?

Al prossimo post qualche riflessione su informazione e democrazia.

di Bruno Tinti, Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino, per Chiarelettere (19/09/2008)

 

Pensate che Berlusconi odi le intercettazioni, che le voglia diminuire o addirittura proibire? Sbagliate. A lui le intercettazioni piacciono, purché siano intercettazioni di polizia (o dei servizi segreti). Purché siano fatte senza garanzie per i cittadini, cioè senza il controllo dei magistrati e, in seguito, dell'opinione pubblica (sarebbe questo il famoso "garantismo" suo e della sua parte politica). Lo dimostra il progetto illustrato dal ministro della Giustizia (non Angelino Alfano, quello vero, Nicolò Ghedini): ridotte le intercettazioni sotto il controllo dei magistrati (solo per mafia e terrorismo), introdotte le intercettazioni segrete, fatte da polizia e servizi segreti, senza alcun controllo di garanzia per l'intercettato e senza possibilità di usarle nei processi. Un ulteriore passo verso lo Stato di polizia, con buona pace dei nostri garantisti immaginari.

di Gianni Barbacetto (20/09/2008)

Italia repubblica delle banane: depenalizzato il colpo di stato e nuova enciclopedia revisionista

Immagine realizzata da Il Blog Senza Nome

VI PREGHIAMO DI LEGGERE IL SEGUENTE ARTICOLO CON MOLTA ATTENZIONE!

Giunge voce dall’angolo più remoto e bistrattato del web (il blog di Beppe Grillo) di una modifica al Codice Penale che di fatto depenalizza il reato di colpo di Stato. L’aggiustamento, inserito in una più ampia revisione degli articoli riguardanti i reati d’opinione, risale al 24 febbraio del 2006, poco prima dello scioglimento delle camere del Berlusconi II, e va letteralmente a cambiare i parametri del reato di golpe descritti all’articolo 283 - lo stesso che nel lontano 1992 autorizzò a procedere nei confronti degli appartenenti alla loggia massonica P2. Se prima infatti, chiunque commettesse un fatto diretto a mutare la costituzione della sovranità, con mezzi non consentiti dall'ordinamento costituzionale dello Stato (leggi elezioni democratiche) era punito con la reclusione non inferiore a dodici anni, ora il nuovo testo recita: “Chiunque, con atti violenti, commette un fatto diretto e idoneo a mutare la Costituzione dello Stato o la forma di governo, è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni ”. Il rovesciamento violento rimane quindi l’unico tabù nel tentativo di sovvertire dell’ordine nazionale, tutto il resto è lecito.

A voler essere maliziosi e anche un po’ teorici del complotto, si potrebbe dire che l’orgoglio della tessera 1816 ha avuto uno scatto giusto poco prima della mancata rielezione. Stando a quanto modificato infatti, il tentativo di falsare i risultati della consultazione del 9 e 10 aprile 2006 mostrato nell’esaustivo (ma ovviamente querelato per diffusione di notizie false) documentario di Enrico Deaglio “Uccidete la democrazia”, non avrebbe - e di fatto non ha avuto - strascichi penali.

Giusto per ricordare, il film di Deaglio ipotizzava che il blocco d’informazioni sui risultati, sopraggiunto nella notte tra il 10 e l’11, fosse dovuto ad una modifica del sistema informatico - messa a punto e utilizzata durante lo scontro Bush-Gore per le presidenziali del 2000 - che dirottava le schede bianche a favore del governo uscente. Prodi infine vinse per una manciata di voti e al povero Silvio non rimase altro che gridare al broglio, il resto è storia. Ma se la storia che noi conosciamo non dovesse più essere la stessa per le generazioni future?

Il luciferino ministro La Russa ce ne ha dato un eloquente esempio pochi giorni fa, riabilitando in una manifestazione ufficiale la figura del repubblichino, e presto sui nostri schermi ne avremo altri. In un articolo su L’Espresso datato 5 settembre, il giornalista Peter Gomez anticipa il nuovo progetto d’investimento targato Fininvest per riscrivere la storia: si chiamerà Ovopedia e, come preconizza il suo criptico e per nulla interattivo sito, sarà “conoscenza condensata in documentari da 3 minuti”.

Videoclip accattivanti, con grafiche e colonne sonore stringenti che si propongono di esplicare, attraverso il medium della tv interattiva, le maggiori discipline scolastiche, Storia compresa ovviamente. Impresa lodevole se non fosse che il responsabile nonché ispiratore del progetto è un certo Andrea Pezzi, 35enne ex vj di Mtv vicinissimo all’ambiente forzista (che ricordiamolo non ha mai smentito i suoi piani di revisionismo) e adepto di quella che il Viminale nel 1998 ha definito “setta ontopsicologica”.

L’ontopsicologia è infatti un movimento di credo psico-fisico che “permette ad ogni soggetto di capire la struttura totale del proprio inconscio e le dinamiche e i determinismi che egli opera nelle persone che fanno parte del suo ambiente, applicata (…) come autentico supporto alla figura del leader”, il cui fondatore Antonio Meneghetti, ex francescano riciclatosi scienziato umanistico, ha un trascorso - anche giudiziario - tutt’altro che limpido. Decisamente filo-russo e di conseguenza antiamericano, il prof. Meneghetti crede che le figure storiche, anche quelle più limpidamente negative come Hitler o Stalin, vadano analizzate non secondo l’operato ma attraverso la comprensione della loro più intima natura, in modo da intuire il perché delle loro decisioni: “In quest’ottica - spiega Meneghetti a Gomez - se avessimo potuto indagare l’obiettiva motivazione interna di un leader si sarebbe notato che le fonti culturali di un Hitler sono nella dottrina dei Dalai Lama del Tibet. Lì sono i fondamenti ispirativi che giustificano il suo modo di fare, che sostanzialmente non era un voler occupare gli altri, ma voler purificare e salvare il mondo” .

Come é ovvio, il pensiero del santone ha un certo peso nella linea editoriale di Ovo in cui, scrive Gomez , non è il solo Pezzi a frequentare i corsi a pagamento di Meneghetti, ma anche altre figure chiave della produzione editoriale. Gli stessi autori, giovani praticamente privi di esperienza nella redazione pedagogica, sono invitati a descrivere i maggiori eventi storici e i loro protagonisti secondo il criterio della volontà personale. Un format quindi potenzialmente revisionista che è pronto a invadere case e coscienze, lanciato dalla piattaforma digitale (terrestre of course) e spinto dalla partnership telefonica con Vodafone.

La tv interattiva, infatti, prevede la modificazione in tempo reale del palinsesto a seconda di quelle che sono le notizie del giorno. Se, ad esempio, si dovesse parlare di crisi petrolifera, immediatamente dopo la notizia partirebbe il clip ovopedia sulla storia e la dinamica di queste crisi. Una specie di legittimazione ready-made in cui si presume che lo spettatore senziente, avuta la dose di informazione e la dose di sapere, non venga spinto a mettere in discussione quanto appena affermato.

Per ora in rete si trova solo uno di questi videoclip. Dedicato al gioco del poker spiega le regole base con tanto di simulazione di gioco, concludendo con un pistolotto pseudo-educativo corredato da immagini di Cristo, Galilei e Ghandi la cui morale è “se sei scemo perdi, se ti fai furbo vinci”.

Questa si che è conoscenza condensata! Cosa avrebbe a che fare allora il nostro Premier con questo delirante progetto?

Oltre a essere proprietario della Ovo s.r.l. per il 47% (il restante53% è proprietà del giovin Pezzi - tramite una holding lussemburghese, la Trefinance, legata a doppio filo a Fininvest) viene da pensare che questo sia solo l’ennesimo passo, dopo la separazione delle carriere giudiziarie, l’abolizione del valore legale del titolo di studio e lo smembramento della Rai, verso l’adempimento del “Piano di rinascita” messo a punto dal murator Venerabile Licio Gelli, di cui Berlusconi è ormai a pieno titolo il Delfino.

Non resta altro che aspettare di vedere il risultato di questa produzione. Per quanto riguarda il golpe, sarà difficile che Berlusconi lo attui culturalmente contro se stesso, al peggio dovremo sorbirci statue che commemorino la sua figura di “grande statista”. Quello che più preoccupa è la misura in cui i giovani faranno uso di questa enciclopedia in clip: quando l’immediatezza delle immagini si sostituisce alle parole, è scientificamente provato che l’apprendimento e l’interiorizzazione dei contenuti vengano facilitati. Se i contenti di Ovo, com’è probabile, non disattenderanno le premesse revisioniste e dozzinali, le future generazioni potranno solo dimenticare.

di Mariavittoria Orsolato per Altrenotizie

Tutti d'accordo sul PM avvocato della Polizia


Gli accordi in materia di giustizia che si profilano tra destra e sinistra sono preoccupanti.
I cultori della procedura penale saranno lieti di un incipit molto preciso: l’indicazione delle norme che regolano i rapporti tra Procura della Repubblica e Polizia Giudiziaria. Queste sono: l’art. 109 della Costituzione, secondo cui la Magistratura dispone direttamente della Polizia Giudiziaria; e numerosi articoli del codice di procedura penale: il 58, secondo cui la Procura dispone (presso i propri uffici) di una sezione di Polizia Giudiziaria e si serve di questa per compiere le indagini (ma non solo; può servirsi anche di qualsiasi altra Polizia Giudiziaria); il 59, secondo cui la Polizia Giudiziaria in servizio presso la Procura dipende direttamente dal Procuratore della Repubblica e non può essere trasferita ad altro ufficio o adibita a servizi diversi se non per ordine del Procuratore; il 327, secondo cui il Pubblico Ministero dirige le indagini; il 330, secondo cui il Pubblico Ministero e la Polizia Giudiziaria prendono notizia dei reati di propria iniziativa e ricevono le notizie di reato; il 347, che obbliga la Polizia Giudiziaria a riferire senza ritardo al Pubblico Ministero i reati di cui è venuta a conoscenza; il 348 secondo cui, una volta che la Procura sia stata avvertita che è stato commesso un reato, la direzione delle indagini spetta al Pubblico Ministero.

Per evitare diatribe che ritengo poco costruttive, sia chiaro che si tratta di un sintetico resoconto del contenuto di questi articoli che, se taluno vuole leggere integralmente, sono rintracciabili in qualsiasi codice. E sia chiaro anche che di norme che riguardano questo argomento ce ne sono altre ma che, ai fini di quello che voglio raccontare, mi servono solo queste.

Per quelli che preferiscono un racconto più agevole, dirò che in pratica le cose si svolgono così.
La Procura della Repubblica dispone di un certo numero di poliziotti giudiziari; nel termine poliziotti giudiziari sono compresi Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza. Questi poliziotti sono alle dirette dipendenze del Procuratore, nessuno che non sia il Procuratore (o i Sostituti, si capisce) può dare loro ordini; non possono essere trasferiti né possono essere adibiti a servizi diversi da quelli che svolgono presso la Procura. Insomma un corpo di polizia piccolino ma autonomo e indipendente esattamente come i magistrati della Procura.

Con questa task force, ripeto, piccolina ma efficiente, le Procure lavorano.
E su cosa lavorano? Su quello che gli arriva; infatti, ogni giorno la Procura riceve le cosiddette notizie di reato: si tratta dei rapporti della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Forestale, dell’INPS, dell’Ispettorato del lavoro, dei Vigili Urbani etc; a questi rapporti di autorità pubbliche si aggiungono denunce e querele (c’è una differenza ma per la nostra storia è irrilevante) presentate dai privati cittadini; arrivano anche relazioni inviate da pubblici ufficiali (per esempio altri giudici, in genere quelli che si occupano di civile, oppure notai o impiegati del Comune etc.) che, nel corso della loro attività, sono venuti a conoscenza di fatti che, secondo loro, costituiscono reato; infine gli stessi Procuratori della Repubblica o i loro Sostituti possono aprire un’indagine a seguito di notizie raccolte direttamente, magari da un giornale, da un servizio televisivo, dalla constatazione diretta di un fatto.

Tutto questo viene valutato dalla Procura che decide se aprire un’indagine o no; se ritiene di farlo (potrebbe non ravvisare alcun elemento illecito in ciò che le viene raccontato) si procede alle iscrizioni nel registro e via con il lavoro.
Qui le modalità di lavoro sono varie: talvolta si utilizzano i poliziotti che stanno in Procura; talaltra quelli che hanno mandato la notizia di reato, talaltra ancora poliziotti di altre città (perché magari le indagini si debbono fare in quel posto).
Insomma, il Pubblico Ministero lavora con la Polizia Giudiziaria che più rapidamente ed efficientemente può fare le indagini. E può fare questo perché ci sono gli artt. 109 della Costituzione e 327 del codice di procedura penale che attribuiscono al PM la direzione della Polizia Giudiziaria.
Alla fine, tra PM e poliziotti, l’indagine finisce; talvolta si archivia, talvolta si fa il processo (per carità, tutto molto semplificato, ma mi pare che non manchino volenterosi professori per approfondire; qui voglio parlare di un’altra cosa).

Come credo tutti sappiano, uno dei problemi che angustiano la nostra classe politica (tutta, purtroppo il problema non si limita a Berlusconi e soci; fosse così qualche speranza ci sarebbe) è quello di impedire che le malefatte sue e dei suoi fiancheggiatori vengano scoperte, “indagate” (sarebbe a dire sottoposte ad indagini dal PM) e, se del caso, processate. Solo che la soluzione radicale, l’abrogazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, ha il difetto di richiedere una modifica della Costituzione; e finora con questa tattica non gli è andata molto bene [...].

Così pare che ne stiano studiando un’altra, magari non così radicale e quindi con qualche buco residuo, ma che darebbe risultati abbastanza buoni (si capisce dal loro punto di vista).
Allora: modificare la Costituzione è difficile; ma modificare la legge ordinaria è semplice: il Parlamento sta lì per firmare quello che decide il Governo, i numeri ci sono; l’opposizione è d’accordo; una cosetta un po’ tecnica, che nessuno capisce bene, passa come niente.
Basterebbe abrogare gli artt. 58 e 59 del cpp. A questo punto la Procura continuerà a disporre direttamente della Polizia Giudiziaria ex art. 109 della Costituzione; ma di quale Polizia Giudiziaria? Beh, di quella che vive e lavora nelle questure, nelle caserme, nei commissariati, nelle stazioni. E come ne disporrà? Semplice, manderà le sue disposizioni al comandante di questa o quella questura o caserma e questi incaricherà il sovrintendente Tizio, il maresciallo Sempronio e poi magari il maresciallo Caio, perché Sempronio è stato trasferito, di procedere con le indagini. Insomma la Procura resterà un generale senza esercito, con la facoltà di dare ordini a tanti colonnelli che, loro si, avranno la direzione e il controllo della truppa; e che faranno svolgere l’indagine con le persone, le modalità e i tempi che decideranno.
Già questo sarebbe la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale; in fatto naturalmente, in diritto e secondo quanto previsto dalla Costituzione tutto sarebbe regolare.

Perché è ovvio quello che potrebbe succedere: massima solerzia e disponibilità per spaccio di droga, omicidio dell’amante o del coniuge (ma per il coniuge un po’ di più), sequestro di persona, rapina alle poste, furto al supermercato e per tutta la sterminata platea di reati in materia di immigrazione. Quando si cominciasse con frodi fiscali, falso in bilancio, riciclaggio corruzione, peculato, abuso d’ufficio, finanziamento illecito dei partiti: eh allora, caro PM, gli uomini sono quelli che sono, abbiamo tanto da fare, evaderemo al più presto la sua richiesta etc etc.
E non perché la Polizia Giudiziaria non sia piena di bravissime ed onestissime persone; ma perché, a differenza dei magistrati e dei poliziotti che lavorano oggi in Procura ex artt. 58 e 59 del cpp, la Polizia Giudiziaria che non è alle dirette dipendenze della Procura non è autonoma né indipendente. Ha superiori gerarchici. E, alla fine della catena di comando, ci sono i Ministri, e quindi il Governo. E, se il Ministro dell’Interno ordina al Prefetto che ordina al Questore che ordina al Dirigente che ordina al Maresciallo e via così, allora c’è poco da fare.
E il Ministro dell’Interno, in certi casi, ordina, ordina molto.
Poi, naturalmente, la riforma (si capisce mirata a recuperare la rapidità e l’efficienza del processo e dunque fatta nell’interesse di tutti i cittadini) potrebbe anche essere migliorata (sempre dal loro punto di vista).

Da parecchio tempo estemporanei legislatori suggeriscono di modificare l’art. 330 del cpp, quello che prevede che il PM e la PG prendono notizia dei reati di propria iniziativa; basterebbe, hanno virtuosamente suggerito, eliminare le parole “Il pubblico ministero”, roba da poco. Conseguenza? Il Presidente della Camera si immerge illegittimamente (illegalmente?) nel parco di Giannutri; la Polizia Giudiziaria non comunica la cosa alla Procura competente; se il Procuratore ritiene che la cosa costituisce reato non può procedere ad aprire un’indagine perché lui, da solo, non può “prendere notizia del reato”, glielo deve comunicare la PG. E, se il Ministro dell’Interno, amico e compagno del Presidente della Camera, dice al Questore o al Generale dei CC competenti per territorio di guardarsi bene dal fare rapporto; eh, allora sarà difficile che la notizia di reato in Procura ci arrivi e che si possa aprire un fascicolo.

Già, però, nella maggior parte dei casi, la Polizia Giudiziaria il rapporto lo deve comunque trasmettere (non si dice proprio così, il “rapporto” non c’è più, si chiama CNR, Comunicazione della notizia di reato; ma cerchiamo di capirci con facilità; pensate che la prigione si deve chiamare Casa Circondariale; però io continuo ad avere il dubbio che se la chiamassi così molti mi chiederebbero dove diavolo si mandano gli arrestati che si suppone debbono andare in prigione e non in pensione. Appunto). E dunque, quando il fatto è con evidenza illecito, per forza il pallino passerà al PM; e magari questo indaga; e indaga dove non dovrebbe.

Beh, e se modificassimo l’art. 347 c.p.p.? La PG deve trasmettere il rapporto in Procura, è vero; ma se eliminiamo le parole “senza ritardo”, magari glielo trasmetterà si, ma quando sarà più opportuno, meno dirompente, magari quando qualcuno che conta sarà stato avvisato, avrà avuto tempo di sistemare le cose … Di nuovo, tutto ciò potrebbe avvenire non perché Polizia e Carabinieri sono tutti disonesti; ma perché comunque “obbediscono”; e chi comanda le sue esigenze ce l’ha….

Non è difficile fare una riforma del genere: pensate che, fino al 1992, la PG doveva trasmettere il rapporto entro 48 ore; poi, come si è detto, queste 48 ore sono diventate “senza ritardo”; e magari domani resterà solo il “deve trasmettere”.

E infine, che ci vuole a modificare anche l’art. 348? Basta abrogare il comma 3, quello che prevede che la Polizia Giudiziaria, dopo che l’indagine è stata aperta dal PM, compie gli atti specificamente da lui delegati eseguendone le direttive. Basta, via, la Polizia Giudiziaria indaghi come vuole, riferisca al PM quello che vuole e lui, al massimo, chiederà ulteriori informazioni.

Insomma, senza ammazzarsi in battaglie per la riforma della Costituzione, senza scomodare le grandi questioni della separazione delle carriere e dell’obbligatorietà dell’azione penale, è sufficiente impedire al PM di prendere autonomamente notizia dei reati, di disporre di una Polizia Giudiziaria alle sue dirette dipendenze e di dare direttive a questa Polizia per l’esecuzione delle indagini. Ecco come si può far diventare il PM “avvocato della polizia”, che vuol dire avvocato del Governo. Un avvocato che riceve un processo bello e confezionato e deve solo sostenere l’accusa davanti al Giudice, sulla base degli elementi che la Polizia gli ha fornito; e solo di quelli.
Ah dimenticavo: un avvocato, soprattutto, che non riceve i processi che il Governo non vuole che si facciano.

di Bruno Tinti, Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino, per Chiarelettere

Alitalia: Capitani o pirati?

Immagine realizzata da Il Blog Senza Nome

A voler essere sintetici fino alla brutalità, il cosiddetto piano Fenice può essere così riassunto: si prende l’Alitalia e la si taglia in due; si regala poi la parte ancora produttiva ad imprenditori amici (in cambio di che cosa?) mettendo in conto esuberi e debiti alla maggioranza degli Italiani che non possono e forse ormai non hanno più la forza di ribellarsi. Un percorso impervio, ma non impossibile, specialmente se si procede a mo’ di carro armato, spianando la legge sulla gestione delle crisi delle grandi imprese e quelle sulla concorrenza e se si può contare su un amico fedele alla Commissione Europea. Questo lo spot: Silvio Berlusconi, non pago della prodigiosa dematerializzazione della mondezza napoletana, ha fatto un altro miracolo: primus inter pares, chiama a raccolta un po’ d’imprenditori, i quali, galvanizzati, mettono in campo i propri capitali per salvare la compagnia di bandiera e perseguire il bene comune. Pur assuefatti, come siamo, alla retorica fasulla dei sedicenti “capitani coraggiosi” sin dai gloriosi tempi della merchant bank di Palazzo Chigi, non riusciamo a non arrossire di fronte a tanta faccia tosta.

Prima di tutto, vediamo chi sono questi imprenditori, alla testa dei quali si pone Roberto Colaninno, specialista nell’utilizzo privatistico dei beni degli Italiani (Telecom Italia) nonché padre di Matteo, ministro-ombra delle Attività Produttive del PD. Se è vero che in un paese in cui i conflitti d’interesse, di ogni ordine e grado, costituiscono uno stile di vita più che un’anomalia da stigmatizzare, per onestà non possiamo astenerci dal rilevare la strana dinamica rappresentata dai due Colaninno; come vedremo di seguito, la “nuova” Alitalia è un monopolio attribuito dallo stato ad una ristretta oligarchia imprenditoriale, per cui Matteo, che di cosa pubblica si occupa per lavoro, (dall’opposizione o magari come ministro) finirà per prendere decisioni politiche su temi che hanno un impatto diretto sulle finanze di suo padre e sulle sue, dato che egli di Roberto Colaninno è socio ed erede.

Ed ora un piccolo quiz: che cosa hanno in comune tre dei sedicenti “capitani coraggiosi” (Benetton, Ligresti e Fondo Clessidra)? Sono tutti azionisti di Gemina, che a sua volta detiene il 96% di Aeroporti di Roma (ADR). In pratica, gli azionisti della prima compagnia aerea italiana saranno gli stessi del primo scalo italiano (Roma Fiumicino): chapeau! Non è solo un caso unico al mondo, ma anche un modo elegante per trasferire risorse dalle tasche di incolpevoli viaggiatori in quelle di ricchi capitalisti benedetti dalle loro amicizie romane. Senza dimenticare che le tariffe aeroportuali, cioè i ricavi di ADR, sono ferme dal 2000 e che un loro adeguamento ai livelli europei (finora reso impraticabile dal raddoppio dei costi del carburante subìto dalle compagnie aeree) comporterebbe un aumento anche del 40%; e che Gemina (con un valore di mercato di circa un miliardo) ha debiti per 1,4 miliardi di euro.

Non è difficile scrivere il finale di questa storia: il Governo, grato a Benetton per aver “dato una mano” sulla vicenda Alitalia, concederà un aumento delle tariffe aeroportuali, cosa che farà molto bene ad ADR, senza danneggiare la “nuova” Alitalia. Quest’ultima, infatti, scaricherà sui biglietti aerei l’aumento dei suoi costi (avete presente la voce “tasse aeroportuali”, quella che di solito riesce a far diventare costoso anche un biglietto super-scontato?).

Nella cordata dei beneficati dal governo c’è anche Emma Marcegaglia, imprenditrice e presidente di Confindustria, ugualmente in conflitto di interesse. La Stampa del 3 settembre ha pubblicato la lettera aperta di un gruppo di economisti italiani residenti negli USA (Bisin, Boldrin, Brusco, Moro e Topa, ispiratori del sito liberale www.voicesfromamerika.it) nella quale si esprime la seguente preplessità: siamo sicuri che un presidente di Confindustria con un interesse diretto, sia pur “simbolico”, in una compagine che a tutto è interessata fuorché alla concorrenza si trovi nella miglior condizione per promuovere concorrenza e capacità produttiva nel settore dei trasporti come prevedrebbe il suo mandato?

Insomma, nonostante Antonio Tajani, forzista di provata fede, opportunamente collocato da Berlusconi sulla poltrona di commissario UE ai Trasporti, si rallegri dell’ingresso dei soci privati “perchè così cresce la concorrenza e si rafforza il mercato in Europa”, la “nuova” Alitalia non avrà concorrenti, almeno sulle tratte italiane, e che quindi potrà praticare impunemente tariffe esose: infatti, il piano “Fenice” prevede che Carlo Toto venda alla Compagnia Aerea Italiana di Colaninno la sua Air One, unica concorrente di Alitalia sulle tratte nazionali, per 300 milioni di euro, salvo poi reinvestire nel progetto un terzo della somma. All’operazione, che come capirebbe anche un bambino di cinque anni, dovrebbe essere passata al vaglio dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, viene apposto dal governo un suggello di santità.

Per concludere, si deve rilevare una incongruenza piuttosto vistosa: come mai il capitan-coraggioso Carlo Toto, che solo tre mesi fa annunciava al mercato di aver piazzato su Airbus un ordine per 24 nuovi aeromobili a lungo raggio, più opzioni per l’acquisto di ulteriori 20 velivoli (commessa complessiva 8,4 miliardi di euro) si disfa della sua azienda per soli trecento milioni di euro? Che il vero valore aggiunto apportato dal signor Toto sia quello di aver ordinato nuovi aerei senza avere i soldi per pagarli? Quasi quasi ci candidiamo anche noi per un posto in cordata…

di Mario Braconi per Altrenotizie

Alitalia: La svendita truccata - Ma gli italiani se ne fottono

Immagine: Aprileonline

La chiarezza è un pregio raro nel mondo dell'economia, e rarissimo in quella italiana: proprio per questo va riconosciuto, al progetto studiato dagli onesti banchieri di Sanpaolo Intesa e sottoscritto dai coraggiosi e disinteressati imprenditori tricolori, il grande merito di aver messo le cose in chiaro. Infatti, basta dare un'occhiata alla proposta per capirne subito i contenuti e le convenienze: si tratta, né più né meno, di fondare una società nuova, che si chiamerà Compagnia aerea italiana, che comprerà in blocco dall'attuale compagnia di bandiera i pochi beni di valore reale (gli aerei più moderni, le rotte, gli scali, il marchio e poco altro) al prezzo di realizzo di 400 milioni, per lasciare al Tesoro tutte le attività in perdita, i debiti, i lavoratori in esubero e l'onere di rimborsare i piccoli azionisti. In altre parole, una svendita fallimentare, con la differenza che in un fallimento la vendita dei beni avviene all'incanto e che tutti possono partecipare, mentre qui la liquidazione avviene in forma riservata e bisogna pure ringraziare.

Chiunque abbia un po' di soldi da investire avrebbe ogni interesse a saltare nell'affare, e non c'è da stupirsi delle forti adesioni riscontrate da questo piano, a partire da Air France, che si troverebbe a esercitare una funzione di controllo di fatto attraverso la sua egemonia nei cieli per una frazione del denaro che era disposta a sborsare con il suo progetto, sbolognando per di più allo Stato italiano ogni onere sociale. A questo quadro così roseo si aggiungeranno poi tutti i vantaggi derivanti dal mantenimento della condizione di compagnia di bandiera, sotto forma di aiuti più o meno palesi, di appalti per le infrastrutture, di stanziamenti per eventi speciali (ogni riferimento all'Expo di Milano è puramente fortuito e casuale), senza contare l'effetto monopolistico derivante dalla fusione di Alitalia e Airone, di fatto i soli operatori di una certa importanza per i voli interni.

Purtroppo, questo progetto così trasparente è stato subito reso opaco dalla politica, e in particolare dall'attuale maggioranza, che parla di piano di rilancio invece che di liquidazione concordata e privatizzazione degli utili, o che continua a usare la parola vendita invece del termine più corretto, e anche maggiormente adatto al periodo, di saldi di stagione. Se è perfettamente comprensibile che gli imprenditori mirino a trarre il massimo beneficio dal loro impegno, dovrebbe essere evidente a tutti che un simile trattamento di favore può essere elargito solo dalla cosa pubblica, anzi da una cosa pubblica estremamente generosa nei confronti di questi soggetti ed estremamente disinteressata a seguire le più ovvie regole dell'interesse pubblico: di fatto, ci si troverà con un monopolio privato dei voli nazionali, acquisito a prezzo di realizzo, e con una congerie di oneri, debiti e aggravi per il pubblico, che richiederanno, di fatto, un continuo esborso di denaro. Anzi, la necessità di mantenere in vita una "compagnia di bandiera", che di significativo in questo senso avrà soltanto il passaporto degli azionisti, significherà ulteriori iniezioni di quattrini variamente surrettizie.
A queste condizioni, l'unica replica dell'attuale maggioranza sta nel reiterare la litania del mercato, fingendo che questa sia un'operazione "di mercato", a prezzi "di mercato", da parte di soggetti "di mercato", cercando di nascondere l'entrata a gamba tesa della politica fin dalla campagna elettorale e il contesto di inciuci e favori in cui è stato prodotto un simile scempio.

Tutto questo, mentre Colaninno si sgola a dire che è di sinistra ma non poteva tirarsi indietro, Marcegaglia fa finta che l'operazione non avrebbe nulla a che vedere con il suo ruolo di presidente di Confindustria, Passera si mostra come il banchiere illuminato e prodiano, Ligresti meno si fa vedere meglio è, e nel Piddì ci si precipita a precisare che la presenza del prodigioso Colaninno figlio nell'eletto consesso dei suoi parlamentari non produce assolutamente alcun conflitto di interessi. In questo modo, una trasparente e onesta operazione di lucro ai danni dello Stato diventa un'ardita impresa di salvataggio della bandiera, il teatrino Alitalia apre una nuova stagione e l'unica incertezza restano i sindacati che, per una volta, potrebbero davvero mettere il loro corporativismo al servizio del Paese, facendo fallire il progetto. Ma non lo faranno.

di Nane Cantatore per Aprileonline

L'opposizione di Sua Maestà

Federico II attorniato dai sudditi - 'Exultet' - Salerno, Biblioteca Capitolare

Dialogo. Meglio non chiedersi cosa significhi concretamente; basti solo sapere che risulta il termine più usato in questa afosa stagione della politica. Il dialogo, per principio, è un rapporto fondato su un reciproco interesse. Ora, che il governo abbia bisogno di dialogare con l’opposizione è persino ovvio. Per quanto ampio sia il margine del suo consenso, difficile che si sia disposti a proporre al Paese un piano di purghe generalizzato senza condividerne il peso con l'opposizione. Il risultato auspicato, fin troppo facile prevederlo, é di corresponsabilizzare l’opposizione stessa nei riverberi negativi delle riforme, mentre ci si gode appieno l’aspetto utilitaristico a tutto vantaggio della ulteriore sedimentazione della propria maggioranza, che coincide con quella della propria prospettiva politica. Quello che sfugge, invece, è l’utilità del suddetto dialogo da parte dell’opposizione. Perché se si dice - e con ragione - che il governo balla sul Titanic, che le sue promesse si sono rivelate "fuffa" allo stato puro, che il paese può implodere e che il rischio di deriva autoritaria è tutt’altro che una ossessione comunarda, allora non si capisce quale interesse abbia l’opposizione a correre dietro al governo.

E invece corre, eccome se corre. A corrente alternata e da soggetti diversi, ci si propina l’annosa disputa sul coinvolgimento o meno dell’Udc di Casini nell’opposizione, come se la sua adesione (peraltro, come nello stile, promessa un giorno e negata un altro) fosse in qualche misura determinante a mettere in crisi – o anche solo in difficoltà – il governo. Né per numeri, né per contenuti, Casini è in alcun modo alternativo al cavaliere: lo è semmai nello stile di governo, ma davvero far cambiar rotta al Titanic é questione di “bon ton”?

Allora forse, anzi senza forse, l’alleanza con l’Udc ha il sapore tattico di piano di salvaguardia degli assetti di potere esistenti, messi a dura prova dal programma di governo. E anche di un sapore più forte, indigesto, della ricerca di un modello politico ed istituzionale condiviso dal sapore antico consociativo e da quello – moderno – di governance monocolore de facto. Il primo passo di questo percorso è stato già compiuto: l’espulsione coatta dalla politica del conflitto e del suo bisogno di rappresentanza. Chiaro: per procedere alle riforme istituzionali, anche a norma di art.138 della Costituzione, è necessaria un’agenda condivisa da parte della grande maggioranza delle forze politiche; ma chi è in Italia che oggi avverte questa come la necessità irrinunciabile? In quale cucina di quale casa le famiglie dibattono sul tema?

Eppure é così. Il PD, di sconfitta in sconfitta, pare aver deciso di dedicare le sue energie a stabilire, giorno dopo giorno, su cosa e come dialogare sulle riforme istituzionali. Trattasi da un lato di schizofrenia politica, giacché si premette che la situazione è gravissima e che salari, pensioni ed occupazione, inflazione, finanza e debito sono le vere emergenze. Poi però si "riapre" per stabilire che le riforme istituzionali, soprattutto quella relativa al sistema elettorale, sono una urgenza che giustifica e, anzi, rende non solo necessario, ma persino urgente, il dialogo.

Il governo mette in mora il modello di contratto nazionale per ogni comparto, il precariato diventa l’unica forma d’impiego a tempo indeterminato e i mutui triplicati mandano sul lastrico le famiglie. Ma non basta: da un lato scheda tutto ciò che si muove e marchia le persone, rendendo liberi di muoversi solo i capitali speculativi; dall'altro propone galere ed espulsioni per gli ultimi e immunità per i primi. Taglia i fondi per l’assistenza, già ai livelli minimi in Europa; reintroduce i ticket nella sanità alla quale toglie persino ogni prospettiva di servizio pubblico; spacchetta i ministeri eliminando d’un colpo la programmazione economica e sociale nei conti pubblici; inventa fesserie sulla scuola pubblica, equivocando la formazione con la disciplina e la cultura con la bacchetta; sogna fantasie federaliste e minaccia i lavoratori nei loro diritti più elementari, mentre la situazione economica diventa d’inusitata drammaticità. Allora, dall'opposizione, che si fa? Beh, si dialoga. Su cosa? Ma è chiaro: sulle riforme, la vera urgenza ineludibile del Paese. Davvero è questa l’urgenza?

Il dubbio che viene è che il PD non si renda conto che a ballare sul Titanic c'é anche lui. Ritiratosi con gravi perdite da ogni battaglia elettorale dalla sua nascita ad oggi, quella che fu la somma di DS e Margherita con una spruzzata di giustizialismo, propone al governo un’agenda condivisa di riforme che questo governo, per forza di cose oltre che per logica e convenienza, non ha nessun interesse a mettere sul tavolo. E così, un giorno si e uno no, il governo “apre” o “chiude” alle proposte di dialogo; quel tanto che serve a tenere l’opposizione nel regno del nulla, quel tanto che basta a vederla dividersi al suo interno tra dialoganti e urlanti, nell'agognata attesa di una proposta una per la rinascita dell'opposizione politica e sociale.

Quel che resta è lo spettacolo poco decoroso dei dirigenti del PD che rincorrono ogni alito del governo, ogni dichiarazione di ministri o capi bastone dello scombinato esercito governativo che sembrano mettere in discussione un punto e virgola di quella precedente. Introiettato nel profondo il culto della lettura tra le righe di ogni parola, scivolano e si dimenano per ogni mezza frase, in fondo convinti che saranno le contraddizioni interne al governo (parola gentile per definire gli appetiti) a determinare – se mai ci sarà – una crisi nell’Esecutivo. E così, arrampicandosi e scivolando su ogni dichiarazione, sembrano ballerini di lap dance, sprovvisti persino di musica di sottofondo. Il pubblico, più che mai pagante, chiede davvero la fine del balletto per intonare un'altra canzone.

di Fabrizio Casari per Altrenotizie

La legge è uguale per tutti... gli altri - di Marco Travaglio

Ogni giorno, in Italia, vengono arrestate centinaia di persone.
Per lo più stranieri o tossicodipendenti. Accusati di piccoli furti, truffe, scippi, spacci di droga.
Tutti «presunti non colpevoli», secondo la nostra Costituzione. Eppure finiscono in carcere lo stesso in custodia cautelare perché lo prevede la legge, onde evitare che fuggano, inquinino le prove, ripetano il reato.
Poi, dopo qualche anno – una decina, almeno – sapremo se erano colpevoli e innocenti.
Molti verranno assolti, o perché non c’entravano nulla, o perché alla fine le prove raccolte dall’accusa non sono giudicate sufficienti. Altri li salverà la prescrizione, grazie ai tempi biblici della giustizia italiana che, unica al mondo, prevede cinque fasi e tre gradi di giudizio. Altri ancora saranno condannati.
È sempre accaduto così, da che mondo è mondo.

Accade però ogni tanto, in Italia più spesso che altrove, che venga arrestato un politico accusato di rubare.
Di solito la refurtiva che gli viene addebitata è mille volte superiore a quella media di un ladruncolo, uno scippatore, un rapinatore, uno spacciatore, un truffatore.
Eppure il politico riceve subito la solidarietà degli alleati e, ultimamente, anche degli avversari.
Ma soprattutto quella del presidente del Consiglio che, non sapendo nulla dell’inchiesta, un minuto dopo aver appreso la notizia fa sapere da Parigi che è tutto «un teorema» (nel suo linguaggio, un errore giudiziario) e bisogna impedire che cose del genere si ripetano con una supersonica riforma della giustizia.

Poi escono i giornali, ed è il momento più spettacolare: a parte rare eccezioni, essi riportano in prima pagina un commento scritto da un tizio, di solito un intellettuale o presunto tale, che non sa nulla, anzi non deve sapere nulla dei fatti che sta commentando (i lettori li troveranno a pagina 2).
Altrimenti non potrebbe mai scrivere le scempiaggini che scrive.
Ieri, per esempio, a proposito dell’arresto del governatore abruzzese Ottaviano Del Turco, il Corriere pubblicava un editoriale di Angelo Panebianco, dal titolo stupefacente «Giudici, la svolta che serve al Pd», dall’occhiello ancor più marziano «Il rapporto con i pm», e dal contenuto, se possibile, ancor più demenziale.
Nemmeno una parola sui fatti, cioè sulle mazzette fascettate che – secondo l’accusa, corroborata da fotografie e filmati – un imprenditore soleva consegnare nella casa del governatore.

I fatti sono a pagina 2, rigorosamente separati dalle opinioni che stanno a pagina 1 per non esserne disturbate.
Panebianco non parla della corruzione.
Parla dei giudici, dei pm, del Pd e naturalmente dell’«incresciosa manifestazione di piazza Navona».
E domanda: «A parte l’esigenza di ottenere il massimo impatto mediatico, c’è stata anche qualche altra ragione dietro la decisione di arrestare la massima autorità politico-amministrativa della Regione?».
Se avesse voltato pagina, avrebbe scoperto che dietro l’arresto ci sono le confessioni, ampiamente riscontrate, dell’imprenditore che consegnò almeno sei-sette volte mazzette per un totale di 5,8 milioni di euro al governatore e al suo braccio destro; e un Codice penale, sventuratamente ancora in vigore, che prevede la custodia cautelare per chi è accusato di rubare galline e, a maggior ragione, di rubare 5,8 milioni alla sanità pubblica.
Ma questi sono fatti, e il professor Panebianco, solitario a pagina 1, non se ne occupa.
Che cos’è un arresto per mazzette senza le mazzette?
Un abuso, frutto malato dell’eterno «problema dei rapporti fra giustizia e politica», ultima «invasione di campo» dei pm dotati di un «potere discrezionale eccessivo» (qui l’arresto l’ha disposto un gip, ma anche questo è un fatto e Panebianco, schifato, vuol restarne fuori: tant’è che, come antidoto, suggerisce «la separazione della carriere», come se i gip, una volta separati dai pm, respingessero automaticamente le richieste di arresto per i politici accusati di rubare).

Manca solo un luogo comune: quello del «tintinnio di manette», che troviamo però sul Giornale, nell’editoriale della voce bianca che lo dirige: «Non ci piace il tintinnare di manette».
Infatti Il Giornale è per la schedatura dei bimbi rom e per l’aggravante razziale istituita dal governo per lo straniero irregolare che delinque.
Anziché menarla con i sacri princìpi del garantismo, che non c’entrano nulla, questi razzisti della penna farebbero prima a pubblicare l’elenco delle persone – familiari, amici, politici e vip – che non devono più essere processate.
Così facciamo prima e morta lì.

di Marco Travaglio per l'Unità (16 luglio 2008)

Il Lodo Alfano e la mancanza di tutela per le vittime dei reati commessi

Immagine realizzata da Il Blog Senza Nome

Quando la Corte Costituzionale ha bocciato il lodo Schifani (che sarebbe il lodo Alfano prima versione; perché Berlusconi ci aveva già provato a farsi una legge che ponesse lui e i suoi amici al di sopra della legge) ha detto che l’intento del legislatore (sarebbero Berlusconi e il suo portavoce di allora Schifani) era quello di tutelare il sereno svolgimento delle rilevanti funzioni proprie delle Alte Cariche dello Stato. Secondo la Corte Costituzionale questa cosa poteva anche essere fatta; però in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto. Poi la legge venne dichiarata incostituzionale perché assicurava l’immunità a vita e questo era un po’ fuori dell’ “armonia con i principi fondamentali etc”.

Adesso lo stesso legislatore (ha solo cambiato portavoce, adesso c’è Alfano) ci riprova: siccome la Corte Costituzionale gli ha detto che l’immunità a vita non va bene, si accontenta di un’immunità per una sola legislatura; per il resto, tutto uguale.

Così c’è da chiedersi se il sereno svolgimento delle funzioni delle Alte Cariche lo debbono proprio pagare gli altri cittadini, quelli che non sono e non saranno mai Alte Cariche ma che con queste magari qualche problema potrebbero anche averlo.

Perché non si deve dimenticare che anche le Alte Cariche dello Stato sono comuni cittadini; anche loro conducono, nei momenti lasciati liberi dalle alte funzioni che ricoprono, una normale vita di relazione. Si innamorano, si sposano, concepiscono e partoriscono figli, tengono animali di compagnia, guidano l’automobile, l’aereo, l’elicottero, le barche, a vela o a motore che siano; in qualche caso svolgono professioni: sono medici, ingegneri; in altri casi sono imprenditori e posseggono aziende. Insomma, sono Alte Cariche ma restano uomini che vivono nel mondo. E se si accorgono che la moglie o il marito li tradisce? Se si innamorano di un'altra donna o di un altro uomo e abbandonano la famiglia? Se litigano con la moglie o il marito e gli ficcano un paio di ceffoni e questa o questo cade e si fa male? Se danno un calcio al cane e lo abbandonano sull’autostrada? Se omettono di adottare, nella loro azienda (qualcuno ne ha, magari anche parecchie) misure antinfortunistiche e ci scappano uno o più morti? Se smaltiscono i rifiuti delle loro mega ville un po’ alla garibaldina? Se addirittura le megaville se le costruiscono in barba a piano regolatore, vincoli paesaggistici e idrogeologici etc? Se mandano il capo della loro scorta a comprargli la cocaina? Se insomma commettono uno dei tanti reati che non hanno nulla a che fare con le funzioni proprie della loro Alta Carica Politica e per i quali tanti cittadini ogni giorno vengono sottoposti a processo?

Secondo il lodo Alfano non gli deve succedere nulla; perché l’unico modo per governare serenamente e pacificamente il Paese è una licenza a delinquere. E insomma l’interesse pubblico avanti tutto.

Ma poi, come le tuteliamo le vittime dei reati commessi dalle Alte Cariche dello Stato?
Beh, dice il lodo Alfano, prima di tutto c’è il processo civile; e poi il giudice può acquisire le prove non rinviabili.

Trattasi di una bufala.

Per esempio, se l’Alta Carica dello Stato decide di non corrispondere alla moglie o al marito che l’ha tradita l’assegno alimentare stabilito dal giudice al momento della separazione, commette il reato di cui all’art. 570 codice penale, la violazione degli obblighi di assistenza familiare. Che si fa? Il processo penale non si può fare, prove non rinviabili da acquisire non ce n’è, è tutto pacifico, l’Alta Carica non scuce un quattrino e la moglie e i bambini piccini muoiono di fame. Ma il Ministro Alfano dice che resta il processo civile; così la moglie o i figli abbandonati in condizioni di indigenza, possono adire il Tribunale civile e richiedere gli opportuni provvedimenti di urgenza, per esempio il sequestro dei beni; poi possono richiedere un processo di esecuzione per far vendere questi beni e soddisfare le loro esigenze sul ricavato. In capo a un anno (magari due), più o meno, avranno ottenuto giustizia; nel frattempo c’è da sperare che la carità pubblica e privata li sovvenga. Nel caso dell’Alta Carica dello Stato che faccia mancare i mezzi di sussistenza, in realtà, c’è un altro sistema, quello previsto dall’articolo 156 del codice civile: su richiesta dell’avente diritto, il giudice può … ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere … somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa venga versata direttamente agli aventi diritto. Sicché potrebbe avvenire che la Presidenza del Consiglio, o la Presidenza della Repubblica o la Camera o il Senato siano tenuti a corrispondere ai congiunti creditori di assegni alimentari le somme in questione, trattenendole direttamente dallo stipendio che dovrebbe essere versato all’Alta Carica dello Stato; non so se avverrà mai ma sarebbe certamente uno spettacolo assai peculiare.

E se l’Alta Carica dello Stato si abbandona a maltrattamenti in famiglia (mena la moglie e i bambini piccini), commettendo il reato di cui all’articolo 572 del codice penale? Il reato di maltrattamenti in famiglia non è cosa da poco, è punito con una pena che va da uno a 5 anni di reclusione. Anche qui, prove urgenti non ce ne sono: i certificati del pronto soccorso li abbiamo già e la denuncia della moglie e dei bambini pure. Quello che servirebbe sarebbe una misura cautelare, magari non proprio l’arresto ma almeno il divieto di vivere nella casa coniugale o l’obbligo di allontanarsi dal Comune dove risiedono i familiari maltrattati. Beh, anche questo non si può fare: mogli e bambini piccini altra scelta non avranno che la fuga, sempre che sia possibile.

E se l’Alta Carica dello Stato picchia il cane e lo tratta male (reato di cui all’art 727 del codice penale)? Non possiamo sequestrarglielo con decreto di sequestro preventivo (art. 323 codice di procedura penale) perché il processo non si può fare; non possiamo manco dirgli di piantarla di maltrattare il cane, l’Alta Carica è “immune”, lo dice la legge. E che il cane si arrangi.

E se l’Alta Carica gestisce un’azienda i cui macchinari sono pericolosi? Anche qui niente sequestro, niente misura cautelare, niente di niente; può continuare a farla funzionare come e quanto gli pare, le prove sono state tutte raccolte, il processo non si può fare, l’Alta Carica ha la sua fabbrica e ci fa quello che vuole.. E se poi muore qualcuno? Ma che problema c’è, l’Alta Carica si beccherà un bel processo civile.

Insomma, mi viene in mente un vecchio detto romanesco: quante me ne ha date! Ma quante gliene ho dette!
Per finire: ma qualcuno si è posto il cosiddetto problema Riina - Provenzano - delinquenti vari? Voglio dire, se un grosso delinquente, dopo una vita di delitti e di sopraffazioni e di imbrogli e di corruzioni; insomma dopo una vita di spietata e criminale immoralità, pensa bene di utilizzare i soldi, il potere, l’influenza che si è guadagnato con la sua vita di delitti per influire in vari, magari efferati, modi sull’elettorato e su partiti politici; se così facendo riesce a farsi eleggere parlamentare e poi accedere a una Alta Carica? Insomma, che ne facciamo di uno che con corruzioni, ricatti, magari omicidi, conquisti il potere politico? Lo lasciamo a governare per tutta la durata del mandato, protetto da quello stesso ordinamento che egli ha violato e che, ovviamente, continuerà a violare in misura sempre maggiore? E, a quel punto, quale sarà la differenza tra il nostro Paese e uno qualsiasi degli Stati soggetti a dittature militari o criminali?

di Bruno Tinti, Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino, per Chiarelettere

Lodo Alfano: licenza assoluta alle massime cariche dello Stato, anche di uccidere

Immagine realizzata da Il Blog Senza Nome

Dunque le Alte Cariche dello Stato, Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio dei Ministri, Presidente del Senato, Presidente della Camera, dovrebbero essere immuni dalla legge penale; fino a quando restano in carica, ma comunque, per questo periodo di tempo, immuni.
Così è previsto che succeda secondo un disegno di legge che il ministro Alfano ha accettato di battezzare con il suo nome (si chiama, nella vulgata corrente, lodo Alfano) e che dice che “salvi i casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione, i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio dei Ministri, Presidente del Senato, Presidente della Camera sono sospesi…. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione.”

Se uno cerca di tradurre il riferimento agli articoli 90 e 96 della Costituzione in parole intelligibili anche a chi non la conosce o non se la ricorda e non ha sottomano il testo, si scopre che questa sospensione non opera per il Presidente della Repubblica che venga imputato di alto tradimento o di attentato alla Costituzione; cosa di cui i cittadini possono rallegrarsi. E non opera (beh, però la scappatoia è già prevista) per il Presidente del Consiglio che può (ma è troppo bello per essere vero e infatti non lo è) essere processato per reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni. In verità, per processarlo occorre l’autorizzazione del Senato o della Camera dei Deputati; ma si può stare tranquilli perché tutti sanno benissimo che il Parlamento non si fa assolutamente condizionare da criteri di appartenenza politica e che concede o nega le autorizzazioni per sole ragioni di giustizia: tu sei del mio partito ma, abbi pazienza, la coscienza mi obbliga a votare per farti sottoporre a processo…

Insomma, a prescindere da quello che avviene in pratica (il Parlamento autorizzazioni a procedere non ne ha concesse quando erano previste e non le concede ora, nei limitati casi in cui sono previste; ma proprio non se ne parla) sta di fatto che già questa legge prevede una cosa curiosa: se il Presidente del Consiglio dei Ministri promuove una legge che favorisce una sua azienda e la fa approvare dal Consiglio dei Ministri; oppure se, utilizzando il potere che gli dà la sua carica, raccomanda illecitamente ad un ente pubblico controllato dal suo partito e dunque da lui una ballerina; ecco, in questi casi (sempre che il Parlamento dia l’autorizzazione) potrebbe essere processato. Se invece invita una ballerina per un week end al mare e lì la violenta, beh, in questo caso, non può essere processato perché la violenza non è stata commessa nell’esercizio delle sue funzioni.

Chi è proprio favorito sono i Presidenti di Camera e Senato che non possono essere processati mai: né per alto tradimento, né per reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni né per reati commessi fuori dall’esercizio di queste funzioni. La verità è che sono meglio di 007; licenza assoluta (anche di uccidere, proprio così, non c’è eccezione per nessun reato).

Insomma, questo lodo Alfano è un po’ bizzarro (questa figura retorica gli inglesi la chiamano understatement); il che, tecnicamente, significa che potrebbe essere in contrasto con gli articoli 3 e 24 della Costituzione; perché viola il principio di ragionevolezza (chissà perché alcuni debbono essere più uguali degli altri? E soprattutto perché sono più uguali degli altri per certi reati - quelli commessi come privati cittadini - e meno uguali per altri reati - quelli commessi come Alte Cariche dello Stato?). E poi anche perché non consente alle vittime dei reati da loro commessi di avere un trattamento uguale: la ballerina che si è vista mettere da parte in favore della collega imposta dal Presidente del Consiglio potrebbe agire in giudizio penale (se il Parlamento autorizza); mentre la ballerina violentata non potrebbe farlo.

Non è che sia finita qui, il lodo Alfano si presta a qualche altro commento; ma il resto alla prossima puntata.

di Bruno Tinti, Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino, per Chiarelettere

Cento costituzionalisti contro il lodo Alfano: raccolta di firme in difesa della Costituzione

Cento costituzionalisti in campo contro il lodo-Alfano che sospende i processi delle quattro più alte cariche istituzionali e contro la norma blocca-processi. Il documento è intitolato "In difesa della Costituzione" ed è firmato da ordinari di diritto costituzionale e discipline equivalenti: tra essi gli ex presidenti della Consulta Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky e Leopoldo Elia. A coordinare la raccolta di firme è stato Alessandro Pace, presidente dell'Associazione italiana costituzionalisti.

I sottoscritti professori ordinari di diritto costituzionale e di discipline equivalenti, vivamente preoccupati per le recenti iniziative legislative intese: 1) a bloccare per un anno i procedimenti penali in corso per fatti commessi prima del 30 giugno 2002, con esclusione dei reati puniti con la pena della reclusione superiore a dieci anni; 2) a reintrodurre nel nostro ordinamento l'immunità temporanea per reati comuni commessi dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Presidenti di Camera e Senato anche prima dell'assunzione della carica, già prevista dall'art. 1 comma 2 della legge n. 140 del 2003, dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004, premesso che l'art. 1, comma 2 della Costituzione, nell'affermare che "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", esclude che il popolo possa, col suo voto, rendere giudiziariamente immuni i titolari di cariche elettive e che questi, per il solo fatto di ricoprire cariche istituzionali, siano esentati dal doveroso rispetto della Carta costituzionale, rilevano, con riferimento alla legge di conversione del decreto legge n. 92 del 2008, che gli artt. 2 bis e 2 ter introdotti con emendamento a tale decreto, sollevano insuperabili perplessità di legittimità costituzionale perché: a) essendo del tutto estranei alla logica del cosiddetto decreto-sicurezza, difettano dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dall'art. 77, comma 2 Cost. (Corte cost., sentenze n. 171 del 2007 e n. 128 del 2008); b) violano il principio della ragionevole durata dei processi (art. 111, comma 1 Cost., art. 6 Convenzione europea dei diritti dell'uomo); c) pregiudicano l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 Cost.), in conseguenza della quale il legislatore non ha il potere di sospendere il corso dei processi, ma solo, e tutt'al più, di prevedere criteri - flessibili - cui gli uffici giudiziari debbano ispirarsi nella formazione dei ruoli d'udienza; d) la data del 30 giugno 2002 non presenta alcuna giustificazione obiettiva e razionale; e) non sussiste alcuna ragionevole giustificazione per una così generalizzata sospensione che, alla sua scadenza, produrrebbe ulteriori devastanti effetti di disfunzione della giustizia venendosi a sommare il carico dei processi sospesi a quello dei processi nel frattempo sopravvenuti; rilevano, con riferimento al cosiddetto lodo Alfano, che la sospensione temporanea ivi prevista, concernendo genericamente i reati comuni commessi dai titolari delle sopra indicate quattro alte cariche, viola, oltre alla ragionevole durata dei processi e all'obbligatorietà dell'azione penale, anche e soprattutto l'art. 3, comma 1 Cost., secondo il quale tutti i cittadini "sono eguali davanti alla legge".

Osservano, a tal proposito, che le vigenti deroghe a tale principio in favore di titolari di cariche istituzionali, tutte previste da norme di rango costituzionale o fondate su precisi obblighi costituzionali, riguardano sempre ed esclusivamente atti o fatti compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni. Per contro, nel cosiddetto lodo Alfano la titolarità della carica istituzionale viene assunta non già come fondamento e limite dell'immunità "funzionale", bensì come mero pretesto per sospendere l'ordinario corso della giustizia con riferimento a reati "comuni".

Per ciò che attiene all'analogo art. 1, comma 2 della legge n. 140 del 2003, i sottoscritti rilevano che, nel dichiararne l'incostituzionalità con la citata sentenza n. 24 del 2004, la Corte costituzionale si limitò a constatare che la previsione legislativa in questione difettava di tanti requisiti e condizioni (tra cui la doverosa indicazione del presupposto - e cioè dei reati a cui l'immunità andrebbe applicata - e l'altrettanto doveroso pari trattamento dei ministri e dei parlamentari nell'ipotesi dell'immunità, rispettivamente, del Premier e dei Presidenti delle due Camere), tali da renderla inevitabilmente contrastante con i principi dello Stato di diritto.

Ma ciò la Corte fece senza con ciò pregiudicare la questione di fondo, qui sottolineata, della necessità che qualsiasi forma di prerogativa comportante deroghe al principio di eguale sottoposizione di tutti alla giurisdizione penale debba essere introdotta necessariamente ed esclusivamente con una legge costituzionale.

Infine, date le inesatte notizie diffuse al riguardo, i sottoscritti ritengono opportuno ricordare che l'immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i Ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro, tanto meno nell'ordinamento spagnolo più volte evocato, ma sempre inesattamente.

Fonte: Repubblica.it

 

 

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Caro Silvio, tuo Giorgio: La lettera che Napolitano avrebbe dovuto scrivere a Berlusconi

Ecco la lettera che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non ha inviato al premier, Silvio Berlusconi.

"Caro Silvio,

scusa se ti distolgo dai provini di Raifiction, ma come capo dello Stato, presidente del Csm e garante supremo della Costituzione, alcuni dubbi mi assalgono.

La lettera al presidente del Senato in cui ti assolvi da solo mi aveva quasi convinto della tua innocenza. Poi ho letto la lettera dell'avvocato Mills al suo commercialista a proposito di quei 600 mila dollari come 'regalo' per le sue false testimonianze in tuo favore, e le tue telefonate con Agostino Saccà. E son tornato al punto di partenza. Meglio lasciarlo stabilire dai giudici, se sei colpevole o innocente: li paghiamo per questo. Tu dici che sono prevenuti: lo penso anch'io, infatti finora han sempre trovato il modo di salvarti, fra prescrizioni, attenuanti generiche e insufficienze di prove.

Tu dici che non hai tempo per governare e preparare le udienze, ma ti sottovaluti: alla peggio, puoi sempre rubare un po' di tempo ad Apicella e alle 'fanciulle' di Raifiction. Vedrai che ce la fai. E poi dovevi pensarci prima: quando un imputato si candida a premier, il rischio di essere condannato una volta eletto lo mette in conto.

Tu dici che gli italiani ti hanno votato: appunto, pensavano che il processo andasse avanti. Anche perché ti eri dimenticato di avvertirli che avresti usato i loro voti come un giudizio di Dio sostitutivo a quello dei giudici, per giunta con un Lodo Barabba imposto da te medesimo.

Tu dici che l'immagine dell'Italia all'estero verrebbe guastata da una tua condanna per corruzione. Ma se la dai per scontata, qualcuno penserà che sei colpevole. E poi mettiti nei miei panni: sarebbe molto peggio, per l'Italia che io rappresento, tenersi per cinque anni un premier che non si sa se sia un perseguitato o un corruttore.

Tu ricordi che fino al '93 c'era l'immunità parlamentare, ma ricordi male: la Costituzione consentiva alle Camere di negare l'autorizzazione a procedere in caso di 'fumus persecutionis', cioè di qualche parlamentare perseguitato da toghe politicizzate senza uno straccio di prova. Ma qui le prove non vengono da toghe più o meno politicizzate, bensì dal tuo consulente Mills e dalla tua voce registrata al telefono con l'amico Saccà.

E poi l'immunità era stata pensata dai padri costituenti per difendere le opposizioni da eventuali agguati di giudici legati al governo con accuse per reati politici, non per proteggere il capo del governo da accuse per reati comuni. Tu dici che 'nelle altre democrazie' il Lodo Schifani-Alfano esiste già. Ho chiesto in giro e - a parte che nessuno conosce Schifani né Alfano - mi han detto che i premier non hanno immunità in nessuna democrazia del mondo. Sono immuni solo i re e il presidente della Repubblica francese. Quindi non firmo. Se ne riparla se e quando prenderai il mio posto. O quando ti sarai incoronato Re d'Italia.

Tuo Giorgio".

di Marco Travaglio per L'espresso

Lettera di Sabina Guzzanti al Corriere della Sera

Caro direttore,

sull'aereo al ritorno da un viaggio di un mese per un lavoro sulla satira nel mondo, ho preso l'Espresso per aggiornarmi un po'. Meno male che avevo la cintura di sicurezza perché rischiavo di cadere dalla sedia!

La notizia è scioccante. L'articolo di apertura dice che Berlusconi ha mostrato il suo vero volto: non un grande statista ma un uomo che pensa solo a fare leggi per sé! Ha ingannato l'opposizione con straordinaria abilità! La sua performance è stata talmente geniale e inaspettata (sorrideva! Lui che non ha mai sorriso!), che ha ingannato perfino Veltroni !

Appena atterrata vengo a sapere della manifestazione dell' 8 luglio. I commenti che sento e che leggo in proposito sono sempre gli stessi. La gente non arriva alla quarta settimana questi sono i problemi, non le intercettazioni, non la giustizia, non la difesa della vecchia obsoleta Costituzione, non la difesa dei giornalisti che sono una casta e che se non scendono in piazza loro non si capisce perché dovremmo scendere in piazza noi, non la difesa dei magistrati che sono un'altra casta.

Shenderovich, satirista russo, lavorava ad un programma con il 50% di share, è stata una delle prime vittime di Putin.
Sono anni che può esprimersi solo in una radio dissidente e la gente che ha votato Putin continua a fermarlo per chiedergli: come mai non ti si vede più in tv? Shenderovich osserva acutamente che la sua gente non associa la libertà al benessere. Guardano l'Occidente e vorrebbero quello stile di vita. Non capiscono che questo stile di vita è stato raggiunto grazie alla libertà. E votano Putin in massa.

Tutti proviamo fastidio a risentire la parola girotondi, proviamo fastidio al nome di Di Pietro, al nome Veltroni, Fava e ormai anche Vendola. Sarebbe meglio che ci fossero dei politici che ci convincono di più ma non ci sono. Nell'attesa dell'arrivo del messia una manifestazione è stata convocata l'8 luglio e bisogna andarci.

Il leader plebiscitario Veltroni dice che si tratta dei soliti quattro gatti. Su Veltroni non c'è altro da aggiungere al commento di Altan: - Si manifesta in autunno. - A che ora?

La ragione per cui non si arriva alla quarta settimana è che tutti i settori della nostra società, compresi tutti quelli che dovrebbero svolgere attività di controllo, sono corrotti. La ragione per cui stiamo male e staremo peggio è che siamo governati da ladri. È grazie alle intercettazioni che sono state fermate le scalate alle banche da parte di Berlusconi, della Lega e del Pd, grazie alle intercettazioni e soprattutto grazie al fatto che siano state rese pubbliche a mezzo stampa Fazio è stato costretto a dimettersi e ora ci troviamo con Draghi che è onesto e capace. La violazione della privacy è già punita dalla legge, Anna Falchi ha avuto giustizia. Gli italiani continuano ad essere truffati dalle banche, dai partiti, dall'ultimo arrivato come Fiorani che con in tasca decine di milioni di euro rubati alle vecchiette che poi votano Berlusconi, ci saluta dai canali Mediaset, sempre educativi, ballando a torso nudo a casa di Lele Mora.

Sabina Guzzanti

I quotidiani titolano: 'TAV, c'è l'accordo'. Ma è una bufala

Immagine realizzata da Il Blog Senza Nome

"Non abbiamo siglato alcun accordo. È falso. È completamente falso. E speriamo, domani, di poter chiarire il tutto in una conferenza stampa". Con questa risposta, secca, Antonio Ferrentino, presidente della Comunità Montana della Bassa Valle, smentisce il gran clamore mediatico di queste ultime ore che dava l'alta velocità sulla tratta Torino - Lione, come praticamente già fatta.
"Noi ieri abbiamo fatto una conferenza stampa alle 14.00. Ti basti sapere che alle 13.30, vale a dire con ben 30 minuti di anticipo, il Tg1 già titolava ‘Accordo Torino - Lione. C'è il tracciato'. In realtà, di accordo non si è parlato da nessuna parte. Ci sono dei contributi che sono stati portati dall'osservatorio che si acquisiscono come ‘suggestione', come contributi tutti da verificare. Ma non è che quello è il progetto. È veramente incredibile quello che sta accadendo".

E allora vediamolo quello che sta accadendo: "Era il sei dicembre del 2005 - ricordano i principali quotidiani - quando le immagini degli scontri tra i manifestanti No Tav e la polizia al presidio di Venaus facevano il giro del mondo e mettevano a rischio lo svolgimento delle Olimpiadi invernali. Quattro giorni dopo a palazzo Chigi, con Berlusconi premier e Gianni Letta sottosegretario, veniva sancita la tregua olimpica e l'avvio di un tavolo politico, quello dell'Osservatorio. Il 29 giungo del 2006, con Prodi premier ed Enrico Letta sottosegretario, la Tav veniva tolta dalla legge Obiettivo. Due anni dopo l'accordo di Pra Catinat sancisce la fine del muro contro muro e la certificazione che il metodo della concertazione partecipata sulle grandi opere può far risparmiare tempo e denaro. Certo, lo zoccolo duro del movimento No Tav resiste e annuncia battaglia ma nel sit-in degli irriducibili, domenica pomeriggio a Torino si ritrovano in pochi. Tanto che il sindaco Chiamparino arriva ad ammettere che la sconfitta della sinistra Arcobaleno alle urne possa aver introdotto "qualche elemento di riflessione nei sindaci. Le elezioni non hanno fatto emergere grande sostegno ai 'No tav ad ogni costo': la maggioranza dei valsusini ha votato per i partiti che sostenevano l'opera attraverso un ragionevole confronto con le comunità locali".
La stampa mainstream si spinge addirittura a dare un calendario dei cantieri: si tratta di rispettare le scadenze dell'Unione europea, che prevedono l'avvio dei lavori nel 2010, possibile "se non ci saranno impuntature e stop al dialogo".

L'accordo è sulle regole - si inalbera Ferrentino, che proprio non ha gradito la lettura mattutina dei quotidiani - non è che noi minimizziamo. È un buon impianto perché mette al centro il territorio e coniuga le politiche dei trasporti e quelle legate alle infrastrutture. Ma - sottolinea - non è un accordo sul tracciato bensì su un percorso di confronto e concertazione sul cui esito positivo non è secondario l'atteggiamento del governo. È un momento importante, ma è sulle regole: c'è accordo sul fatto che non si devono fare forzature, accelerazioni, che debba essere coinvolto il territorio, che devono viaggiare insieme progettazione e politica trasportistiche. Tutte cose importanti che noi diciamo da tempo. Solo che il termine 'accordo' ha fatto scattare tutto in avanti come se fosse tutto ormai deciso, mentre è tutto ancora da decidere".
E, a riprova di quanto afferma tira fuori il documento stilato in quel di Pra Catinat e legge: 'nell'orizzonte temporale dei prossimi mesi... potrà consentire di progettare la progettazione'. "Se le parole hanno ancora un significato - sbotta Ferrentino - qui c'è scritto che nei prossimi mesi, non nei prossimi giorni, potrà consentire di progettare la concertazione. Ovvero di stabilire i calendari di attività di tutte quelle specifiche e quegli adempimenti che possono dare concretezza alle indicazioni che in questo documento sono state esposte. Indicazioni che in una fase successiva possono essere concretizzate, una fase successiva che passa attraverso una valutazione sia dei consigli comunali ma anche del governo che ci convocherà attorno al 15 luglio".

"In questo - è l'amara conclusione del presidente della Comunità montana della Bassa Val Susa - continua il governo degli annunci soccorso da una stampa troppo accondiscendente. Ed è veramente incredibile. Stiamo pensando di progettare insieme la progettazione e dare concretezza alle indicazioni esposte nel documento. Nient'altro. Ma è bastato a far scattare il trappolone mediatico".

di Carla Ronga per Aprileonline

Passaparola... con Marco Travaglio (Registrazione della diretta video del 9 giugno 2008)

Continuamo a proporvi gli importanti video di Marco Travaglio per il blog di Beppe Grillo, e ve li proponiamo (volutamente) con un certo "ritardo", poichè riteniamo importante che il contenuto di questi filmati non vada dimenticato dopo qualche giorno dalla diretta. Ecco quindi il motivo per cui vi invitiamo a guardarli e a riguardarli.

Segue trascrizione:

"Buongiorno a tutti.
Allora, sia nel blog di Beppe un certo Daniele mi chiede della legge sulle intercettazioni che è stata annunciata da Berlusconi al convegno dei giovani industriali a Santa Margherita Ligure – mi chiede e mi domanda se potrebbe essere incostituzionale o oggetto di un pronunciamento della Corte di Giustizia Europea – sia sul mio blog, voglioscendere.it, Cle e Carla C. mi chiedono anch’esse di parlare di questa legge. E allora parliamone perché è il tema del giorno e credo che rimarrà il tema della settimana e forse del mese. Siamo alla prima legge vergogna che riguarda i processi di Berlusconi e che ha qualche speranza di passare, dopo quella per ora tramontata sul patteggiamento allargato che avrebbe spostato in là i processi al Cavaliere. Intanto vediamo quello che vuole fare Berlusconi, secondo quanto lui ha annunciato di voler fare. Lui ha detto: “divieto assoluto di intercettazioni, salvo per i reati di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di criminalità organizzata e di terrorismo”. Per chi le fa, cioè per i giudici che le dispongono al di fuori di questi reati – ammesso che ce ne siano ancora, ovviamente – e per gli agenti che poi le realizzano assieme ai gestori telefonici che prestano il loro supporto: cinque anni di galera. Questa la pena massima prevista. Per i giornalisti che le pubblicano, cinque anni di galera anche a loro. Si corona così il sogno del Cavaliere di arrestare tutti coloro che lo dovrebbero controllare e che lo controllano ancora, cioè magistrati e giornalisti. Invece di arrestare le persone che vengono intercettate e hanno commesso dei reati, si decide di arrestare coloro che le hanno scoperte e coloro che lo hanno fatto sapere. Che già non è male, devo dire. In più prevede, dice lui, “una forte penalizzazione economica per gli editori che pubblicano questi articoli contenenti intercettazioni”. Quindi, in teoria, dovrebbe essere condannata anche la sua famiglia, visto che i suoi giornali hanno abbondantemente pubblicato intercettazioni - sempre quelle degli altri di solito, mai le sue. L’annuncio era già scritto nel programma della Casa delle Libertà, era già stato detto in campagna elettorale. Il problema è che Berlusconi ha questa grande fortuna: viene sempre sottovalutato. Si dice: “sì, lui dice così. Poi in realtà non è vero…”. No, in realtà è vero. E infatti, ciò che sembrava impossibile, il divieto di intercettazioni per tutti i reati che non siano di mafia e terrorismo – stando a quello che lui dice, sempre che non sia stato frainteso o non parlasse a titolo personale – sarà oggetto della prossima legge in materia di giustizia. E così sono serviti tutti quegli allocchi, magistrati, associazione magistrati, partito democratico, che pensavano di poter dialogare con un soggetto del genere. Per fortuna che a mettersi di traverso contro il dialogo è sempre Berlusconi poi, alla fine. È interessante il fatto che lui annunci tutto questo proprio mentre a Napoli e dintorni lui va predicando che con lui ritorna lo Stato, arriva il pugno di ferro, arriva la tolleranza zero, arriva la certezza della pena. Arriva il castigamatti, insomma, e bisogna rigare diritto. E annuncia una legge che va esattamente in controtendenza. Non è una legge “ad personam”, nel senso che non serve solo a lui. È una legge “ad personas” nel senso che serve a tutta la classe dirigente. È un altro cunicolo enorme scavato sotto le carceri e sotto i tribunali per farci passare naturalmente le solite pantegane grandi così, ma da quello stesso cunicolo passeranno anche topolini medi e piccoli, che sono poi quelli che vanno ad accrescere l’emergenza sicurezza, la percezione di insicurezza. Ragion per cui poi bisogna ritornare indietro e fare altri pacchetti sicurezza. È un continuo. È il pendolo che una settimana dopo le norme per la sicurezza, torna indietro e si mette a salvare i colletti bianchi, ma anche, come vedremo fra un attimo, le principali categorie criminali che rendono rinomato nel mondo il nostro Paese. Facciamo degli esempi. Per l’omicidio, ad esempio, non è più possibile intercettare, se ha un senso quello che ha detto Berlusconi. Perché l’omicidio non è né mafia, né ‘ndrangheta, né camorra, o meglio, ci sono anche omicidi che non fanno parte di quelle organizzazioni. Per l’omicidio semplice - cioè io ammazzo un tizio non essendo un camorrista, un mafioso, un ‘ndranghetista e nemmeno un terrorista – non mi possono intercettare. Di solito, per scoprire chi è stato ad uccidere una persona si mettono sotto intercettazione tutti quelli che fanno parte della sua cerchia: parenti, amici, conoscenti, colleghi di lavoro per cercare qualche attinenza tra la morte di quella persona e le conoscenze che ha. Non si potrà più fare. Quindi, molti più omicidi impuniti. Okay?
Rapine in banca. Mettiamo che per fortuna una telecamera abbia ripreso di sguincio uno dei rapinatori e che gli inquirenti illuminando bene le immagini riescano a intuire chi potrebbe essere fra le loro vecchie conoscenze, spulciando tra le foto segnaletiche. Bene, per trovare la prova che è veramente lui gli mettono il telefono sotto controllo, vedono se parla di bottino. Se ne parla con altri complici, arrestano anche i complici e si riesce a sgominare la banda. Non si potrà più fare. La rapina, se non è fatta da mafiosi, camorristi o terroristi, sarà impossibile, o quasi, da punire...

Mettiamo il classico caso del sequestro di persona a scopo di estorsione. Un gruppo di sbandati sempre più spesso capita, ormai non c’è più la grande “anonima sequestri”, ci sono gruppi di sbandati che si organizzano. Sequestri lampo. Prendiamo l’imprenditore. Ci facciamo dare il riscatto. Lo liberiamo. Di solito si mette sotto controllo il telefono della famiglia, i telefoni delle famiglie amiche, in modo che quando il sequestratore telefona per chiedere il riscatto si risale telefonicamente a lui e spesso lo si acciuffa. Con questo sistema sono stati sgominati moltissimi sequestri e restituiti alle famiglie tantissimi ostaggi. Perfetto. Non si potrà più fare. A meno che il sequestro non sia opera di mafia, camorra o ‘ndrangheta, però come sappiamo fanno i soldi in maniera diversa e molto più facile.
Prendiamo il molestatore che telefona, con telefonate oscene, alla ragazza. Tipico caso: la ragazza fa denuncia, mettono il telefono sotto controllo, risalgono al molestatore e il molestatore viene preso. Non si può più fare. Perché? Perché, o il molestatore è un mafioso, un camorrista, un ‘ndranghetista o un terrorista, cosa che di solito non è, oppure niente da fare.
Mettiamo una donna picchiata e violentata magari dall’ex marito o dall’ex fidanzato, o cose di questo genere. Trova il coraggio di denunciare. Mettono sotto intercettazione il presunto aggressore per vedere se è proprio vero ciò che dice la donna. Non lo si potrà più fare.
Prendiamo la ricerca dei latitanti. Tutti quelli che sfuggono alla giustizia. Non lo so… dal mago di Vanna Marchi che scappa in Brasile, a quelli che fanno le rapina, a quelli che fanno gli omicidi, ecc. Ecco, se non sono mafiosi o terroristi, non si potrà più usare lo strumento delle intercettazioni per andare a vedere dove sono scappati e riacchiapparli.
Finora non ho citato i reati finanziari naturalmente. Ci sono ancora le estorsioni. Pensate a quanta gente denuncia l’estorsore, quello che gli va a chiedere qualcosa, che li minaccia. Se non è un mafioso, non si potrà più controllare il telefono delle persone che ricevono queste richieste estorsive. Per non parlare delle truffe. Pensate a quante intercettazioni su Vanna Marchi ci hanno aiutato a scoprire le minacce che lei e la figlia facevano a quelle povere credulone che pagavano continuamente temendo chissà quali conseguenze negative, fino alla morte. Quelle telefonate non si potranno più, non dico utilizzare, non si potranno più intercettare e quindi ovviamente avremo molti più truffatori e molti più truffati perché poi alle vittime non ci pensa nessuno.
Non ho parlato ancora dei reati finanziari che sono in realtà la vera ragione per cui non si vuole più che si utilizzi da parte della magistratura lo strumento delle intercettazioni. E questo è ovvio. Dato che i reati finanziari sono i più nascosti e i più difficili da vedere, non solo non si sa chi li ha commessi, ma non si sa nemmeno chi li abbia commessi. Mentre l’omicidio, la truffa, il furto, quelli si vedono perché c’è una vittima dichiarata che li va a denunciare. La corruzione, chi la viene a sapere? Se non parla quello che ha pagato e non parla quello che ha preso i soldi, la corruzione non si sa. E poi il falso il bilancio, chi lo può notare che un bilancio è falso? Quindi sono i reati che hanno più bisogno di intercettazioni. Bisogna scoprire anche che sono stati commessi, oltre a dover scoprire chi li ha commessi. Anche per questi, silenzio di tomba. Non sapremo mai nulla.
Naturalmente, che cosa succede? Succede che tutti quelli che li commettono potranno commetterli liberamente. Quando passerà la legge, saranno molte di più le persone che li commetteranno perché a quel punto il rischio di essere scoperti e puniti è zero e quindi noi perderemo ancora più soldi con i reati finanziari di quelli che stiamo perdendo.
Io vorrei fare solo alcuni esempi di processi dei quali non avremmo saputo nulla. Processi che non si sarebbero mai aperti, quindi tutti imputati che non sarebbero imputati se fosse passata questa legge. Il caso, per esempio, delle scalate bancarie. C’erano dei furbetti del quartierino che, contro la legge, cercavano di appropriarsi di due banche: Banca Nazionale del Lavoro, le cooperative rosse e l’Unipol di Consorte; Antonveneta, la Banca Popolare di Lodi di Giampiero Fiorani; Rizzoli Corriere della Sera, cioè il più grosso gruppo editoriale indipendente non controllato dai partiti, che doveva finire nella mani di Ricucci il quale poi, secondo alcuni, l’avrebbe girato ai soliti amici di Berlusconi. Bene, queste tre scalate furono bloccate da Clementina Forleo e dalla procura di Milano, grazie a intercettazioni. Con questa nuova legge, niente intercettazioni, scalate a buon fine. Compreso il loro protettore massimo, cioè Antonio Fazio, che continuerebbe a essere governatore della Banca d’Italia non sospettato di niente. Sebbene, come abbiamo visto dalle telefonate, fosse colui che faceva il regista e il giocatore di queste partite, nelle quali avrebbe dovuto rimanere terzo distaccato e arbitro.
Nessuno saprebbe le cose perché nella legge si prevede anche che nessuno le pubblichi. Quindi, dato che il processo non è ancora partito, noi non sapremmo ancora praticamente nulla di Fazio. E quindi Fazio sarebbe doppiamente al suo posto, sia perché non sarebbe stato scoperto, sia perché, anche se l’avessero scoperto, nessuno avrebbe poi potuto raccontarlo.
Pensate ai riscontri che sono stati trovati sulle denunce di Stefania Ariosto sui giudici corrotti a Roma, con tutte le intercettazioni dell’enturage del giudice Squillante, dell’avvocato Pacifico, ecc.
Niente. La truffa di Milano di Poggi Longostrevi che faceva le ricette facili a spese della Regione, con i rimborsi gonfiati ecc. 150 medici condannati grazie alle intercettazioni. Niente. Non avremo più nulla di tutto questo. A Torino, l’amministratore delle Molinette arrestato grazie alle intercettazioni perché pigliava le tangenti in ufficio su ogni fornitura, Luigi Odasso, anche lui sarebbe ancora al suo posto. Pensiamo al Lazio, grazie alle intercettazioni hanno trovato i riscontri alle denunce di Lady ASL, quella che ha raccontato il grande scandalo della sanità, che poi è responsabile del grande buco della sanità del Lazio, che per fortuna si è tamponato grazie all’intervento della magistratura, non avremmo saputo quasi niente.
Pensate al caso di spionaggio. I casi di spionaggio illegale che abbiamo avuto in questi anni. Lo staff di Storace che fa spiare Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo alla vigilia delle elezioni regionali del 2005.
Il SISMI di Pollari e Pompa, che fa i dossieraggi sui giornalisti, i magistrati, i politici ritenuti pericolosi per Berlusconi. Il SISMI che, secondo l’accusa della Procura di Milano, collabora al sequestro di un cittadino egiziano, Abu Omar, a cui noi avevamo dato ospitalità per motivi politici e poi l’abbiamo fatto rapire dalla CIA e mandare in Egitto a torturare.
Nulla si saprebbe senza le intercettazioni, nemmeno ovviamente di quel caso patetico del giornalista Farina, alias Betulla, che lavorava a depistare le indagini sul sequestro.
Pensate ai dossieraggi della Telecom. I dossieraggi della security della Telecom. Migliaia e migliaia di dossier accumulati illegalmente da Tavaroli e i suoi uomini, tutto grazie alle intercettazioni. Non sapremmo nulla.
Pensate a ministri, sottosegretari. Abbiamo il ministro Fitto, che è stato preso grazie a intercettazioni in un processo per le tangenti della famiglia Angelucci per le cliniche nella Puglia.
Abbiamo il sottosegretario Martinat che è sotto processo a Torino per gli appalti truccati del TAV e della Olimpiade Invernale del 2006.
Pensate al ministro Matteoli che addirittura è sotto processo per le fughe di notizie per abusi edilizi all’Isola d’Elba.
Tutte persone che non sarebbero ovviamente sotto processo. Come ovviamente non sapremmo niente del ruolo avuto, secondo la procura di Genova, dal capo della Polizia dell’epoca, Gianni de Gennaro, nei possibili depistaggi delle indagini sul G8. Come non sapremmo nulla della mega truffa sui farmaci appena scoperta da Guariniello a Torino. Come non sapremmo nulla della mega truffa sui rifiuti appena scoperta, coi 25 arresti dai magistrati di Napoli, per quanto riguarda la Campania.
Non sapremmo nulla quello che ha fatto Mastella, la sua famiglia e il suo partito, smascherati dall’inchiesta di Santa Maria Capoa Vetere, poi passata a Milano. Non sapremmo nulla delle ruberie sui fondi pubblici in Calabria, che De Magistris ha scoperto e infatti gli sono costate una dura punizione dal Consiglio Superiore della Magistratura, mentre alcuni colleghi gli stanno smontando le indagini. Ecco, da questo punto di vista Clementina Forleo e De Magistris con una legge come questa già in vigore da qualche anno sarebbero a posto, in una botte di ferro. Perché se la legge avesse loro impedito di scoprire gli scandali di bancopoli e della Calabria, loro non avrebbero pagato le conseguenze quindi, almeno dal loro punto di vista, questa legge li avrebbe lasciati lavorare in pace, proprio perché avrebbe impedito loro di lavorare e di scoprire alcunché.
Allora, quali sono i motivi con i quali ci viene indorata la pillola. Ci viene presentata questa legge come assolutamente urgente e necessaria. Oggi si sono mossi anche insigni tromboni per dare copertura questa legge vergognosa. La prima è che bisogna tutelare la privacy. Naturalmente la privacy è già tutelata da una legge, persino eccessiva, che è la Legge sulla Privacy che però ha una clausola assolutamente ovvia. Cioè che la privacy può essere tutelata, salvo esigenze di giustizia. Quando ci sono esigenze di scoprire reati e tutelare le vittime di quei reati, la privacy viene meno. Ciascuno di noi rinuncia a un pezzo della sua privatezza per consegnare allo Stato la possibilità di difenderci quando poi viene attaccata, non la nostra privatezza, ma la nostra vita, la nostra incolumità, il nostro patrimonio, i nostri interessi. La privacy non c’entra nulla. E del resto, quando si chiede: “ma quando mai è stata violata la privacy dalle intercettazioni o dalla pubblicazione delle intercettazioni?” rispondono sempre: “la povera Anna Falchi che si è ritrovata un sms sui giornali che diceva “ti amo”. A chi? A Ricucci. Che era che cosa? Suo marito. Pensate che violazione della privacy far sapere che c’è una moglie che dice “ti amo” a suo marito. Deve essere stato un danno irreversibile. Per il resto sono tutte balle.
Dicono che ci sono troppe intercettazioni. E qui non si sa rispetto a cosa. C’è un numero ideale, un numero perfetto di intercettazioni? Quale sarebbe? Il numero delle intercettazioni dipende dal numero dei reati che si commettono. In Italia ci sono quattro regioni nelle mani della mafia? Perfetto, avremo un po’ più di intercettazioni rispetto alla Finlandia o alla Danimarca.
E poi non è vero che abbiamo troppe intercettazioni rispetto agli altri paesi, perché negli altri paesi non si sa quante siano le intercettazioni. L’unico paese di cui con certezza si sa quante intercettazioni si facciano è l’Italia. Per quale motivo? Perché in Italia le può fare soltanto la magistratura e risultano tutte, dalla prima all’ultima, con tanto di autorizzazione di un giudice terzo. Mentre all’estero le fanno i servizi segreti, le forze di polizia, senza nessun controllo. Pensate, in Inghilterra le fa perfino il servizio ambulanze. Ci sono 156 enti, compresi gli enti locali, che possono fare le intercettazioni. In America le fa la SEC, che è l’equivalente della nostra CONSOB, solo che quella funziona e che controlla appunto le attività di borsa.
Quindi in Italia non è vero che ce ne sono di più, le controlliamo tutte. Mentre all’estero ci sono, ma non incontrollate, quindi non si sa quante sono.

L’argomento che fa più presa è che costano troppo. Costano troppo, ci dicono. E allora io vi do i dati. Due anni fa, l’ultimo anno dei quali abbiamo le statistiche, le procure italiane, che sono 165, hanno speso per intercettazioni 240 milioni di euro. Secondo altri calcoli il coso sarebbe pure inferiore. Ma prendiamo per buono il più grosso, cioè 240 milioni di euro. Che erano 40 in meno rispetto all’anno prima. Sono quattro euro per ogni cittadino. Quattro euro e qualcosa per ogni cittadino. La domanda è: “siete disposti da dare quattro euro all’anno, cioè quattro caffè all’anno, per sentirvi più sicuri e protetti contro reati di ogni genere?”. Penso che la risposta, se la domanda viene posta correttamente ai cittadini, sia sì. Potremmo risparmiare? Certo, potremmo averle gratis le intercettazioni. Sapete perché le paghiamo? Le paghiamo perché lo Stato, quando da la concessione alla Telecom, alla Vodafone e agli altri gestori telefonici potrebbero mettere una clausoletta nella quale c’è scritto: “voi siete concessionari pubblici dello Stato italiano. Perfetto. Avete un obbligo. Quando un magistrato vi chiede di tenere sotto controllo un telefono, voi lo fate gratis. Invece lo Stato italiano paga i gestori telefonici che sono suoi concessionari. Per cui li potrebbe tenere per le palle e fargli fare quello che vuole. Quando un magistrato chiede a una banca: “fammi quell’accertamento bancario”, la banca mica si fa pagare. Eppure la banca è un ente privato. Questi sono concessionari pubblici e lo Stato italiano paga loro ogni intercettazione. E in più, ad ogni indagine che deve fare, affitta un macchinario che non è proprio, da un’azienda privata. Basterebbe comprarli una volta, i macchinari per fare le intercettazioni e i costi verrebbero praticamente azzerati.
Quindi, vi stanno raccontando balle anche quando vi dicono che questa legge è per risparmiare sui soldi. No, questa legge è per risparmiare sui processi. A chi? A Berlusconi e alla classe dirigente. C’è un piccolo problema. Berlusconi naturalmente ha un processo in corso a Napoli, d’udienza preliminare, insieme al suo amico Saccà, direttore di Rai Fiction sospeso, perché? Perché al telefono gli prometteva aiuti per una sua attività privata, a Saccà, in cambio dell’assunzione da parte di Saccà di alcune ragazzine, di alcune ragazzine che interessavano in parte a Berlusconi, e in parte a un misterioso senatore dell’Unione che un anno fa, in cambio del piazzamento della ragazzina a Rai Fiction, a spese nostre, avrebbe fatto cadere il governo Prodi. Pare, come ha scritto Repubblica ieri, che ci siano altre telefonate ancora più sfiziose su questo vero e proprio uso criminoso della televisione pagata con i soldi pubblici.
E allora? Bisogna impedire che vengano fuori, con una legge che salverà migliaia di criminali, per salvare uno o due imputati.
Passate parola."

Ecco cosa comporta l'abolizione dell'ICI (ma siamo solo all'inizio...)

Immagine realizzata da Il Blog Senza Nome

Riceviamo per e-mail e volentieri pubblichiamo:

 

Buongiorno

molti amministratori ci hanno posto quesiti sulla situazione dell'abolizione dell'ici

Cifra in più, cifra in meno, salvo aggiustamenti, sono questi i tagli alle spese che si sono resi necessari - solo per l'anno in corso - per finanziarie l'operazione Ici e detassazione degli straordinari.

Il governo Berlusconi IV ha avviato l'opera di smantellamento delle politiche pubbliche e in particolare di quelle sociali.

E oggi si discute la pre-finanziaria con altri tagli e ridimensionamenti del pubblico. Ma siamo solo all'inizio.

(www.rassegna.it, 17 giugno 2008)

 

LA LISTA DELLA SPESA
Abolizione ICI: ecco come sarà finanziata


di Paolo Andruccioli

- Accantonamenti Ministero Solidarietà Sociale, 70 milioni
- Fondo politiche sociali per 8 per mille, 1,25 milioni
- Azzeramento incremento 8 per mille, 60 milioni
- Altri accantonamenti politiche sociali, 50 milioni
- Accantonamenti Ministero della Salute, 20,6 milioni
- Riduzione del 50% contributo all'istituto mediterraneo di ematologia, 3 milioni
- Fondo sostegno per le regioni impegnate nei piani di rientro sanitari, 14 milioni
- Azzeramento del contributo per Istituto Salute dei migranti San Gallicano, 10 milioni
- Osservatorio trasporto pubblico locale, 1 milione
- Fondo trasporto pubblico locale, 113 milioni
- Finanziamento innovazione trasporto urbano, 12 milioni
- Valorizzazione beni immobili pubblici, 10 milioni
- Fondo mobilità alternativa, 4 milioni
- Restauro immobili patrimonio umanità, 10 milioni
- Contributo sale cinematografiche, 2 milioni
- Compensi componenti commissioni tributarie, 3 milioni
- Fondo sviluppo isole minori, 20 milioni
- Contributo accademia scienze terzo mondo, 0,5 milioni
- Collettività italiane all'estero, 10 milioni
- Fondo bonifiche aree militari, 10 milioni
- Finanziamenti apicoltura, 2 milioni
- Trasferimenti per agricoltura in Sicilia, 50 milioni
- Fondi per agricoltura senza Ogm, 2 milioni
- Fondi ricerca nel campo delle biotecnologie, 3 miloni
- Agenzia nazionale per lo sviluppo d'impresa, 1 milione
- Dumping cantierista con paesi asiatici, 10 milioni
- Fondo demolizione naviglio obsoleto, 2,7 milioni
- Efficienza energetica navi passeggeri, 1 milione
- Liberalizzazione cabotaggio marittimo, 5 milioni
- Spostamento trasporto su strada al mare, 77 milioni
- Sicurezza trasporto Calabria e stretto Messina, 20 milioni
- Rifinanziamento trasporto combinato, 15 milioni
- Ammodernamento trasporto ferroviario, 10 milioni
- Fondi per linee ferroviarie Roma-Pescara, 56 milioni
- Interventi E78, Grosseto-Fano, 3 milioni
- Fondi per le fiere, 4 milioni
- Interventi infrastrutturali zona Treviso, 2 milioni
- Interventi banda larga nel Mezzogiorno, 50 milioni
- Fondo passaggio al digitale, 20 milioni
- Fondo per attività nel commercio estero, 12 milioni
- Trasferimento merci verso il trasporto per mare, 10 milioni
- Finanziamento aree marine protette, 4,3 milioni
- Difesa suolo dei piccoli comuni, 3,5 milioni
- Finanziamenti rischio sismico, 1,5 milioni
- Ammodernamento rete idrica nazionale, 30 milioni
- Fondo per la riforestazione, 50 milioni
- Contributo volontario un centesimo per il clima, 1 milione
- Fondo fauna selvatica, 1,5 milioni
- Contributi per le istituzioni culturali, 3,4 milioni
- Contributo Festival pucciniano, 1,5 milioni
- Spesa restauro dei teatri, 1 milione
- Fondo per il ripristino del paesaggio, 15 milioni
- Fondo 150° anniversario Unità d'Italia, 10 milioni
- Fondo funzionamento licei linguistici, 5 milioni
- Alta formazione artistica e musicale, 7 milioni
- Centro ricerca biotecnologie di Napoli, 3 milioni
- Fondo risanamento edifici pubblici, 5 milioni
- Fondo servizi prima infanzia, 3 milioni
- Fondo violenza contro le donne, 20 milioni
- Autorizzazione spesa Telefono Azzurro, 1,5 milioni
- Fondo solidarietà mutui prima casa, 10 milioni
- Corsi formazione Bilancio di genere, 2 milioni
- Inserimento statistiche di genere, 1 milione
- Fondo per l'inclusione sociale immigrati, 50 milioni
- Fondo attività socialmente utili, 55 milioni
- Stabilizzazione lavoratori socialmente utili, 1 milione
- Fondo per lo sport di cittadinanza, 20 milioni
- Fondo eventi sportivi, 10 milioni
- Contributo campionati mondiali di pallavolo, 3 milioni
- Comitato italiano paraolimpico, 2 milioni
- Sistema pubblico di connettività, 10,5 milioni
- Poli finanziario e giudiziario di Bolzano, 6 milioni
- Incremento a favore del Cnel, 2 milioni
- Fondo funzionamento ordinario università, 16 milioni
- Commissario sviluppo Gioia Tauro, 0,6 milioni
- Anniversario Dichiarazione Diritti Umani, 1 milione
- Credito di imposta alle imprese cinematografiche, 16,7 milioni
- Riorganizzazione uffici locali all'estero, 10 milioni
- Sostegno italiani nel mondo (cultura), 5 milioni
- Cultura italiana all'estero, 0,5 milioni
- Imprese amatoriali e flotta marittima, 5,2 milioni
- Promozione sicurezza stradale, 17,5 milioni
- Ricerca e formazione per i trasporti, 0,1 milioni
- Miglioramento sicurezza della navigazione, 1,9 milioni
- Promozione del libro e della lettura, 1,5 milioni
- Responsabilità sociale delle imprese, 1,25 milioni
- Finanziamenti Isfol, 25 milioni
- Finanziamenti in materia migratoria, 1,5 milioni
- Potenziamento viabilità Calabria e Sicilia, 500 milioni

 

saluti

 

Salvatore Amura
Vice Presidente Associazione Rete Nuovo Municipio

www.nuovomunicipio.org
segreteria AT nuovomunicipio DOT org

 

Passaparola... con Marco Travaglio (Registrazione della diretta video del 2 giugno 2008)

Continuamo a proporvi gli importanti video di Marco Travaglio per il blog di Beppe Grillo, e ve li proponiamo (volutamente) con un certo "ritardo", poichè riteniamo importante che il contenuto di questi filmati non vada dimenticato dopo qualche giorno dalla diretta. Ecco quindi il motivo per cui vi invitiamo a guardarli e a riguardarli.

'Questa è davvero una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale'

Riportiamo qui di seguito un altro articolo tratto da toghe.blogspot.com

L’unica cosa che ci sentiamo di condividere nella lettera del Presidente del Consiglio al Presidente del Senato che riportiamo qui sotto è la frase che abbiamo scelto come titolo di questo post:

«Questa è davvero una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale».

Ovviamente – manco a dirlo – in un senso completamente opposto a quello dato alla frase dal suo autore.

Scriviamo questo post perché i lettori del blog non pensino che siamo assenti o distratti, ma in realtà non c’è quasi niente da dire, tanto tutto è assurdo.

A noi sembra evidente che non stia arrivando il fascismo, ma questo è già il fascismo.

A fronte delle banali obiezioni che vengono fatte sempre a questo punto, precisiamo: il fascismo contemporaneo.

Nulla resta immutato nel tempo.

Anche il fascismo – come tutte le cose della vita – assume le forme proprie del tempo in cui si realizza.

Sta a chi ci vive dentro di riconoscerlo.

Come c’è scritto in un libro di battute comiche di Gino e Michele: “La gente ai tempi del fascismo non sapeva di vivere ai tempi del fascismo”!

Come scrive Marco Travaglio, «l’altro giorno, fingendo di avanzare un’“ipotesi di dottrina”, Giovanni Sartori ha messo in guardia sulla Stampa dai “dittatori democratici” e ha spiegato: “Con Berlusconi il nostro resta un assetto costituzionale in ordine, la Carta della Prima Repubblica non è stata abolita. Perché non c’è più bisogno di rifarla: la si può svuotare dall’interno. Si impacchetta la Corte costituzionale, si paralizza la magistratura … si può lasciare tutto intatto, tutto il meccanismo di pesi e contrappesi. E di fatto impossessarsene, occuparne ogni spazio. Alla fine rimane un potere ‘transitivo’ che traversa tutto il sistema politico e comanda da solo”».

E in un brano [...], Alexis de Tocqueville scrive che «Se un potere dispotico si insediasse nei paesi democratici, esso avrebbe certamente caratteristiche diverse che nel passato; sarebbe più esteso ma più sopportabile, e degraderebbe gli uomini senza tormentarli. Un sistema che potrebbe sembrare paterno, ma che al contrario cercherebbe di fissare gli uomini alla loro infanzia, preferendo che si divertano piuttosto che pensare [...]».

E per tutti quelli che a questo punto tirano fuori la storia del “destra” e “sinistra”, chiariamo che il fascismo non è “di destra” o “di sinistra”: è il fascismo. Punto.

E, perchè non restino dubbi e alibi sulla nostra posizione, lo riteniamo ingiusto e dannoso tanto quanto lo stalinismo, il castrismo e tutte le altre forme di dittatura - “di destra”, “di sinistra”, “di sopra” e “di sotto” -, diverse fra loro ma uguali nel negare diritti assoluti della persona e uguaglianza reale ai cittadini in nome di un “progetto salvifico” prossimo venturo, di un futuro felice al quale si sacrifica il presente.

Non a caso l’unica reazione della cosiddetta “sinistra” è: “Se continua così interrompiamo il dialogo”. Ma quale dialogo?

E siamo nel fascismo non tanto perché qualcuno può pensare e dire dal posto che occupa le cose che pensa e dice il Presidente del Consiglio, ma perché quelle cose le può fare.

Quando quelle cose si possono fare, è segno certo che il fascismo non è un pericolo imminente ma una condizione attuale.

Non c'è più la separazione dei poteri (il Capo del Governo, imputato, decide per legge, dando disposizioni al Presidente del Senato, quali processi si fanno e quali no e l'informazione viene gravemente limitata).


Sul ricorso alle promesse di paradisi futuri per fare accettare gli inferni presenti, rinviamo sul punto ad alcuni post del nostro blog:

Democrazia e principi. Il pericolo delle politiche eudemoniste

La “Giustizia” tradita e strumentalizzata dal “Potere”

“Nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso ...”


Frattanto, a fronte di tutte le promesse, l’unica cosa evidente è che ancora una volta e per molto tempo ancora il Governo e il Parlamento spenderanno mesi del loro lavoro solo per risolvere il problema di una persona, mentre le esigenze dei cittadini, della Giustizia e del Paese resteranno lì dove sono sempre: nelle promesse elettorali.

E la domanda che sorge spontanea è: ma abbiamo ancora un Ministro della Giustizia o il Presidente del Consiglio lo ha esautorato e ne ha assunto i poteri?

Riportiamo qui sotto, in fondo, la lettera di Berlusconi a Schifani, davvero impossibile da commentare.

Per dovere di informazione, segnaliamo soltanto che non è vero che la collega Nicoletta Gandus, che l’imputato Berlusconi ha ricusato in mondovisione, abbia, come dice lui, «ripetutamente e pubblicamente assunto posizioni di netto e violento contrasto con il Governo che ho avuto l’onore di guidare dal 2001 al 2006, accusandomi espressamente e per iscritto di aver determinato atti legislativi a me favorevoli, che fra l’altro oggi si troverebbe a poter disapplicare».

La collega Gandus, alla quale va tutta la nostra solidarietà di cittadini prima che di magistrati e avvocati, ha solo aderito ad alcuni appelli per la giustizia, firmati da decine di persone di ogni estrazione culturale, sociale e professionale, uno dei quali si può leggere a questo link. E ciò ha fatto nel legittimo esercizio della sua libertà di manifestazione del pensiero riconosciuta, al momento, anche ai magistrati dall'art. 21 della Costituzione.

A questo link c’è il verbale di interrogatorio dell’avv. David Mills, che spiega come fu che Silvio Berlusconi gli regalò 600.000 dollari «a titolo di riconoscenza per il modo in cui io ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi».

Per capire cosa sia la civiltà, i 600.000 dollari sono saltati fuori non a causa di una trama dei cattivi giudici italiani, ma perché il commercialista dell’avv. Mills, in Inghilterra, resosi conto che si trattava di operazione di dubbia legalità, ha denunziato la cosa alle autorità competenti.

Come noto (uno dei tanti articoli di stampa è a questo link) «nella lettera al commercialista del 2 febbraio 2004 l’avvocato [Mills], marito di Tessa Jowell, ministro della Cultura del governo Blair, scriveva: “Io mi sono tenuto in stretto contatto con le persone di B. e loro conoscevano la mia situazione. Erano consapevoli, in particolare, di come i miei soci si fossero intascati la maggior parte del dividendo; sapevano bene che il modo in cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito ma ho superato momenti difficili, per dirla in modo delicato) avesse tenuto Mr. B fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo”».

Per un panorama completo degli articoli di stampa su ciò che sta accadendo, vi rinviamo alla ricchissima Rassegna Stampa di Vanna Lora, che Vanna aggiorna quotidianamente, a questo link.


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Lettera del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al Presidente del Senato Renato Schifani. 13 Giugno 2008.


Caro Presidente,

come Le è noto stamane i relatori Senatori Berselli e Vizzini, hanno presentato al cosiddetto “decreto sicurezza” un emendamento volto a stabilire criteri di priorità per la trattazione dei processi più urgenti e che destano particolare allarme sociale.

In tale emendamento si statuisce la assoluta necessità di offrire priorità di trattazione da parte dell’Autorità Giudiziaria ai reati più recenti, anche in relazione alle modifiche operate in tema di giudizio direttissimo e di giudizio immediato.

Questa sospensione di un anno consentirà alla magistratura di occuparsi dei reati più urgenti e nel frattempo al Governo e al Parlamento di porre in essere le riforme strutturali necessarie per imprimere una effettiva accelerazione dei processi penali, pur nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali.

I miei legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica.

Ho quindi preso visione della situazione processuale ed ho potuto constatare che si tratta dell’ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria.

Proprio oggi, infatti, mi è stato reso noto, e ciò sarà oggetto di una mia immediata dichiarazione di ricusazione, che la presidente di tale collegio ha ripetutamente e pubblicamente assunto posizioni di netto e violento contrasto con il Governo che ho avuto l’onore di guidare dal 2001 al 2006, accusandomi espressamente e per iscritto di aver determinato atti legislativi a me favorevoli, che fra l’altro oggi si troverebbe a poter disapplicare.

Quindi, ancora una volta, secondo l’opposizione l’emendamento presentato dai due relatori, che è un provvedimento di legge a favore di tutta la collettività e che consentirà di offrire ai cittadini una risposta forte per i reati più gravi e più recenti, non dovrebbe essere approvato solo perché si applicherebbe anche ad un processo nel quale sono ingiustamente e incredibilmente coinvolto.

Questa è davvero una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale.

Sono quindi assolutamente convinto, dopo essere stato aggredito con infiniti processi e migliaia di udienze che mi hanno gravato di enormi costi umani ed economici, che sia indispensabile introdurre anche nel nostro Paese quella norma di civiltà giuridica e di equilibrato assetto dei poteri che tutela le alte cariche dello Stato e degli organi costituzionali, sospendendo i processi e la relativa prescrizione, per la loro durata in carica.

Questa norma è già stata riconosciuta come condivisibile in termini di principio anche dalla nostra Corte Costituzionale.

La informo quindi che proporrò al Consiglio dei Ministri di esprimere parere favorevole sull’emendamento in oggetto e di presentare un disegno di legge per evitare che si possa continuare ad utilizzare la giustizia contro chi è impegnato ai più alti livelli istituzionali nel servizio dello Stato.

 

Passaparola... con Marco Travaglio (Registrazione della diretta video del 26 maggio 2008)

Continuamo a proporvi gli importanti video di Marco Travaglio per il blog di Beppe Grillo, e ve li proponiamo (volutamente) con un certo "ritardo", poichè riteniamo importante che il contenuto di questi filmati non vada dimenticato dopo qualche giorno dalla diretta. Ecco quindi il motivo per cui vi invitiamo a guardarli e a riguardarli.

Il divieto di intercettazioni? Una questione di 'giustizia privata'

Una sobria diffidenza è legittima se Palazzo Chigi impiega due ore per sistemare un “mero errore materiale” che annuncia, per le intercettazioni, un decreto del governo e non un disegno di legge da discutere in Parlamento. Deve intervenire addirittura il Quirinale per ricordare che il capo dello Stato ha già fatto sapere che non intende riconoscere né l’urgenza né la necessità di un provvedimento provvisorio con immediata forza di legge. Due ore sono troppe per correggere “un refuso” banale. Dunque, non era banale e bisogna chiedersi: che cosa bolle in pentola? E chi è al lavoro in cucina?

E’ evidente che, in questa storia, manca qualche alleato di governo e si dissolve una presenza istituzionale. Cominciamo da questa. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, avrebbe potuto raddrizzare l’errore in pochi minuti con un paio di parole. E’ stato zitto. O non sapeva o non ha potuto farlo. Nell’uno o nell’altro caso, la sua statura – già pregiudicata dai fasullissimi numeri offerti al Parlamento per giustificare la demolizione delle intercettazioni come strumento investigativo – ne esce molto ridimensionata, e malinconica quando fa sapere di essere al lavoro per inserire anche la corruzione tra i reati che consentono un’intercettazione. Esercizio funambolico e illusorio, se il barrage è nella pena di dieci anni, come giura Berlusconi.

L’alleato in difficoltà è la Lega, che non batte un colpo (riservandolo, forse, al Consiglio dei ministri di venerdì; forse all’incontro di oggi tra Bossi e il premier). Il Carroccio pensava di aver contenuto l’irruenza di Berlusconi in un recinto accettabile anche per i suoi elettori (barrage a otto anni, la corruzione “dentro”). E’ stata ingannata. L’accordo stretto da Maroni e Alfano è stato stracciato a Palazzo Chigi. Maroni oggi dice, un po’ sconsolato: “Non ho visto ancora il testo”.

Questa è la scena. Si scorge qualche segno interessante, anche se per Berlusconi non inedito. Quando discute di affari giudiziari e della sabbia da infilare nel motore di quella machina che lo ossessiona, il Cavaliere fa affidamento soltanto sul “cerchio stretto”. Non c’è alleato che tenga (vedi il Casini del passato). Tantomeno un ministro, che peraltro è stato un suo collaboratore. Sono soltanto gli “uomini di Arcore” in cucina. Sono loro che stanno preparando la minestra da scodellare in Parlamento. Per sapere che sapore avrà, si deve dar conto di una “voce” e ascoltare per bene quel che dice Berlusconi.

Una voce, autorevolmente confermata, sostiene che a Palazzo Chigi si stia lavorando a un provvedimento che, come il “lodo Schifani” bocciato dalla Corte Costituzionale nel 2004, garantisce l’immunità e la sospensione dei processi in corso per le cinque più alte cariche dello Stato: presidente della Repubblica, premier, presidenti di Camera e Senato e presidente della Consulta.

Questa indiscrezione è una traccia per interpretare meglio le parole di Berlusconi a Napoli.
Il Cavaliere solleva il consueto polverone. "Il disegno di legge è atteso da tutti i cittadini”, dice. I “cittadini”, ancora inorriditi dalla “macelleria” della clinica Santa Rita di Milano, giusto in queste ore hanno compreso l’essenzialità per le investigazioni delle intercettazioni. “Se non c’è il diritto alla privacy non c’è democrazia” dice, ma non si cura di spiegare – nemmeno un accenno – i meccanismi previsti dal suo disegno di legge per proteggere quel diritto (estranei innocenti possono finire anche in un’inchiesta per omicidio).
Ripete le fasullissime cifre sulla quantità di intercettazioni (e viene in mente Adorno: “Tra gli scaltriti pratici di oggi, la menzogna ha perso da tempo la sua onorevole funzione di ingannare intorno a qualcosa di reale”).

Calata la polvere, qualcosa si vede. E’ l’unica vera novità di questa pantomima, e non è sorprendente. Le intercettazioni potranno essere autorizzate soltanto per i reati “con pene che vadano dai 10 anni in su”. Tutti i reati più pericolosi dunque, tranne uno: la corruzione che, anche nei casi più gravi (quella in atti giudiziari), arriva a otto anni e non supera i dieci nemmeno in caso sia contestata con la semplice associazione per delinquere (la corruzione è spesso “un giro” e non un rapporto a due).

Ora si dà il caso che Berlusconi sia imputato di “corruzione di persona incaricata di pubblico servizio" (Agostino Saccà) e le fonti di prova contro di lui sono appunto delle intercettazioni telefoniche.

E’ vero, Palazzo Chigi esclude ci saranno norme transitorie. Ma ci si può fidare?
E comunque, prendiamo per buona la notizia con qualche diffidenza. Come potrebbe il Parlamento approvare la legge che cancella le intercettazioni per la corruzione e poi autorizzare, contro il capo del governo, l’utilizzo delle intercettazioni in un processo per corruzione?

Questa tempesta – che spinge le intercettazioni nell’agenda del governo, del Parlamento, dell’informazione, come una priorità dei “cittadini”, della democrazia, dello Stato, della libertà – si sgonfia alla luce di una sola osservazione: Berlusconi vuole risolvere per legge un suo privato grattacapo.

È un déjà vu.

Come dicevano i mafiosi? Iddu pensa sulu a iddu.

di Giuseppe D'Avanzo per Repubblica (12/06/2008)

Intercettazioni, piange il telefono

Immagine: worth1000.com

Il karma del cavaliere deve essersi inceppato. Prima il mitra mimato alla povera giornalista russa, poi lo scivolone sul “salva-rete 4” e adesso questa sparata sulle intercettazioni. Da quando è tornato al Governo, Silvio Berlusconi non ne fa una giusta.

Lo scorso sabato in occasione dell’Assemblea dei Giovani Industriali, tenutasi come tradizione (noblesse oblige) a Santa Margherita Ligure, il Presidente del Consiglio ha annunciato un nuovo disegno di legge anti-intercettazioni, con pene fino a 5 anni per i trasgressori, siano essi giornalisti, poliziotti o magistrati. Attenzione però, le intercettazioni non saranno del tutto abolite (era troppo anche per lui). Si potrà ricorrere alle registrazioni telefoniche solo ed esclusivamente nelle indagini che riguardano il terrorismo o la criminalità organizzata - leggi mafia, camorra e n’drangheta. L’annuncio ha fatto trasecolare i magistrati dell’Anm, da parte loro è impensabile ridurre le tipologie di reato perseguibili con lo strumento dell’intercettazione : “Intercettare - ha sostenuto il presidente Luca Palamara - è fondamentale per le investigazioni non solo sui reati più gravi, ma anche per quelli più comuni come le estorsioni. Una selezione così drastica rischia di restringere la possibilità di indagare”. Pensiamo infatti all’usura, al riciclaggio di denaro sporco, ai sequestri, alla pedofilia; senza la possibilità di spiare i sospetti intere indagini sarebbero andate a monte.

E qui torniamo al karma del cavaliere. Manco a farlo apposta, è notizia di ieri l’arresto di 14 medici che, nella Casa di cura Santa Rita a Milano, operavano in modo completamente arbitrario ottuagenari e malati terminali, solo per poter poi ottenere ghiotti rimborsi statali. Truffa e omicidio le accuse formulate grazie all’ascolto delle conversazioni tra i medici. La connessione logica è talmente semplice che spiegarla potrebbe risultare offensivo, gli unici che lo hanno fatto sono stati i redattori del Tg3. Soliti comunisti.

Intanto la patata bollente è arrivata nelle mani del giovane guardasigilli Angelino Alfano, da sabato indaffarato a compattare la maggioranza - probabilmente spiazzata da questa nuova uscita del leader di Arcore - e a fare allarmanti dichiarazioni che perorino la causa del Premier. “In Italia ci sono almeno 100.000 persone intercettate - ha commentato dopo l’audizione in commissione giustizia alla Camera - e siccome ognuno di noi fa o riceve in media 30 telefonate, arriviamo a tre milioni ”.

Cifre da Grande Fratello che però non rispecchiano la realtà dei fatti. Se infatti è vero che le utenze spiate sono 124.845, il quadruplo rispetto alle 32.000 del 2001, è altrettanto vero che i controlli su un sospetto comprendono tutte le utenze a lui intestate e che non esiste nessun indagato con un minimo di senno che non cambi almeno settimanalmente le proprie schede telefoniche. La cifra reale si sgonfia così a 80.000 indagati, più o meno lo 0,2% della popolazione italiana. Un’inezia.

Altra inestinguibile pecca delle intercettazioni sarebbe, sempre secondo il Ministro Alfano, l’insostenibile costo delle operazioni tecniche, colpevole di “mangiarsi un terzo delle spese di giustizia”. Sebbene il prontuario con cui lo Stato paga i suoi gestori telefonici risalga al 1998 -preistoria rispetto alla rivoluzione della telefonia mobile - e i costi siano decisamente anacronistici, circa1.800 a intercettazione, i 224 milioni spesi per le registrazioni non possono necessariamente corrispondere al terzo dei 7 miliardi di euro di cui era provvisto il portafoglio del Guardasigilli. La matematica, si sa, non è un’opinione.

Il problema reale, quello che smuove in modo bipartisan le coscienze dei nostri politici, è però la possibilità che le trascrizioni dei dialoghi incriminati approdino sulle pagine dei quotidiani. Lo dice Gasparri, così come lo conferma Veltroni: “Le intercettazioni sono uno strumento fondamentale per contrastare ogni attività illegale - assicura il segretario democratico - ma non è accettabile che tutto questo finisca sui giornali ”. C’è infatti un precedente non poi così vecchio, targato Prodi-bis e firmato Clemente Mastella, in cui si paventavano multe stratosferiche e arresti fino a 30 giorni per tutti i giornalisti e gli editori che si fossero prestati a pubblicare stralci di conversazioni coperte dal segreto istruttorio.

Con 447 voti a favore e 7 astenuti il disegno di legge passò alla Camera ma poi non se ne fece più nulla. A rimembrare questa comunanza di intenti, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ieri a Venezia ha fatto il solito appello alle larghe intese : “Questa è una questione annosa: prima si risolve e meglio è. Come debba essere congegnato il provvedimento, se possa preoccupare per altri aspetti, si saprà quando ci sarà un ddl approvato dal Consiglio dei ministri e poi quando si inizierà la discussione in Parlamento".

Per ora infatti non c’è ancora nessun testo ufficiale. Il provvedimento potrebbe essere esaminato venerdì in Consiglio dei Ministri e il giovane Alfano ha di che preoccuparsi visto che la preziosissima Lega fa la gnorri - il Ministro dell’Interno Maroni liquida la faccenda con un “l’ho letto sul giornale” - e un’AN ritrosa teme di vedere vanificati tutti gli sforzi per enfatizzare il problema sicurezza e la soluzione tolleranza zero. Se ci mettiamo poi il solito Di Pietro, già pronto alle barricate con un eventuale referendum abrogativo, e l’insolito Casini, che afferma essere “giusto regolamentare ma non imbavagliare”, le speranze possibiliste del guardasigilli potrebbero morire in culla.

Una cosa però è certa: se questo golem legislativo dovesse passare alle Camere ci potrebbe essere un nuovo ed esplicito illecito disciplinare da incastrare nell’ormai vessato ordinamento giudiziario: i magistrati, oltre che i giornalisti, sarebbero così costretti ad autocensurare loro stessi e le loro inchieste per evitare le sanzioni disciplinari dell’ordine.

Ma forse è proprio questo quello che il Premier brama. Dopo la pubblicazione dell’intercettazione con il direttore di Rai Fiction Saccà, quella in cui due attricette e una serie sul Barbarossa erano usati come voto di scambio per far cadere il Governo, il Cavaliere non tollera altri sgambetti da parte della magistratura e dei “sempre conniventi giornalisti”. Che vuoi vedere sono gli unici colpevoli?

di Mariavittoria Orsolato per Altrenotizie

 

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Lotta al consumo di tabacco? Viva la coerenza del Governo Berlusconi...

Immagine: worth1000.com

Il colmo per un Governo? Annunciare l'impegno contro il fumo e al contempo chiedere sussidi per i coltivatori di tabacco.

No, anche se potrebbe esserlo, questa non è una barzelletta: è quanto sta facendo l'attuale Governo Berlusconi.

Lo denuncia Pietro Yates Moretti, Vicepresidente dell'Aduc, associzione per i diritti degli utenti e consumatori, affermando senza mezzi termini come il Governo Berlusconi appaia "confuso in materia di tossicodipendenze", visto che "da una parte cerca di far aumentare i sussidi Ue ai produttori di tabacco, dall'altra si impegna solennemente a combattere la dipendenza dal fumo".

Non tutti sanno che il tabacco, solo in Italia, uccide circa novantamila (90'000) persone ogni anno, eppure il 5 giugno 2008 Luca Zaia, Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, ha formalmente chiesto alla Commissione UE all'Agricoltura di finanziare i coltivatori di tabacco fino al 2013, anziché fino al 2009 (limite, questo, recentemente fissato proprio dalla Commissione europea).

Il Ministro Zaia ha addirittura affermato che "il mantenimento del Fondo comunitario del tabacco per ulteriori quattro anni rispetto all'attuale limite fissato per il 2009 costituisce una priorità".

Difficile credere che questa "priorità" si sposi con l'intento (per il momento solo dichiarato) di questo Governo contro la tossicodipendenza da tabacco.

Evidentemente i Ministri Zaia (Politiche agricole alimentari e forestali) e Sacconi (Lavoro, Salute e Politiche sociali) viaggiano su due binari diametralmente opposti all'insaputa forse (o magari proprio col benestare) dello stesso Presidente del Consiglio. Sempre il 5 giugno, infatti, il Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, illustrando le sue priorità alla commissione Sanità del Senato, ha affermato di voversi ricollegare "all'attivita' del ministro Sirchia, che aveva dato molto rilievo a una politica di prevenzione, a partire dalla politica contro il fumo".

Se dovesse rivelarsi corretta la tesi secondo cui i Ministri Zaia e Sacconi agiscono all'insaputa del Presidente del Consiglio, significherebbe che questo non ha controllo alcuno sulla politica dei suoi stessi Ministri; qualora invece (cosa molto più probabile) dovesse rilevarsi corretta la tesi secondo cui i due ministri hanno agito proprio su iniziativa o con il benestare del Presidente del Consiglio, sarebbe questa l'ennesima presa in giro nei confronti dei cittadini italiani, i quali ultimamente paiono disinteressarsi totalmente a queste tematiche e pensare di più al loro portafoglio (tra l'altro senza fare i giusti conti), come dimostra il commento di una certa Giada pubblicato ieri su queste pagine...

 

Governo Berlusconi IV: un disastro su tutti i fronti

Nessuno si era fatto illusioni che fosse finita la stagione dei litigi e delle contrapposizioni in parlamento. E il bon ton di Silvio Berlusconi, il suo profilo basso e quel tendere la mano all'opposizione all'apertura della nuova legislatura non aveva mai del tutto cancellato il dubbio che si trattasse solo di pelo e non di vizio, e che il lupo era sempre lì pronto ad azzannare. Anche lo stesso Veltroni, che sulla smilitarizzazione del dibattito politico fra destra e sinistra aveva puntato durante la campagna elettorale, anche lui alla fine si è dovuto ricredere.

E meno male, diciamo noi. Perché con Berlusconi non ci sono mai state mezze misure, e mai ci saranno: o lo adori religiosamente oppure lo detesti, e non per quello che è ma per quello che fa, che riferito ad un premier equivale al destino di un intero paese per cinque anni.

Così la luna di miele è già finita, è bastato l'avvio del quarto governo di Silvio a mettere le cose bene in chiaro. Il tentato colpo di mano per salvare Rete 4 a spese di Europa 7 malgrado il warning europeo costerà a ciascuno dei 58 milioni di italiani residenti ben 21 euro al mese di tassa (la multa europea è di 400mila euro al giorno), una vera e propria gabella imposta dal padrone.

Poi gli sconti promessi per i mutui casa sono aria fritta, come promettere che dalle fontane sgorgherà acqua, dal momento che tutte le banche di loro iniziativa, consapevoli della sofferenza generalizzata delle famiglie, si rendono disponibili a dilazionare diversamente i mutui (basti guardare la pubblicità in tv). Ma c'è di più, sentite che cosa dice l'ADUC in proposito:

"... la rinegoziazione proposta dal Governo e dall'Abi, può essere utile a chi è in difficoltà a pagare le rate aumentate (e non troverebbe alcuna soluzione migliore nel mercato), per cui è meglio bloccare la rata ai tassi del 2006, anche se questo implica un aumento degli interessi da pagare. Chi è in grado di pagare il vecchio mutuo a tasso variabile (o può accedere ad una surroga con tassi migliorati) è bene che non faccia questa rinegoziazione perché non risparmia niente, anzi aumenta gli interessi da dare alla banca. In alcuni casi, una rinegoziazione (vera) del mutuo o una sostituzione dello stesso implica dei risparmi, ma non in questo. Vediamo come funziona questa rinegoziazione-beffa:

1) la nuova rata è al tasso medio del 2006, quindi - nell'immediato - si paga meno di oggi;

2) la differenza fra vecchia e nuova rata si paga attraverso un nuovo finanziamento che la banca concede al tasso IRS decennale più lo 0,5% (oggi sarebbe circa il 5,1%);

3) se i tassi dovessero scendere e la vecchia rata fosse inferiore a quella rinegoziata, la differenza diminuirebbe il finanziamento col quale si sono pagate parte delle precedenti rate. Il tasso Euribor a sei mesi medio nel 2006 è circa il 3,5%, oggi è oltre il 4,8%: prima che questo accada passerà molto tempo. Il grosso degli interessi, quindi, sarà già pagato (accumulando un nuovo debito non indifferente);

4) quando si sarà finito di pagare le rate previste dal vecchio mutuo, si continuerà a pagare le rate fino al rimborso completo del nuovo finanziamento.

Questa rinegoziazione implica quindi dei costi e mai un risparmio. Il Governo ha solo concordato con l'Abi un piano di finanziamento agevolato per pagare parte delle rate dei mutui a tasso variabile.
Ci dispiace dirlo, ma sul fronte della tutela degli utenti bancari, il Governo è partito male.

Della bufala Alitalia non ne parliamo nemmeno, la cordata degli amici del presidente con i soldi in bocca l'ha vista finora solo Mieli e in ogni caso finirà per stringere un nodo scorsoio sulla compagnia aerea e farne il classico "spezzatino" se non arriverà anche un partner esperto di quel tipo di mercato.

Infine il taglio dell'ICI, una tassa odiosa che va via ma non gratis, attenzione: Tremonti per racimolare i soldi ha tagliato dappertutto, dal trasporto locale a quello per l'occupazione, dall'ammodernamento della rete idrica nazionale (che già perdeva acqua di suo..) al fondo destinato al recupero dei centri storici. Un ben strano federalismo fiscale questo di Berlusconi, che lascerà i Comuni italiani senza risorse per i servizi più essenziali.

E' stato prosciugato per eliminare l'Ici perfino il fondo per le donne vittime di violenza, mettendo in crisi l'esistenza stessa "dei numeri verdi, dell'informazione a quante si sentono minacciate, dei centri antiviolenza, delle case per le donne maltrattate e offese, del monitoraggio delle molestie " come riferisce l'ex ministro Pollastrini. La nuova ministra delle pari opportunità Mara Carfagna non fa una piega alle critiche che considera speciose e di sinistra, evidentemente pensa che basti il suo esempio personale di pari opportunità per tacitare tutti, da velina scosciata a ministra in un battito di ciglia.

E poi, dulcis in fundo, la questione della detassazione degli straordinari, per di più invelenita all'origine dalla prevista esclusione del lavoro pubblico: piuttosto che chiedere agli amici imprenditori, che in questi ultimi anni hanno realizzato profitti da capogiro, di mettere finalmente mano al portafogli e aumentare paghe e stipendi, Berlusconi si inventa la detassazione del "merito", cioè della disponibilità dei singoli operai e impiegati di guadagnare di più oltrepassando il normale orario di lavoro. Peccato che non tutti potranno farlo, peccato che così padroni e padroncini avranno un'arma in più per discriminare i sindacalizzati. E senza dimenticare che il 99% delle morti bianche in Italia interessa proprio situazioni di lavoro in condizioni di stress marcato da lungo orario, oltre che di assenza di qualsiasi regola di sicurezza. Per di più proprio sul decreto sicurezza varato in extremis dal governo Prodi c'è da giurare che la nuova accoppiata Berlusconi - Marcegaglia renderà il rinnovo del decreto molto difficile, malgrado il fatto che nei giorni scorsi anche l'azienda della presidente di Confindustria si sia macchiata della morte di un operaio.

Insomma, da litigare e mostrare i denti a questo governo proprietario ce ne è d'avanzo, e aggiungo meno male. Servirà tutta la fermezza possibile, in parlamento ma anche nel paese dove soprattutto per gli immigrati tira un'aria pesantissima, per impedire che l'Italia vada in malora del tutto. Eravamo già combinati male alla fine del brevissimo governo Prodi, sono bastate un paio di settimane del quarto governo Berlusconi a farci capire che al peggio non c'è mai fine. Non basteranno stavolta nemmeno i nani e le ballerine in tv ad indorare le pillole amare che Berlusconi è intenzionato a propinarci, sarà lotta durissima senza quartiere, perché i diritti da riconquistare cominciano ad essere troppi.

Conclusa finalmente la fiction del bon ton parlamentare, l'Italia che sta male si aspetta che sindacati e governo ombra rompano ufficialmente gli indugi e tornino a combattere a viso aperto il nemico di sempre, che non è mai cambiato ed è oggi più pericoloso di prima. Alla sinistra fuori dal parlamento il compito di organizzare la mobilitazione generale capitalizzando una volta per tutte l'insegnamento che è venuto dalla sconfitta elettorale, e cioè che bisogna ascoltare, ascoltare, ascoltare umilmente e con straordinaria attenzione la variegata diversità del disagio emergente prima di redigere una agenda delle emergenze del paese. Non c'è più tempo da perdere perché non possiamo aspettare cinque anni, forse neanche cinque mesi.

di Stefano Olivieri per Aprileonline

Ecco come l'informazione nasconde i disastri dell'attuale Governo Berlusconi - di M. Travaglio

L'altra sera il Tg1 aveva l'imbarazzo della scelta, per la notizia di apertura: il governo Berlusconi battuto alla Camera sul decreto che contiene pure la porcata salva-Rete4; il pestaggio di alcuni studenti di sinistra alla Sapienza da parte di una squadraccia fascista; i 25 arresti a Napoli per la monnezza. Non sapendo quale scegliere, l´anglosassone Johnny Raiotta ha optato per la vera notizia del giorno, forse dell´anno: i pirati nel Mar Rosso. Servizio di apertura e intervista a un esperto di alta strategia, per spiegare al cittadino come evitare l´assalto dei corsari, che può capitare a chiunque. Poi, con comodo, le notizie. Peccato avere sprecato un servizio sui 50 anni dell´orso Yoghi la sera prima, altrimenti per nascondere i primi disastri del Cainano III andava bene anche quello. È il «ritorno alla realtà» annunciato qualche giorno fa da Alberoni.

Qualche ora più tardi, Vespa tornava per la centoventesima volta sul luogo del delitto, cioè a Cogne, con un appassionante dibattito sulla grazia alla Franzoni. Che è in galera da ben cinque giorni per aver assassinato il figlio di tre anni, dunque va prontamente scarcerata (tesi sostenuta dalla vicepalombelli Ritanna Armeni).

Intanto, a Matrix, Mentana occultava i primi guai del governo con un puntatone sull´Inter: ospite il terzino Materazzi. Roba forte, questa sì è informazione. Tant´è che i vertici Rai non si sono scusati, i direttori di rete non han preso le distanze, l´Authority non ha minacciato multe. Va tutto bene.

Poi per completare l´opera sono usciti i giornali. Che, sia detto a loro onore, non hanno apprezzato lo scoop del Tg1 sui pirati del Mar Rosso. Ma hanno comunque trovato il modo di coprirsi di vergogna. Il primo premio spetta al fu Giornale. Prima pagina: «Proibito parlare alla Sapienza». Sommario: «Dopo la gazzarra che impedì l´intervento del Papa, salta anche il dibattito sulle foibe. Scontri tra studenti di sinistra e militanti di Forza Nuova: quattro feriti, sei arrestati». Il fatto che quelli di sinistra stessero incollando manifesti armati di pennello e quelli di destra siano scesi da un´auto armati di spranghe e manganelli è del tutto secondario. Come il fatto che, a suo tempo, nessuno abbia mai impedito al Papa di parlare (fu il Vaticano a rinunciare all´invito per evitare contestazioni). Ma che cosa contano i fatti? Nulla. Si scrive «scontri», «gazzarra», e così quel poveretto ricoverato con una svastica stampata nella carne è servito.

Anche il Corriere fa pari e patta: «rissa», «opposti estremismi». Ma il meglio lo dà Pierluigi Battista sugli arresti di Napoli nell´entourage di Bertolaso e nelle solite Fibe e Fisia del gruppo Impregilo che, quando vinsero l´appalto per non smaltire la monnezza, era della famiglia Romiti (presidente e poi presidente onorario del Corriere). Ora dalle intercettazioni si scopre che questa bella gente trafficava illegalmente in pattume, nascondeva monnezza non trattata («mucchi di merdaccia») nelle discariche e nei vagoni per la Germania, tentava di mascherarla sotto rari strati di roba bonificata o di profumarla con «polverine magiche», mentre la vice-Bertolaso chiedeva aiuto per «truccare la discarica» e Bertolaso si dedicava a «sputtanare i tecnici del ministero dell´ Ambiente» che pretendevano il rispetto delle leggi. Ora Bertolaso, l´ex-commissario che non risolse nulla, torna come sottosegretario-commissario-salvatore della Patria. Come chiamare Calisto Tanzi a risanare la Parmalat.

Di fronte a questo quadro devastante, anziché complimentarsi con gli autori delle indagini, Battista che fa? Se la prende con i magistrati. Non una parola su Impregilo. Non una sillaba su Bertolaso & his friends. E giù botte ai giudici che han dato «una frustata dall´impatto micidiale» (e allora? Non era proprio il Corriere ad accusare la Procura di Napoli di occuparsi troppo di Berlusconi e Saccà e poco della monnezza, tra l´altro dimenticando il processo a Bassolino+30, compresi i soliti vertici Impregilo?). Giudici che immaginano financo «una consorteria delittuosa ramificata e pervasiva nei gangli vitali degli apparati che hanno gestito l´intera vicenda dell´immondizia napoletana» (ma va? chi l´avrebbe mai detto). Giudici che hanno organizzato «addirittura una retata con la coreografia degli arresti di massa» (e che dovevano fare per arrestare 25 persone: andarle a prendere una alla settimana per non dar troppo nell´occhio?). Arresti per giunta «eseguiti con grande clamore» (forse che i poliziotti urlavano? le manette non eran bene oliate?). E «proprio adesso vengono eseguiti arresti chiesti dai pm a fine gennaio» (ma lo sa Battista quanto tempo occorre a un gip per leggere migliaia di pagine, più le perizie allegate? non ricorda le polemiche sul gip di S. Maria Capua Vetere per aver disposto «troppo presto» gli arresti in casa Mastella?).

In realtà il «proprio adesso» ha un senso ben preciso: non disturbare il Nuovo Manovratore. Finchè c´era Prodi, manette a manetta. Ma ora che c´è Lui, caro lei… Il vicedirettore del Corriere denuncia (senza prove e senza contraddittorio) «una tempistica perfetta… per delegittimare chi sta conducendo una battaglia decisiva sui rifiuti di Napoli». Le toghe rosse han pianificato «l´azzoppamento preventivo delle istituzioni a cui gli italiani (ma quali? ma quando mai? ndr) stanno affidando il compito di risolvere la situazione», e financo la «demolizione delle strutture chiamate a eliminare le montagne di immondizia».

In realtà, secondo le indagini, quelle istituzioni e strutture le montagne di immondizia le hanno create. Ma Battista, che non ha mai messo piede a Napoli, ne sa più degl´inquirenti: ora che c´è il Cainano, «lo Stato sembra aver imboccato la strada per la soluzione dell´ emergenza». Ecco perché si muove la magistratura: per sabotare il governo. Ed ecco di chi sarà la colpa se il governo non risolverà l´emergenza: della magistratura.

La logica non fa una grinza. Non arresti i colpevoli della monnezza? Il colpevole sei tu. Arresti i colpevoli della monnezza? Il colpevole sei tu.

di Marco Travaglio per l'Unità (09/05/2008)

Il Governo invita a 'levarceli dai coglioni', ma l'Italia ha bisogno dei suoi 650.000 clandestini

Il governo dichiara guerra all'immigrazione: la clandestinità è un reato. Le pene contemplate vanno dai sei mesi ai quattro anni di reclusione. Previsto, inoltre, l'aggravio automatico di un terzo della pena per gli immigrati irregolari che commettano reati di qualsiasi tipo. Stretta sui ricongiungimenti familiari, con l'introduzione di test del DNA. Restrizioni alla libera circolazione anche per i richiedenti asilo. Chi affitta in nero ai clandestini rischia, invece, fino a tre anni di carcere e multe fino a 50.000 euro. Si allungano, poi, i tempi di permanenza nei cpt, fino a 18 mesi. Più poteri ai sindaci, i quali potranno adottare ordinanze urgenti “per motivi di sicurezza”. A meno di un mese dal suo ritorno a Palazzo Chigi, Berlusconi traccia il cammino delle riforme ed individua le priorità del governo. A Napoli, mercoledì scorso, in occasione del primo Consiglio dei Ministri, la presentazione del discusso pacchetto-sicurezza. Il provvedimento, che sarà in vigore entro la fine di Luglio, concretizza quella “svolta autoritaria”, osannata dalla Lega in campagna elettorale.

Alla conferenza stampa, seguita ai lavori della riunione di governo, Berlusconi è “modesto”. Il cavaliere si limita a liquidare il decreto come una “risposta alla criminalità”, sostenendo che quello “a non aver paura, è un diritto primario, che uno stato non può non garantire ai propri cittadini”. Gli fa eco Maroni, il quale auspica che si “provveda, sistematicamente, ad una più puntuale verifica dei requisiti previsti dalle direttive europee per poter soggiornare sul territorio nazionale”. I cittadini comunitari, in fondo, devono -“solo”- “dimostrare di possedere un alloggio, un reddito adeguato ed un’assicurazione di malattia”.

Nonostante la presentazione particolarmente umile, la nuova normativa fa il giro del mondo, e tutti i maggiori media stranieri riservano un titolo al “caso italiano”. Il Times di Londra canta le gesta di un Berlusconi impegnato a “ramazzare spazzatura e crimine nelle strade di Napoli”. Salvo, poi, ironizzare sulle lamentele della periferia partenopea, per l’ennesima truffa sui rifiuti: “Hanno tolto l'immondizia dal circondario del Palazzo Reale e l'hanno scaricata su di noi”.

Il The Guardian riferisce di un esecutivo che“stringe la morsa sugli zingari”. “Il governo italiano fa il duro sull'immigrazione” titola il Daily Mail. Decisamente moderato rispetto al passato è, invece, il parere del settimanale The Economist, che, nell’articolo “Roma vs Rom”, comunque critica il governo italiano, ponendo l’accento sul fatto che “molti immigrati clandestini non siano delinquenti, ma badanti o domestici”. Largo al cavaliere anche sul francese Le Monde. Il quotidiano d’oltralpe ricorda le critiche della Chiesa ed i ripetuti richiami della Commissione Europea. Spazio poi alla satira, con il belga Le Soir. Il vignettista Kroll smarrisce Berlusconi tra i rifiuti di Napoli, ma riesce a ritrovarlo con l’aiuto di una signorona napoletana vestita a lutto.

La vignetta di Kroll su


Le critiche più energiche però, piovono dalla Spagna, culla della più convinta opposizione alla macchina arcoriana. El Paìs, El Mundo, Abc, Expansión i maggiori quotidiani iberici riservano ampie critiche al Cdm partenopeo. Lo scambio di accuse tra Roma e Madrid ha destato grande interesse nei giornali spagnoli. Il più duro di tutti è El Paìs. La popolare rivista attacca quasi quotidianamente quel “Rey-bufón” italiano. Descrive “un soggetto dai numerosi conti in sospeso con la giustizia”, che “ama circondarsi di belle donne”, più che di validi collaboratori. Un personaggio, la cui politica, è bene “contenere più che denunciare”, una “peste” che ha “corrotto il sistema politico italiano”.

E’ il ritratto di una democrazia malata, di uno stato “fascisteggiante”, in piena deriva xenofoba. La maggioranza corteggia le frange più intolleranti del sistema-paese, soddisfacendone le istanze irredentiste, e la cosa non desta quasi reazione. L’opposizione-ombra, infatti, si limita a recriminare la paternità di “talune disposizioni”, rimandando alla visione del pacchetto sicurezza, nella versione-Amato ed etichetta, in definitiva, l’intera manovra come “un provvedimento inefficace”. Persino il Presidente Napolitano ha controfirmato il decreto senza obiettare su nulla.

Nonostante il governo inviti a “levarceli dai coglioni”, i quasi 650.000 extracomunitari clandestini in Italia, stando ai dati forniti da Unioncamere e Istituto Tagliacarte (pubblicati in un rapporto presentato neanche due settimane fa a Roma), rappresentano una risorsa per il paese. Un introito che parla di circa 122 mila milioni di euro (circa il 9,2 del Pil, il calcolo è riferito al 2006). Inoltre, il dato è certo, la sicurezza dello stato non passa per i cpt, ma attraverso l’applicazione del diritto, la certezza della pena e, casomai, attraverso l’espulsione di cittadini stranieri irregolari, nel momento in cui questi commettano effettivamente reato.

Trasformare centinaia di migliaia d’innocenti in pericolosi latitanti, non solo è un’iniziativa amorale e contraria alla storica tradizione della nostra democrazia, da sempre molto attenta alla difesa dei diritti civili di ogni essere umano, ma sortirà l’effetto di annichilire il sistema giudiziario di un paese dove la durata media di un procedimento penale è di circa sette anni. E vai con la modernizzazione, no?

di Saverio Monno per Altrenotizie

 

ASCOLTA L'INTERVISTA AL MAGISTRATO BRUNO TINTI SUL REATO DI IMMIGRAZIONE CLANDESTINA

 

Questo Governo è già riuscito ad aprire una mezza dozzina di crisi diplomatiche - di M. Travaglio

Foto: Repubblica.it

Non per disturbare il dialogo tra maggioranza e opposizione, meritato premio a questo meraviglioso governo e al suo premier, noto statista. Ma forse, parlando con pardòn e chiedendo scusa alle signore, specie a quelle di nome Anna, va segnalato che lo splendido governo in questione, prim’ancora di cominciare, è già riuscito ad aprire una mezza dozzina di crisi diplomatiche.

Ricapitolando, sulla scorta dell’ottimo articolo di Umberto de Giovannangeli. Il Libano ci guarda in cagnesco perché l’ottimo Antonio Martino propone di ritirare la missione Unifil e lo Statista di Milanello annuncia nuove regole d’ingaggio, poi smentito dal neoministro La Rissa. Il quale però apre subito un nuovo fronte in Afghanistan, annunciando una bella «missione dl guerra». Poi c’è la Libia, che non dimentica la decina di morti a Bengasi a causa della brillante t-shirt di Calderoli, il quale, puntualmente promosso ministro, si scusa. Ma poi provvede Bossi a riaprire il fuoco (Gli immigrati? Sono i libici che li mandano. La lingua di Gheddafi è sempre stata lunga»).

La Romania è allarmatissima per i raid e le ronde nei campi rom, nonché per gli annunci di espulsioni di massa. Frattini, esauriti gli estintori, corre ai ripari. Ma intanto gli scappa la Spagna, che accusa l’Italia di xenofobia. Maroni ci mette una pezza, ma riecco Bossi col fuciletto a tappo: «Sono gli spagnoli che sparano sugl'immigrati». Una ministra spagnola, memore della sparata del Cainano sulle «troppe donne nel governo Zapatero», sostiene che gli servirebbe un bravo psichiatra, mentre altri suoi colleghi insistono sul clima razzista in Italia. Apriti cielo:ambasciatori convocati, tensione diplomatica, Frattini intima Zapatero di «richiamare all’ordine i suoi ministri». Si risente persino Piercasinando: gli spagnoli si facciano i fatti loro. Strano: ogni qualvolta Zapatero osa legiferare senza il permesso del Vaticano, Piercasinando dichiara guerra alla Spagna. E nel 2003 i suoi alleati di An e Il Foglio diedero il benvenuto al neopremier Zapatero dicendo che con lui aveva vinto Al Qaeda.

A questo punto, per non restare solo, anche Frattini dà fuoco alle polveri; rivedere il trattato di Schengen sulla libera circolazione in Europa. La Commissione europea manda a dire che se lo può scordare. Ma lo spensierato ministro degli Esteri, noto moderato, ha già pronta una nuova dichiarazione di guerra, e non, per dire, alle Isole Andamane o alla Lapponia, due nemici che sarebbero persino alla nostra portata. No, Frattini attacca l’Iran. Da solo. Così, pacatamente, en passant. Restiamo nella sgomenta attesa del prossimo obiettivo; esauriti in una settimana tutti i paesi più a tiro, temiamo che ora tocchi alla Cina, già più volte massaggiata da Tremonti e Bossi con terribili minacce di dazi doganali (un miliardo e mezzo di cinesi sta ancora tremando) e sistemata dal Cainano, che nel 2006 rivelò come i cinesi fossero specializzati nel bollire bambini neonati per farne concimi per i campi. L’aveva letto sul Libro Nero del Comunismo, a cura di Gabriella Carlucci.

Ora, per carità, non ci sogneremmo mai di turbare il bucolico clima di dialogo tra governo e opposizione (si fa per dire). Ma vorremmo sommessamente e pacatamente invitare il nostro meraviglioso governo a darsi una calmata: avete cinque anni davanti, non potete sparare tutte le cartucce in una settimana. Per la dichiarazione di guerra alla Cina aspettate qualche giorno, se no poi fino al 2013 ci si annoia.

Oltretutto, son passati solo due anni dagli ultimi successi internazionali del Cainano e, almeno all’estero, non sono ancora dimenticati. In Danimarca è sempre vivo il ricordo di quando il Cavaliere di Hardcore offrì la sua signora al premier Rasmussen, «molto più bello di Cacciari». In Turchia non si scordano i suoi tentativi, alle nozze del figlio del presidente Erdogan, di dare una toccatina alla sposa tutta fasciata di veli e, per il rito islamico, assolutamente inavvicinabile. In Finlandia la presidente Tarja Halonen non può scordare quando il Latin Lover brianzolo svelò di averle «fatto la corte, riesumando le mie doti di playboy», perché lei cedesse all’Italia l’Agenzia alimentare europea; poi tentò di rimediare, raddoppiando la gaffe: «lo corteggiare una così? Ma l’avete vista bene?». Ci resta, per ora, l’amico Putin. A meno che gli sovvenga quel che accadde in una fabbrica Merloni vicino a Mosca, dove l’amico Silvio tentò di baciare un’operala, che fuggì terrorizzata. Ma pacatamente. E sempre dialogando.

di Marco Travaglio per l'Unità (20/05/2008)

Scomparsa la Sinistra dal Parlamento, l'Idv resta ora l'unica vera opposizione a questo Governo

Riportiamo l'intervento dell'On. Di Pietro (Idv) al fine di dare una chiara idea di come, scomparsa la Sinistra (quella vera) dal Parlamento, l'Italia dei Valori, paradossalmente, sia rimasta L'UNICA vera opposizione al Governo Berlusconi.

Da notare che il PD ha continuamente applaudito Berlusconi, mentre è rimasto completamente in silenzio mentre Di Pietro veniva attaccato dal centrodestra, senza tra l'altro mai applaudirlo!

Richiamiamo infine la vostra attenzione sulle scandalose parole di Fini: "Lei conosce bene quest'aula: è naturale che possano esserci delle interruzioni. Dipende da ciò che si dice"...

 

Ancora martiri per la vanità di Berlusconi?

L'ex Segretario alla Difesa Usa Rumsfeld, falco dei falchi, potrà anche dire che "la guerra in Irak é una catastrofe", ma pare che nel nuovo governo ci sia una gran voglia di riportare i nostri militari a morire in Iraq. Ha cominciato Martino dicendo che se dipendesse da lui manderebbe uomini in Iraq e Afghanistan e toglierebbe quelli che ci sono in Libano, dove purtroppo impediscono al governo israeliano di invadere il Libano in caso di crisi di consensi. Sembra strano, ma dopo che il precedente governo Berlusconi aveva dato segno di voler ritirare le truppe dall'Iraq prima di uscire sconfitto dalle urne, ora c'è invece un consenso montante ad aumentare l'esposizione dei nostri militari nelle guerre di Bush. Ovviamente sono guerre che i nostri indomiti spacciano per missioni di pace a giorni alterni, quando non sono impegnati a propagandare lo scontro di civiltà, ma restano pur sempre disastri senza apparente via d'uscita e senza una ratio apprezzabile da chi non commercia in idrocarburi.

Il motivo della presenza in Iraq dei nostri soldati venne spiegato senza ipocrisie da Franco Frattini, ministro del governo Berlusconi in Parlamento: “L'impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico". Sì, proprio così, ha detto proprio così. Nessuno, nemmeno il povero Veltroni ha mai chiesto il rendiconto di questo investimento. Sappiamo che alcuni soldati italiani sono morti, ma non sappiamo cosa “ci” abbiamo guadagnato. Sicuramente l'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) pensa di guadagnarci contratti lucrosi, ma ancora non è dato sapere quanti cadaveri di “nostri ragazzi” ci costerà il petrolio iracheno al barile.

A seguito del cambio di governo è tornato a farsi sentire con toni entusiasti l'amministratore delegato di ENI, Paolo Scaroni, secondo il quale ora ci sarebbe l'opportunità di siglare lucrosi contratti “inchiavardati in un nuovo quadro legislativo”. Scaroni parla della legge irachena sul petrolio, però vende la pelle dell'orso prima di averlo ucciso. Sono anni che Bush e compagni provano a far siglare una legge-truffa ai parlamentari iracheni e sono anni che questi, come Penelope, tessono la legge e poi la fanno a brandelli.

C'è da capirli, anche se si tratta di elementi eletti grazie al placet americano, anche se il governo iracheno non è quello uscito dalle elezioni, ma dai piani di Bush, gli americani non sono ancora riusciti a convincere i parlamentari iracheni a scrivere una legge che regali loro il petrolio a condizioni vantaggiosissime. Non è difficile da capire: quale iracheno vorrebbe mai mettere la firma sotto una legge che regala l'unica ricchezza immediatamente monetizzabile del suo paese? Quale parlamentare vorrebbe passare alla storia per aver regalato la ricchezza nazionale a chi ha distrutto il paese peggio di quanto siano mai riusciti a fare altri invasori nella storia?

Non ci sarà alcun dividendo di guerra, i “nostri ragazzi” sono morti per niente, così come sono morti per niente quelli americani. Gli unici che hanno incassato dividendi sono gli amici di Bush seduti nei consigli di amministrazione delle Big Oil e delle aziende che nutrono la guerra, dalle compagnie mercenarie ai costruttori di armi.

Non potrebbe essere diversamente: a Bush non interessava minimamente la restaurazione della democrazia, la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti. Fior di dittature sono prosperate nell'area dall'invasione dell'Iraq ad oggi. La democrazia si è allontanata per gli egiziani, per i libici, per i tunisini e per i sauditi, per non parlare di quanto si sia radicalizzato l'Iran, che dopo aver collaborato agevolando le invasioni di Afghanistan ed Iraq da parte degli americani è finito sul banco degli accusati unicamente per distogliere l'attenzione dalla catastrofe che si consuma in Iraq.

Un milione di morti, due milioni di profughi all'interno del paese, più di due milioni espatriati, quattro milioni di feriti, centinaia di migliaia di iracheni detenuti; niente elettricità, niente acqua corrente, carburante o gas per la maggioranza degli iracheni. Baghdad è oggi un immenso campo di detenzione, con i quartieri murati da barriere ispirate a quelle che Israele usa per recludere i palestinesi; a Nassirya c'è il coprifuoco, a Bassora c'è battaglia con tanto di bombardamenti aerei, Falluja non esiste più, Mosul è disperata, il Kurdistan invaso dai turchi, Moqtada al Sadr è tornato il cattivo di sempre. La violenza in Iraq è in aumento, si è scoperto pure che il tanto magnificato “surge” americano era un'altra balla e che il generale Petraeus nascondeva la tragica verità per fare bella figura.

Anche Berlusconi voleva fare bella figura quando dichiarava: "È vero, e credo che siamo stati molto utili alle democrazie occidentali. La nostra posizione nella coalizione non è stata mai in dubbio e quindi la nostra intelligence ha collaborato con gli alleati". Poi si scoprì che la nostra intelligence aveva fabbricato la patacca sull'uranio nigerino venduto a Saddam e che i servizi segreti italiani, durante il governo di Berlusconi - e quindi sotto la sua responsabilità - inventavano attentati e minacce “islamiche” al fine di terrorizzare gli italiani e guadagnare consenso alla guerra. Terrorismo governativo a danno degli italiani; un governo terrorista come quello americano.

Un quadro desolante, condito dall'orrenda retorica marziale alla “armiamoci e partite” di chi vuole guadagnare un posto a tavola o mettersi in mostra spendendo il sangue degli altri. Adesso il berlusconismo trionfante vorrebbe gettare il paese a testa bassa in due guerre già perse (lo ammettono anche gli americani), lucrando così l'occasione per mostrarsi in televisione nelle occasioni che sono date ai condottieri.

Peccato che questa vanità si paghi con il sangue, il sangue dei “nostri ragazzi”, ma anche quello dei poveretti ai quali diciamo di “portare la democrazia”; peccato anche che mentre questa tragedia si consuma, gran parte delle “schiene dritte” insediate nelle redazioni faccia orecchie da mercante al grido di dolore dei popoli di Afghanistan, Iraq e Somalia. Fateci caso: dal 2001 ad oggi sui nostri media non siamo riusciti ad avere un solo servizio che desse la voce agli abitanti di questi paesi che abbiamo contribuito a devastare. A ciascuno stabilire se determinare questa stranezza sia la vergogna o se si tratti anche in questo caso della difesa di “un saldo investimento economico”.

di mazzetta per Altrenotizie (25 aprile 2008)
  

Tutti i santi di Silvio (di Marco Travaglio)

Una notizia di 21 righe sul 'Corriere' e una candidatura nel Pdl passata inosservata gettano nuova luce su un'affaire dimenticata da tutti fuorché da Silvio Berlusconi, che seguita a citarla come prova dell''uso politico della giustizia': le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, peraltro accertate dalla Cassazione che ha condannato gli ufficiali corrotti e il manager corruttore, Salvatore Sciascia, arrestato nel 1994 e reo confesso di tre mazzette da 100 milioni di lire per ammorbidire verifiche fiscali a Videotime, Mondadori e Mediolanum.

Chi gli diede l'ok e il denaro? Lui dice: Paolo Berlusconi. Questi conferma, ma il Tribunale l'assolve e condanna Silvio. Che pure per i giudici d'appello (reato commesso, ma prescritto) è il vero mandante. Poi la Cassazione assolve pure lui per 'insufficienza probatoria', sostenendo che potrebbe esser stato Paolo, ormai improcessabile. Strano: è per proteggere Silvio - allora presidente del Consiglio - che il consulente Fininvest Massimo Maria Berruti, l'8 giugno 1994, manda il maresciallo Alberto Corrado a suggerire al colonnello Angelo Tanca di non far parola con i giudici della mazzetta Mondadori.

Berruti finisce in carcere, subito dopo Sciascia e Paolo. Dalle sue carte salta fuori il 'pass' che prova come quella sera, poco prima di chiamare Corrado, Berruti fosse a Palazzo Chigi per incontrare il premier. Giunto apposta da Milano, salì da lui alle 20,45, uscì alle 21,30 e chiamò Corrado. Per questo il Pool invia a Berlusconi il famoso invito a comparire: per interrogare lui e Berruti, separatamente, su quella sera fatidica. Mossa azzeccata: il premier si dice contrario alle mazzette; precisa di non sapere nulla di quelle alla Finanza; ma aggiunge che i suoi manager erano concussi. Strano: se non sa nulla, come sa che è concussione? Poi rievoca dettagliatamente l'incontro con Berruti ("Parlammo della campagna in Sicilia"). Ma Berruti nell'altra stanza nega che sia avvenuto: "Il consiglio dei ministri finì tardi e me ne andai prima". L'indomani Berlusconi scopre la contraddizione e telefona in Procura per ritrattare: "Mi sono sbagliato, l'incontro non ci fu per il protrarsi del consiglio dei ministri". I suoi due segretari, Marinella Brambilla e Niccolò Querci, confermano. Ma il verbale ufficiale indica che il Cdm finì alle 21: Berruti ebbe tutto il tempo di vedere il premier, ottenere l'ok al depistaggio e metterlo in atto. Il mese scorso Brambilla e Querci sono stati ricondannati in appello a 16 mesi per falsa testimonianza (21 righe sul 'Corriere', non una parola sugli altri giornali e in tv).

Berruti, condannato a 8 mesi per favoreggiamento, è deputato dal 1996. Ora, a Montecitorio, lo raggiunge Sciascia, condannato a 2 anni e 6 mesi per corruzione. Strano: Berlusconi è contrario alle mazzette e poi promuove chi le paga e chi le copre? E come poteva Berruti favoreggiare un innocente? E perché mai i due segretari avrebbero mentito per proteggere un innocente? Se Vittorio Mangano, per la sua omertà a tenuta stagna, è un 'eroe', questi sono perlomeno martiri.

Santi subito.

di Marco Travaglio per L'espresso (18 aprile 2008)

Silvio Berlusconi: Il contratto con gli italiani non è mai esistito

Il Contratto con gli Italiani sigla­to da Silvio Berlusconi a Porta a Porta l'8 maggio 2001, dinanzi al notaio Bruno Vespa, era uno scherzo. «Non era un contratto», «non ha mai avuto alcuna rilevan­za giuridica», insomma un sempli­ce «atto politico» dotato di una «totale improduttività di effetti per nullità-inesistenza». È nullo, non è mai esistito. Chi lo dice? Un antiberlusconiano sfegatato? Un demonizzatore accanito? No, lo dice lo stesso auto­re del Contratto-non contratto: Silvio Berlusconi in persona.

Dove? Negli atti difensivi depositati dai suoi legali nella causa intenta­ta due anni fa da un giovane rompiscatole, A.C.: l'unico ita­liano ad aver preso sul serio il Contratto con gli Italiani. Al punto da recepirlo formalmente, recapitando al Cavaliere il 10 febbraio 2006 - penultimo giorno della penultima legisla­tura - un "atto di accettazione".

In quella letterina piena di riferimenti giuridici, A.C. ram­mentava all'allora premier che quello siglato sulla celebre scrivania di ciliegio "può essere qualificato come un contratto con obbligazioni del solo pro­ponente (art. 1333 Codice civi­le)". Quindi, non essendo "stato da Lei mai revocato", è "giuridicamente vincolante" e sottoposto alla verifica della magistratura. Da quel momen­to si è perfezionato il contratto unilaterale fra Berlusconi e gli italiani (che non avevano fir­mato nulla), perché almeno uno di essi l'ha accettato. E, con quella firma, è scattata la trappola.

Il rompiscatole e i suoi avvocati Alessandro Frittelli e Giuseppe Marazzita ricor­dano al Tribunale civile di Mila­no che il Cavaliere s'era impe­gnato a "non ripresentarmi al­le elezioni del 2006 se, al termi­ne dei 5 anni di governo, almeno 4 su 5 traguardi non fossero stati raggiunti". Impegno viola­to nel 2006 e nel 2008, quando Berlusconi s'è ricandidato per ben due volte, pur avendo mancato tutti e 5 i traguardi "contrattuali". Lo stesso Cava­liere - osservano i legali di A.C. - seguita a ripetere di aver ri­spettato l’85% degli impe­gni", mentre in casa Vespa ave­va promesso di realizzarne interamente 4 su 5. Dopodichè le aliquote fiscali sono rimaste 4, non 2; le pensioni minime non sono aumentate a 516 eu­ro per tutti, ma solo per qualcu­no; i delitti non sono diminui­ti, ma aumentati; la disoccupa­zione non s'è dimezzata; il 40% di grandi opere non è par­tito. Perciò il tignoso cittadino si sente preso in giro e chiede i danni: 5 mila euro simbolici per mancata ottemperanza del­l'obbligo di non tacere". Cioè di ritirarsi a vita privata.

La dife­sa Berlusconi ribatte che il Con­tratto è "nullo", dunque nessu­no può pretenderne il rispetto: era un semplice "programma politico". Ma A.C. dimostra che il programma della Cdl era tutt'altra cosa rispetto al Con­tratto, come lo stesso Cavaliere proclamò solennemente a Por­ta a Porta. La difesa Berlusconi ammette addirittura che gl'im­pegni non furono rispettati, an­che se accampa le solite scuse: "Se il mancato raggiungimen­to di una o più parti del pro­gramma politico si è verificato, cioè è dovuto a fattori politi­co-economici imprevedibili e indipendenti dalla volontà del dr. Berlusconi: a partire dell'at­tentato alle torri gemelle fino al buco di 37 mila miliardi di lire scoperto dopo l'insediamen­to del Governo...".

Poi, a scan­so di equivoci, invoca l'immu­nità parlamentare: il Contrat­to-non contratto rientrerebbe "nell'attività insindacabile" protetta dall'"art.68 della Costi­tuzione" che "comporterebbe l'improcedibilità del giudizio o la sospensione del processo" in attesa dell'autorizzazione a pro­cedere della Camera. Ma qui il rompiscatole A.C. piazza il col­po che potrebbe essere decisi­vo: "Se il dr. Berlusconi sapeva che il Contratto era inesistente e dunque nullo, perché non ne ha dato notizia fin dall'inizio" - lui e agli altri 58 milioni di italiani?

di Marco Travaglio per l'Unità (12 aprile 2008)

Un inno a Cosa Nostra - di Marco Travaglio

Il mafioso Vittorio Mangano era «un eroe».

L’antimafia invece «è diventata una sorta di brand» usato da certi partiti «in modo strumentale per colpire qualcuno o per coprire la mancanza di contenuti».

I pentiti di mafia «li conosco quasi tutti, ma fatico a trovarne uno sano».

Pessimo anche l’altro strumento per scoprire i mafiosi: «Sulle intercettazioni saremo durissimi, perchè c’è in ballo la libertà», soprattutto la sua.

Quanto alla Resistenza, è come l’antimafia: un’altra favola raccontata dai «libri di storia ancora oggi condizionati dalla retorica della Resistenza».
Ma anche questi prontamente «saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni
: questo è in tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione». Purtroppo non sarà facile, perché «la sinistra ha ancora in mano le università e le case editrici», a parte la Mondadori, rubata a un concorrente grazie alla sentenza di un giudice comprato da Previti con soldi della Fininvest, ma ora, se tutto va bene, si metteranno a posto anche le altre.

E Luciano Moggi? «È una persona simpaticissima.... Le accuse sono nate dal suo grande successo. Moggi aveva organizzato bene le cose e così sarebbe stato ancora per molti altri anni»: organizzava le cose talmente bene da scegliersi gli arbitri à la carte, mentre il Milan si sceglieva i guardalinee: dov’è il problema?

Infine, una buona parola anche su Michela Vittoria Brambilla: «l’hanno data in pasto all’opinione pubblica, ma non le attribuisco alcuna importanza», mentre «siamo tutti spiritualmente innamorati di Berlusconi».

Chi parla non è un magistrato, altrimenti il Cavaliere l’avrebbe già sottoposto a perizia psichiatrica. È un condannato: Marcello Dell’Utri che, in un’intervista su Youtube a Klaus Davi, ammicca esplicitamente alla mafia beatificando Vittorio Mangano, l’ex boss del mandamento di Palermo-Porta Nuova, già fattore nella villa di Arcore, suo intimo amico dal ‘73, condannato per associazione per delinquere con la mafia al processo Spatola, per traffico di droga al maxiprocesso di Falcone e Borsellino, morto in carcere nel 2000 subito dopo una condanna in Assise per tre omicidi.

Santo subito.

Qual è la prova dell’eroismo di Mangano? Semplice: più volte sollecitato dai magistrati a parlare dei suoi rapporti con Berlusconi e Dell’Utri, non ha mai aperto bocca. «Mangano - ­ spiega Dell’Utri - è morto per causa mia. Era malato di cancro quando è entrato in carcere ed è stato ripetutamente invitato a fare dichiarazioni contro di me e il presidente Berlusconi. Se lo avesse fatto, lo avrebbero scarcerato con lauti premi e si sarebbe salvato. È un eroe, a modo suo».

Parole duramente criticate da Antonio Di Pietro, Cesare Salvi e Anna Finocchiaro.
Facendo il pubblico elogio dell’omertà, il senatore Dell’Utri non specifica che cosa avrebbe potuto raccontare di lui Mangano, se avesse parlato: lo lascia all’immaginazione degli elettori.

Perché naturalmente Dell’Utri, condannato in via definitiva a 2 anni per evasione fiscale, in appello a 2 anni per tentata estorsione mafiosa insieme al boss di Trapani Vincenzo Virga, e in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è stato ricandidato dal Partito della Libertà Provvisoria a Palazzo Madama in un posto sicuro (numero 7) in Lombardia. Ma non dimentica le origini: quelle sue personali e quelle di Forza Italia, nata nel 1993 fra Palermo e Milano, con Mangano che faceva la spola tra le due città per conto di Provenzano, mentre nel Paese esplodevano le bombe.

Non potendo astenersi dai rapporti con la mafia, Dell’Utri elogia però l’astinenza sessuale, che lui dice di aver appreso direttamente dal fondatore dell’Opus Dei, Josemarìa Escrivà de Balaguer, ma di praticare solo ultimamente «per motivi di età».

Insieme all’annuncio dei test psichiatrici ai pm, peraltro copiato di sana pianta dal Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli, la piattaforma programmatica di Dell’Utri dà un quadro preciso del governo Pdl che verrà.

I pentiti non vanno usati nei tribunali per far condannare i mafiosi e i loro amici, ma «usati come testimonial di una campagna pubblicitaria antimafia rivolta ai giovani siciliani»: per convincerli ­ par di capire - che un vero mafioso non deve mai dire la verità, mai abbandonare Cosa Nostra, mai schierarsi con lo Stato. Insomma, seguire l’esempio dell’eroico Mangano. Lui del resto dice di «conoscerli quasi tutti»: un paio li aveva addirittura contattati, Pino Chiofalo e Cosimo Cirfeta, purtroppo erano due falsi pentiti che lui tentava di convincere a calunniare i veri pentiti che accusano lui.

Quanto ai magistrati, sono «professionisti dell’antimafia», come «aveva già detto Sciascia». Dell’Utri dimentica di precisare che lo sciagurato articolo di Sciascia sul Corriere della Sera era un attacco frontale a Paolo Borsellino, accusato di far carriera per meriti antimafia. Ma queste cose gli amici degli amici le sanno benissimo. E avranno apprezzato.

Vota e fai votare.

di Marco Travaglio per l'Unità (9 aprile 2008)

New York Times: 'Giuliano Ferrara rappresenta il degrado della politica italiana'

Foto: La Stampa

Tra i rari articoli dedicati nelle ultime settimane dai giornali americani alla scoraggiante campagna elettorale nel nostro paese, spicca quello proposto qualche giorno fa dal New York Times a firma Rachel Donadio, dedicato all’ultima crociata dell’ex sessantottino, ex comunista, ex socialista, ex ministro berlusconiano, nonché presunto ex confidente della CIA ed ora adepto neo-con Giuliano Ferrara, per il diritto alla vita. Ben lontano dall’incoronare il direttore de Il Foglio come una delle voci più originali de scena politica italiana, come qualche quotidiano del nostro paese ha scritto (La Stampa), il profilo delineato dall’autorevole testata newyorchese, pur sottolineando le relative diversità delle posizioni sostenute da Ferrara rispetto ai due principali candidati premier, sembra piuttosto farne il simbolo del degrado di una politica ormai diventata “incomprensibile” e “assurda” per quanti la osservano da fuori, e non solo.

Dopo aver percorso brevemente i momenti cardine dell’attività politica, giornalistica e di spettacolo di Giuliano Ferrara, sottolineandone la metamorfosi con accostamenti a Abbie Hoffman, famoso contestatore e attivista politico americano degli anni ’60 e ’70, e a William F. Buckley, editorialista e commentatore conservatore già membro della CIA e recentemente scomparso, la giornalista del New York Times cerca di spiegare ai lettori d’oltreoceano come la sua discesa in campo nasca non da ragioni di “realpolitik”, ma dalle idee. “Mi piacerebbe vincere le elezioni, sarebbe una cosa straordinaria”, commenta un Ferrara sprofondato nella sua poltrona di pelle e con i postumi di una fastidiosa influenza ancora visibili. “Ma il punto non è vincere. Sono un uomo in cerca d’idee e non di voti. Questi sono solo un mezzo”.

Considerato come un barometro della situazione italiana, “sintonizzato sull’umore nazionale tendente alla disperazione”, il tentativo di colui che potrebbe essere scambiato per “il quarto tenore” converge intorno ad un unico vago tema: la battaglia per la difesa della vita. Mettendo in evidenza il suo dichiarato ateismo e l’essersi sempre definito non credente, l’autrice ricorda poi la sua recente richiesta di una moratoria - non dell’abolizione - dell’aborto per richiamare l’attenzione generale sul valore della vita. Pur avendo raccolto un certo incoraggiamento da più parti, molte sono state però le proteste suscitate dalla sua apparizione nei vari comizi elettorali a cui ha partecipato; le più accese, ricorda il New York Times, si sono verificate a Bologna dove le forze di Polizia sono state costrette ad intervenire per interrompere il lancio di pomodori al suo indirizzo e per arginare le contestazioni della folla.

Escluso dalla coalizione di centro-destra da Silvio Berlusconi, Ferrara ha dovuto incassare recentemente anche qualche critica proveniente dai tanto corteggiati ambienti vaticani, da dove è giunto l’avvertimento che le questioni di fede dovrebbero rimanere nella sfera del privato. Con tutti i problemi ai quali il nostro paese deve fare fronte, dall’economia in fase stagnante al costo della vita in costante crescita, per non parlare della criminalità, le preoccupazioni legate all’aborto sembrano poi essere ben lontane dall’interesse della gente. Ma, secondo l’autrice dell’articolo, le manovre a sorpresa, messe in atto per puri fini propagandistici, sono all’ordine del giorno nella campagna elettorale in corso nel Belpaese.

Una volta entrato nello specifico del variegato curriculum di Giuliano Ferrara, dall’infanzia trascorsa a Mosca dove il padre era corrispondente per L’Unità agli anni trascorsi alla FIAT a Torino; dalla rottura con il Partito Comunista all’avvicinamento alla filosofia politica di uno dei padri del pensiero neo-con (Leo Strauss) passando attraverso il periodo craxiano e berlusconiano fino ad arrivare alla creazione del suo giornale, definito insolitamente eclettico nel panorama editoriale italiano, l’articolo spiega come una tale traiettoria, il cui ultimo sviluppo è appunto la battaglia senza quartiere intrapresa contro ogni pratica abortiva, sia possibile solo in un paese come il nostro dove “le linee di confine tra politica e giornalismo, tra idee ed esibizionismo, tra apparenza e realtà, si sovrappongono”.

“So che può sembrare incoerenza, ma in fin dei conti si tratta di integrità”, tiene a precisare Ferrara a proposito della sua multiforme militanza politica. “In realtà sono una persona terribilmente noiosa. Le mie idee sono sostanzialmente le stesse a partire dagli anni della mia formazione come giovane comunista fino alla mia attuale trasformazione in Ratzingeriano”. Ma il dubbio di una manovra elettorale mirata a sottrarre i voti dei cattolici al centro-sinistra è forte anche per chi osserva l’arena politica italiana da lontano. Tanto più che la battaglia per il diritto alla vita di un ateo dichiarato, e che ha avuto, secondo quanto riportato dallo stesso New York Times, ben tre partners in gioventù che hanno praticato l’aborto, risulta quanto meno improbabile.

Una campagna che inoltre ha assunto aspetti surreali quando Ferrara ha espresso il suo parere a proposito di un’ispezione sanitaria circa un presunto aborto illegale che ha portato alla luce un intervento su di un feto affetto dalla Sindrome di Kinefelter. Una patologia, questa, determinata da un’anomalia del corredo cromosomico che colpisce i maschi e che si manifesta, tra l’altro, con una ridotta dimensione dei testicoli, sterilità, difficoltà verbali e, in alcuni casi, ritardo mentale. Anche in presenza di una tale situazione, Ferrara si è detto appunto contrario all’aborto, aggiungendo che egli stesso potrebbe essere affetto dalla Sindrome di Kinefelter e invitando, con la consueta sensibilità, quanti ne possano dubitare a verificare di persona.

Al di là dell’impressione che si può ricavare circa la nuova avventura politica del direttore de Il Foglio, tutto l’articolo della Donadio è pervaso da notazioni che rivelano quali siano le difficoltà a comprendere le dinamiche della politica e della società italiana per quanti le osservano da fuori. Ecco allora una campagna elettorale popolata dai soliti noti che scompaiono e riappaiono, promettendo riforme profonde per dare come risultato un’economia stagnante o addirittura in declino. Il tragicomico scenario del nostro paese sembra poi inevitabilmente personificato dal basso profilo sia di Veltroni, “l’ex comunista che ha adottato la formula ‘Yes We Can’ di Barack Obama ma del quale non ha lo stesso carisma” né la capacità di creare un seguito tale da consentirgli di percorrere un difficile cammino riformistico; sia a maggior ragione di un Berlusconi poco incline alle riforme e impegnato a mettere insieme una fantomatica cordata per rilevare la compagnia aerea di bandiera.

Difficile infine non condividere lo scoraggiamento provato nel vedere al centro della scena politica italiana un personaggio più volte condannato, e frequentemente assolto anche grazie a leggi ad personam, per corruzione ed altri reati. E che il cinismo impregni ormai il mondo politico e culturale italiano, a fronte di un risveglio del sentimento religioso, sia pure di facciata, è dimostrato dalla rassegnazione con cui si guarda ai privilegi della “casta” e alle manovre di gran parte di una classe politica attenta, agli occhi dei più, alla difesa dei propri interessi personali.

Emblematico, a questo proposito, l’ipotetico confronto con la vicenda legata alle recenti dimissioni del Governatore dello Stato di New York, Eliot Spitzer, a causa di un suo coinvolgimento in un giro di squillo d’alto bordo. Se ciò fosse accaduto ad una personalità politica di spicco in Italia, piuttosto che un coro di proteste volte a chiederne le dimissioni dal suo incarico, ci sarebbe stata più verosimilmente una convergenza bipartisan per una proposta di legge volta ad impedire le intercettazioni telefoniche in difesa della privacy di quanti ricoprono una carica politica.

di Michele Paris per Altrenotizie

E c'è già 'rifondazione' forzista!

Simbolo realizzato da: Il Blog Senza Nome

Si chiama "Save Forza Italia", ha il suo bravo sito web (http://www.saveforzaitalia.info/), ha un presidente (Mario Francesco Ioppolo) e già più di 70mila iscritti. Tutti fedelissimi di Forza Italia che da un giorno all'altro e senza alcun preavviso si sono ritrovati orfani del proprio partito e catapultati come massa inerte nel nuovol partito del predellino, quel popolo della Libertà che a ben vedere ha testimoniato una volta di più che la libertà in realtà è tutta e soltanto del padre padrone Silvio Berlusconi, di creare o spegnere un partito semplicemente affacciandosi dal finestrino di una mercedes annunciando il suo verbo.

Forse non è andato giù il modo poco democratico, anche se a ben vedere gli iscritti a Forza Italia avrebbero dovuto essere già abituati fin dal 1994 al regime militaresco del loro partito, che dalla sua nascita fino allo scioglimento non ha mai conosciuto un vero e proprio congresso elettorale. Forse hanno anche mal digerito l'apparentamento stretto con Alleanza nazionale, quell'essere schiacciati profondamente a destra mentre contemporaneamente il vecchio alleato Casini smetteva di fare la foglia di fico della CdL e se ne andava per conto suo. Forse ambedue le ragioni sono valide, ma fatto sta che la cosa non è risultata gradita al capo che ha allertato subito il fido Bondi.

La querelle tutta interna al centro destra finirà oggi pomeriggio addirittura davanti al giudice, che dovrà giudicare se l'intento di "Save Forza Italia" (che pure non si presenta alle elezioni) può in qualche modo danneggiare il PdL.

Il presidente Ioppolo ha commentato incredulo, nel corso dell'intervista raccolta da Valentina Dello Russo dell'agenzia Italiachiamaitalia (http://www.italiachiamaitalia.net/): "Mi aspettavo una reazione, una telefonata, ma una causa civile proprio no. Francamente il fuoco amico uno non se lo aspetta mai. Forza Italia non correrà alle prossime elezioni, perciò mi chiedo quale tipo di confusione possa ingenerare la nostra petizione.

E poi il fatto che sia stato proprio Bondi, un ex comunista, a fare causa all'iniziativa lo fa andare fuori dai gangheri: "Nel '94, quando noi lavoravamo alla nascita di Forza Italia, Bondi era ancora all'ombra della falce e martello. Come può arrogarsi il diritto di dire a noi cosa dobbiamo o non dobbiamo fare? Mi auguro si tratti di un'iniziativa personale dello stesso Bondi e che il presidente Berlusconi non c'entri nulla. Sarebbe il colmo se il Cavaliere, che ha sempre parlato di una magistratura a lui avversa, avesse deciso oggi di scatenarla contro di noi".

Terminato lo sfogo Ioppolo entra più nel merito della sua iniziativa e della delusione degli ex forzisti (forse dovremmo a questo punto dire forzati..): "... le tante persone della base azzurra che hanno deciso di salvare l'identità di un partito e il tempo speso per la sua nascita e crescita, perché non hanno gradito la scelta del presidente, Silvio Berlusconi, di dar vita al Popolo della Libertà. I commenti della gente sono tutti uguali, c'è malcontento nella base azzurra, non si può continuare con il verticismo. Noi vogliamo tornare a quel partito dal basso che parta dalla gente, crediamo nella struttura democratica, nei principi della base. Se Bondi arriva a denunciarci, vuol dire che la base non conta più nulla".

E ora? Che fine farà l'associazione nata per salvare il partito azzurro? Sempre Ioppolo spiega : "Ci sono tanti gradi di giudizio e noi combatteremo fino alla fine, perché non abbiamo fatto nulla di male. Noi non siamo candidati, stiamo solo facendo una petizione". E poi ancora, circa i motivi della denuncia fatta da Bondi: "...Forse i 70mila contatti iniziano a fare paura, forse abbiamo suscitato interrogativi... Se noi cerchiamo di portare in salvo una nave che sta affondando e ci prendono a cannonate dalla barca accanto, che dovrebbe essere nostra alleata, forse un motivo ci sarà".

Infine, sulla lealtà verso il Pdl, Ioppolo ribadisce la fedeltà assoluta dei suoi a Berlusconi, ma precisa che l'associazione non confuirà dentro il PdL " .. perché non ci riconosciamo in una forza così verticistica, nella quale, questo è certo, si andrà ad un avvicendamento e quando questo accadrà ci ritroveremo Fini leader. Se avessimo voluto lui come rappresentante, ci saremmo iscritti ad Alleanza Nazionale. No, noi vogliamo ripartire dalla base".

Così adesso è tutto chiaro, anche Forza Italia ha la sua fronda. Non ha avuto la forza di staccarsi del tutto come è avvenuto in AN con la Destra di Storace, ma 70mila iscritti all'associazione non sono esattamente quattro gatti e Bondi avrà il suo bel daffare.

di Stefano Olivieri per Aprileonline (8 aprile 2008)

Quale nuovo Governo per gli Immigrati?

Manifesto elettorale della Lega Nord

La “bocciatura” dell’Europarlamento riguardo ai Centri di permanenza temporanea italiani richiama l’attenzione sul tema immigrazione e s’inserisce nella campagna elettorale in corso. A pioggia arrivano dichiarazioni e promesse, spesso seguite da battibecchi interni alle coalizioni, perché gestire la questione immigrati è notoriamente una patata bollente per tutti.

È così che Silvio Berlusconi, leader del Pdl, si ritrova a prendere l’impegno davanti al movimento “I nuovi italiani”, partito di immigrati, di assicurare col suo - eventuale - nuovo governo il voto amministrativo ai cittadini stranieri. Le reazioni dure degli alleati della Lega giungono immediate ad escludere, de facto, qualsiasi chance di reale attuazione, dal momento che il progetto, per altro ridicolo ai loro occhi di far votare dei “non italiani”, non è contemplato dal programma di governo da loro sottoscritto.

Incongruenza questa che certo non può stupire gli italiani ormai avvezzi alle uscite sensazionalistiche del Cavaliere, ma cosa ne penseranno i milioni di stranieri che nel nostro paese risiedono stabilmente e lavorano contribuendo alla crescita economica? Continueranno a vivere, i più fortunati, nella gabbia metaforica di una mancanza di diritti accompagnata d’altra parte da una serie di doveri; gli altri, quelli senza lavoro, senza possibilità, in quella concreta dei Cpt. Sul nostro territorio ve ne sono circa 12 (i maggiori) da Gorizia a Lampedusa, nei quali sono state evidenziate condizioni igieniche preoccupanti dovute alle strutture fatiscenti, carenze nell’assistenza sanitaria e legale, spazi insufficienti a causa del sovraffollamento insostenibile rispetto alla capienza teorica.

In particolare il rapporto dell’Europarlamento pone l’accento sulla continua e inquietante presenza di sbarre presenti non solo sul perimetro del campo, ma addirittura sui soffitti delle stanze: la vita di queste persone si svolge letteralmente chiusa in una scatola metallica, che diviene particolarmente inclemente quando è esposta alle temperature estive. Critiche alle condizioni dei Cpt italiani erano già arrivate, in precedenza, da autorevoli organizzazioni quali Amnesty International, Medici senza frontiere e il Comitato europeo per la prevenzione della tortura; non rimane che sperare che il parere dell’Europarlamento possa essere più influente per migliorare la situazione.

Certo è che la politica - anzi, diremmo più propriamente, lo Stato - dovrebbe assumersi più seriamente la responsabilità di queste vite migranti, non solo per doveri umanitari e di solidarietà, ma anche perché questa è l’unica via concreta per assicurare la propria sicurezza e favorire la trasformazione di ogni migrante in un nuovo cittadino piuttosto che in un delinquente per necessità.

E se la posizione dei partiti della Sinistra appare semplice e netta - ”riconoscere il diritto di voto alle comunali a chi risiede in Italia da 5 anni è un elemento di buon senso” afferma Fausto Bertinotti – la destra pone invece delle condizioni che sembrano capestri. Franco Frattini (visto come papabile ministro degli Esteri di un eventuale prossimo governo Berlusconi), si dichiara favorevole all’ingresso di quegli immigrati che vanno a fornire forza lavoro alle nostre imprese, ma che allo stesso tempo puntualizza che “le impronte digitali agli stranieri si prendono già in tutta Europa, l’Italia è l’unico albergo in cui non si fanno check-in e check-out”.

Si potrebbe discutere sull’opportunità o meno di definire l’Italia un albergo, visto che la stragrande maggioranza degli stranieri che cercano di stabilirsi da noi non sono rappresentati da turisti ricchi e annoiati in cerca di villeggiature artistiche, bensì da persone costrette a fuggire da guerre, dittature o povertà estrema. Tuttavia ci limiteremo ad invocare da parte del nuovo governo dei provvedimenti seri ed egualitari. Basterebbe seguire l’esempio, una volta tanto, di altri paesi europei come la Svezia, la Danimarca, la Norvegia, l’Olanda, l’Irlanda o la Spagna, culturalmente più vicina a noi che, stipulando accordi reciproci con determinati stati da cui parte una massiccia emigrazione, hanno scelto di sostituire al criterio della cittadinanza, quello della residenza per concedere il riconoscimento dei diritti politici.

La stessa Spagna ha inoltre riconosciuto in un recente rapporto che il 38% del PIL (calcolato dal 2000 ad oggi) è ascrivibile al contributo lavorativo degli stranieri; chissà se anche da noi si arriverà mai a comprendere il grande apporto non solo economico, ma anche civile e culturale che deriverebbe da una vera integrazione.

di Valentina Laviola per Altrenotizie

Bossi, Franceschini e le 'politico-balle'

Care e cari visitatori,

chissà per quale motivo, oggi ci è venuta una gran voglia, sfogliando i vari quotidiani, di fare un po' di informazione e smentire alcune grandi, enormi "balle" sparate dai nostri amatissimi politici, ed abbiamo deciso di concentrati su due "politico-balle" in particolare, una sparata da Dario Franceschini, numero due del PD di Veltroni, e l'altra sparata da Umberto Bossi (leader del "partito degli stereotipi e delle facili soluzioni", da alcuni denominato anche Lega Nord).

 

Politico-balla numero 1: Dario Franceschini ha paragonato Bertinotti e La Sinistra l'Arcobaleno a Ralph Nader, il politico statunitense che "rubò" 537 voti ad Al Gore, facendo così vincere Bush alle elezioni presidenziali.

Ebbene, Franceschini forse non ricorda (in realtà sappiamo tutti che lo ricorda benissimo) che La Sinistra l'Arcobaleno era più che disponibile ad una alleanza con il Partito Democratico, ma tale possibilità è stata esclusa proprio da Veltroni, che ha tentato con ogni mezzo di escludere la Sinistra dalla scena politica italiana.

In secondo luogo, Franceschini finge di dimenticare che più volte La Sinistra l'Arcobaleno ha sottolineato la sua disponibilità ad un accordo post-elezioni per governare insieme al PD, pur di salvare l'Italia dal flagello Silvio Berlusconi.

E' bene poi precisare che a far vincere Berlusconi è lo stesso PD, che continua parlare di "voto utile", sebbene (come abbiamo ampiamente dimostrato su questo blog) il vero voto utile in Senato sia quello assegnato alla Sinistra Arcobaleno, visto che votando PD si ottiene come risultato un aumento dei senatori di PDL e Lega.

Le cose da dire, qui, sarebbero ancora molte, ma rischieremmo di scendere troppo nel tecnico. Vi basti quindi sapere che consideriamo le affermazioni di franceschini non solo una "balla", o un colpo basso alla Sinistra Arcobaleno, bensì una vera e propria menzogna a tutti gli italiani: se a Franceschini preme tanto battere Berlusconi, perchè allora non dice agli italiani che in Senato sarebbe utile votare la Sinistra Arcobaleno? Forse perchè, in verità, a Franceschini non importa molto se Berlusconi vince o perde queste elezioni.... del resto i programmi di PD e PDL, come avevamo già avuto modo di vedere, sono praticamente identici...

 

Politico-balla numero 2: Umberto Bossi (o ciò che ne rimane) si è detto completamente d'accordo con Silvio Berlusconi per far ristampare le schede elettorali. Non solo, Bossi ha precisato di essere addirittura pronto (per l'ennesima volta...) ad imbracciare i fucili, visto che (secondo la sua autorevole opinione) il metodo con cui sono state stampate le schede elettorali è una porcata, appositamente studiata "dalla canaglia centralista romana, che sta facendo apposta a impedire il voto".

Del resto Bossi si sa, già nel 1992 (il 16 novembre per l'esattezza) aveva pronuciato le fatidiche parole: "non ci vuole niente a far venire qualche camion di armi dalla Slovenia o dalla Croazia". Come riportava poi Marco Travaglio su l'Unità nel 2007, dopo che Bossi aveva ancora minacciato di imbracciare il fucile: "Ogni tanto - sarà la prostata - gli scappano. Le pallottole da 300 lire per raddrizzare la schiena al giudice varesino Abate, poliomielitico, reo di indagare su alcuni leghisti (1993). I 300 mila bergamaschi pronti a imbracciare le armi negli anni 80 per la secessione (1994). La violenza come unica arma per difendere l’onore del Nord (1995). La rivolta del Nord modello Bravehart (1996). L’aut aut fra referendum secessionista e guerra civile, «io comunque metto mano alla fondina» (1997)."

Rieccoci dunque, ancora una volta, al solito copione fascio-leghista, con tanto di Berlusconi che, come ogni volta, difende il suo alleato parlando di "linguaggio metaforico".

Metaforico o no, questa volta sia Bossi che "padron Silvio" l'hanno sparata grossa. Vediamo il pechè.

Il "Senatur" parla di "operazione porcata studiata dalla canaglia centralista romana per impedire il voto", e su questo ha perfettamente ragione. Sì, Bossi ha perfettamente ragione: di una "porcata" effettivamente si tratta, così come è corretto affermare che è stata voluta proprio per alterare i risultati del voto.

Non siamo impazziti, Bossi ha (davvero) perfettamente ragione. Peccato si tratti di una porcata ideata, realizzata e firmata proprio dalla Lega di Umberto Bossi (con esattezza da un certo Calderoli, il quale poi ha egli stesso affermato di aver fatto... una porcata!).

Hanno poco da sbraitare Bossi e Berlusconi. Le schede elettorali sono state stampate nella più totale conformità alla legge, una legge voluta dal Governo Berlusconi al fine di creare confusione ed aumentare le possibilità di vincita del Centro-destra.

Anche qui, crediamo possa essere sufficiente quanto appena detto, senza entrare nel tecnico della faccenda (incostituzionalità, costi...).

Vogliamo però concludere usando proprio le parole di Umberto Bossi, in quanto per una volta ha veramente superato se stesso compiendo un'affermazione di grande saggezza: queste schede porcata sono state fatte "da canaglie, luride canaglie. Delinquenti, state molto attenti, che i padani non hanno paura di voi, vi pigliamo per il collo. Carogne tornate nella fogna, là è il vostro posto".

 

Berlusconi: Fuga dalla TV

Si può declinare in molti modi la paura, ma tale resta. Non può essere trasformata in prudenza o in accorta strategia, nemmeno con la potentissima batteria mediatica a disposizione: paura è, paura resta. Ed è la paura di perdere quella che attanaglia Berlusconi che fugge, letteralmente fugge, dal confronto televisivo con Walter Veltroni, il principale - non unico - avversario di questa competizione elettorale. Di Veltroni, Berlusconi ha paura. Perché dal 1994 ad oggi, per la prima volta, il cavaliere della destra ha di fronte un personaggio che, quale che sia il giudizio politico che su di lui si vuole avere, è uomo di grande capacità comunicativa. Conosce l’arte della persuasione e le tecniche della comunicazione politica, sa tenere bene il contraddittorio e non ripete formule ideologiche; rappresenta, nel bene e nel male, la novità politica che rende la compagine di destra il “già visto” che in molti, peraltro, si augurano di non dover rivedere. E l’aria che si respira, da qualche giorno, pare indicare una possibile sorpresa per tutti coloro che ritenevano il risultato già scontato a favore di Berlusconi. Un confronto televisivo che indicasse Veltroni più credibile, accellererebbe definitivamente la concreta realizzabilità di questo scenario.

Le urla manzoniane contro la par condicio che il cavaliere ripete ormai ogni giorno appaiono assurde proprio perché pronunciate da colui cha ha reso la par condicio una condizione necessaria, ancorché insufficiente, per riequilibrare il pesantissimo squilibrio di mezzi a disposizione nella battaglia politica. Ma il dominio assoluto nei media, elemento primario di quel mostruoso conflitto d’interessi di cui è vittima l’Italia, non elimina comunque la paura del cavaliere di sostenere un confronto alla pari. Nemmeno “Porta a Porta”, il luogo dove persino l’ipotetico tappeto da rosso diventa per magia azzurro, offre sufficienti garanzie. E di Fede ce n’è uno solo.

Il perché di questa fuga dal confronto televisivo di Berlusconi non è comunque nuovo né strano. Non è nuovo in quanto già nelle passate campagne elettorali è stato costretto solo all’ultimo momento ad accettare un confronto che non voleva, temendo di offrire una opportunità di recupero dei consensi all’avversario che, stando ai suoi sondaggi, era indietro. E non è strano dal momento che Berlusconi non tollera domande scomode, osservazioni, obiezioni, comunque un contraddittorio da dove può emergere il senso più profondo della sua “discesa in campo”: il bene delle sue aziende a scapito di quello del Paese.

Restano ancora quindici giorni di schermaglie, dispetti e ripicche, cioè i principali ingredienti di questa noiosa campagna elettorale e il cavaliere di Arcore dimostra ogni giorno che passa di temere il sorpasso. Non tanto nelle intenzioni di voto prospettate dai sondaggi, notoriamente fallaci in quanto pilotabili in principio causa committente e in fine attraverso la scelta su quali domande porre e come porle. Le risposte, infatti, variano a seconda di come le domande vengono formulate, come tutti sanno e tutti fingono di non sapere.

Del resto, la provata inaffidabilità dei sondaggi è la sola grande lezione che il Porcellum ha impartito al sistema politico-mediatico di questo paese. Non solo e non tanto perché gli italiani risultano poco inclini a dire quello che vogliono, che spesso si rivela diverso da quello che pensano e non ne parliamo di quello che fanno; ma anche perché, diversamente da quello che accade con le elezioni alla Camera dei Deputati, la tecnica di assegnazione dei seggi al Senato rende complicatissimo un ipotetico calcolo con ragionevoli – per non dire certi – margini di errore.

E del resto, a testimoniare la precarietà del presunto vantaggio del cavaliere, c’è il recupero netto di oltre la metà della distanza tra Pdl e Pd che si calcolava all’inizio della campagna elettorale. Difficile non attribuire il dato ad una indubbia capacità di Veltroni di recuperare consensi, capacità certificata anche dalle piazze dove il candidato del Pd parla, piene più di quanto avveniva nelle passate campagne elettorali.

A questo si aggiunge l’avvenuta scomposizione dei poli politici, che rende ulteriormente difficile calcolare le ricadute elettorali. Non è facile, infatti, valutare con esattezza quanto incideranno l’Udc di Casini e la Rosa bianca, o la scissione della Santanché e di Storace da An, nel complesso dei voti attribuibili alla destra. Oltretutto, mentre dal centro continuano a pervenire segnali netti d’indisponibilità a varare un eventuale governo di destra, non altrettanto - per fortuna - si ode dalla Sinistra Arcobaleno. Ne consegue dunque che sia alla Camera che al Senato i seggi del centro risultano difficilmente sommabili a quelli della destra, mentre a sinistra non si avvertono preclusioni nel caso fosse necessario impedire che il Paese venga riconsegnato a Berlusconi e Fini.

C’è il rischio, insomma, che la marcia trionfale dell’eterno candidato della destra inciampi. Quella che si giocherà tra quindici giorni è una partita nella quale Veltroni ha a disposizione tre risultati su tre, mentre Berlusconi ne ha uno solo. Per l’ex sindaco di Roma, infatti, una sconfitta – se con margine ridotto - non precluderebbe il suo destino politico di guida del Pd; meno che mai un sostanziale pareggio e figuriamoci una vittoria. Per Berlusconi invece, che queste elezioni ha voluto e che pur di averle non ha esitato a sfasciare la Cdl, una sconfitta o un pareggio sarebbero il definitivo fallimento. Sarebbe la fine per i suoi sogni di Palazzo Chigi prima e Quirinale poi. Potrebbe ritrovarsi a cantare con Apicella nella nuova mansione sul lago recentemente acquistata. Pare che il clima sia buono.

di Fabrizio Casari per Altrenotizie

Se Berlusconi torna al Governo, l'Alitalia è in 'buone mani'... - di Marco Travaglio

Dice il Cainano che "la svendita Alitalia mi ricorda la svendita della Sme", ma lui impedirà anche quella. La stampa al seguito registra il tutto come una verità di fede. Come se davvero, nel 1984, l'allora presidente dell'Iri Romano Prodi avesse tentato di svendere il gruppo agroalimentare di Stato alla Buitoni di Carlo De Benedetti, ma il Cavaliere Bianco avesse sventato la minaccia.

La bufala fa il paio con quella della svendita dell'Alfa Romeo alla Fiat, da tutti attribuita a Prodi, ma in realtà imposta da Craxi (Prodi era per la Ford).

Piccolo Smemorandum per gli Smemorati. La Sme riuniva i gloriosi marchi alimentari Pavesi, Cirio, Bertolli, De Rica, Motta, Alemagna, Gs, Autogrill e così via. Ma era diventata, grazie alla gestione fallimentare delle Partecipazioni statali, cioè dei partiti, un carrozzone maleodorante che costava allo Stato migliaia di miliardi di ricapitalizzazioni, investimenti e ristrutturazioni. Ed era in perenne perdita, proprio come Alitalia. Prodi la mise sul mercato, rivolgendosi ai colossi del settore: Ferrero, Barilla, coop. Risposero tutti picche. L'unica società interessata era la Buitoni, che il 30 aprile 1984 siglò con l'Iri un pre-contratto d'acquisto: 497 miliardi di lire per il 64,3% del gruppo. Prezzo di favore? Balle: il prezzo viene fissato da due perizie dei professori bocconiani Poli e Guatri (Poli diventerà presidente di Publitalia, gruppo Fininvest). Ed è poi confermato dalla perizia disposta dall'allora ministro delle PPSS Clelio Darida (Dc), che approva l'accordo Prodi-De Benedetti, come pure la commissione Bilancio della Camera, il Cda unanime dell'Iri e il Cipi.

Ma poi il premier Craxi si mette di traverso: per lui non sono previste mazzette (diversamente da quelle che pagheranno anni dopo altri offerenti); e considera De Benedetti un nemico. Dunque promuove una cordata alternativa tramite l'apposito Berlusconi. L'amico Silvio, che si occupa di mattone e antenne, non sa da dove cominciare: così costringe, insieme al premier, Ferrero e Barilla a rimangiarsi il diniego all'offerta Prodi. Ma l'operazione va per le lunghe e mancano pochi giorno al closing Iri-Buitoni. Così si organizza in tutta fretta un'azione di disturbo: il 24 maggio un certo avvocato Italo Scalera, compagno di scuola di Previti, offre 550 miliardi per la Sme (il rilancio minimo sui 500 offerti dall'Ingegnere) a nome di misteriosi imprenditori che, al momento, non vogliono comparire. Craxi coglie la palla al balzo e blocca la cessione a Buitoni. Il 29 maggio, finalmente, i Mister X escono allo scoperto: sono Berlusconi, Barilla e Ferrero, che con la società lar offrono il minimo possibile dopo il rilancio Scalera: 600 miliardi. La prova che il prezzo fissato da Prodi era giusto.

La privatizzazione a quel punto si arena in un groviglio di carte bollate. Pantalone continua a ripianare i debiti dei panettoni e dei pomodori di Stato. Poi la Sme verrà venduta a spezzatino,in Italia e all'estero (ma senza il buco nero della consociata Sidalm, indebitatissima, che invece la Buitoni si sarebbe accollata: il che - insieme all'inflazione, alla rivalutazione del ramo alimentare e al fatto che lo Stato cederà non più il 64, ma il 100% del gruppo - spiega l'incasso più alto per lo Stato).

De Benedetti ricorre in Tribunale contro l'Iri per il mancato rispetto del pre-contratto, ma i giudici romani gli danno torto: uno di loro riceverà soldi in Svizzera dalla cordata lar, tramite gli avvocati berlusconiani Previti e Pacifico. Al processo milanese sulla presunta compravendita di quelle sentenze - tutti assolti - si scoprono altri particolari interessanti. A Berlusconi della Sme (come ora di Alitalia) non fregava nulla: si fece avanti solo per motivi politici. Cinque mesi dopo, ottobre 1984, Craxi si sdebitò con i famigerati "decreti Berlusconi" per neutralizzare le ordinanze dei pretori che avevano sequestrato gl'impianti che consentivano alle tv Fininvest di trasmettere in contemporanea in tutt'Italia. E i periti della lar, attivati dai suoi alleati Ferrero e Barilla, avevano valutato la Sme addirittura meno del prezzo concordato da Prodi e De Benedetti. Per gli esperti Barilla, il pacchetto Sme valeva 492 miliardi; per gli esperti Ferrero, 472,5. Meno di quanto offrisse lo stesso De Benedetti. Infatti, prima del diktat di Craxi, Berlusconi aveva dichiarato alla Stampa (23 maggio '85): "La Sme è troppo cara". Ora dice il contrario: cioè che Prodi voleva svenderla. Se torna al governo, l'Alitalia è in buone mani.

di Marco Travaglio per l’Unità (23/03/2008)

Aldo Moro? 'Doveva morire' - Intervista al giudice Ferdinando Imposimato

A trent'anni dal sequestro e dall'omicidio dell'allora presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, un libro dell'editore "chiarelettere" ("Doveva morire",pp.353, €15,60) torna a indagare nei torbidi meandri di una vicenda mai completamente risolta, attraverso un'intervista inedita alla moglie del presidente democristiano, e il racconto del giudice Ferdinando Imposimato - esponsabile delle prime inchieste- raccolto dal giornalista Sandro Provvisionato. Abbiamo intervistato il magistrato.

Giudice Imposimato, come mai il libro adesso e non ad esempio, dieci anni fa? Cosa c'è in più da raccontare?
"Non c'è dubbio che in questo libro sono emersi fatti nuovi che non erano stati portati a conoscenza dei giudici negli anni delle tre inchieste Moro di cui io sono stato titolare. Abbiamo avuto la possibilità di raccogliere delle testimonianze, delle indicazioni, delle prove importanti che non erano state acquisite dai magistrati durante i primi due-tre anni di indagine. E' sicuramente un passo avanti rispetto alle sentenze che sono state scritte da me e dagli altri colleghi, proprio perché c'erano stati molti ostacoli nella ricerca della verità".

Quali sono le novità a cui fa riferimento?
"Una delle novità più importanti, secondo me, è costituita dai documenti del comitato di crisi, la cui esistenza è stata sempre negata dalle autorità politiche.
Il comitato di crisi venne costituito presso il ministero dell'Interno il giorno stesso che venne rapito Moro. Al vertice del comitato c'era il ministro dell'Interno Cossiga, il suo vice e il sottosegretario Lettieri. Ebbene, I magistrati e la Commissione Moro hanno ripetutamente chiesto a tutti i partecipanti al comitato di crisi le copie dei verbali e delle relazioni fatte in quei cinquantacinque giorni. La risposta è stata sempre negativa, si sosteneva che non ci fossero documenti scritti. A distanza di oltre quindici anni, poi, abbiamo appreso dal Viminale dell'esistenza di relazioni importantissime scritte da alcuni dei membri del comitato. Tra queste, quella di Steve Pieczenik, collaboratore del ministro dell'Interno Cossiga dal Dipartimento di Stato americano; quindi la relazione di Stefano Silvestri, che secondo le Brigate rosse era un agente della Cia; infine quella di Francesco Ferracuti, realmente un agente dei servizi segreti americani ed iscritto alla loggia massonica Propaganda 2. Solo dalla lettura di questi documenti, secondo me sconvolgenti, è possibile vedere che esisteva una precisa strategia che aveva l'obiettivo di spingere le Br a eliminare Moro. Questi documenti, che ho fotocopiato e inserito nel libro, confermano le dichiarazioni fatte in seguito da Pieczenik, che ha ammesso di aver ispirato una simile strategia, perché Moro era diventato un personaggio pericoloso, e questo lo sosteneva anche il ministro dell'Interno. Impressionante è anche la relazione di Silvestri, specie nel punto in cui dice che occorreva superare il ricatto delle Brigate rosse nell'unico modo possibile, cioè spingendole a eliminarlo. Ci sono poi alcuni documenti, anche questi mai acquisiti, che riguardano la posizione di Denis Payot, un uomo dell'avvocatura ginevrina, che aveva saputo da subito che all'operazione di via Fani avevano partecipato esponenti del gruppo terroristico tedesco Raf. Neanche questo era mai stato riferito alla magistratura. Quindi tutta un'altra serie di fatti più o meno importanti. Penso alla sicura provenienza dai servizi segreti e dalla banda della Magliana, del comunicato numero sette delle Brigate rosse quello che determinò il flop dell'operazione del lago della Duchessa, uno scandagliamento, a un mese dal sequestro, di un lago ghiacciato alla ricerca di un cadavere che ancora non c'era, per volontà del ministero dell'Interno".

"Doveva morire", il titolo del libro, lascia intendere che ci sia stata una volontà precisa dietro l'assassinio del leader democristiano? Ritiene che Aldo Moro doveva morire? Perché?
"Credo di sì, perché Aldo Moro era diventato un personaggio scomodo, sia per la parte ‘conservatrice' della Democrazia cristiana e della politica americana -che odiavano Moro in quanto fautore di un progetto che tendeva a superare la contrapposizione dei blocchi- sia per la parte che faceva capo al Kgb. I politici italiani, che si opponevano al progetto del compromesso storico e temevano l'avvento dei comunisti al governo (oltre ad avere interessi personali precisi e chiari) spinsero le Br al tragico epilogo, attraverso l'operazione del lago della Duchessa.
Inoltre, Moro "doveva morire" anche perché era depositario di segreti di Stato molto importanti, tra cui l'esistenza della struttura paramilitare ‘Gladio', che avrebbe potuto rivelare in seguito. Di ‘Gladio', del resto, aveva già parlato alle Br pur senza farne espressamente il nome. Moro non poteva sopravvivere, e non erano certo le Br a volerne l'assassinio. I brigatisti, come loro stessi mi hanno spiegato, hanno sempre agito a volto coperto: ma se si ha in mente di uccidere un ostaggio, non si passano tutti i 55 giorni con il volto coperto. Speravano di poter liberare Moro in cambio di qualcosa anche ‘minimo', come la scarcerazione di un esponente non imputato o condannato per reati di sangue. Secondo il professor Giuliano Vassalli (ex presidente della Corte Costituzionale, ndr), si sarebbe potuto fare, senza compromettere minimamente la forza, l'autonomia e l'autorevolezza dello Stato".

Le Br non volevano l'uccisione di Moro, eppure l'hanno ucciso...
"Le Brigate rosse sono state uno strumento, nelle mani di altri intrecci. E' spiegato nel libro, c'erano interessi di uomini politici che agirono al servizio della P2 (di cui faceva parte Silvio Berlusconi, ndr), perché consideravano Moro un nemico mortale, che voleva dialogare con i comunisti italiani".

In tutta questa vicenda, un ruolo determinante è stato quello dell'allora ministro dell'Interno Francesco Cossiga. Che opinione si è fatto lei del Cossiga di quegli anni e di quello che oggi continua a parlare della vicenda attraverso giornali e tv?
"Secondo me il ministro dell'Interno ha avuto il ruolo di creare un comitato di crisi e di promuovere l'operazione del lago della Duchessa, coome ho detto episodio chiave per portare le Br alla scelta di uccidere Aldo Moro. Questa è la mia opinione. Si è servito dei servizi: questo Pieczenik lo ha confessato apertamente, e le sue ammissioni sono corredate da documenti chiari e precisi: la sua stessa relazione e quella di Stefano Silvestri. Dopo trent'anni, durante i quali ho passato gran parte della mia vita ad occuparmi di queta vicenda, sono giunto a tali convinzioni". 

di Emiliano Sbaraglia e Andrea Scarchilli per Aprileonline

Promesse elettorali - Video con Marco Travaglio

Marco Travaglio ad Annozero (puntata del 6 marzo 2008).

Il pericoloso ritornello della separazione delle carriere di Giudici e PM

di Nello Rossi
(Procuratore della Repubblica Aggiunto di Roma)

da Il Riformista del 27 febbraio 2008

“Le stesse cose ritornano”. Così, a significare la sfibrante circolarità della esperienza umana, Robert Musil intitolava un capitolo del suo capolavoro, “L’uomo senza qualità”.

Anche nella nostra giustizia “senza qualità” l’estenuante girotondo intorno agli stessi temi si ripete all’infinito, mettendo a nudo la sterilità e l’impotenza della politica a porre seriamente mano alla questione giustizia. E la proposta di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri è forse il simbolo estremo di questa tendenza all’eterno ritorno.

Oggi i cittadini italiani sono tormentati e danneggiati dalla esasperante lentezza dei processi civili e penali, che non accenna a diminuire nonostante il notevole incremento della produttività dei magistrati di cui ha dato pienamente atto il libro verde sulla spesa pubblica.

Le forze politiche che si candidano alla guida del paese dovrebbero perciò concentrare l’attenzione su misure capaci di semplificare ed accelerare il processo penale e di sfrondare la giungla di riti dell’attuale processo civile. E dovrebbero puntare su di una più razionale distribuzione degli uffici giudiziari sul territorio, sull’innovazione organizzativa, sulle tecnologie informatiche, sulla riqualificazione del personale amministrativo e sulla copertura degli organici di cancellerie e di segreterie che, per effetto dell’annoso blocco del turn-over, sono ormai ridotti al lumicino.

In altri termini servirebbe una “politica della ragionevole durata del processo”.

Invece ci si ritorna a dividere sul tema tutto “ideologico” della separazione delle carriere, nonostante che l’ordinamento giudiziario vigente abbia ormai introdotto regole severissime sui passaggi di funzioni, imponendo che essi siano di regola accompagnati dal trasferimento del magistrato in un’altra regione.

Comunque, a quanti continuano a ritenere che la separazione delle carriere abbia un rilievo cruciale per le sorti della giustizia italiana, si deve almeno chiedere un confronto sui dati e sui fatti, senza proclami e vuote astrazioni.

In quest’ottica è assai difficile sostenere che la separazione delle carriere produrrebbe giudici e pubblici ministeri più preparati.

Nel giudiziario svolgere ruoli diversi è una esperienza straordinariamente positiva e formativa.

E in altri paesi – specialmente in quelli di cultura anglosassone – la pluralità dei ruoli svolti è ritenuta un fatto estremamente positivo.

L’argomento “professionale” è dunque sicuramente il più debole e fallace tra quelli invocati a favore della separazione delle carriere.

Né il definitivo distacco tra magistrati requirenti e giudicanti garantirebbe meglio la parità tra l’accusa e la difesa.

L’idea che un pubblico ministero “collega” del giudice fruisca di un pregiudizio favorevole e sia avvantaggiato rispetto al difensore è quotidianamente smentita dalla realtà ed in particolare dall’elevato numero di assoluzioni, che certo non è inferiore a quello di altri paesi in cui le carriere dei giudici e dei rappresentanti della pubblica accusa sono separate.

Stiamo ai fatti: il giudice opera sotto lo sguardo dei diversi attori del processo; ha una sua giurisprudenza cui ha il dovere di essere coerente; sa che normalmente il suo provvedimento sarà sottoposto al controllo di un giudice superiore e potrà essere criticato dai destinatari e dagli studiosi.

Come si può pensare che su tutto questo possa prevalere, all’atto della decisione, la generica colleganza o anche l’amicizia con il pubblico ministero?

E se si adotta questa logica, perché non si dovrebbero guardare con sospetto anche tutte le frequentazioni tra magistrati ed avvocati o i rapporti di colleganza tra i giudici di diverso grado?

In realtà la vera posta in gioco nella lunga querelle sulla separazione delle carriere non è la “professionalità” dei magistrati o l’equilibrio tra le parti del processo.

E’ piuttosto l’indipendenza del pubblico ministero, che resta saldamente garantita sino a che egli è collocato, sia pure con un ruolo distinto, nella sfera della giurisdizione ed è messa a repentaglio se da questa sfera lo si separa.

Più che un traguardo, la separazione delle carriere sembra la tappa intermedia di una lunga marcia destinata a concludersi con la trasformazione del pubblico ministero in “avvocato della polizia”.


Un “avvocato” destinato a mettere le sue competenze tecniche al servizio di una accusa preconfezionata in uffici di polizia operanti alle dipendenze dell’esecutivo.

Sarebbe una soluzione gradita a larga parte del mondo politico; ed infatti l’on. Berlusconi non ha mai fatto mistero di perseguirla. Ma sarebbe anche la soluzione migliore per il semplice cittadino? Credo proprio di no.

 

Fonte: toghe.blogspot.com

Berlusconi e le giurie popolari - Intervista a Felice Casson

Cosa si nasconde dietro l'ipotesi avanzata dal Cavalier Berlusconi di ritirare fuori un vecchio disegno di legge, risalente al 2001 e promosso dall'avvocato Gaetano Pecorella, che nel testo parla dell'istituzione di una giuria popolare chiamata a sentenziare per casi che prevedano una detenzione superiore ai cinque anni? L'obiettivo potrebbe essere un "riequilibrio" delle parti processuali (accusa e difesa), oppure trattarsi di uno stratagemma per separare le carriere dei magistrati o, ancora, di eliminare il secondo grado di giudizio. Abbiamo chiesto un'opinione in merito a Felice Casson, magistrato, senatore Ds nell'ultima legislatura, durante la quale è stato membro della Seconda Commissione permanente Giustizia. 

Prof. Casson, nei primi ipotetici "cento giorni" di governo Berlusconi vorrebbe recuperare un progetto di legge del 2001 presentato in Parlamento da Gaetano Pecorella, riguardante l'istituzione di una giuria popolare, per pene superiori ai cinque anni di detenzione. Lei che ne pensa?
Innanzi tutto bisogna premettere che è già prevista una procedura da parte delle Corti d'Assise e d'Appello che contempla la presenza di giudici popolari per i reati più gravi, come gli omicidi e le stragi, e per altri crimini efferati. Non mi sembra dunque un'idea così innovativa e fondamentale. Ci sono altre cose da sistemare.

Per esempio?
Voglio dire che allargare in maniera eccessiva la presenza di giudici popolari non sistemerebbe i problemi legati all'amministrazione della giustizia, che sono piuttosto di natura strutturale: penso al numero del personale addetto alle cancellerie, ad esempio. In questa legislatura stavamo valutando dei disegni di legge in materia di processo penale, civile, e del lavoro, oltre che una questione fondamentale come quella di accelerare i tempi dei processi. Con la caduta del governo è stato bloccato un lavoro a mio giudizio fino a quel momento sicuramente positivo.

E ora?
Nella prossima legislatura bisogna trovare un clima tranquillo e collaborativo, indipendentemente dall'esito elettorale, perché i problemi tecnici e strutturali della giustizia sono molti e urgenti.

La proposta Pecorella-Berlusconi potrebbe essere un modo per arrivare con altra via alla separazione delle carriere dei magistrati?
Francamente non riesco a intravedere quest'altra via. Vediamo cosa proporrà un eventuale disegno di legge; ma ripeto, non vedo proprio come si possa arrivare a una ipotesi simile, fatto salvo qualche tentativo di affidare "poteri speciali" a questi giudici popolari.

Un altro pallino del Cavaliere è l'abolizione del processo di appello...
Detta così è un po' troppo semplice, anche perché il nostro sistema prevede la separazione dei gradi di giudizio, dove ad esempio la fase che fa capo al Giudice di udienza preliminare spesso già assomiglia a un primo grado. Rispetto ad altri paesi del mondo ci sono delle garanzie. Piuttosto bisognerebbe lavorare per limitare il ricorso alla Cassazione, magari da utilizzare solo in caso di violazione di una legge specifica. E in questo senso si potrebbe operare anche per la riduzione di ricorsi in fase di appello. Ma la razionalizzazione del sistema non si ottiene eliminando uno dei tre gradi di giudizio.

di Woland per Aprileonline

Niente domande, siamo italiani - di Marco Travaglio

All’estero gli elettori si godono i confronti all’ultimo sangue Obama-Hillary, Schroeder-Merkel. In Italia Berlusconi e Veltroni vanno in tv separatamente e non c'è verso di metterli insieme nemmeno a San Valentino. E chi lo fa il “contraddittorio”? Dovrebbero essere i giornalisti. Ma non è sempre così, com’è avvenuto martedì e mercoledì. Un modello legittimo, purchè non sia l’unico: lì le domande servono al politico per dire quel che vuole. Se mente, nessuno lo interrompe. Se c’è un tema scomodo, non lo si affronta. Ma il contraddittorio dovrebbe contraddire, o no? Qui non c’è mai la seconda domanda per smentire quel che il politico ha detto nella prima risposta. Qualche esempio.


VELTRONI
Dice:
“I giudici possono intercettare chi vogliono, ma poi le intercettazioni non si pubblicano fino al dibattimento”. E’ materia nostra: un giornalista dovrebbe obiettare che succede se si fa così: oggi si pubblicano quando vengono depositate agli avvocati e agli indagati, cioè quando cade il segreto. Se si aspetta il dibattimento, invece, passano anni, e intanto le intercettazioni circolano tra avvocati, indagati, politici, giornalisti. Senza alcun controllo. Si possono usare per ricatti, minacce, trattative, e i cittadini non ne sanno nulla.

Non solo, ma non si può sapere subito che cosa ha fatto questo e quello. Oggi ancora non si saprebbe nulla di Moggi e Carraro, furbetti, banche, Fazio, Ricucci, Fiorani, patto Rai-Mediaset, Berlusconi-Saccà, malasanità e lottizzazione in Calabria e in Campania, mafia e politica. Da pochi mesi sapremmo che Cuffaro incontrava mafiosi. Fazio l’han mandato via non per il processo, ma per le telefonate pubblicate. Carraro idem. Saccà e la Bergamini idem. E forse, senza le telefonate Unipol, D’Alema e Fassino non avrebbero investito Veltroni della leadership del Pd. Invece nessuno dice niente, così tutti sono d’accordo.

Vespa: “Anche la Bbc è legata al potere, il presidente è amico di Blair”. Già, ma è sottoposto alla Regina, scelto con pubblico concorso in base a un curriculum, infatti la Bbc fa un mazzo così prima alla Thatcher e poi a Blair. Diceva la Thatcher: “La Bbc non mi piace ma non posso farci nulla”. Magari un politico italiano potesse dire lo stesso della Rai. Qui ci vorrebbe il contraddittorio a Vespa...

Veltroni poi paragona la guerra in Afghanistan alla lotta alla mafia (ma c'è una bella differenza: noi abbiamo invaso uno Stato sovrano, l’esercito afghano non è mai venuto a invadere la Sicilia con la scusa di combattere la mafia).

Veltroni dice che gli inceneritori non fanno male alla salute (e le nanoparticelle cancerogene? silenzio).

Niente domande su conflitto interessi, sulla Gasparri bocciata dalla Corte europea: sono temi che Veltroni non vuole toccare, dunque nessuno glieli chiede.


BERLUSCONI
Vespa tenta di fare la prima domanda, ma se la fa Berlusconi da solo. Parte un servizio: una giornalista bionda insegue Berlusconi, un vero agguato: “Rambo lo vuole, non è che si candida alla Casa Bianca?“. Poi chiede un parere a un osservatore distaccato, super partes: “B. ha cambiato la politica”. E’ Bonaiuti, il portavoce di Silvio!

Berlusconi tracima: il mio è l'unico governo dal ’68 a ridurre pressione fiscale (non è vero: ha promesso di ridurla drasticamente, poi alla fine si vanta di non averla aumentata); noi siamo la nuova moralità nella politica (sic), 106 grandi opere, 1000 km di strade (quali?); la lotta evasione fiscale fa paura agli italiani (o agli evasori?). Poi dice che la lotta all'evasione ha fruttato solo 2 milioni contro i 40 sbandierati da Prodi: ma Prodi non ha mai detto 40, ha detto 18; e, se è solo di 2 milioni, dov’è tutto ‘sto terrore?

Salari: “Col mio governo erano alti, con Prodi sono scesi”. Ma poi dice che i governi non possono far molto per i salari: e allora che c'entra Prodi? Nessuno rileva la contraddizione.

Annuncia la chiusura delle frontiere (quali? a chi? come?).

Dice: avremo solo 12 ministri (ma non aveva promesso il ministero dell'Oceania al sen. Randazzo?).

Vespa tira fuori la scrivania di ciliegio, ma lui non ha portato il Contratto con gl’italiani. Ci stanno lavorando Tremonti-Brunetta. In compenso dice che in Fininvest aveva 56 mila collaboratori (falso: mai avuti più di 30 mila, la metà).

“Io coi rifiuti non c’entro nulla: è colpa di Bassolino, Pecoraro, il Pd di Prodi e Veltroni” (nessuna replica: eppure ha governato 6 anni, e l'emergenza dura da 15, e l'appalto all'Impregilo l'ha dato il governatore Rastrelli di An!).

Grandi opere: "non si può non fare il traforo del Frejus (che però c'è già dal 1870!!!).

“A sinistra c'è chi vorrebbe abolire la moneta come voleva Stalin” (e chi sarebbe? nel centrodestra non c'è il partito No Euro che vorrebbe tornare al tallero o alla dracma?).

Stiamo pensando con don Verzè di portare la vita media a 120 anni. Io ne sento 35!“. Dunque conta di vivere 240 anni? Con quale invenzione scientifica?

Vuoto di memoria: “Nel ’94 tentai di mettere d’accordo Zaccagnini con Bossi” (era Martinazzoli, Zaccagnini è morto nell’89, ma nessuno se la sente di correggerlo).

Evasione e condoni: “Chi fa il condono denuncia di aver dichiarato di meno, anche a me dà fastidio se c’è evasione, perché sono il primo contribuente italiano” (ma il condono lo fece pure Mediaset, approfittando della legge fatta da Berlusconi: ma nessuno lo dice)

Non una domanda su Mastella e Dini (Berlusconi non era contro i ribaltoni?), processi, conflitto interessi, Europa7, condanna della Gasparri da parte della corte europea. Se non ne parla nemmeno Veltroni, perché dovrebbero parlarne i giornalisti o Berlusconi?

All’estero tutto ciò sarebbe impensabile. Lì il contraddittorio è una cosa seria: un contraddittorio che contraddice. Qui è uno spazio autogestito dai partiti. Viene una certa nostalgia per Tribuna politica di Jader Jacobelli: domanda del giornalista, risposta del politico, replica del giornalista, controreplica del politico. Oggi sarebbe impossibile, anzi sarebbe proprio eversivo. Oggi l’Authority a Jader Jacobelli lo farebbe arrestare.

Intervento ad Annozero di Marco Travaglio del 14 febbraio 2008

 

Ma Cappon non "condivide" Travaglio...
(Ansa) - E' piaciuta al direttore generale della Rai, Claudio Cappon, la puntata da record di Annozero di ieri. ''Una buona puntata, con degli elementi di novità che hanno avuto un ottimo riscontro di pubblico'', ha detto a margine dei lavori dell'assemblea straordinaria del Prix Italia a Roma. Ma c'è anche una cosa che al dg non è piaciuta: ''Non condivido - ha sottolineato - le critiche di Travaglio sulla mancanza di contraddittorio nei nostri programmi di approfondimento informativo''.

''Credo che in Rai, lo ripeto - ha detto Cappon - si stia facendo molto e bene in questo avvio di campagna elettorale con l'obiettivo di garantire la par condicio. Certo, ciascuno può fare le domande e le osservazioni che ritiene legittime e, penso, ciascuno di noi vorrebbe fare decine di domande ai leader che vengono intervistati nei programmi di approfondimento. Questo però non può essere una scusa - ha concluso - per mettere in discussione il lavoro di conduttori e giornalisti di grande livello e professionalità''.

 

La replica di Marco Travaglio: non sono piaciuto a Cappon? Pazienza...
(Ansa) - ''Non sono piaciuto a Cappon? Pazienza... Me ne farò una ragione'': così Marco Travaglio replica al direttore generale della Rai Claudio Cappon il quale non condivide le critiche del giornalista sulla mancanza di contraddittorio nei programmi di approfondimento informativo proposti dall'azienda. ''Se Berlusconi - argomenta Travaglio - dice che bisogna fare il traforo del Frejus e nessuno gli dice che c'è già da 130 anni o se Veltroni dice che l'occupazione dell'Afghanistan è come la lotta contro la mafia e nessuno obietta che la lotta alla mafia la facciamo noi in casa nostra, mentre l'occupazione dell'Afghanistan la facciamo noi in casa d'altri, secondo me non c'è alcun contraddittorio. Ma se il contraddittorio non deve contraddire, allora bisogna riformare al più presto il dizionario della lingua italiana''. 

 

Fonte: Voglioscendere

Caos Salmo - di Marco Travaglio

Nell’ambito della semplificazione della politica e della corsa sfrenata verso l’età della pietra, ecco a voi la Lista No Aborto, per gli inglesi Pro Life, del Platinette Barbuto. Il quale, sempre spiritoso oltrechè molto intelligente, assicura: “Correrò da solo” (già allertata la Protezione civile).

Noi, nel nostro piccolo, siamo con lui. La Lista Platinette presenta infatti almeno tre vantaggi.

Primo: il nostro lascia “Otto e mezzo” e almeno per un paio di mesi ce lo leviamo dai piedi (il programma sarà condotto dalla sola Armeni e ribattezzato “Mezzo”).

Secondo: la nobile, disinteressata battaglia ideale “per la vita” che tanti ammiratori platinettiani aveva subornato negli ultimi mesi si rivela finalmente per quel che è: un espediente furbesco per abbindolare qualche beghina raccontandole che, votando lui, diminuiranno miracolosamente gli aborti; seminare zizzania nel centrosinistra, dove c’è sempre qualche Binetti che abbocca; e portare acqua al mulino del Cainano, che peraltro dell’aborto se ne infischia allegramente, visto che la sua signora ha dichiarato di aver abortito fra il sesto e il settimo mese, e lui è molto interessato a far abortire il processo Mills, il processo Mediaset, il processo Saccà e la sentenza della Corte di Lussemburgo su Europa7.

Terzo: lo spettacolo del Platinette che torna candidato dopo gli strepitosi trionfi del Mugello (dove, nel ’97, si presentò contro Di Pietro e portò il Polo al minimo storico, riuscendo a trasformare in dipietristi pure gli elettori berlusconiani) aggiunge un tocco di classe a una campagna elettorale che è meglio del cabaret. Anzi è leggermente più bigotta di un conclave. Pare quasi che non si elegga il nuovo Parlamento, ma il nuovo Papa. Uòlter conciona a Spello tra un convento e l’altro. Piercasinando, escluso dal Partito dei Prescritti in Libertà, corre a telefonare a Ruini in lacrime perché quei cattivoni di Silvio e Gianfranco gli han fatto la bua e non lo fanno più amico. Ruini, anzichè rifilargli una sacrosanta sculacciata e rammentargli che ha 50 anni suonati, lo accoglie all’ombra della sua sottana e manda in tv il direttore di Avvenire, con quella faccia da bollino rosso, a lanciare oscuri messaggi attribuiti a misteriosi “umori che ho raccolto” per dire che Piercasinando è tutti noi e gli facessero un po’ di posto e forza Udc.

Intanto giunge notizia da Oltretevere che Gianni Letta, con quella faccia da sua sorella, è stato nominato dal Papa “gentiluomo di Sua Santità”. Il che, spiegano i bene informati, gli dà diritto a comparire sull’Annuario Pontificio (che è già una bella soddisfazione) e per giunta a “stare a contatto col Papa e con la Curia nelle cerimonie e nelle udienze con i capi di Stato e di governo”. Fra un paio di mesi, quando il Cainano piduista e divorziato, dunque molto religioso, prenderà i voti (alle elezioni) e andrà a baciare la sacra pantofola per grazia ricevuta accompagnato da una delle sue famiglie a scelta, Letta Continua accompagnerà entrambi: sia papa Silvio, sia Benedetto suo vice. Se poi si pensa che solo 14 anni fa stavano per arrestarlo per le presunte tangenti sulle frequenze tv e ora lo chiamano “gentiluomo”, vuol dire che c’è davvero speranza per tutti.

Più che in una campagna elettorale, pare di vivere nel film “Il marchese del Grillo” di Alberto Sordi, anche lui gentiluomo di Sua Santità addetto al trasporto del medesimo sulla sedia gestatoria, ma molto più laico e disincantato di questo branco di fanatici e opportunisti che di religioso non hanno nulla. Tutto questo rimestare nei feti da parte di noti ex abortisti, questo appellarsi all’etica da parte di conclamati ladroni e malfattori, questo sventolare i valori della famiglia da parte di celebri puttanieri, questo commuoversi per la sacralità vita da parte dei peggiori guerrafondai, sostenitori di Guantanamo e Abu Ghraib, questo intenerirsi per i bambinelli da parte di chi vorrebbe cacciare dagli asili i figli dei clandestini, questo portare a spasso le madonne pellegrine da parte di fior di miscredenti deve aver allarmato anche gli ambienti più avveduto della Santa Sede, che l’altroieri ha sottolineato la distinzione tra Chiesa universale e la Cei ruinesca (che ieri ha detto la sua anche sul film "Caos calmo"). A riprova del fatto che le ingerenze del Vaticano nella politica sono una cosa grave, ma mai quanto l’arrendevolezza della politica. In una celebre vignetta di Altan, un prete infila un ombrello aperto nel sedere di un passante e domanda: “Disturbo?”. Il passante, rassegnato, risponde: “Si figuri, lei sfonda una porta aperta”.

di Marco Travaglio per l'Unità (13/02/2008)

Il casino delle libertà

Dopo giorni di interrogativi, non certo nostri, su quale sarebbe stato il motivo che Pierferdinando Casini avrebbe scovato per giustificare il suo ingresso nel Pdl, rinnegando ogni possibile abiura precedente del padre-padrone Berlusconi, adesso lo si vede con una certa chiarezza: la Cei, preoccupatissima che la scomparsa dell’Udc possa ridurre all’irrilevanza politica i cattolici, ha chiesto – senza tuttavia ottenerlo – che il partito di Casini non sia fagocitato dal Pdl, ma che conservi una propria dignità nell’ambito di una nuova alleanza con il centrodestra. Peccato che Berlusconi, a cui il voto cattolico interessa fin tanto che non gli mette i bastoni tra le ruote, ha rinnovato il suo diktat: o dentro il Pdl o non se ne parla. Così, come Fini ha appena ucciso An, Berlusconi sta chiedendo a Casini di mettere nel cassetto quel partitino che da solo arriverebbe a mala pena al 2% (oggi è al massimo al 3%) per fare contenta la Cei e dare una vena di cattolicesimo al suo Partito delle Libertà, altrimenti tutto potrebbe sembrare – anzi, lo è – un calderone elettoralistico per prendere il potere e continuare a farsi gli affari propri, non certo quelli del Paese. Con Casini alleato, ma non fantasma, del Pdl, la Cei avrebbe garantito che oltre a quelli di Berlusconi e Fini, anche la Chiesa potrebbe continuare, indisturbata, a perseguire i propri affari.
 
L’importante è che da qualche parte resti un simbolo dove la parola “cattolico” sopravviva: anche l’occhio vuole la sua parte. Soprattutto dove non c’è più la sostanza. E dentro il Pdl c’è solo una cosa, un’armata brancaleone che vuole vincere per fare, come sempre, “un po’ come cavolo gli pare”. Perché non sanno fare nient’altro.
 
A ben guardare, quella del Pdl si sta trasformando in un’accozzaglia davvero rivoltante di tutte quelle forze politiche che rappresentano la sconfitta della politica e l’apoteosi dell’ antipolitica con esaltazione del potere personale, quella della Casta di cui i cittadini, almeno a parole, sembrano avere piene le tasche. E anche la mossa di Veltroni di andare da solo alle elezioni, ha principalmente lo scopo di smarcarsi dall’idea che ha contraddistinto questa ultima, sfortunata legislatura: che pur di vincere, cioè, si possa rinnegare tutto, storia, simboli, idee, valori, perché quel che conta è raggiungere lo scopo, ovvero vincere per tutelare i propri interessi. Anche a costo di stringere la mano all’odiato nemico di sole poche ore prima, nel segno di un trasformismo che c’è sempre stato, ma che oggi crea un sano senso di nausea un po’ in tutti.
 
Berlusconi, però, ha lo stomaco forte e ha colto il vento di novità che spira nell’elettorato: così ha dato una mano di vernice al suo partito personale del centrodestra (quello di prima), ammantandolo di un’idea di novità per il solo fatto di avere un nome diverso e conferendogli tutti i crismi della bandiera del cambiamento. Veltroni ha definito il Pdl “un’operazione di maquillage”; infatti è solo il vecchio che avanza, ancora una volta un carro bestiame affollato di sigle medie, piccole e minuscole, tutti insieme appassionatamente a caccia del premio di maggioranza in tutte e due le Camere. Al Senato, Berlusconi vuole addirittura raggiungere i 30 senatori in più. Bene che gli vada, con questa legge ne avrà solo 8 in più dell’opposizione, ma si troverà la maggior parte dei senatori a vita contro, eccezione fatta di Cossiga e Andreotti (e forse non sempre). Anche per lui, insomma, non dovrebbe rivelarsi un bel vivere. Ma questo è un problema che si porrà solo dopo. Ora è in momento di conquistare il campo con in tasca lo slogan di sempre: far finta di cambiare tutto perché non cambi nulla. La fermata successiva, nei suoi desiderata, è il Quirinale. E farà di tutto per arrivarci.
 
Alla fine del prossimo mese di febbraio, il cartello del Partito delle Libertà conterà, più o meno, una trentina di sigle. Non sappiamo, alla fine, cosa sceglierà di fare Casini, ma sono in molti a credere che dopo queste prime alzate di testa e questi tentativi miserandi di rivendicare una propria identità e dignità (lo stesso discorso di Storace) anche lui sceglierà di aderire all’allegra armata pur di non scomparire. Riassumendo, per amor di sintesi: quello che rappresenterà il Pdl alle prossime elezioni, incarnerà tutto quello che oggi i cittadini italiani non vogliono più.
 
Sarà un partito “personale” al servizio delle proprietà del suo leader, non avrà un programma vero ma solo decaloghi scritti da qualche esperto di marketing da presentare nel salotto di Vespa. Non potrà formulare liste nuove perché dovrà dare posti a tutti i vecchi che ha messo dentro e, dunque, non potrà neppure ostentare trasparenza nella scelta dei candidati, perché sarà obbligato a molte scelte “scomode” pur di fare il pieno di voti. Inutile dire, poi, della richiesta che con maggior forza proviene dall’elettorato, ovvero l’osservanza di criteri di competenza e moralità nella scelta dei candidati, che Berlusconi non potrà farvi fronte in alcun modo.
 
Siamo pronti a scommettere che nel Pdl ritroveremo le facce che ben conosciamo, quelle dei condannati per corruzione e degli indagati in quanto fiancheggiatori della mafia; dei puttanieri, dei riciclati di sempre, dei parenti degli amici e anche solo dei parenti (soprattutto quelli di Mastella). Berlusconi li proporrà e gli imporrà agli elettori, visto che la legge in vigore non lascia scampo. Fin tanto che il Parlamento resterà un palcoscenico da avanspettacolo, lui potrà tranquillamente continuare a farsi i fatti propri. Vuole raggiungere il Quirinale a qualunque costo e anche per questo si prefigge, nella prossima legislatura, di dare il via ad una serie di riforme, in accordo con l’opposizione, per dare l’immagine del maturo statista capace anche di pesare magnanimamente al Paese oltre che a se stesso e alle sue aziende. Un piano che sembra uscito da un film comico ma che, in questo Paese irreale, potrebbe tramutarsi in realtà, come i peggiori incubi. A meno che, come speriamo, le urne non riservino qualche sorpresa. Con il “porcellum” non si può mai dire…

di Sara Nicoli per Altrenotizie (12/02/2008) 

Camerati e camerieri - di Marco Travaglio

Se tutto va bene, il «nuovo» Berlusconi, quello buono, dialogante, affidabile, riformatore con cui, dopo avergli regalato il Paese, si può inaugurare una «legislatura costituente», quello insomma che solo due mesi fa definiva... la Cdl «un ectoplasma» e giurava di farla pagare a Casini e Fini, si presenterà alle urne con 24 simboli. Anche perché Fini, quello che giurava «con me Silvio ha chiuso», è tornato camerata-cameriere. E Piercasinando, quello che lavorava a una nuova leadership («mai più con Berlusconi»), è rientrato precipitosamente a cuccia col primo fischio agli ultrasuoni partito da Arcore.

Breve riepilogo, necessariamente parziale. Oltre ai soci fondatori FI, An, Lega e Udc, l’Ammucchiata delle Libertà imbarca tre partiti neofascisti, perché uno solo pareva poco: Alternativa sociale di Alessandra Mussolini, la Fiamma Tricolore di Romagnoli e La Destra del trio Storace-Santanchè-Er Pecora. I fascisti sono un po’ come la nuova Punto: modello base, modello accessoriato, modello con navigatore satellitare e cerchi in lega. Ecco dunque i fascisti ereditari della Ducia, i fascisti sansepolcristi e i fascisti supertrash.

Oltre all’Udc, i partiti democristiani sono quattro: l’Udeur di Mastella & famiglia, la Dc per le Autonomie di Rotondi, quello con la testa a kiwi, i Liberal- democratici di Lamberto Dini e signora (entrambi furono accusati dalla Cdl di essere dei tangentari al soldo di Milosevic e dunque, per gratitudine, si schierano con la Cdl) e Nuova Sicilia, che se non andiamo errati dovrebbe far capo all’ex dc Bartolo Pellegrino, già vicepresidente della regione arrestato per collusioni con la mafia. Da non confondere col fantomatico Patto Sicilia Nicolosi, di padre ignoto, né col terzo partito siciliano, l’Mpa di Lombardo. Ancora incerta la sorte delle altre tre Dc, capitanate da Pizza, Sandri e Fiori (ex-P2).

Completano il quadro del glorioso pentapartito: il Pri di La Malfa e Nucara, il Nuovo Psi di De Michelis (si chiama Nuovo perché c’è lui), il Pli di De Luca e Altissimo. Segue a ruota Italiani nel Mondo, di Sergio De Gregorio, che è uno e trino: un terzo democristiano, un terzo socialista, un terzo ex dipietrista, insomma una sicurezza. Siccome siamo un paese che invecchia, i partiti dei pensionati sono due, e attenti a non confonderli: Partito Pensionati di Carlo Fatuzzo (nel 2006 era di centrosinistra) e Pensionati Uniti, talmente uniti che sono divisi dal Partito Pensionati.

Potevano mancare gli ecologisti?
Non potevano: con il caravanserraglio che in 15 anni ha varato due condoni ambientali e fatto più danni di Attila, si schierano gli Ecologisti Democratici (nulla a che fare con gli ecologisti totalitari), simbolo un orsetto di pelouche. Sfidando le più moderne tecniche di scissione dell’atomo, ci sono pure i Riformatori Liberali di Della Vedova & Taradash, detti anche Radicali per le Libertà.

Pare che troveranno un posticino anche i discepoli della Madame de Stael della val Padana, Michela Vittoria Brambilla: partita in pompa magna come aspirante leader del Partito Unico contro i «parrucconi» della Cdl, deve aver incontrato qualche problemino strada facendo. Nelle ultime settimane era dispersa (non la invitavano più nemmeno a Ballarò), ma l’hanno rintracciata in tempo: guiderà i Circoli delle Libertà, anche se non potrà portare con sé più di cinque seguaci, sempre che li trovi.

Niente da fare, invece, per il Ppdl fondato dal Cainano sul celebre predellino della Mercedes in piazza San Babila e salutato a suo tempo da fior di intellettuali come una mossa «geniale» e «rivoluzionaria»: si teme che rubi voti a FI. Sarà per la prossima volta.

Grande interesse sta suscitando presso i partner europei il partito No Euro, che si oppone all’ingresso dell’Italia nella moneta unica comunitaria (già avvenuto nel 2002, sotto il governo Berlusconi2) e auspica il ritorno alla lira o, meglio ancora, al tallero.

Viva curiosità, soprattutto negli ospedali psichiatrici, desta la lista Partito Cristiano Esteso, simboleggiato da un pesce stilizzato con la scritta «Pace». Che, per una coalizione che ha sposato le guerre in Iraq e in Afghanistan, suona particolarmente coerente. Quanto sia Esteso questo Partito Cristiano, lo diranno soltanto le urne. Quel che è certo è che si oppone strenuamente al Partito Cristiano Esiguo, o Ristretto, o Bonsai, di prossima fabbricazione.

di Marco Travaglio per l'Unità (08/02/2008)

Intervista a Marco Travaglio: 'L'Italia? Un manicomio organizzato"

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Marco Travaglio è in viaggio verso Frascati, in provincia di Roma, dove ad attenderlo ci sono oltre mille persone, in un locale che ne potrebbe contenere neanche la metà. Altre sono fuori, mentre chi è riuscito ad assicurarsi un posto a sedere è arrivato quasi due ore prima. L'occasione è la presentazione del suo ultimo libro "Mani sporche" (Chiare Lettere, pp.914, €19,60) scritto insieme agli oramai consueti "compagni d'inchiesta" Peter Gomez e Gianni Barbacetto. L'enorme seguito che suscitano tali iniziative sono la conferma di un bisogno di verità e di informazione da parte dei cittadini, al di là della loro connotazione politica e ideologica. La prima domanda che rivolgiamo al giornalista è proprio questa.

Dunque Travaglio, tantissime persone ad attenderla, e subito le chiedono di entrare in politica, di formare un partito insieme ai vari Grillo, De Magistris, Forleo...
E qui risiede il problema. Non mi stanco mai di ripetere, in circostanze simili, che ciascuno deve interpretare il proprio ruolo. Io ad esempio faccio il giornalista, mi piace fare il giornalista e continuerò a farlo; così come il magistrato deve fare il magistrato. Sempre se gli viene permesso...

Allude?
Non alludo, dico: guardando quello che succede. In Italia ci troviamo di fronte a un numero crescente di problemi e anomalie, che andrebbero risolte al più presto.

In ordine di importanza?
Secondo me nel nostro paese il primo dei problemi è l'informazione, perché una cattiva informazione non ci consente di comprendere la realtà degli altri problemi. E paradossalmente l'esempio calzante è proprio Berlusconi, che per anni ci hanno fatto credere essere l'unico problema da combattere, mentre in realtà il vero problema sono quelli che gli stanno vicino. Altrimenti non si spiegherebbe come mai neanche a questo secondo giro di governo "antiberlusconiano" non sia stata fatta la legge sul conflitto di interessi...

E perché non è stata fatta?
Perché non soltanto Berlusconi naviga sguazzando dentro un conflitto d'interesse. Intendiamoci: lui è quello che ne rappresenta il modello più eclatante e pericoloso, ma se è arrivato sin dove è arrivato è perché gli è stato concesso. In un'altra nazione non sarebbe accaduto che un imprenditore, passando per la presidenza di un squadra di calcio, arrivi a candidarsi nel prossimo aprile per la quinta volta alla presidenza del Consiglio, con ottime probabilità di successo. Qualcuno si ricorda ancora di Bernard Tapie in Francia? Imprenditore, simpaticone, piccoletto, acquista la squadra del Marsiglia e comincia a vincere, naturalmente pagando gli arbitri; poi tenta la scalata politica. Morale: l'hanno messo in galera per anni, e non alla presidenza del Consiglio. Adesso, uscito da poco, si è messo a fare l'attore. Un mestiere nel quale Berlusconi riuscirebbbe magnificamente.

Passiamo ad altro. Mastella?
Mastella, uno spasso. Uno che si difende dicendo che il suo è solo malcostume. Sarebbe bello verificare cosa gli risponderebbero, che so, in Gran Bretagna, a uno che fa il ministro dicendo che il comportamento suo, della sua famiglia e degli amici è "solo" malcostume. Senza contare che è ministro della Giustizia, e senza contare che uno così in GB non lo fanno nemmeno assessore a Ceppaloni.
Il suo discorso alla Camera è stata una delle pagine più vergognose della storia del Parlamento italiano. Ma siamo sempre lì: più vergognosi ancora sono stati gli applausi e gli interventi che sono seguiti. Sembrava di assistere a una riunione carbonara tra criminali, dove ognuno raccontava delle proprie disavventure con la giustizia. Penso a Dini, che ha lanciato il grido d'allarme perché "ci stanno arrestando le mogli". Ma Veronica Lario in Berlusconi, moglie di contanto marito, non l'ha arrestata nessuno, perché evidentemente non ha commesso reati. In Parlamento si discute e si legifera soltanto di ciò che occorre a pochi, e non delle esigenze dei molti. Se facciamo riferimento alle intercettazioni telefoniche, sembra di ascoltare una barzelletta, con i vari deputati che parlano di sicurezza e privacy per i cittadini, che sono preoccupati per l'invadenza nei loro confronti. Pazzesco. A me, come alla maggior parte degli italiani, i magistrati possono intercettare le conversazioni telefoniche quanto vogliono, non troveranno mai niente di penalmente rilevante. Se poi ogni volta che ascoltano le chiamate di qualche sospetto a un certo momento spunta il nome o la voce di Mastella o di qualche suo "collega" non sarà mica colpa loro...

Parliamo ora del libro. Sono servite quasi mille pagine per raccontare le "Mani sporche" d'Italia. Siamo ridotti davvero così male?
Non volevamo scrivere un tomo tanto voluminoso, ma è stato inevitabile. Abbiamo infatti ricostruito la storia più recente del nostro paese, gli ultimi dieci-quindici anni, e la mole è risultata questa. D'altra parte, di cose in questo arco di tempo ne sono successe molte.

Ma oggi ci troviamo davvero agli albori di una nuova Tangentopoli, come dice qualcuno?
Oggi le cose sono cambiate rispetto a prima. Il virus della corruzione della prima Repubblica non è stato debellato, e si è ripresentato rinforzato, anche perché invece di attaccare il virus si sono attaccati i dottori che tentavano di trovare una cura. Oggi la pratica della tangente, della mazzetta, è divenuta quasi preistoria. Ora corrotto e corruttore sono figure che spesso vanno a coincidere: Berlusconi non ha più bisogno di Craxi per farsi fare le leggi, e pagare con venti miliardi di vecchie lire su un conto svizzero: adesso Berlusconi le leggi se le fa direttamente da solo, quindi niente tangente. A meno che non faccia un giro conto a suo nome. Stesso dicasi per la famosa frase Fassino-Consorte "Abbiamo una banca". Prima le banche si corrompevano, oggi si tenta direttamente di acquistarle. Il fatto è che, dopo "Mani pulite", la classe politica s'è fatta più furba.

Domanda che sicuramente è stata fatta migliaia di volte: cosa può fare il cittadino per difendersi da tutto questo?
Bisogna corrazzarsi di anticorpi per non farsi prendere per il culo. All'azione della "casta" non c'è più una re-azione popolare, un moto di indignazione adeguato. L'asticella del'insopporatbilità si è notevolmente abbassata negli ultimi dieci-quindici anni. Oggi in Tv ne bastano tre che sbraitano sulla stessa stronzata per far venire i dubbi al telespettatore che il matto è lui che prima riteneva quella cosa una stronzata. Quindici anni fa il delinquente era quello a cui hanno tirato le monetine fuori l'hotel Raphael; oggi i delinquenti sono quelli che quindici anni fa tiravano le monetine fuori l'hotel Raphael.

Non ci sono segnali di risveglio?
Segnali ci sono, come per esempio è accaduto per il caso-Cuffaro. Malgrado l'asticella di insopportabilità sia praticamente inesistente, nel momento in cui la gente ha visto il vassoio di cannoli di "vasa vasa" evidentemente si è cominciata a chiedere: "Ma se questo festeggia per essere stato condannato "solo" a cinque anni, cosa e quanto altro ha da nascondere? Cosa ha fatto davvero? E se gli davano l'ergastolo che faceva, stappava lo champagne?". Ecco, il guaio però è che per uno come Cuffaro c'è voluto l'estremo gesto di onnipotenza del vassoio di cannoli per far scattare un minimo di indignazione.
Questo paese col passar del tempo assomiglia sempre di più a un manicomio organizzato; e oltretutto fatica a distinguere tra medici e pazienti.

di Emiliano Sbaraglia per Aprileonline

 

New York Times: Berlusconi, una minaccia per l'Italia

Dalla famosa copertina dell'Economist

Dopo il polemico editoriale di qualche giorno fa pubblicato dal prestigioso quotidiano britannico The Economist, oggi è toccato al New York Times sparare nuovamente a zero su un possibile, e ormai molto probabile, ritorno di Silvio Berlusconi alla guida del governo italiano. “La lunga ombra di Berlusconi getta apprensione sulla politica italiana”; così si può tradurre il titolo del servizio proposto dall’autorevole testata newyorchese, il cui lunghissimo reportage di qualche settimana fa sul nostro paese aveva già suscitato enormi polemiche, a firma Ian Fisher ed Elisabetta Povoledo. Prendendo il via dalle impressioni raccolte di una proprietaria di una boutique nel centro di Roma, il pezzo tocca immediatamente uno dei punti centrali del successo politico berlusconiano, costruito sull’odio per la sinistra e sulla sua presunta affinità con il mondo della piccola impresa e del commercio. “È una persona arrogante. Colleziona una serie incredibile di brutte figure e, a 71 anni, è troppo vecchio. Inoltre ha poca cultura e nessuna classe, ma è meglio degli altri e il mio voto andrà a lui”, è il disarmante compendio di pregi e difetti del leader di Forza Italia esposto dalla voce di Silvia Tomassini per il New York Times.

Nella campagna elettorale del 2001, Silvio Berlusconi, descritto dal giornale americano come l’uomo più ricco d’Italia, il re dei media nonché incontrastato leader politico del centro-destra, aveva messo a segno un eclatante successo facendo leva su una possibile prospettiva di cambiamento imponendosi con la sua immagine di imprenditore di successo e portatore di nuove speranze di fronte ad una classe politica inerte. Dopo cinque anni di governo berlusconiano però, secondo il New York Times, a tutti gli italiani dovrebbe essere chiaro ormai quello che li attende con un’eventuale nuova scelta a favore del centro-destra nelle prossime imminenti elezioni: non più una novità carica di promesse ma soltanto una opzione tra le poche a disposizione degli elettori nel desolante panorama politico italiano. E naturalmente una nuova polarizzazione delle posizioni pro e contro Berlusconi.

Con l’aiuto di Eugenio Scalfari e Paolo Guzzanti, il New York Times cerca poi di illustrare ai propri lettori i motivi che stanno alla base dei sentimenti contrastanti suscitati, spesso contemporaneamente in quanti lo amano e in quanti lo odiano, dal tycoon di Arcore. Chi vede la sua presenza sulla scena politica come fumo negli occhi, e questa è chiaramente l’opinione anche degli autori dell’articolo e di molti che osservano le vicende del nostro paese dall’estero, continua a meravigliarsi di come gli italiani, dopo aver toccato con mano cosa rappresenti, possano ancora far ricadere la loro scelta su di lui dopo la caduta del governo Prodi. La lista delle critiche, secondo il quotidiano newyorchese, è molto lunga e può cominciare con la sua oratoria poco convenzionale (irresistibili le citazioni di sue frasi come “Sono il Gesù Cristo della politica”, pronunciata nel 2006, oppure “mi sacrifico per chiunque”) per finire, inevitabilmente, con le innumerevoli accuse di corruzione.

Il fondatore di La Repubblica ripercorre poi rapidamente i provvedimenti approvati dal precedente governo per sistemare gli interessi di Berlusconi ed aggiustare i suoi guai giudiziari fino alla recentissima sentenza di assoluzione nel processo a suo carico per il caso SME, dovuta esclusivamente alla depenalizzazione del reato di falso in bilancio avvenuta nel 2002. Dall’altro lato della barricata invece, i suoi sostenitori, anche se meno entusiasti di lui rispetto al passato, sembrano puntare sulla stabilità del precedente governo di centro-destra; un record di durata in Italia, fa notare sarcasticamente il New York Times, sia pure in un contesto di crescita economica pari a zero. “Non c’è nessun altro politico popolare quanto lui”, fa notare il senatore Guzzanti. “Berlusconi è odiato per le stesse ragioni che lo rendono amato: dice quello che pensa, tutt’ora non viene visto come un politico di professione, anche se è in politica ormai dal 1994, e le sue mosse sono sempre imprevedibili”.

Il New York Times mette poi in guardia quanti danno per scontato il nuovo trionfo elettorale di Berlusconi e della sua coalizione, evidenziando quegli aspetti che rendono il contesto politico attuale considerevolmente diverso rispetto al 2001 e, soprattutto rispetto, al 1994. A cominciare dalla salute del padre-padrone di Forza Italia, al quale è stato impiantato un pace-maker nel 2006 in seguito ad un malore in pubblico, e dalla sua immagine sempre più bersaglio della satira (i capelli tinti e finti, la chirurgia plastica, il fondo tinta). Ma sono i rapporti interni alla coalizione a suscitare i maggiori dubbi dei giornalisti americani, i quali non esitano a sottolineare come le divisioni si siano ricomposte solo alla caduta del gabinetto Prodi e con il successo elettorale a portata di mano. I suoi alleati, descritti come mai pienamente fedeli, si sono ricompattati solo in queste settimane attorno alla sua figura, mettendo da parte le polemiche che avevano animato lo scorso autunno quando era fallita la spallata al governo. Sono i cambiamenti di posizione di Gianfranco Fini, in particolare, a provocare le critiche del più autorevole giornale d’oltreoceano. Puntualmente vengono riportate le frasi del Presidente di Alleanza Nazionale, il quale aveva sostenuto pubblicamente la sua rottura con Berlusconi (“una questione chiusa”; “al primo posto della sua scala di valori morali ci sono i propri interessi personali”) prima di fare candidamente marcia indietro.

A contendere la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi ci sarà in primo luogo, anche secondo l’opinione del New York Times, Walter Veltroni, al quale vengono attribuiti alcuni punti di forza che potrebbero cambiare l’esito della consultazione, come la popolarità conquistata nella posizione di sindaco di Roma, la sua abilità di comunicatore e il fatto di avere quasi 20 anni di meno rispetto al suo avversario politico. Ma il pericolo maggiore, se esiste, sulla strada verso un nuovo governo Berlusconi, potrebbe venire da Berlusconi stesso e dalle sue precedenti scelte politiche, a cominciare dalla posizione che avranno i suoi enormi interessi nel prossimo futuro e da una legge elettorale approvata dalla sua stessa coalizione e che viene vista da ogni parte come portatrice di instabilità.

Il pezzo del New York Times dedicato alla situazione politica italiana si chiude con le parole del disegnatore Emilio Giannelli, che fa notare come il vero problema per il nostro paese non sia tanto Berlusconi ma l’essere in presenza di un sistema bloccato che lascia ben pochi margini di scelta ai cittadini. In attesa di vedere sulla scena politica qualche faccia nuova con qualche nuova idea, nel breve periodo Giannelli dovrà accontentarsi di prendere di mira le nuove gaffes del prossimo presidente del Consiglio. Le occasioni non mancheranno di certo.

di Michele Paris per Altrenotizie (03/02/2008)

La tassa Berlusconi - di Marco Travaglio

Lui se la ride, e gli italiani devono pagare di tasca loro per le sue malefatte...

La giustizia a orologeria valica ormai i confini nazionali e dilaga, come un’inarrestabile cancrena, fino al Lussemburgo. Lì la Corte Europea di Giustizia ha stabilito che le norme italiane che consentono a Rete4 di trasmettere via etere senza concessione su frequenze spettanti a Europa7 che la concessione vinse in una regolare gara nel 1999 mentre Rete 4 la perse, sono “contrarie al diritto comunitario”, dunque illegali. A partire dalla legge Maccanico gentilmente offerta dal centrosinistra al Cavaliere nel 1997, per proseguire col decreto salva-Rete4 e con la legge Gasparri varati dal governo Berlusconi II tra il 2003 e il 2004. Giusto in tempo per il suo probabile ritorno a Palazzo Chigi, dunque, si ripropongono intatti i nobili moventi della sua “discesa in campo” del ‘94: salvare le sue televisioni da una qualunque legge antitrust e salvare se stesso dai processi (a Milano stanno per chiudersi quelli per i fondi neri Mediaset e per la corruzione del testimone David Mills, a Napoli sta per aprirsi quello per la tentata corruzione di Agostino Saccà e di alcuni senatori). La soluzione ideale sarebbe depenalizzare anche la corruzione e trasferire la Corte europea da Lussemburgo a Brescia, o ad Arcore, per legittimo sospetto.
 
Nell’attesa, va detto che non sarebbe occorso scomodare l’Europa se l’Ulivo prima e l’Unione poi avessero fatto il proprio dovere: tradurre in legge le sentenze della Corte costituzionale del 1994 e del 2002 che fissano per Mediaset un tetto invalicabile di due reti. Ma, nei quasi sette anni in cui ha governato, il centrosinistra - che secondo l’ex senatore Franco Debenedetti, sempre spiritoso, sarebbe affetto da inguaribile antiberlusconismo - le diede tutte vinte al Cainano. Costringendo Francesco Di Stefano a un’estenuante battaglia legale prima al Tar, poi al Consiglio di Stato, infine alla Corte europea. L’anno scorso si arrivò all’incredibile: già regnante l’Unione, l’Avvocatura dello Stato seguitò a difendere la legge Gasparri alla Corte di Lussemburgo contro le legittime richieste di Europa7. Ieri il ministro Gentiloni l’ha parzialmente ricordato, facendo notare di aver invitato Palazzo Chigi a modificare le regole d’ingaggio all’Avvocatura rispetto a quelle dettate dal governo Berlusconi. Ma la sua missiva al sottosegretario Enrico Letta rimase lettera morta e il governo dell’Unione continuò a schierarsi pro Gasparri e contro Di Stefano. Ora il Consiglio di Stato dovrà risarcire l’editore di Europa7 per i danni subiti dal 1999 a oggi e, possibilmente, levare le frequenze occupate da Rete4 grazie a una serie di proroghe legislative compiacenti, per assegnarle finalmente al legittimo beneficiario e consentirgli di accendere, con nove anni di ritardo, la sua emittente nazionale.
 
Mediaset, in un comunicato spiritoso almeno quanto Debenedetti, sostiene che “Rete4 è pienamente legittimata all’utilizzo delle frequenze su cui opera. Quindi nessun rischio per Rete4”. In realtà non spetta a Mediaset, ma al Consiglio di Stato, decidere se assegnare a Di Stefano il solo risarcimento pecuniario, o anche le frequenze finora negate. Intanto l’Europa, che ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per l’illegittimità della Gasparri, potrebbe presto condannare il nostro Paese a versare una multa di 400 mila euro al giorno. Risarcimento a Di Stefano ed eventuale multa saranno, ovviamente, a spese dei contribuenti.
 
Secondo l’infallibile pratica del “ridi e fotti”, per 15 anni il Cavaliere ha imposto al Parlamento gli affari suoi come affari di Stato. Mantenendo Rete4 sull’analogico terrestre, ha incamerato introiti pubblicitari da favola che non avrebbe mai visto se l’emittente fosse finita sul satellite. E ora chi paga i danni? Lo Stato. Cioè, pro quota, ciascun contribuente. Se esistesse un’informazione decente, da oggi tutti i giornali e le tv dovrebbero annunciare agli italiani una nuova tassa: la “tassa Berlusconi”. Se esistesse un centrosinistra decente, dovrebbe promuovere una gigantesca class action di 58 milioni di italiani per chiedere i danni a Silvio Berlusconi. Il quale intanto, se tornerà al governo, sarà chiamato ancora una volta a risolvere ciò che i suoi presunti avversari non hanno mai voluto nemmeno sfiorare. Come diceva Sabina Guzzanti nei panni di Massimo D’Alema,“io a Silvio Berlusconi ho fatto un discorso chiarissimo sul conflitto d’interessi. Gli ho detto: Silvio Berlusconi, il conflitto d’interessi è tuo? Risolvitelo da te!”.

di Marco Travaglio per l'Unità (01/02/2008) 

L' ''innocente'' Berlusconi - di Marco Travaglio

Immagine realizzata da Il Blog Senza Nome mediante faceofthefuture.org.uk 

Il processo Sme-Ariosto bis, chiuso ieri fulmineamente dal Tribunale con l’autoassoluzione dell’imputato Berlusconi Silvio («il fatto non è più previsto come reato» perché chi l’ha commesso l’ha poi depenalizzato), è l’ultima coda del filone «toghe sporche» aperto dalla Procura di Milano nell’estate del 1995 in seguito alla testimonianza di Stefania Ariosto. E riguarda i falsi in bilancio contestati al Cavaliere, titolare del gruppo Fininvest, per far uscire clandestinamente dalle casse delle società estere il denaro necessario a corrompere, o comunque a pagare, alcuni magistrati che stavano sul libro paga del Biscione.

Inizialmente il processo Sme-Ariosto era uno solo e vedeva imputati per corruzione giudiziaria Berlusconi, i suoi avvocati Cesare Previti e Attilio Pacifico e i giudici Filippo Verde (per la presunta sentenza venduta sul caso Sme del 1988) e Renato Squillante (per una tangente di 434 mila dollari del 1991); in più Berlusconi rispondeva anche di falso in bilancio.
Poi, nel febbraio 2002, il suo governo depenalizzò di fatto i reati contabili, fissando soglie di non punibilità così alte da sanare cifre stratosferiche di fondi neri.

Su richiesta della Procura, il Tribunale stralciò il capitolo del falso in bilancio e ricorse contro la nuova legge dinanzi alla Corte di giustizia europea, che però lasciò ai giudici italiani la decisione se applicare la legge italiana o quella (più rigida e prevalente) comunitaria.

Intanto, nel processo principale, Previti, Pacifico e Squillante se la cavano con la prescrizione, solo Verde viene assolto. E così Berlusconi, ma solo per insufficienza di prove.

Le accuse
Resta, ormai sul binario morto, il processo sul falso in bilancio che s’è chiuso ieri.
Nel capo d’imputazione si legge che «Berlusconi Silvio, in concorso con gli altri amministratori e dirigenti delle spa Fininvest ed Istifi, in esecuzione di un unico disegno criminoso, quale presidente della spa Fininvest e azionista di riferimento dell’intero gruppo, fraudolentemente concorreva a esporre nei bilanci di esercizio delle precitate società, relativi agli anni 1986/‘87, ‘88, ‘89, nonché nelle relazioni allegate ai bilanci e nelle altre comunicazioni sociali, notizie false e incomplete sulle condizioni economiche delle medesime: operando perché Istifi gestisse la tesoreria del gruppo in modo tale da non consentire l’attribuzione e la ricostruzione delle operazioni finanziarie finalizzate a creare provviste di contanti nonché l’effettivo impiego in operazioni riservate ed illecite ed anche per l’esecuzione dei pagamenti di cui ai capi precedenti (le presunte tangenti ai giudici Squillante e Verde, ndr); creando, attraverso operazioni eseguite presso la Fiduciaria Orefici di Milano, delle disponibilità extracontabili utilizzate per operazioni riservate e illecite nonché per eseguire i pagamenti di cui ai capi che precedono; casi occultando, nelle diverse comunicazioni sociali, sia la creazione di disponibilità finanziarie, sia il loro impiego, sia l’esistenza di società correlate e di posizioni fiduciarie riferibili alle precitate società (nonché gli impegni perla loro capitalizzazione, i costi relativi e le plusvalenze realizzate)».

Indipendentemente dalla conclusione dei processi, i versamenti in nero della Fininvest sono documentali e incontestabili.
I primi risalgono al 1988, poco dopo la sentenza di Cassazione che chiuse la causa civile sulla mancata cessione, nel 1985, della Sme dall’Iri di Prodi alla Buitoni di De Benedetti per l’azione di disturbo inscenata dal trio Berlusconi-Barilla-Ferrero (Iar) su ordine di Bettino Craxi.
Il 2 maggio e il 26 luglio 1988, da un conto svizzero di Pietro Barilla, partono due bonifici: il primo di 750 milioni, il secondo di 1 miliardo di lire, entrambi diretti al conto Qasar Business aperto presso la Sbt di Bellinzona dall’avvocato Pacifico.
I 750 milioni vengono ritirati in contanti da Pacifico, che li porta in Italia e – secondo l’accusa – ne consegna una parte (200 milioni) brevi manu al giudice Verde, che nel 1986 ha sentenziato a favore della Iar (che però viene assolto: manca la prova dell’ ultimo passaggio).
Il miliardo invece lascia tracce documentali fino al termine del suo percorso: il 29luglio ‘88 Pacifico ne bonifica 850 milioni al conto Mercier di Previti e 100 milioni al conto Rowena di Squillante, trattenendone solo 50 per sé.

Perché tutto quel denaro targato Barilla-Berlusconi (soci nella Iar) approda – secondo i pm – sui conti di due magistrati e di due avvocati che l’imprenditore parmigiano non conosce e che non hanno mai lavorato per lui?

Perché mai il socio di Berlusconi dovrebbe pagare un miliardo e 750 milioni a due avvocati di Berlusconi che neppure conosce e a un giudice di Roma, anch’egli a lui sconosciuto, se nella causa Sme fosse tutto regolare?

Il bonifico Orologio
C’è poi il versamento del 1991, sganciato dall’affare Sme, ma rientrante – per l’accusa – nello stipendio aggiuntivo che Squillante riceveva da Fininvest per la costante disponibilità al servizio del gruppo: lo attesta un’impressionante sequenza di contabili bancarie svizzere sul passaggio di 434.404 dollari (500 milioni di lire tondi tondi) dal conto Ferrido (All Iberian, cioè Fininvest) al conto Mercier (Previti) al conto Rowena (Squillante), il 5 marzo 1991.

Due bonifici diretti, della stessa identica cifra, nel giro di un’ora e mezza, siglati con il riferimento cifrato «Orologio».

Previti parla di un errore della banca.
Poi cambierà piú volte versione.

All Iberian è la tesoreria occulta del Biscione e bonifica decine di miliardi di lire sui conti svizzeri Polifemo e Ferrido, gestiti dal cassiere centrale Fininvest, Giuseppino Scabini.

Da dove arrivano i soldi? Da tre diversi sistemi.
Anzitutto dai bonifici della lussemburghese Silvio Berlusconi Finanziaria.
Poi, dall’aprile 1991, dal contante versato dalla Diba Cambi di Lugano: il denaro proveniva da due diverse operazioni effettuate grazie alla Fiduciaria Orefici di Milano.
La prima è l’operazione «Bica-Rovares», condotta dal gruppo Berlusconi con l’immobiliarista Renato Della Valle, che frutta una ventina di miliardi; la seconda è strettamente legata al «mandato 500»: un mandato personale del Cavaliere aperto presso la Fiduciaria Orefici e utilizzato per acquistare 91 miliardi in Cct.
I titoli di Stato vengono poi monetizzati a San Marino e il contante viene consegnato a Milano 2 a Scabini.
Parte di questi soldi (18 miliardi circa) finiscono sui conti esteri del gruppo.
A portarli in Svizzera provvede lo spallone Alfredo Bossert, che li consegna alla Diba Cambi di Lugano.

Insomma, i conti esteri di All Iberian dai quali partono i versamenti ai giudici (ma anche 23 miliardi a Craxi) sono alimentati da denaro della Fininvest e – lo ammettono i suoi stessi difensori – «dal patrimonio personale di Silvio Berlusconi».

E allora come può il Cavaliere non saperne nulla?

Una partita craxian-berluscaniana
La provvista del bonifico «Orologio» All Iberian-Previti-Squillante proviene da un altro conto del gruppo: il Polifemo, sempre gestito da Scabini.

L’1 marzo 1991, un venerdì, Polifemo riceve da Diba Cambi un accredito di 316.800.000 lire.

Il denaro è giunto in Svizzera in contanti quattro giorni prima, il 26 febbraio, direttamente da palazzo Donatello a Milano 2 (sede Fininvest), trasportato dagli uomini di Bossert (la somma non fa parte della provvista creata col «mandato 500», che sarà operativo solo dal luglio 1991).

Il lunedì successivo, 4 marzo, quei 316 e rotti milioni permettono a Polifemo di disporre il bonifico di 434.404 dollari a Ferrido (sempre All Iberian), dando così il via alla trafila che, attraverso Previti, approda al conto di destinazione finale: Squillante.

Insomma, Polifemo gira 2 miliardi a Previti e (tra febbraio e marzo ‘91) 10 miliardi a Craxi.

Nello stesso periodo Previti riceve un’altra provvista (2,7 miliardi) che utilizza in parte per girare a Pacifico i soldi necessari (425 milioni) a comprare la sentenza del giudice Vittorio Metta che annulla il lodo Mondadori e regala la casa editrice a Berlusconi: un altro affare che sta molto a cuore a Craxi.

Nella primavera ‘91 dunque Berlusconi completa l’occupazione dei media e paga il politico, gli avvocati e i giudici che l’hanno aiutato.

La sequenza temporale ricostruita dall’accusa è impressionante.
Il 14 febbraio ‘91 Previti versa 425 milioni al giudice Metta tramite Pacifico.
Il 6 marzo ‘91 bonifica 500 milioni a Squillante.
Il 16 aprile ‘91, ancora tramite Pacifico, dirotta 500 milioni sul conto «Master 811» di Verde (poi assolto).
Sempre con fondi Fininvest.

Non potendo negare i versamenti plurimiliardari a Previti in barba al fisco, Berlusconi li spiega così: «Normalissime parcelle professionali».
Ma non esiste una sola fattura che le dimostri.
E d’altronde: se quei soldi – come dice la difesa – erano «patrimonio personale di Berlusconi», che c’entrano con le parcelle?
Berlusconi pagava le parcelle agli avvocati del gruppo di tasca propria?
Assurdo.

Ultima perla. Dice Berlusconi che «da uno di quei conti vengono effettuati da Fininvest una serie di acconti ai vari studi legali del gruppo, fra cui lo studio Previti».
Ma altri studi non ne risultano: Polifemo finanzia solo l’avvocato Previti e poi Craxi. Anche Craxi era un legale del gruppo Fininvest?
Beh, in un certo senso...

di Marco Travaglio per l'Unità (31/01/2008)

Fonte: l'Unità

Fonte: l'Unità

Fonte: l'Unità

Tutti in piazza: Berlusconi ci ripensa, si contraddice e come suo solito dà la colpa ai giornalisti

Ecco cosa ha veramente detto berlusconi, e come si è contraddetto poi, dando - ovviamente, come al solito - la colpa ai giornalisti:

Andrò a votare - Post di Sandro Ruotolo

Prendo come spunto il sondaggio dell'Swg per Annozero della scorsa settimana [...].

Domanda: Se Mastella decidesse di schierarsi con l'opposizione, secondo lei il centrodestra sarebbe... indebolito per il 32 per cento degli elettori.

E se invece l'uomo di Ceppaloni dovesse rientrare nella maggioranza di centrosinistra? Il 51 per cento dice: no grazie.

E ancora, e solo tra gli elettori del centrodestra, l'Swg ha chiesto: Se Berlusconi decidesse di accogliere Mastella nel centrodestra, lei pensa che riconfermerebbe il suo voto al centrodestra? Il 27 per cento ha risposto no.

Che fine faranno quelli dell'Udeur? E i Dini e gli Scalera? L'unto del signore è così convinto di stravincere che potrebbe decidere sia di candidarli sia di farne a meno. I sondaggi ma soprattutto il clima che si respira nel Paese sono dalla sua parte. Non c'è dubbio. Ma nel peggiore dei casi si voterà ad aprile e ad aprile mancano tre mesi. La partita è ancora aperta. Del resto proprio oggi, in un'intervista alla Stampa, l'ex segretario della Cisl, Savino Pezzotta, rilancia la Cosa bianca anche nel caso in cui si dovesse votare senza la riforma elettorale.

Forse non sono stato chiaro ieri ma io sull'Aventino non ci vado. Ci toccherà di nuovo turarci il naso e votare. Se non ci fosse stato l'uomo di Arcore avrei potuto decidere diversamente ma presentandosi dovremo di nuovo mobilitarci. Avete sentito il suo nuovo programma? Al primo punto c'è il bavaglio all'informazione.

di Sandro Ruotolo

Tecnologia del Consenso (2005)

Il filmato che segue è stato proiettato durante un incontro all'Università di Roma La Sapienza.

Il film, dal titolo "Tecnologia del Consenso" e della durata di 30 minuti, è interamente composto da clip scaricate da internet e ripercorre il periodo del dominio di Silvio Berlusconi sull'Italia e sulle menti degli italiani tra il 1994 ed il 2005. Dall'uso criminoso dell'editto bulgaro che è costato il posto a Biagi, Santoro, Luttazzi e Sabina Guzzanti, via via a ritroso fino agli albori di Mike, Vianello ed Ambra.

Il controllo diretto della televisione è ciò che ha permesso l'illegale (L. 30/3/1957 n.361) ascesa al potere di Silvio Berlusconi.

Il film è suddiviso in tre parti, qui riportate in ordine. Buona visione.

Governo, ultimo atto

Foto: Repubblica.it (particolare)

Il Governo Prodi ha concluso nel peggiore dei modi i suoi diciotto mesi di vita. Un malinteso senso della sfida ha portato ieri sera l'ormai ex-premier a contare, voto dopo voto, la sconfitta, così impedendo ogni ipotesi di Prodi-bis o di governo tecnico e in questo modo determinando l'apertura della prossima campagna elettorale. La crisi è opera del ventre molle della coalizione, gli avanzi democristiani a cui troppo spazio è stato dato. Le fibrillazioni della sinistra, nate dal mancato rispetto del programma sottoscritto da tutta l’Unione, sono state, anche nei momenti più aspri, in grado di separare il merito delle singole questioni dalla salvaguardia della maggioranza: atteggiamento che ha determinato, spesso, la tenuta del governo. E’ invece l’accozzaglia dei democristiani di complemento, buoni per tutti i governi e per tutte le coalizioni, ma solo per la politica dettata da Oltretevere, che ha reso impossibile la già difficile navigazione di un governo che, forse, non sarebbe mai dovuto nascere. Perché nessuna coalizione, in nessun Paese, può governare con due voti di scarto. Questa oggettiva difficoltà è stata l’acqua stagnante dove hanno nuotato gli squali affamati del centro, tutti dotati di minuscole rendite elettorali incompatibili con i maiuscoli appetiti.

Tra i molteplici danni provocati, con una guerriglia negoziale permanente, il centro ha anche impedito il varo di norme sui diritti civili di cui l’Italia ha bisogno da tempo e, complice una generale inadeguatezza dei partiti al governo, ha reso la stessa manovra economica di riassetto dei conti pubblici un mero esercizio contabile privo di animo riformatore. A fronte di una mancata linea di riforme politiche e sociali, sostituita dalla quotidiana bagarre sull'assetto politicista, quello che doveva essere un governo che rimetteva in piedi l’Italia dopo il quinquennio berlusconiano, è divenuto rapidamente un accanimento terapeutico privo di senso.

Alla crisi si è arrivati anche grazie alla permalosità di Dini e Mastella, che hanno visto, non senza disagi, le rispettive mogli finire nel mirino della giustizia. Ma dev’essere un malinteso senso dell’unità della famiglia, quello che spinge alla vendetta contro il governo in carica. Del resto, quando Mastella parla di Paese ha in mente Ceppaloni e quando Dini parla di conti pubblici lo fa pensando molto a quelli suoi privati. Ora, che le vicende private di Mastella divengano motivo di vita o di morte per un governo legittimamente eletto, la dice lunga su Mastella e sul governo di cui era autorevole membro. Ma va anche detto che se l’evento che ha determinato la crisi dell’esecutivo guidato da Romano Prodi è stato quello relativo alle inchieste sulle mogli e le relative vendette dei mister uno per cento, la valanga che si è abbattuta sul governo si chiama partito democratico.

Il cui leader Veltroni ha pensato, evidentemente, che un anno e mezzo a logorarsi nel suo partito di plastica l’avrebbe ridotto male. Ha dunque deciso di correre contro il governo, prima appoggiando il referendum-truffa di Segni e Guzzetta, poi rifiutando l’accordo sulla riforma elettorale sul sistema tedesco (che avrebbe reso il clima politico enormemente più interessante), quindi sparandola grossa (e falsa), affermando che, quale che fosse stato il sistema elettorale, il Pd sarebbe andato da solo. Ora, se nessuno può giustificare il capo dell’Udeur per aver ridotto a faida familiare la sua vicenda politica, certo è che nemmeno si può pretendere che ci sia la disponibilità a tenere in piedi una coalizione guidata dal partito maggiore che dice che tanto vuole romperla.

A questo punto, dunque, risultando difficile pensare che Veltroni non abbia ponderato le ricadute del suo discorso, bisognerebbe chiedersi il perché lo ha fatto. Pensava di allungare la vita al governo Prodi? Non aveva pensato che, di fronte alla prospettiva di un prossimo abbandono, grazie ad una legge elettorale cucita su misura per Pd e Fi, tutti i piccoli partiti avrebbero preferito tornare subito al voto, visto che solo con il “porcellum” in vigore possono far sopravvivere i loro apparati? O credeva il sindaco che l’intero arco parlamentare del centrosinistra ha come unico scopo quello di preparare la sua incoronazione?

Dall’altra parte dell’emiciclo, il cavaliere nero gongola. Del resto, le sue urla manzoniane per il ricorso al voto sono dettate da due necessità: quella di evitare il varo della legge Gentiloni, e quella di correre alla prossima campagna elettorale. La prima obbligherebbe il suo impero editoriale e televisivo al rispetto di qualche regola che risulterebbe esiziale per la sua posizione dominante, la seconda vede la sua ennesima candidatura possibile solo se ora e subito, dato che né Fini, né Casini, hanno ancora le gambe sufficientemente forti per porsi come alternative alla candidatura del cavaliere di Arcore. Pronto, infatti, Berlusconi ha dichiarato chiuso il dialogo con Veltroni, ha già messo in testa lo scolapasta e corre a fare l’unica cosa che sa fare: il venditore di sogni. Niente di nuovo. Soldi e bugie, la sua quintessenza.

Ora è tutto in mano di Napolitano che, Costituzione alla mano, cercherà la soluzione alla crisi. In questo senso, con la tignosa seduta al Senato, Prodi ha bruciato i ponti alle sue spalle. E’ già un ex, solo con molta voglia di vendetta. Chi invece non trarrà niente di buono da questa crisi sarà proprio il Pd, che rischia anzi d’implodere alla vista della prossima vittoria, ampia, della destra. Che è, né più né meno, la personificazione dell’incubo peggiore. Questo scombinato Paese non ne aveva bisogno.

Chi oggi festeggia per la caduta del governo, avrà modo di ricredersi presto.

di Fabrizio Casari per Altrenotizie

Superior stabat Clemens - di Marco Travaglio

L'altra sera, a Ballarò, è andato in onda un istruttivo scambio di vedute tra il direttore del Corriere Paolo Mieli e il giudice Piercamillo Davigo (che, per inciso, i magistrati dovrebbero nominare rappresentante unico della categoria a vita, visto che quando parla si fa capire e restituisce un po' di credibilità a una casta togata in piena decadenza). Mieli, facendo un torto alla sua intelligenza, sosteneva che i magistrati, con le inchieste su politici e uomini delle istituzioni, disturbano la politica e mettono a rischio la stabilità delle istituzioni.

Davigo, con la consueta aria stupefatta di chi è costretto a ripristinare la logica in manicomio organizzato, obiettava che, se i politici e uomini delle istituzioni tengono comportamenti che potrebbero essere reati, i pm sono obbligati a indagare. Ma le ricadute politico-istituzionali delle inchieste non dipendono dalle inchieste: dipendono dai partiti e dalle istituzioni. I quali si guardano bene dal rimuovere i personaggi chiacchierati, di dubbia moralità, anzi non cacciano neppure gli inquisiti e i condannati: insomma, dice Davigo, «li lasciano al loro posto finché non andiamo a prenderli noi». Nel qual caso, è ovvio, le ricadute politiche delle indagini sono devastanti: se, viceversa, quando arrivano i giudici o i carabinieri, il politico inquisito fosse già stato prepensionato, la giustizia processerebbe un "ex" e le conseguenze sul sistema sarebbero pari a zero.

L'altro ieri Barack Obama e Hillary Clinton si sono accapigliati in tv lanciandosi accuse pesantissime (per gli standard etici degli Usa). Hillary: «Zitto tu che hai difeso un indagato». Obama: «Zitta tu che eri avvocato di una multinazionale». In Italia, a nessuno verrebbe in mente di rinfacciare a un avversario politico di aver difeso una multinazionale, né tanto meno di aver protetto un indagato, anche perché di solito l'avversario politico è lui stesso indagato (nei casi meno gravi) o condannato (nei casi normali). E, dopo la condanna, c'è pure il caso che festeggi perché poteva andargli peggio. Quando Previti fu condannato "solo" a 5 anni per le mazzette a Squillante, ma non per la Sme, si abbandonò a sfrenati baccanali insieme a tutta la Casa circondariale delle Libertà. Ora Cuffaro brinda e s'ingozza di cannoli perché l'han condannato "solo" a 5 anni per favoreggiamento dei mafiosi, ma non della mafia tutta intera.

E Mastella cita, a testimone del fatto che è un perseguitato politico, l'autorevole Andreotti, giudicato colpevole di associazione a delinquere con la mafia fino al 1980, ma salvo per prescrizione: «Andreotti dice che il mio caso è più grave del suo» (evidentemente Andreotti, per giudicare un'indagine per concussione e abuso a carico di Mastella più grave del suo processo per associazione mafiosa, sa di Mastella qualcosa che noi ancora non sappiamo). E del resto, quando Mastella si difende col «così fan tutti» di craxian-berlusconiana memoria, confessa che sono i politici a mettersi in balìa della magistratura: perché, se così fan tutti, per i magistrati è facilissimo scoprirne qualcuno. Come pescare nella vasca delle trote.

Sempre a Ballarò, Mieli ha pensato di mettere in difficoltà Davigo citando il famoso invito a comparire per corruzione della Guardia di finanza spiccato contro Berlusconi il 21 novembre '94, durante un vertice contro la criminalità. Floris, tanto per cambiare, non ha dato a Davigo il diritto di replica. Ma l'episodio non smentisce, anzi rafforza la tesi di Davigo.

Berlusconi era ed è titolare della Fininvest, che era solita corrompere la Guardia di finanza durante le verifiche fiscali (al processo il Cainano è stato assolto per «insufficienza probatoria», ma i suoi manager corruttori e i finanzieri corrotti sono stati condannati). Uno così, se non vuole rischiare un'inchiesta per corruzione della Finanza e di mettere a repentaglio il governo che presiede, deve evitare che i suoi manager corrompano la Finanza, o evitare di presiedere il governo: altrimenti, prima o poi, c'è il rischio che lo scoprano e che il governo ne sia travolto.

Ma non per colpa dell'indagine, bensì di chi corrompe la Finanza. Si dirà: ma lui è entrato in politica precisamente per impedire che emergessero i misfatti suoi e delle sue aziende. Esattamente come Mastella sperava di farsi amici i magistrati (e in parte ci era pure riuscito) perché chiudessero un occhio, anzi due, sui problemi suoi e della sua famiglia. Verissimo: ma che c'entrano allora i magistrati?

Lo sanno anche i bambini che leggono Fedro: «superior stabat lupus», non agnus. E nemmeno Clemens o Silvius.

di Marco Travaglio per l'Unità (24/01/2008)

Cuffaro condannato per favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio

Dal sito toghe.blogspot.com:

Ieri [18 gennaio 2008, n.d.r.] il Tribunale di Palermo ha condannato il Presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro, detto “Totò”, a cinque anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio, nell’ambito del processo per le “talpe” nella Procura di Palermo.

In sostanza, Cuffaro, rivelando segreti della Procura di Palermo (e la cosa fa riflettere, con riferimento all'abitudine di tanti ad addebitare sistematicamente le "fughe di notizie" alla magistratura), avrebbe favorito un indagato, informandolo che erano state attivate intercettazioni nei suoi confronti.

Per avere un quadro seppure approssimativo dell’intera vicenda e delle persone coinvolte e condannate a pene fino a 14 anni di reclusione, si può leggerne una sintesi a questo link.

Il Tribunale ha escluso la circostanza aggravante del favoreggiamento alla mafia e bisognerà aspettare il deposito della motivazione della sentenza per sapere se questa esclusione si fondi sul fatto che favorire una persona coinvolta in una associazione mafiosa non equivalga a favorire l’associazione o se si fondi sulla mancanza di prova del fatto che il Cuffaro sapesse che la persona che stava favorendo era inserita in un’associazione mafiosa.

L’ennesimo paradosso di questa vicenda giudiziaria è che il titolare di una carica politica di altissimo rilievo (Presidente di una Regione) viene condannato alla significativa pena di cinque anni di reclusione, ma:

1. si dichiara contento (a questo link si può leggere il Comunicato stampa ufficiale della Regione Siciliana);

2. non si dimette;

3. grazie alle leggi proposte dagli ultimi due governi e non solo, anche se la sentenza divenisse definitiva, non sconterà un solo giorno di carcere, perché l’indulto ridurrebbe la pena da cinque a due anni di reclusione, consentendo la fruizione di una serie di benefici che impediscono la carcerazione, ma, soprattutto, perché le norme attuali sulla prescrizione faranno sì che il reato si prescriverà certamente prima della conclusione del processi di appello annunciato dal Cuffaro, sicché l’intera sentenza finirà nel nulla.

In relazione alle posizioni assunte in questi giorni dal senatore Cossiga, può essere interessante sapere che nello stesso sito ufficiale della Presidenza della Regione Siciliana appena citato si riferisce che il sen. Cossiga, Presidente emerito della Repubblica, ha telefonato al Cuffaro, rallegrandosi con lui (ma cosa ci sarà da rallegrarsi in una condanna a cinque anni di carcere!?) e confermandogli che lui rimane “il primo dei cossighiani”.

Riportiamo su questa vicenda un articolo di Antonio Padellaro tratto da L’Unità. [...]

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di Antonio Padellaro
(Giornalista)


da L’Unità del 19 gennaio 2008


Condannato da un tribunale della Repubblica a cinque anni per favoreggiamento, il presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro comunica esultante: non mi dimetto.

Uomo di parola, Totò lo aveva detto prima che senza l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra sarebbe rimasto al suo posto.

L’asticella l’ha fissata lui, e adesso non sente ragioni.

Almeno un amico degli amici si è giovato di una sua soffiata su certe microspie messe dagli investigatori. Con il risultato di vanificare intercettazione e indagini.

Negli Stati Uniti per molto meno ti sbattono in galera e buttano la chiave. Qui da noi ti dedicano una fiaccolata.

A quanto si è capito, secondo i giudici, favorire un mafioso non significa favorire la mafia. Siamo o no la patria del diritto?

La condanna resta comunque grave, una macchia pesante per un uomo politico che dovrebbe difendere la propria immagine di onestà sopra ogni altra cosa.

Non certo per “vasa vasa”, abituato a baciare sulle guance tanta di quella gente, ovviamente senza mai chiedergli la fedina penale.

Lo abbiamo visto, raggiante, raccogliere il meritato successo a palazzo di giustizia.

Dicono che nelle chiese palermitane i suoi fedeli abbiano pregato per l’assoluzione, e se anche il miracolo non c’è stato a Totò va benone lo stesso.

Alleluja. Tra sconti di pena e indulto di quei cinque anni ne resterà ben poco.

E quanto all’interdizione dei pubblici uffici, scatta a sentenza definitiva.

Totò sorride e vasa e vasa. Immacolato è.

È un arroganza che lascia senza parole, ma scandalizzarsi serve poco.

I tanti Cuffaro disseminati nel nostro bel paese della legge se ne fottono allegramente perché “loro” si considerano la legge.


E quanto alle sentenze, dipende dal punto di vista.

Infatti, Cuffaro festeggia la condanna che considera un’assoluzione e subito si crea una festosa processione di solidarietà guidata da Pierferdinando Casini. Il quale dimentico di aver ricoperto il ruolo di terza carica dello Stato, con una certa dignità, si congratula e approva con questo stravagante sillogismo: Totò non è colluso e quindi è giusto che resti presidente.

Con questa logica potevano anche dargli dieci anni o venti e il leader Udc avrebbe ugualmente stappato lo spumante.

Bravo Totò sei tutti loro, ma occhio alla prossima soffiata.

In questo venerdì di ordinaria giustizia spicca pure il rinvio a giudizio di Berlusconi chiesto dalla Procura di Napoli per corruzione.

La storia è quella della famosa telefonata al prono Saccà con le aspiranti attrici tv “segnalate” in cambio di favori.

Qui la tecnica è collaudatissima. Se Totò minimizza, Silvio s’indigna.

E giù insulti contro il partito delle procure che i bravi berluscones rincarano in pieno delirio mistico accusando i magistrati di barbarie e altre nefandezze.

Poi i due si congratulano vicendevolmente solidarizzando con Mastella. Il quale da Ceppaloni nel pieno rispetto dell’autonomia della magistratura definisce una «macchietta» il procuratore di Santa Maria Capua Vetere che lo ha inquisito con moglie e parenti.

Vendetta tremenda vendetta: il leader dell’Udeur pretende da tutta la maggioranza un voto di solidarietà, altrimenti addio governo. Probabilmente lo avrà.

Alla fine l’unico, vero colpevole della giornata sarà il pm di Catanzaro De Magistris. Duramente sanzionato dal Csm viene trasferito da Catanzaro e non sarà più pm.

Così impara a indagare sui politici.

P.S. L’altra sera in tv il sondaggista Renato Mannheimer calcolava in 7 su 100 gli italiani che nutrono ancora fiducia nella politica. Coraggio, lo zero è vicino.

apadellaro(chiocciola)unita(punto)it

L'arresto della signora Mastella e la democrazia - Post del Giudice Felice Lima

di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)

E’ stata disposta la custodia cautelare agli arresti domiciliari della moglie del Ministro della Giustizia e si è scatenata la solita sarabanda di inqualificabili dichiarazioni da parte dell’intera classe politica.

Vengono rivolti al magistrato che ha chiesto e a quello che ha disposto la misura cautelare e all’intera magistratura insulti rozzi e violenti di ogni genere.

Fra i tanti, mi limito a citare l’on. Casini, ex Presidente della Camera, secondo il quale «siamo all'emergenza democratica», e il Ministro Mastella, che parla di «frange estremiste» della magistratura. Espressione quest’ultima del tutto illogica, perché non si capisce “estremiste” rispetto a cosa, la questione essendo qui solamente se il provvedimento giudiziario sia o no tecnicamente corretto.

E qui emerge il primo paradosso della vicenda, che, come cercherò di illustrare, di paradossi ne presenta diversi.

Il primo di questi paradossi è che è certo e incontrovertibile che in questo momento il provvedimento giudiziario in questione non lo conosce nessuno di coloro che insultano i giudici che lo hanno emesso e l’intera magistratura.

Tutti costoro parlano di una cosa che non conoscono.

Sicché, come è stato giustamente osservato in questo blog da un avvocato, i più autorevoli (!?) fra i nostri politici si indignano “a prescindere”.

Dunque, ciò che è inaccettabile non sarebbe, per esempio, che il provvedimento di cattura fosse infondato (perché nessuno può dire che lo sia e si deve presumere che non lo sia, infondato), ma il semplice fatto che venga disposta una misura cautelare nei confronti della moglie di un politico importante.

L’on. Casini ha detto, fra l’altro, che la cattura della signora Mastella denuncia il «fallimento della politica» del ministro, «il suo stesso tentativo di rasserenare il clima tra politica e magistratura».

Nell’idea di Casini, quindi, di un ex Presidente della Camera e leader di un importante partito, per «rasserenare il clima tra politica e magistratura» i magistrati dovrebbero smetterla di arrestare i politici e i loro parenti, perché questo sarebbe “antidemocratico” (ormai alle parole si fa ogni tipo di violenza).

Il merito non importa a nessuno.

Nessuno vuole sapere perché la signora Mastella è agli arresti domiciliari.

Qualche notizia la apprendiamo dal suo avvocato.

Stando a Repubblica.it, l'avvocato Titta Madia, difensore della signora Lonardo/Mastella, avrebbe detto che al centro della vicenda giudiziaria ci sarebbe «una grande sfuriata telefonica che la donna avrebbe fatto al direttore di un ospedale in merito ad una nomina. Quindi solo un contrasto di carattere politico e nulla a che vedere con dazioni di danaro o vantaggi di altro tipo».

E qui c’è l’altro paradosso.

Se le intercettazioni in questione fossero finite sui giornali, apriti cielo! Si sarebbe gridato allo scandalo contro i magistrati e le fughe di notizie.

In questo caso che le intercettazioni sono rimaste segrete, ci si sarebbe aspettati che i politici dicessero: «Non sono noti i fatti, attendiamo sereni e rispettosi l’esito dell’inchiesta».

E invece no. L’inchiesta fa schifo se non si sanno i fatti e fa schifo lo stesso anche quando si sanno i fatti e sono inquietanti per gli indagati, perché in quel caso non contano i fatti, ma la circostanza che sono stati rivelati.

E così si torna al primo paradosso: ciò che è inaccettabile è che delle persone potenti possano essere processate. In ogni caso. Indipendentemente dal fatto che il processo sia o no giusto. I potenti non vogliono un processo giusto. Non vogliono alcun processo.

Come ha detto Berlusconi, gli eletti dal popolo non possono essere giudicati come tutti gli altri esseri umani (la frase testuale è: «In una democrazia liberale chi governa per volontà sovrana degli elettori è giudicato, quando è in carica e dirige gli affari di Stato, solo dai suoi pari, gli eletti del popolo»).

Identici lo stupore e l’indignazione di D’Alema, che, invece di difendersi “nel” processo, provando, se del caso, la propria innocenza, si difende “dal” processo, lamentando il fatto, inaccettabile per lui, che si processi una “classe dirigente” (su questo pensiero di D’Alema rinvio alle puntuali osservazioni di Bruno Tinti nel post "Una giustizia forte con i deboli e debole con i forti", pubblicato in questo blog).

Ma dalle parole dell’avv. Madia (difensore della signora Mastella) sembra emergere un altro paradosso (il “sembra” consegue al fatto che non sono noti gli atti del procedimento).

Come si è visto, dice l’avv. Madia che al centro della vicenda giudiziaria ci sarebbe «una grande sfuriata telefonica che la donna avrebbe fatto al direttore di un ospedale in merito ad una nomina. Quindi solo un contrasto di carattere politico e nulla a che vedere con dazioni di danaro o vantaggi di altro tipo».

Uno dei problemi del nostro Paese è che “le nomine” dei funzionari pubblici sono un fatto politico, mentre, secondo l’art. 97 della Costituzione, dovrebbero essere tutt’altro.

A me pare che il nostro paese stia rivivendo una nuova edizione del fascismo.

Quando lo dico, alcuni mi accusano di essere catastrofista.

Ma se non è fascismo questa pretesa che la magistratura “stia al suo posto”, sia “controllata”, “abbia misura”, “obbedisca”, cos’altro sarebbe fascista?

E, benché sarebbe superfluo dirlo, ci tengo a precisare che non faccio qui, ovviamente, questione di colore politico, ma di cultura e diritto: non è un problema di destra o di sinistra (c'è tantissimo fascismo sia a destra che a sinistra).

Sul fatto che il fascismo in Italia non è stato solo un episodio pur durato ventanni, ma è una cultura che ci pervade, ha detto cose di estremo interesse il collega Roberto Scarpinato in occasione di un convegno tenutosi a Palermo il 18 luglio 2007 (In memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, 15 anni dopo la strage di via D'Amelio), il cui intervento può essere visto e ascoltato su Radio Radicale.

A me pare, dunque, che, come dice l'on. Casini, ci sia una "emergenza democratica", ma che siano gli atteggiamenti come il suo a darvi luogo.

Infine, il paradosso estremo.

Un comunicato della Presidenza del Consiglio afferma che il Presidente Prodi ha respinto le dimissioni del Ministro Mastella.

Conquistiamo così l'invidiabile primato di essere il primo paese al mondo ad avere come Ministro della Giustizia il marito convivente di una detenuta agli arresti domiciliari.


E questo, davvero, neppure il fascismo e lo stalinismo se lo sarebbero sognato.

Insomma, il nostro è un "fascismo all'avanguardia".

O anche una nuova e più evoluta sperimentazione delle frontiere del conflitto di interesse, posto che la signora Mastella avrebbe diritto, come ogni cittadino, a potersi rivolgere al Ministro della Giustizia, ove ritenesse di dovere avanzare istanze di sua competenza, ma sarebbe opportuno che il Ministro non fosse anche suo marito.

Concludo invitando tutti a riflettere sul fatto che è inaccettabile che si parli di “azione della magistratura contro la politica”, essendo l’unico fatto di cui si dovrebbe discutere la fondatezza o meno delle accuse a carico della signora Mastella e l’unico luogo deputato per farlo un regolare processo.

Oppure, il fascismo (o lo stalinismo).

La mia piena solidarietà ai colleghi impegnati nel procedimento a carico della signora Mastella, che dovrebbe essere un procedimento uguale a tutti gli altri e, invece, come al solito, non lo sarà.

A tutti coloro che trovano da ridire sul loro lavoro chiedo: cosa dovrebbe fare un magistrato che si trovasse con prove di responsabilità a carico di qualcuno impegnato in politica? Nascondere gli atti? Insabbiare tutto? Archiviare "per potenza dell'indagato" o "parentela dell'indagato con potente"?

E a chi trova che troppo spesso la magistratura indaghi su politici poenti, segnalo che ciò è oggettivamente e documentatamente falso.

Per un verso, infatti, la stragrande maggioranza dei processi ha come indagati illustri sconosciuti e, per altro verso, è ovvio che certi reati li possono commetere solo i potenti. E in Italia è sotto gli occhi di tutti che questi potenti "perseguitati" di reati ne commettono parecchi.

Fonte: toghe.blogspot.com

Giornalismo spazzatura - di Marco Travaglio

Finalmente, dopo lunghe ricerche, è stato individuato il colpevole dello scandalo della mondezza a Napoli: la magistratura. C'è voluto qualche anno, ma alla fine ci siamo: è stata la Procura di Napoli a causare con la sua inerzia quel po' po' di disastro.

Mentre le ecoballe si ammucchiavano, i cassonetti sversavano, i liquami perforavano le falde acquifere e i miasmi avvelenavano l'aria, i pubblici ministeri che facevano? Battevano la fiacca, anzi cercavano il modo per incastrare - tanto per cambiare - quel povero perseguitato di Berlusconi.

Il merito della scoperta, che taglia la testa al toro delle eventuali responsabilità politiche, lo dobbiamo a due valorosi giornalisti d'inchiesta, al cui confronto un Roberto Saviano è un povero dilettante: Pierluigi Battista, al secolo Pigi Cerchiobattista, vicedirettore del Corriere della sera e conduttore di programmi "storici" in tv; e Filippo Facci, editorialista de Il Giornale. L'altro ieri, in stereofonia, Battista e Facci hanno spiegato all'inclita e al colto come si è arrivati all'emergenza in Campania.

«Silvio Berlusconi - osserva il sempre spiritoso Facci in un commento di prima pagina dal titolo "Stavolta i giudici stanno a guardare" - non ha imprese di smaltimento, neanche un dipendente Mediaset a sorvegliare un bidone della spazzatura: sarà questa la spiegazione del perché la magistratura napoletana pare ferma e immobile con le inchieste chiuse nei cassonetti: a meno, ecco, che trattino di telefonate e di attricette e appunto di Berlusconi». Insomma, «che fine ha fatto la magistratura napoletana?». Non pervenuta, almeno in casa Facci (il quale peraltro sottovaluta il suo padrone: il gruppo Berlusconi s'è occupato eccome di rifiuti, tant'e che il suo editore Paolo Berlusconi ha patteggiato un anno e mezzo di reclusione e restituito 180 miliardi di lire sull'unghia per le ruberie sulla discarica di Cerro Maggiore ai danni della Regione Lombardia).

Intanto, sulla prima pagina del Corriere della sera, l'acuto Battista la prende alla lontana per spiegarci come e qualmente la Seconda Repubblica sia peggio della meravigliosa Prima (quella del colera a Napoli e dei politici camorristi, ladri e tangentari). Verso il fondo dell'articolessa, dopo qualche centinaio di righe, piazza anche lui la sua zampata contro «la rivoluzione giudiziaria che travolse nel disonore la Prima Repubblica» e ovviamente contro la magistratura, che «a Napoli nulla sa dello scandalo della spazzatura che oscura il Vesuvio, ma in compenso si prodiga alacremente per sciogliere il mistero delle vallette raccomandate (in realtà si indaga sulla corruzione di un dirigente Rai e sulla compravendita di senatori, ndr). Quindici anni vissuti nell'ossessione di Berlusconi, convinti che con la sua eventuale uscita di scena i problemi si sarebbero dissolti, che la spazzatura si sarebbe smaterializzata».

In attesa di sapere chi mai abbia scritto o pensato che Berlusconi sia colpevole della spazzatura a Napoli, ci permettiamo sommessamente di suggerire a Facci e a Battista di leggere i loro rispettivi giornali. Che da anni raccontano le indagini della Procura di Napoli su Antonio Bassolino e sui responsabili dell'Impregilo per il mancato smaltimento dei rifiuti, con accuse che vanno dalla truffa aggravata e continuata alla frode in pubbliche forniture. Indagini aperte quattro anni fa e chiuse l'anno scorso con ventotto richieste di rinvio a giudizio, ora al vaglio del gup nell'udienza preliminare aperta il 26 novembre.

Non contenti, questi scioperati dei magistrati napoletani hanno sequestrato 750 milioni di euro al gruppo Impregilo e alle controllate Fibe, Fibe Campania e Fisia, e interdetto per un anno la stessa Impregilo e cinque società del gruppo dal fare contratti con la Pubblica amministrazione. Casomai ai due informatissimi giornalisti servisse qualche parola chiave per le ricerche d'archivio, possono inserire i nomi dei pm Novello, Sirleo e Trapuzzano, o del gip Saraceno, o del gup Piscopo.

Soprattutto a Battista, i nomi di alcuni imputati dovrebbero suonare familiari, trattandosi di Piergiorgio e Paolo Romiti, figli dell'ex editore del Corriere, Cesare, già amministratori di Impregilo. Cioè del gruppo che avrebbe dovuto smaltire il pattume oggi racchiuso in quei milioni di vezzose ecoballe: invece, secondo l'accusa, incassò miliardi a palate senza smaltire un grammo di spazzatura.

Ora naturalmente Facci e Battista si scuseranno con gli eventuali lettori per la loro incredibile superballa. Molto più tossica e nociva delle ecoballe.

di Marco Travaglio per l'Unità (11/01/2008)

Gli italiani e le regole

di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)
 
tratto da Golem-L'Indispensabile, Il Sole 24 Ore
 
Gherardo Colombo, con il suo intervento “Informazione e democrazia: missione impossibile”, affrontando e proponendo il tema dell’informazione, pone un problema fondamentale: “È possibile, lasciando invariata la cultura, il modo di pensare prevalente, che l’informazione cambi e diventi corretta?”
 
Si tratta di una questione che non riguarda solo il tema dell’informazione, ma un po’ tutto nella vita del nostro Paese.
 
A me pare evidente – anche sul piano logico – che in una comunità sociale nulla che sia davvero diffuso può essere realmente in contrasto con la “cultura” di quella società, intendendo per “cultura” non l’“accademia” ma l’insieme dei valori, dei principi e delle regole che “nei fatti” (e non in teoria) informano di sé la vita sociale e le relazioni fra le persone.
 
Dicevo “anche sul piano logico”, perché il giorno in cui qualcosa in contrasto con la “cultura” di una società fosse “davvero diffuso”, esso sarebbe giunto a fare parte della “cultura sociale” e non sarebbe più in contrasto con essa.
 
Per di più – e, per come lo percepisco io in tanti suoi interventi, questo mi sembra costituire il leit motiv dell’impegno ideale di Gherardo di questi anni – anche a me sembra ovvio che non c’è alcuna speranza di migliorare il nostro Paese, se non si lavora su ciò che può cambiarne la cultura.
 
E qui c’è quello che è davvero un paradosso: ciò che lavora a incidere sulla “cultura” viene ritenuto dai più non utile praticamente; le riforme culturali vengono ritenute bisognevoli di troppo tempo per divenire utili; dunque, si ritiene legittimo e “astuto” cercare “scorciatoie”, strumenti formali che risolvano in tempi brevi problemi sostanziali.
 
Ma non ci sono soluzioni “formali” a problemi “sostanziali”.
 
Gli italiani pretendono di continuare a fare tutto quello che rende la loro società ciò che è, pretendono di continuare a non pagare le tasse, a farsi raccomandare, a mantenere uno scarto enorme fra la “teoria” e la “pratica”, a vivere di certificati medici richiesti per telefono e lasciati dal medico al portiere, di cause vinte con testimoni falsi, di pensioni per falsi invalidi, di parcheggi con false tessere di portatori di handicap, di graduatorie truccate e mille altre cose ancora e contemporaneamente sperano e addirittura reclamano con arroganza che venga fatto “qualcosa” che, lasciando intatte le cause (o almeno la parte di causa che grava sulla responsabilità di ciascuno) rimuova, come per magia, le conseguenze negative delle cause.
 
Gli italiani, fa ridere dirlo, vogliono continuare a saccheggiare le casse dello Stato ottenendo che una qualche legge o circolare le lasci ricche come prima pur dopo il furto!
 
Questo è il paradosso assoluto.
 
Gli italiani sono decisamente quelli della botte piena con la moglie ubriaca.
 
Tutti gli altri popoli sanno che non si può avere contemporaneamente tutto. Gli italiani vogliono contemporaneamente tutto e sembrano credere che sia possibile. Meno tasse e più servizi; bassi premi assicurativi e grandi risarcimenti; efficienza della pubblica amministrazione e libertà per i pubblici dipendenti di “presentare certificato medico” a comodo; giustizia economica, garantista, veloce, dura con chi ci fa antipatia, buona con i nostri amici e con noi stessi; sicurezza nella strade, ma no alle multe con gli autovelox; eccetera, eccetera, eccetera.
 
Nel mio orizzonte culturale questa è l’ultima frontiera (secondo me, peraltro, inevitabile) dell’idealismo (inteso come corrente di pensiero filosofico che due secoli fa si è contrapposta al realismo).
 
E’ avvenuto dappertutto, ma da noi ancor più che altrove, che al passaggio iniziale proposto dall’idealismo, per il quale “la realtà c’è, ma noi non possiamo conoscerla”, ne è seguito uno per il quale, “poiché non possiamo conoscere la realtà, è come se essa non esistesse”, dunque le cose non sono solo per me, ma sono proprio in sé ciò che io voglio che siamo.
 
E’ il trionfo del “cara non è come sembra”!
 
C’è stato un tempo in cui le persone – penso ai politici “che contano” – facevano delle mascalzonate, ma capivano che un conto era farle, un conto era dire che non erano mascalzonate.
Dunque, si accontentavano di fare le mascalzonate e portavano da soli il peso della “colpa”.
 
La nostra generazione – con una decisa accelerazione del fenomeno da Craxi in poi – ha trovato geniale liberarsi da questa “sovrastruttura”.
 
Ed ecco tutti, quindi, fare una sorta di outing, con il quale non solo ammettono la mascalzonata, ma ne difendono il valore, ora pretendendo di “chiamarla con un altro nome”, ora mettendola in relazione con altre cose indicate come peggiori. Credo che solo in Italia sia efficace – sul piano del sentimento popolare (che è appunto la “cultura” della quale stiamo parlando) – una difesa da parte di chi sia sorpreso a rubare consistente nel dire: “Ma insomma, con tanti che rubano miliardi, devo pagare proprio io che rubo solo milioni?”
 
E’ quello che scrive Gianni Barbacetto nel suo “Dialogo tra un lettore e un Islandese”.
 
Lascia davvero stupefatti l’improntitudine con la quale maggiorenti del Paese ammettono pubblicamente le malefatte più ignominiose, dandone spiegazioni surreali nelle quali sembrano credere davvero.
 
Ed è evidente che
ciò crea un “cultura diffusa” della impunità di tutti per tutto.
 
E tornando, quindi, all’impegno per incidere sulla “cultura”, credo che la questione non sia se funzionerà e in quanto tempo. Credo che lavorare a un cambio della cultura diffusa sia, per un verso, una necessità e, per altro verso, l’unica cosa che davvero può cambiare il Paese.
 
Continuare ad arrovellarsi il cervello su quale sia la legge elettorale che, a Italiani invariati, renda migliore il Paese è solo una prova della ottusità del potere.
 
Nel condividere, quindi, pienamente il pensiero di Gherardo Colombo, vorrei provare ad aggiungere qualche breve considerazione sulle dinamiche che portano noi italiani a capire meno di altri popoli ciò che mette in evidenza Gherardo.
 
Il primo dei nostri problemi mi sembra quello di non capire l’“in sé” della cosa.
 
Gli italiani sembrano non capire la relazione che c’è fra ciò che fanno e la cultura che le loro azioni producono. In sostanza, non capiscono che ciò che fanno “agisce” nel contesto, lo cambia, lo condiziona.
 
Chi butta una carta per terra in strada sembra non percepire la relazione che c’è fra questo gesto e la sporcizia della sua città.
 
A me sembra che questo accade per una attitudine di noi italiani alla “furbizia”, per la convinzione che sembriamo avere che si possano salvare contemporaneamente i princìpi e gli interessi in contrasto con quei princìpi. E’ sostanzialmente ciò di cui ho già detto a proposito dell’esito perverso al quale abbiamo portato l’idealismo.
 
L’altro aspetto del problema mi sembra la nostra attitudine a sterilizzare gli imperativi etici sottoponendoli a condizione.
 
“Io pagherei volentieri le tasse, se mi dessero i servizi”, “io testimonierei tranquillamente il vero in un processo, se questo non mi causasse degli imbarazzi”, “io non mi farei raccomandare, se non ci fosse da temere che altri lo facciano e ottengano il posto a cui ambisco”, eccetera.
 
Questo approccio tutto italiano consente agli italiani di sentirsi onesti mentre delinquono, di sentirsi democratici mentre fanno i razzisti, di sentirsi cattolici mentre fanno i pagani. Perché, come dice una triste barzelletta, “non siamo noi che siamo razzisti, sono loro che sono negri”.
 
Ma un imperativo etico o è incondizionato o non è.
 
Perché è ovvio che, se fosse sicuro di vincere il concorso, nessuno si farebbe raccomandare. Dunque, sei onesto quando non ti fai raccomandare in una situazione nella quale non hai alcuna certezza di vincere il concorso.
 
Trovo che impegnarsi a mettere davanti a più persone possibili la vera natura delle loro condotte e l’evidente relazione fra quelle e la degenerazione del contesto in cui vengono agite possa essere un buon servizio e una buon tipo di “informazione”.
 
Gianni Rossi Barilli, nel suo articolo “Corretta o corrotta? Ogni democrazia ha l’informazione che si merita”, si chiede preoccupato se “ci salveranno le minoranze vitali, motivate e creative che svettano sul blob generale secondo i sociologi”, intente a questo impegno.
 
Io non so se ci salveranno (e tendo, sul punto, a un preoccupato scetticismo), ma, proprio perché credo che il nostro agire incida sul contesto e proprio perché credo che un dovere è un dovere, sono convinto che questo compito sia nostro dovere, indipendente da qualunque prognosi sull’esito – a breve o a lungo termine – del nostro impegno.

Fonte: toghe.blogspot.com 

Rifiuti - Post di Marco Travaglio

Uno si ripromette per l’anno nuovo di essere più buono, di non fare il qualunquista, di trovare qualcosa che non va nelle invettive di Beppe Grillo, poi accende la tv o legge un giornale e diventa più cattivo, più qualunquista e più grillista.

La situazione è questa: la Campania affoga nei suoi escrementi dopo aver ingurgitato quelli di tutti noi. Bassolino e la Jervolino, invece di chiudersi in un cassonetto e sparire per sempre, opinano ed esternano come se fossero due passanti. Il Sole 24 ore, edito anche dall’Impregilo che s’è ingrassata a spese nostre sul non-smaltimento dei rifiuti a Napoli, pontifica sul “fallimento della classe dirigente” (esclusi i presenti, s’intende, cioè gli editori).

Per la strada si muore di freddo, nel senso che due clochard nella civilissima Roma del molto democratico Veltroni vanno al creatore per il gelo, mentre il molto democratico Veltroni insegue Berlusconi per un dialogo sulla riforma elettorale, ma trova occupato perché intanto il Cainano è partito alla volta di Antigua per farsi un’altra villa.

Mentre Torino seppellisce il settimo operaio della ThyssenKrupp, molto opportunamente D’Alema domanda ai compagni se siano per caso impazziti, ma non perché si fanno le pippe coi Vassallum, i Mattarellum, i Franceschinum, i Biancum alla francese corretti alla tedesca ritoccati alla olandese corrotti alla spagnola mentre nel mondo reale succede di tutto, bensì perché si fanno le pippe in ordine sparso.

Il Molto Intelligente Ferrara, in compenso, fa la dieta contro l’aborto, riuscendo a trasformare un’immane tragedia in farsa con la collaborazione della Binetti e di James Bondi, e nei ritagli di tempo chiede la grazia per Contrada: non per i morti in Irak e in Afghanistan, non per i morti sul lavoro, non per le vittime della criminalità e per gli avvelenati dai rifiuti, ma per Contrada, cioè per l’unico esponente dello Stato in galera per mafia.

Lamberto Dini, dal canto suo, si appresta a far cadere il governo se Prodi non accetterà a scatola chiusa 12 proposte che non risolverebbero uno solo dei problemi dell’Italia, ma in compenso riporterebbero Berlusconi al potere.

La Moratti, cioè Berlusconi con la lacca, riserva il centro di Milano ai ricchi che pagano, come se la merda che respirano i milanesi dipendesse da qualche auto in più o in meno (nelle pagine economiche, i giornali segnalano trionfalmente che ogni due italiani ci sono cinque auto e tutti ad applaudire la Fiat che ha fatto il miracolo).

Chiude in bellezza Mastella, che denuncia una gravissima intimidazione: un artista gli ha inviato un’opera d’arte e lui l’ha scambiata per una minaccia terroristica. Dulcis in fundo, i politici si aumentano di nuovo gli stipendi. Questo il bilancio, purtroppo provvisorio, dei “professionisti della politica”, gente che ha fatto le scuole alte. Quelli che invece non lo sono, come Rita e Salvatore Borsellino, trovano le sole parole adeguate per rispondere a Contrada e al suo pittoresco avvocato. E non a caso due professori prestati alla politica, come Prodi e Padoa Schioppa, riescono a far pagare un filo di tasse agli evasori e a sistemare un po’ i conti pubblici. Il che - di questi tempi e vista l’armata brancaleone che li sostiene - è un miracolo a cielo aperto. Infatti, nei sondaggi, sono impopolarissimi.

Ps. Dimenticavo: ieri, alle 13.30, il Tg1 dell’ameregano Johnny Raiotta aveva un lungo servizio sulle flatulenze dei canguri. Questa sì che è controinformazione.

di Marco Travaglio per Voglioscendere

I ragazzi dello zoo di Pierino - di Marco Travaglio

Che don Pierino Gelmini non fosse uno stinco di santo, oltre ai suoi trascorsi giudiziari e carcerari per truffa, si era intuito da certe sue frequentazioni. Tipo padre Eligio (suo fratello), Craxi, Forlani e Berlusconi. Quando poi l’ex ministro De Lorenzo giurò sulla sua innocenza, fu chiaro a tutti che c’era qualcosa che non andava.

Per tutta l’estate, appena si scoprì che Padre Vip era indagato, battaglioni aviotrasportati di politici si paracadutarono sulla Comunità Incontro, incrementandovi tra l’altro il tasso di devianza, per tributare la loro piena solidarietà (all’indagato, si capisce, non alle presunte vittime). Bellachioma, che è solidale con chiunque purchè inquisito, si sperticò in elogi, seguito a ruota da Casini, Giovanardi, Gasparri e Villetti, per citare solo i più acuti. Si fece vivo financo il generale Speciale, per dissipare gli ultimi dubbi sulla colpevolezza del prete.

Naturalmente nessuno sapeva nulla dell’indagine, condotta nel più assoluto riserbo dalla Procura di Terni. Nessuno conosceva le testimone dei molestati né i riscontri del pm Barbara Mazzullo. Ma tutti i ragazzi dello zoo di Pierino avevano già la sentenza in tasca: don Pierino è innocente, vittima della cattiveria di qualche giovinastro ingrato.

Il cosiddetto ministro Mastella non perse occasione di assicurare al popolo italiano massima “vigilanza per evitare cose fuorvianti e strumentalizzazioni di carattere anticlericale”. Se, puta caso, si scopre un allenatore che molesta baby calciatori, Mastella vigila contro le “strumentalizzazioni di carattere anticalcistico”; se beccano un maestro che palpeggia gli alunni, Mastella vigila contro le “strumentalizzazioni di carattere antiscolastico”; e così via. Si ignora quale esito abbia sortito la vigilanza ceppalonica: sta di fatto che intanto la Procura ha chiuso le indagini.

E ora finalmente si sa qualcosa di preciso delle accuse: almeno nove ragazzi molestati, due dei quali da quando erano minorenni (più decine di casi non sufficientemente riscontrati o caduti in prescrizione, visto che il prete è accusato di darsi da fare da mezzo secolo). L’ultimo episodio contestato risale addirittura a ottobre 2007, ben dopo la passerella estiva degli innocentisti à la carte. Senza contare l’inquinamento delle prove da parte di due emissari del prete, che avrebbero convinto un giovane accusatore a ritrattare le accuse in cambio di soldi, con la collaborazione della madre.

Per molto meno un imputato normale finirebbe dentro: il che significa che con Pierino e i suoi boys i magistrati – dipinti per mesi come “persecutori” e “anticlericali” – hanno usato la mano leggera (la sua minaccia “continuerò ad abbracciare i miei ragazzi”, configura il rischio reiterazione del reato). In un paese civile basterebbero poche righe delle carte ormai pubbliche per indurre tutti a un minimo di prudenza su questo disinvolto sacerdote, fondatore ad Amelia di una repubblichetta separata e legibus soluta.

Il Vaticano, che la sa lunga, fin dall’inizio si è tenuto ben distante dalla sbracature di un Gasparri e ora ha spedito al prete indagato un’ingiunzione di sfratto. Ma la compagnia di giro degli innocentisti a prescindere non si ferma nemmeno un istante a riflettere. E tira dritto, come se quei nove ragazzi che raccontano turpi molestie non esistessero.

Naturalmente, se al posto del don ci fosse un rumeno o un tunisino, gli stessi che difendono Padre Vip chiederebbero la pena di morte, tolleranza zero, condanna esemplare, garrota, anzi (Calderoni dixit) “castrazione chimica”. Invece è uno del giro, dunque le vittime non contano. Farà piacere ai Gasparri e ai Berlusconi apprendere che il loro spirito guida è accusato di aver speso i loro nomi per reclutare ragazzini (“minacciava di avvalersi della conoscenza di numerosi influenti personaggi politici promettendo favori tramite dette conoscenze”).

Un capitolo a parte merita Alessandro Meluzzi, psicotuttologo da telecamera e “consulente della difesa”. Con uno strepitoso autogol, commenta giulivo: “La montagna ha partorito il topolino, la cosa ha dimensioni diverse da quelle che ci si attendeva: non i previsti 50-60 casi, ma 9. Pochissimi accusatori. Il presunto caso si sgonfia”.

Chissà che opinione ha Meluzzi di don Gelmini, se si aspettava 60 vittime e 9 gli sembrano poche. Deve sapere qualcosa che non sappiamo. Dovrebbe fare il consulente dell’accusa. Dopodiché, per il massimo della pena, manca solo l’avvocato Taormina.

di Marco Travaglio per l'Unità (29/12/2007)

SiCKO (2007)

Oggi vi proponiamo un film che merita davvero attenzione da parte degli italiani, soprattutto in quelle regioni (leggi Lombardia) dove una certa politica spinge sempre più per la privatizzazione della sanità, eliminando servizi su servizi (anche io che scrivo sono vittima dei tagli di spesa della regione Lombardia, la quale mi ha detto: la sua malattia è grave e va tenuta sotto controllo, ma da adesso dovrà pagarsi di tasca sua ogni singolo esame, indipendentemente che il suo reddito sia altissimo o inesistente).

Il film, di cui forse avrete già sentito parlare, è SiCKO, firmato Michael Moore, ed affronta lo scottante tema della sanità statunitense, dove molto spesso nemmeno chi ha un'assicurazione può permettersi il lusso di essere curato, e dove il giuramente di Ippocrate viene costantemente violato, anzi derogato dalla divina legge del profitto.

Come lo ha definito Paolo Zelati su FilmUP, SiCKO è "Provocatore, geniale, scorretto, passionale, polemico e divertente, in altre parole: Michael Moore." (leggi qui la recensione).

 

Qui di seguito, l'interessante articolo di Repubblica che riporta la conferenza stampa tenuta da Moore durante la sua visita a Roma, quattro mesi fa:

[...] come nella pellicola, anche la conferenza stampa-comizio romano di Moore parte da un dato certo: gli Usa sono solo al trentasettesimo posto nella classifica mondiale della salute. La Francia è prima, l'Italia seconda. "Il fatto - spiega il regista - è che gli Usa sono una società in cui 45 milioni di persone non hanno il diritto umano alla cura. Il che è più di un reato, è un crimine. E anche tutti gli altri, quelli che hanno una polizza assicurativa, spesso fanno bancarotta, perché la copertura non è totale". Conseguenza: "Milioni di persone muoiono perché non viene loro data assistenza. Certo, voi avete lunghe liste d'attesa, magari per una protesi all'anca o una liposuzione: ma se è questione di vita e di morte, venite curati subito". "Da noi, invece - scherza - per sfoltire le liste, abbiamo eliminato 50 milioni di poveri".

Tutto rose e fiori, dunque, in paesi come l'Italia? Su questo punto, l'autore di Sicko fa dei distinguo: "Berlusconi, ad esempio, è amico degli Usa - attacca - e allora ha cercato di ridurre la rete di assistenza e sicurezza sociale, escludendo i meno abbienti, e vi ha lasciato in una situazione non ottimale. E adesso spetta a questo governo sbrogliare ciò che lui ha incasinato, magari evitando di seguire l'America nelle sue guerre illegali e dando più fondi alla sanità". E non è l'unico passaggio in cui Moore cita il Cavaliere. Per lui, ci sono anche riferimenti più ironici: "Gesù ha detto 'gli ultimi saranno i primi, dividete pani e pesci, e andrete nella Grande Casa'. Berlusconi no, così lui non andrà nella Grande Casa. Che bello, ho anche potuto citare Gesù mentre sono a pochissima distanza dal Vaticano!".

Dall'Italia alla Francia, vicina geograficamente così come nella classifica della salute. "Lì, così come da voi, ci si ammala meno anche perché il lavoratore ha diverse settimane di ferie pagate. Certo, Sarkozy dice di voler togliere lo stato sociale, ma come Chirac verrà fermato dalla protesta popolare. Quanto a Ségolène Royal, in America pensare a un candidato che si definisce socialista e ottiene il 46 per cento dei voti è roba da manicomio".

Insomma, il ciclone Michael ha le idee chiare su tutto. E alla fine, come da copione, si prende anche i complimenti del ministro Turco: "Consiglio di vedere Sicko per tre ragioni. Primo: parla della salute, della malattia e della morte, che la nostra società spesso dimentica. Secondo: in modo preciso e rigoroso, racconta cos'è un sistema sanitario governato dalle assicurazioni. Terzo: fa vedere agli italiani che tesoro è, malgrado i tanti problemi che anch'io affronto ogni giorno, il nostro sistema sanitario".

 

Riportamo qui, invece, una l'intervista rilasciata da Michael Moore al corrispondente de La Stampa a New York:

Come è nato «Sicko»?
«Ho iniziato chiedendo attraverso Internet alla gente di raccontarmi le loro esperienze. Ho ricevuto 25 mila email. Sono rimasto scioccato da molti racconti, la cosa che più mi ha colpito è che le cose peggiori sono capitate a chi possiede l’assicurazione, alle famiglie della classe media che pensavano di essere al sicuro ma poi si sono accorte che l’assicurazione non pagava i conti di ospedali e dottori».

Perché sottolinea l’esodo degli americani verso il Canada per curarsi, quanto è grande questo fenomeno?
«Una donna mi ha segnalato il fenomeno, siamo andati a vedere lungo il confine e ci siamo accorti che riguarda una moltitudine di americani in cerca di cure. I canadesi non sono molto contenti del film, adesso temono un’invasione».

Il film accusa tanto i democratici quanto i repubblicani di non sapere o volere riformare la sanità. Ritiene dunque che l’America sia senza speranza?
«Riformare il sistema sanitario pubblico è possibile fino a quando l’America resterà una democrazia. Il popolo può chiedere le leggi adatte. Ma il 70 % della gente è contro la guerra in Iraq e siamo ancora lì. Ciò che il popolo vuole conta poco...».

Eppure il candidato democratico John Edwards afferma che se sarà presidente garantirà ad ogni cittadino la totale copertura sanitaria. Gli crede?
«Edwards vuole anche mantenere le compagnie di assicurazione e io sono contrario. Le assicurazioni private devono essere abolite».

Perchè?
«Non si può ragionare in termini di profitto quando c’è in gioco la salute. Le assicurazioni puntano a fare profitti sulla salute: è una contraddizione».

Come sostituirle?
«Con un sistema sanitario pubblico per tutti i cittadini, capace di garantire una copertura totale. Senza eccezioni».

Nel film indica come esempi i modelli francese e britannico ma in Europa è la Scandinavia ad essere considerata la migliore. Perché non lo ha detto?
«Gli scandinavi, sopratutto i norvegesi, sono i migliori del mondo. Ma l’Oms considera la Francia la prima e l’Italia la seconda. Ho scelto la Francia per sorprendere gli americani. Non avrebbero mai creduto a un film che racconta come in Norvegia a chi soffre alcune particolari malattie vengono offerte due settimane alle Canarie, spa inclusa. La Norvegia è una nazione incredibile: chi commette il crimine più orrendo subisce un massimo di 21 anni di prigione. Ma ha i più bassi tassi di mortalità infantile e criminalità del Pianeta. Le loro soluzioni sono le più sane».

Sicko è in arrivo in Italia, dove il sistema sanitario pubblico è spesso criticato. Suggerisce agli italiani di andare a farsi curare in Francia?
«I francesi si lamentano della loro sanità pubblica, come italiani e canadesi, ma siete tutti dei gran viziati. Guardando all’Europa con gli occhi americani si rimane a bocca aperta, da voi la società si occupa dei singoli, da noi no».

Qual è la differenza fra i sistemi europeo e americano?
«Voi ritenete che sia diritto di ogni malato vedere un dottore mentre da noi conta solo chi può pagare. Si pensa a se stessi, la salute altrui non interessa. Voi credete di essere tutti nella stessa barca mentre da noi prevale l’idea che ognuno fa per sè e gli altri poco importano. L’America deve liberarsi da questo individualismo».

Che opinione ha del sistema sanitario in Italia?
«Avete molte falle. Sta agli italiani decidere cosa fare per porvi rimedio. A mio avviso il problema non è nel sistema sanitario vero e proprio, la cui idea di base è molto buona, ma nel fatto che continuate a eleggere governi che distolgono denaro. E’ la grave carenza di fondi pubblici che causa l’assenza di dottori, laboratori, macchinari moderni».

La scelta di portare alcuni soccorritori dell’11 settembre a curarsi a Cuba le ha attirato dure critiche. Cosa risponde?
«Mi attaccano perché svelo qualcosa di molto imbarazzante: un bambino nato a Cuba ha più possibilità di arrivare al primo compleanno rispetto a un coetaneo americano».

I repubblicani l’hanno accusata di dimenticare che a Cuba i registi come lei finiscono nelle galere di Castro...
«In America vi sono oltre due milioni di persone in prigione, più di ogni altro Paese del mondo. In America c’è una odiosa discriminazione razziale. In America vi sono talmente tante e gravi violazioni dei diritti umani che per me, come americano, è molto difficile mettere all’indice violazioni che avvengono in altri Paesi, come Cuba. Come suggerisce Gesù, dobbiamo prima guardare a noi stessi».

Molti liberal la considerano un idolo delle battaglie per i diritti civili mentre altrettanti conservatori la disprezzano. La cosa le piace o le provoca fastidio?
«Vorrei essere amato da tutti».

Cosa vorrebbe dire a chi la disprezza?
«Andate a vedere i miei film. Chi mi odia non li ha mai visti, ha solo creduto alla propaganda di destra. Sono convinto che anche chi è in disaccordo con me una volta visti i miei film si renderà conto che amo l’America, e per questo denuncio ciò che non va».

Farà mai un film sull’Europa, ad esempio sul paragone fra la sanità italiana e norvegese?
«No, deve essere il vostro Michael Moore a farlo. E lo avete in Sabina Guzzanti».

 

Leggi anche:
USA: pazienti senza assicurazione abbandonati in strada dagli ospedali.

Ecco l'AUDIO di una delle telefonate intercettate tra Berlusconi e Saccà

ESCLUSIVO. Il testo e l’audio della conversazione tra il manager Rai e il Cavaliere: “Lei è amato nel paese, glielo dico senza piangeria”. Dai giochi in azienda, alla fissa di Bossi per il Barbarossa fino alle scritture per le attrici: “Sto cercando di avere la maggioranza in Senato” [L'espresso]

 

ASCOLTA LA TELEFONATA INTERCETTATA

 

 

Ora che il lungo regno di Alì Saccà pare davvero al tramonto, nel corridoio di Raifiction c'è chi ricorda le sue ultime parole famose: "Sai, in fondo a me dei soldi non me n'è mai fregato niente. Vivo come un francescano, abito in un appartamento di 65 metri quadri, mi accontento di un tozzo di pane e una fetta di formaggio". E, mentre i giornali parlano delle indagini a suo carico per corruzione e di fondi neri su conti svizzeri per 275 mila euro, l'unica meraviglia è per la cifra: "Ma come, solo 275 mila?". La storia di Agostino Saccà da Taurianova è un misto di leggenda e realtà. Dove però la realtà supera la leggenda e la peggiora.

I primi passi don Agostino li muove da giornalista socialista, prima al 'Giornale di Calabria' poi a 'Panorama'. Nel 1976 approda alla Rai. Tre anni al Gr. Poi al Tg3: un garofano a Telekabul. Nell'87 passa a RaiDue, vice del direttore craxiano Luigi Locatelli. Nel '94 trasloca in Forza Italia, giusto in tempo per la prima abbuffata berlusconiana in viale Mazzini: assistente della presidente Letizia Moratti, poi capo della comunicazione. Nel '96 l'Ulivo vince le elezioni. Lui, previdente, ha già fatto amicizia col responsabile informazione del Pds, il turbodalemiano Claudio Velardi. La Rai però tocca ai veltroniani e, nell'era di Enzo Siciliano e Franco Iseppi, don Agostino finisce nel cono d'ombra almeno finché, nell'ottobre '98, D'Alema non espugna palazzo Chigi e viale Mazzini in un colpo solo. Il nuovo dg Pierluigi Celli gli regala RaiUno, dove comincia a imperversare Bruno Vespa. Saccà mette in piedi un triumvirato col dalemiano Marcello Del Bosco e un'altra ex craxiana folgorata sulla via di Arcore: Giuliana Del Bufalo.

Ma il governo-ombra a tre punte dura poco. Nel 2000 D'Alema cade e Saccà pure. Lo parcheggiano al Marketing strategico. Ma il Rieccolo di viale Mazzini, come l'avrebbe chiamato Montanelli, sa che presto tornerà. Intanto cura ufficiosamente l'immagine di Berlusconi nell'accidentata campagna elettorale 2001. Michele Santoro propone un faccia a faccia tra i due candidati a Palazzo Chigi. Rutelli accetta, il Cavaliere no: meglio interviste separate. Santoro propone una cinquina di intervistatori: Lerner del 'Corriere', Pirani di 'Repubblica', Riotta della 'Stampa', Graldi del 'Messaggero', Rossella di 'Panorama'. Saccà chiama Santoro e lo invita al bar "per un aperitivo e un consiglio da amico". Questo: "Michele, Berlusconi non gradisce i giornalisti che hai proposto e vuol sapere le domande prima. Ti conviene accettare. Sappi che ti stai giocando il tuo futuro in Rai". Santoro potrà fingere un'intervista aggressiva, ma Berlusconi, conoscendo le domande in anticipo, farà un figurone. Una sceneggiata per salvare la faccia a entrambi. Santoro rifiuta. La pagherà cara.

Saccà invece va all'incasso: appena l'amico Silvio torna al governo, rieccolo direttore di RaiUno. E nel marzo 2002, sotto la presidenza di Antonio Baldassarre, diventa financo direttore generale, previa intervista al 'Corriere' in cui rivela che "io e tutta la mia famiglia votiamo Forza Italia". Enzo Biagi lo fulmina: "Penso commosso alle nonne e alle zie". Sono i giorni del diktat bulgaro, di cui don Agostino è l'esecutore materiale. Via 'Il fatto' di Biagi e 'Sciuscià' di Santoro. Dopo un'estate di finte e controfinte ("Biagi non si tocca"), è proprio lui a licenziare il grande giornalista con 'raccomandata ricevuta di ritorno'.

In compenso arrivano in Rai i Mediaset Boys: Alessio Gorla ai Palinsesti e Deborah Bergamini al Marketing. Gli ascolti sono disastrosi, almeno per la Rai, che dal 2002 al 2003 perde per la prima volta la sfida del prime time, precipitando dal 47,6 al 43,6 per cento di share (Mediaset sale dal 43 al 46,4). Un crollo di 4 punti, oltre le più rosee aspettative del partito Mediaset. Nel marzo 2003 arriva un nuovo Cda, con Lucia Annunziata "presidente di garanzia". Fini chiede la testa di Saccà, Bossi pure. Berlusconi è costretto a scaricarlo: si nega persino al telefono. Don Agostino gioca il tutto per tutto: manda avanti il suo assistente, Carmelo Messina, perché convinca l'amico Tony Renis a chiamare Arcore. Messina, manager parastatale di lungo corso, è l'uomo che ha presentato a Saccà l'avvenente Michelle Bonev, sedicente "modella, pittrice, scrittrice, attrice, esperta di moda e consulente internazionale di vip", subito promossa 'opinionista' al Festival di Sanremo. Non sa che Renis ha il telefono intercettato dalla Procura di Potenza. Il 24 marzo lo chiama e gli illustra la questione: "Senti, gioia, perché non provi a chiamare l'amico tuo ad Arcore? Digli: 'Silvio, corriamo il rischio di rimanere con una mano davanti e una di dietro'.". Si parla di sostituire Saccà con un manager esterno: "Tu digli così: 'Guarda che Fini lo vuol sentire da te che vuoi quello (Saccà, ndr). Non puoi pensare che esce dal cilindro della divina provvidenza il nome di Saccà. perché questo ha fatto per te tutto quel che doveva fare. Santoro ecc. Se lasci che venga un esterno in Rai, la rovini, perché gli interni sono all'80 per cento di centrosinistra e non gli faranno toccar palla. L'unico in grado di imbrigliarli è Saccà'". Ma la missione fallisce. Poco dopo Tony richiama 'zio Carmelo' con la ferale notizia: "Ho chiamato Silvio e gli ho detto: 'Tu non puoi mollare, devi difendere Saccà fino alla fine'. Ma Silvio: 'Tony, faccio tutto quello che posso, ma Fini e Bossi non lo vogliono.'. Ho capito che domani lo fanno fuori". E Carmelo, affranto: "È fesso. Agostino gli ha dato troppe cose senza chiedere in cambio nulla.".

Al suo posto arriva Flavio Cattaneo, che recupererà qualche punto di ascolto. Saccà è candidato a Rai Fiction, ma dichiara sdegnoso: "In una casa dove si è stati padroni, non si può tornare da maggiordomi". Poi prende al volo Raifiction, un posticino da 2-300 milioni di euro di investimenti l'anno, tutti appalti esterni. Alì Saccà lo trasforma in un sultanato ad personam, anzi ad personas, contando anche gli amici degli amici. A parte alcuni marchi collaudati, come la Lux dei Bernabei, Angelo Rizzoli, Endemol, Grundy e Palomar (quella di Montalbano), spuntano come funghi case di produzione vicine ai politici. La coerenza editoriale è un optional, ciò che importa è accontentare tutti, e pazienza se si passa dai santi di Bernabei che garbano al Vaticano, al Barbarossa che piace tanto a Bossi. Insieme a Del Noce, Saccà blocca per mesi due capolavori come 'De Gasperi' di Liliana Cavani e 'La meglio gioventù' di Marco Tullio Giordana, sgraditi al centrodestra. In compenso spalanca le porte alla Titania di Ida Di Benedetto, fidanzata del forzista Giuliano Urbani; alla Goodtime di Gabriella Buontempo, moglie di Italo Bocchino (An); alla Cosmoproduction di Elide Melli, moglie del craxian-finiano Massimo Pini. Ma pure alla neonata Paypermoon di Claudio Velardi che, senza alcuna esperienza, si aggiudica l'appalto per la mega-fiction di 26 puntate 'Raccontami', per la modica cifra di 12 milioni di euro (con l'anticipo di 790 mila euro Velardi trasforma la sua scatola vuota in una società vera). Poi ci sono le predilette, 'le saccarine', spesso peraltro segnalate da terzi. Come le quattro 'attrici' raccomandate da Silvio "per risollevare il morale del capo". O le protette di un altro esperto del ramo, Salvo Sottile, portavoce di Fini. Nelle intercettazioni di Potenza, Saccà gli promette: "Sto lavorando per andare sull'obiettivo", che poi sarebbe la "protagonista femminile del 'Sangue dei vinti'".

Nel 2005, dopo epici scontri, Cattaneo fa approvare dal cda una delibera che di fatto commissaria Raifiction. Ma a luglio deve fare le valige all'arrivo del duo Petruccioli-Meocci. Alì Saccà è in una botte di ferro: Petruccioli non muove passo senza consultarsi con Del Bosco, vecchio amico di entrambi. A scanso di equivoci, don Agostino riallaccia i rapporti col centrosinistra, in vista delle elezioni 2006. "In fondo", ripete ad alta voce, "sono un vecchio socialista". Un giorno irrompe alla presentazione di un libro di Celli, con cui non parla dal 2000, e lo bacia davanti a tutti. Un altro invita a pranzo Stefano Munafò, uomo del centrosinistra che ha inventato Raifiction e lui ha pensionato senza nemmeno un grazie. E non perde una festa del 'Riformista'. Così il ritorno dell'Unione non lo coglie impreparato. Confermato a Raifiction, sogna un comodo scivolo per una serena vecchiaia: una cittadella della fiction nella sua Calabria. Intanto i pm di Napoli lo sorprendono a contattare, per conto di Silvio, il senatore calabrese Pietro Fuda per l'auspicato ribaltone. L'accusa è grave: corruzione. Proprio ora che le larghe intese sembrano a un passo. E lui le aveva anticipate dieci anni fa. Le larghe intese nella stessa persona. La sua.

di Peter Gomez e Marco Travaglio per L'espresso

 

Leggi anche: La banda Rai - Gli uomini voluti da Silvio Berlusconi. L'ascesa degli ex dc. I progetti degli ulivisti. Gli appalti e le poltrone da assegnare. La mappa del potere nella tv di Stato. Su L'espresso

Gli insaccàti - di Marco Travaglio

Vignetta: segnalidifumo.it 

Il cosiddetto ministro della Giustizia Mastella ha subito capito qual è il problema: non Berlusconi che si compra i senatori un tanto al chilo, ma i magistrati che l’hanno scoperto e i giornalisti che l’hanno scritto. Diagnosticata la malattia, ecco la cura: «Ho presentato un ddl sulle intercettazioni che ha raccolto ampi consensi alla Camera, ma è fermo al Senato. Se si sblocca, si risolve il problema. Che esiste. Ma non solo quando tocca qualcuno. Se tocca me, nessuno interviene».

Mastella - parlando a margine della presentazione del calendario dell’Associazione per i disturbi alimentari e l’obesità - è coerente. L’altro giorno gli hanno arrestato il 50% della delegazione Udeur al governo: il sottosegretario Verzaschi (l’altro 50% è Mastella). Ora, se i pm non possono più intercettare, i reati non si scoprono più e per l’Udeur è un bel vantaggio. Ma basterebbe pure - come da legge Mastella - impedire ai giornali di scrivere e ai cittadini di sapere.

Così pure Bellachioma può comprarsi i senatori che gli occorrono senza che la cosa si sappia in giro, disturbando fra l’altro il dialogo sulle riforme. Il sen. avv. Guido Calvi, in una memorabile intervista al Corriere, non dice una parola sul capo dell’opposizione che compra senatori di maggioranza. Parole di fuoco, in compenso, per pm e giornalisti: «Ho sempre paura che qualche magistrato, come dire? possa deviare nell’esercizio delle sue funzioni», nel qual caso «il controllo del Csm deve diventare estremamente rigoroso». Poi, si capisce, una bella legge destra-sinistra per silenziare i giornali «prima dell’uso processuale delle intercettazioni», e «punizioni severe a chi sgarra». Tolleranza zero per stampa e toghe. Per Berlusconi no, anzi il dialogo deve proseguire indisturbato: «Credo e spero che questa vicenda giudiziaria resti separata dalla politica». Uno tenta di comprarsi i senatori dell’Unione e l’Unione che fa? «Separa la vicenda giudiziaria dalla politica». Come se la compravendita non fosse avvenuta al Senato, ma al mercato del pesce. Basta parlar d’altro.

È quel che fa Paolo Guzzanti sul Giornale della ditta: che il suo capo compri senatori, dopo aver strillato per 13 anni al «ribaltone», non gli fa né caldo né freddo. Lui preferisce ricordare «quando passeggiavamo con Saccà per chilometri avanti e indietro sulla terrazza del Psi parlando di politica». Che tenero. Anche Littorio Feltri, solitamente così vispo, non ha ben capito qual è la notizia: anziché del Capo che compra senatori, lui parla delle quattro «attrici» raccomandate da Silvio a Saccà. Confessa di essere pure lui un raccomandatore, poi domanda: «Chi non ha raccomandato qualcuno? È un reato?».

Questi signori sono così spudorati da pensare che facciano tutti come loro. Pure Tweed Berty, secondo l’amico Curzi, «è arrabbiato e seriamente preoccupato». Ma non col Cavaliere, anzi: «Berlusconi è un animale politico e sulle riforme è un interlocutore indispensabile». Ce l’ha con la Procura di Napoli che calpesta le «prerogative dei parlamentari sancite dalla Costituzione». Cioè vuol sapere se i pm di Napoli sono impazziti e hanno intercettato Berlusconi. Naturalmente non è così: intercettato era Saccà, non Berlusconi, il quale astutamente usava un cellulare della scorta (perfettamente intercettabile). E poi il Parlamento ha appena massacrato Forleo perché aveva chiesto alle Camere il permesso per usare intercettazioni indirette di parlamentari per indagarli, mentre - han sostenuto destra e sinistra - per indagare D’Alema e Latorre non occorreva alcuna autorizzazione.

Oggi, per Berlusconi (come per Mastella a Catanzaro), han di nuovo cambiato idea: occorre l’ok anche per acquisire tabulati e telefonate. Poi c’è il cosiddetto Garante della Privacy che, come sempre quando c’è di mezzo un Vip, annuncia in tempo reale l’apertura di una pratica: non a tutela del sen. Randazzo, a cui hanno addirittura spiato i conti correnti per stimare il suo eventuale prezzo; ma a tutela di Berlusconi. Il dito indica la luna e tutti guardano il dito.

Fortuna che, a entrare nel merito dei fatti, c’è il Cavaliere. Che, senz’accorgersene, confessa: «Non ho corrotto nessuno, ho solo promesso». purtroppo per il Codice penale la corruzione scatta quando uno «dà o promette denaro» all’incaricato di pubblico servizio. Ma i suoi onorevoli avvocati, con quel che gli costano, non gli hanno spiegato niente?

di Marco Travaglio per l'Unità (14/12/2007)

Berlusconi indagato per corruzione

Silvio Berlusconi è indagato dalla procura di Napoli per la corruzione di Agostino Saccà, presidente di RaiFiction e - seconda ipotesi di reato - per istigazione alla corruzione del senatore Nino Randazzo e di altri senatori della Repubblica, "in altri episodi non ancora identificati".

Una storia che corre - circostanza davvero inconsueta per il Cavaliere - sul filo di un telefono (intercettato) dell'alto dirigente del servizio pubblico e trova una sua concreta evidenza nel racconto del senatore eletto dagli italiani di Australia. E' una storia che, al di là degli esiti giudiziari, ha un'evidente rilevanza politica e si può raccontare così.

Come tutte le storie che si rispettino è avviata dal caso. I pubblici ministeri stanno ficcando il naso su un giro di iperfatturazioni che nasconde la costituzione all'estero di fondi neri.

La ricostruzione dei movimenti finanziari svela che il denaro ritorna - cash - in Italia attraverso la Svizzera. Per i personaggi coinvolti, per i loro contatti nel mondo della fiction e della Rai di viale Mazzini, il sospetto degli investigatori è che quelle somme possano essere o le tangenti destinate ad amministratori del servizio pubblico o "fette di torta" che i produttori televisivi si ritagliano, franco tasse.

Al centro dell'attenzione finisce un piccolo produttore di cinema e tv, Giuseppe Proietti, che in passato ha lavorato alla Sacis (la società di produzione e commercializzazione della Rai). Il suo rapporto con Agostino Saccà è costante e molto intenso. Interrogato dai pubblici ministeri, il presidente di RaiFiction nega di conoscere Proietti così bene. Mal gliene incoglie. Nel periodo delle indagini, Proietti si reca ottantotto volte in viale Mazzini e in quaranta di queste occasioni è in visita da Saccà che ignora di essere finito al centro di un'inchiesta molto invasiva che, come sempre accade in questi casi, ha il suo perno nell'ascolto telefonico.

Nel diluvio di comunicazioni del presidente di RaiFiction saltano fuori, per dir così, delle attività che i pubblici ministeri giudicano non coerenti, non corrette, non legittime per un dirigente Rai. Agostino Saccà è molto insoddisfatto della sua collocazione in Rai. Si sente sottovalutato, forse umiliato. Avverte di essere guardato a vista - sì, controllato - dal direttore generale Claudio Cappon. Vuole andare via, lasciare "Mamma Rai" per "mettersi in proprio", creare nei pressi di Lametia Terme, nella sua Calabria, una "città della fiction"; collaborare al "progetto Pegasus", un'iniziativa che vuole consociare le capacità e la qualità dei piccoli produttori televisivi italiani per farne una realtà industriale in grado di competere sul mercato nazionale e internazionale. Saccà parla molto delle sue idee e dei suoi progetti al telefono. Ne parla soprattutto con il consigliere d'amministrazione della Rai, in quota centro-destra, Giuliano Urbani. Con Urbani, Saccà conviene che in "Pegasus" bisogna far spazio a "un uomo di Berlusconi". Il presidente di RaiFiction ne va a parlare con il Cavaliere. Si incontrano spesso, a quanto pare.

E' a questo punto dell'indagine che emerge l'intensa consuetudine dei rapporti tra Berlusconi e Saccà. Secondo fonti attendibili, soprattutto una decina di telefonate dirette tra il giugno e il novembre di quest'anno appaiono illuminanti (Berlusconi chiama e riceve da un cellulare in uso a un suo body-guard). Berlusconi e Saccà discutono della sentenza del Tar che ha bocciato l'allontanamento dal consiglio d'amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni. Saccà sostiene che i consiglieri del centro-destra non sanno cogliere "le dinamiche positive". Spiega al Cavaliere come e con chi intervenire. Lo sollecita a darsi da fare per eliminare i contrasti che, in consiglio, dividono "i suoi consiglieri". Berlusconi appare a suo agio con il presidente di RaiFiction. Spesso dal "lei" cede alla tentazione di dargli del tu e tuttavia mai Saccà si smuove dal chiamarlo "Presidente". A volte il Cavaliere lo chiama confidenzialmente Agostino. Gli chiede conto del destino del film su Federico Barbarossa: "Sai, Bossi non fa che parlarmene...". Saccà lo rassicura: andrà presto in onda in prima serata. "E allora - dice Berlusconi - dillo alla soldatessa di Bossi in consiglio (Giovanna Clerici Bianchi) così la smette di starmi addosso".

Il Cavaliere si fa avanti anche per risolvere qualche suo problema personale e politico. In una telefonata, quasi si confessa alla domanda di Saccà: come sta, presidente? "Socialmente - dice Berlusconi - mi sento come il Papa: tutti mi amano. Politicamente, mi sento uno zero... e dunque per sollevare il morale del Capo, mi devi fare un favore. Vedi se puoi aiutare...". Il Cavaliere fa quattro nomi di candidate attrici: Elena Russo, Evelina Manna, Antonella Troise, Camilla Ferranti (secondo un testimone, il produttore di Incantesimo Guido De Angelis, è la figliola di un medico molto vicino al Cavaliere). Sai, spiega Berlusconi a Saccà, non sono tutte affar mio perché "la Evelina Manni mi è stata segnalata da un senatore del centro-sinistra che mi può essere utile per far cadere il governo". Promette Berlusconi a Saccà: saprò ricompensarla quando lei sarà un libero imprenditore come mi auguro avvenga presto...

Agostino Saccà appare consapevole che la preoccupazione prioritaria del Cavaliere sia la "campagna acquisti" inaugurata al Senato per capovolgere l'esigua maggioranza che sostiene il governo di Romano Prodi. Fa quel che può, fa quel che deve nell'interesse del "Capo". In estate, incontra il senatore Pietro Fuda, un transfuga di Forza Italia, oggi nel Partito Democratico Meridionale di Agazio Loiero che sostiene il centro-sinistra. Dell'esito del colloquio, Saccà riferisce a Pietro Pilello, un commercialista calabrese con studio a Milano con molti incarichi in società pubbliche (Metropolitana Milanese, Finlombarda), presidente dei sindaci di Rai International dal 2003 al 2006, oggi ancora sindaco di Rai Way. Dice Saccà: "Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se è costretto a stare oggi a sinistra e che comunque se gli dovessero toccare gli interessi e le cose sue, il Cavaliere deve starne certo: Fuda gli darà un aiuto in Parlamento".

Saccà e Pilello affrontano di concerto (e ne discutono al telefono) l'abbordaggio del senatore Nino Randazzo. Il commercialista assume informazioni sullo stato economico dell'eletto per il centro-sinistra in Oceania. Ne riferisce a Berlusconi che lo convoca ad Arcore. Si può presumere che il commercialista riceva l'incarico di accompagnare Randazzo da Berlusconi. Dopo qualche tempo, gli investigatori filmano l'arrivo di Pilello all'aeroporto di Roma; l'auto con i vetri oscurati che lo attende; il percorso fino in città, a largo Argentina, dove è in attesa Randazzo; l'ultimo brevissimo tragitto fino a Palazzo Grazioli. Quel che accade nella residenza romana di Berlusconi lo racconterà il senatore ai pubblici ministeri. Berlusconi lo lusinga. Appare euforico. Vuole conquistare la maggioranza al Senato e dice di essere vicino ad ottenerla. Se Randazzo cambierà cavallo, potrà essere nel prossimo esecutivo o viceministro degli Esteri o sottosegretario con la delega per l'Oceania (al senatore Edoardo Pollastri eletto in Brasile, aggiunge Randazzo, viene invece promessa la delega come sottosegretario al Sud-America). L'elenco dei benefit offerti non finisce qui. Randazzo sarebbe stato il numero 2, appena dietro Berlusconi, nella lista nazionale alle prossime elezioni e l'intera campagna elettorale sarebbe stata pagata dal Cavaliere.

Randazzo è scosso da quelle proposte. Ricorda ai pubblici ministeri un bizzarro episodio che gli era occorso in estate, in luglio. Passeggiava nella Galleria Sordi, in piazza Colonna a Roma. Come d'incanto, come apparso dal nulla, si ritrova accanto un imprenditore australiano, Nick Scavi. L'uomo lo apostrofa così: "Voglio offrirti la possibilità di diventare milionario. Ti darò un assegno in bianco che potrai riempire fino a due milioni di euro". Randazzo rifiuta l'avance. L'altro non cede. Trascorre qualche giorno e lo richiama. Gli chiede se ci ha ripensato. Randazzo non ci ha ripensato. Come Nick Scavi, anche Berlusconi non cede dinanzi al primo rifiuto di Randazzo. Per superare le incertezze, il Cavaliere rassicura il senatore: "Caro Randazzo, le farò un vero e proprio contratto...". Ancora il telefono racconta come vanno poi le cose. Pietro Pilello dice che Berlusconi gli ha chiesto il numero telefonico di Randazzo perché aveva bisogno di parlargli con urgenza. Il senatore conferma durante l'interrogatorio: "E' vero, Berlusconi mi chiamò e mi disse: lei ci ha pensato bene, le carte sono pronte, deve solo venirle a firmarle. Mi basta anche soltanto una piccola assenza". Al Senato un'assenza, con l'esigua maggioranza del centro-sinistra, ha il valore di un voto contrario. "Una piccola assenza" è sufficiente perché, dice Berlusconi, "ho con me Dini e i suoi - che non dovrebbero tradire - e tre dei senatori eletti all'estero".

Vanagloria del Cavaliere come quella storia dei "contratti di garanzia"? Forse sì, forse no. E' un fatto che almeno "un contratto" è saltato fuori a Napoli in un'altra indagine che ha come indagato per riciclaggio il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa di palazzo Madama (alcuni suoi assegni per 400 mila euro sono stati ritrovati nelle mani di un noto contrabbandiere, Rocco Cafiero).

Durante l'investigazione, è stato sequestrato un contratto, inviato via fax a quanto pare, a firma Sandro Bondi e Sergio De Gregorio in cui si dà conto dell'impegno finanziario concordato tra le parti, delle quote già consegnate e quelle da fornire con cadenza mensile. E' l'accordo stipulato (e noto) tra Forza Italia e l'associazione "Italiani nel mondo" di De Gregorio. Altri accordi, evidentemente, avrebbero dovuto nascere soltanto se i senatori del centro-sinistra avessero voluto.

di Giuseppe d'Avanzo per la Repubblica (12/12/2007)

Tutti al gazebo!! - Scegli il nome del nuovo partito!!

Partecipa anche Tu all'evento politico dell'anno!

Sabato e domenica, nella piazza della Tua città, puoi votare il nome del nuovo partito di Berlusconi.

Potrai scegliere tra "Partito della Libertà" e "Partito del Popolo della Libertà"

(ricordati che non sono ammesse altre scelte, come "Popolo del Partito della Libertà", "Popolo della Libertà nel Partito" o "Libertà del Popolo dal Partito").

Vieni anche Tu al gazebo!

Il voto è facile, gratuito e non impegnativo.

Basterà sottoscrivere la pre-iscrizione, poi un nostro incaricato verrà a casa Tua per consentirti di valutare serenamente la durata della Tua adesione, da pagare in comode rate mensili.

Se hai una tessera di An o dell'Udc, fino al 31 dicembre approfitta degli incentivi per la rottamazione!

E ricorda: i primi dieci firmatari vinceranno una cena a Portofino con Michela Vittoria Brambilla (gli ultimi dieci, un weekend a Zagarolo con Storace).

di Sebastiano Messina per la Repubblica

Berlusconi costretto a fare marcia indietro - di Sandro Ruotolo

Dietrofront!

Ah, la vecchia politica divora anche l'antipolitico per eccellenza, Silvio Berlusconi. Costretto dai malumori, dalla rivolta dei peones di Forza Italia, il signore di Arcore è costretto a far marcia indietro.

Adieu partito nuovo, adieu partito della libertà: "Forza Italia non si scioglie più". Il Berlusconi di piazza San Babila che, dal predellino della Mercedes, aveva certificato la morte della casa delle libertà e la fine del suo partito-azienda lascia la scena momentaneamente con un "vorrei ma non posso", annunciando  allo stato maggiore di Fi riunito a palazzo Grazioli che da ora in poi sarà meglio parlare di "partito rete" di cui faranno parte i partiti della Cdl, i circoli e poi chi vuole entrare della società civile.

Diefront anche sulla riforma elettorale. Non più modello tedesco ma  spagnolo: "le nostre condizioni però sono di lavorare a un sistema proporzionale con un'alta soglia di sbarramento che non cancelli il bipolarismo ma lo renda più maturo ed efficiente". 

Dietrofront anche sul voto anticipato. Nessun ultimatum al leader del partito democratico: "la data delle elezioni non può essere oggetto di trattativa, è competenza esclusiva del capo dello Stato". 

Che il centrosinistra stia messo male non c'è dubbio. Ma neanche a destra non scherzano. Lunga vita al governo Prodi?

di Sandro Ruotolo

L'uso criminoso della TV

Vignetta: artefatti.it

Chapeau. Nemmeno il più feroce demonizzatore, il più accanito antiberlusconiano poteva immaginare la meticolosità, la scientificità, la capillarità del controllo esercitato su ogni minuto, ogni minimo dettaglio di programmazione Rai dagli uomini Mediaset infiltrati da Silvio Berlusconi nel cosiddetto “servizio pubblico”. Intendiamoci: la fusione Rai-Mediaset in un’indistinta Raiset al servizio e a maggior gloria del Cavaliere si notava a occhio nudo e questo giornale, da Furio Colombo in giù, l’ha sempre denunciato. Ma le intercettazioni della Procura di Milano, disposte nell’inchiesta sul fallimento del sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi, e pubblicate da Repubblica dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio la privatizzazione della Rai da parte della “concorrenza” e la sua trasformazione in una succursale di Mediaset.

Da sette lunghi anni, cioè da quando Berlusconi tornò al governo e occupò militarmente Viale Mazzini, la Rai è cosa sua, un feudo privato da usare per blandire gli amici, manganellare i nemici, ammonire gli alleati appena un po’ critici, ma soprattutto per celebrare le gesta del Capo. Tacendo le notizie scomode, enfatizzando quelle comode, parlando solo di quel che vuole Lui.

Non c’è voluto molto per ridurre quella che fu la prima azienda culturale d’Europa e alfabetizzò l’Italia in una miserabile Pravda ad personam: è bastato sistemare una dozzina di visagisti, truccatori e politicanti berlusconiani nei posti giusti e lasciarne molti di più sulle poltrone precedentemente occupate. Intanto venivano cacciati i Biagi, i Santoro e i Luttazzi, poi le Guzzanti e gli altri della seconda ondata, incompatibili col nuovo corso. Ma non perché fossero “di sinistra”. Perché sono fior di professionisti: con due o tre programmi ben fatti avrebbero rovinato tutto. Se qualcuno li chiama per pregarli di nascondere i dati delle elezioni amministrative per non far soffrire il Cavaliere, quelli mettono giù («uso criminoso della televisione pagata coi soldi di tutti»). I rimasti, invece, obbediscono ancor prima di ricevere l'ordine.

Si spiegano così non solo le epurazioni bulgare e post-bulgare, ma anche lo sterminio delle professionalità, soprattutto nella rete ammiraglia di Rai1, affidata (tuttoggi) al fido Del Noce: uno che, oltre ad aver epurato Biagi, è riuscito a litigare persino con Baudo, Arbore, Frizzi, Carrà e Celentano. Chi ha idee e talento ha più séguito, dunque è più libero e meno censurabile, ergo inaffidabile. I superstiti, invece, sono pronti a qualunque servizio e servizietto. Il Papa sta morendo e il Ciampi prepara un messaggio a reti unificate? Anziché preoccuparsi che la Rai copra la notizia meglio della concorrenza, i dirigenti berlusconiani pianificano una degna uscita mediatica del Capo, onde evitare che il Quirinale lo oscuri. Il Papa muore proprio alla vigilia delle amministrative, distraendo gli elettori cattolici dal dovere di correre alle urne per votare il Capo? Si organizza una serie di «programmi che diano alla gente un senso di normalità, al di là della morte del Papa, per evitare forte astensionismo alle elezioni amministrative». Più che un servizio pubblico, un servizio d’ordine.

In cabina di regia c’è la signorina Deborah Bergamini, detta “Debbi”, già assistente del Cavaliere, da lui promossa capo del Marketing strategico della Rai, mentre Alessio Gorla, già dirigente Fininvest e Forza Italia, diventava responsabile dei Palinsesti. Al resto pensano i servi furbi. Mimun, si sa, era in prestito d’uso da Mediaset, dov’è poi morbidamente riatterrato. Non c’è neppure bisogno di dirgli il da farsi: lo sa da sé. E poi assicurano Debbi e Delnox - fa un ottimo «gioco di squadra con Rossella» (Carlo, allora direttore di Panorama, molto vicino al premier e dunque alla Rai). Anche Vespa non ha bisogno di suggerimenti. Del Noce telefona a Debbi per avvertirla che «Vespa ha parlato con Rossella e accennerà in trasmissione al Dottore (Berlusconi, ndr) a ogni occasione opportuna».

Qualcuno suggerisce che Bruno potrebbe «non confrontare i voti attuali con quelli delle scorse regionali», per mascherare meglio la disfatta del Capo, o magari «fare più confusione possibile per camuffare la portata dei risultati». Ma poi si preferisce lasciarlo libero di servire come meglio crede, perché dice giustamente la Debbi «tanto Vespa è Vespa». Ogni tanto c’è un problema: Mauro Mazza, troppo amico di Fini per piacere a Forza Italia, farà la prima serata di Rai2 sulle elezioni. Bisogna sabotarlo, perché quello magari i dati non li nasconde. Idea geniale: Deborah parla con Querci «e gli chiede di mettere una cosa forte in prima serata su Canale5», così la gente guarda quella e lo speciale Mazza non se lo fila nessuno.

Del resto è un’abitudine, per lei, concordare i palinsesti con Mediaset: più che del Marketing della Rai, è la capa del Marketing di Berlusconi. Infatti, ancora commossa, commenta così i funerali di Giovanni Paolo II: «Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere». Si sa com’è fatto il Cavaliere: «Ai matrimoni - diceva Montanelli - vuol essere lo sposo e ai funerali il morto».

In tutti questi anni, mentre ogni inquadratura di ogni telecamera di ogni programma diurno e notturno di Raiset veniva controllata dai guardaspalle del Padrone, chiunque si azzardasse anche soltanto a ipotizzare che questi signori lavorassero per il re di Prussia, anzi di Arcore, veniva zittito dai “terzisti” e dai “riformisti” come “demonizzatore” e “apocalittico” animato da “cultura del sospetto”, incapace di comprendere che le tv non contano per vincere le elezioni; anzi, a parlar male di Berlusconi si fa il suo gioco. Poi veniva querelato e citato in giudizio per miliardi di danni dai Del Noce e dai Confalonieri, sdegnati dalle turpi insinuazioni sulla liaison Rai-Mediaset nel paradiso della concorrenza e del libero mercato. Dirigenti come Loris Mazzetti e Andrea Salerno, rei di aver chiamato censure le censure, sono stati perseguitati dall’azienda con procedimenti disciplinari.

L’ultima è piovuta su Mazzetti,per aver partecipato ad AnnoZero e detto la verità sull’epurazione del suo amico Biagi. Salerno, già responsabile della satira per Rai3 quando c’era ancora la satira, ha preferito togliere il disturbo. Intanto Confalonieri non si perdeva una festa de l’Unità e le quinte colonne berlusconiane facevano carriera in Rai, tant’è che sono ancora tutte lì: Del Noce a Rai1, Bergamini al Marketing, Vespa a Porta a porta. Tutti straconfermati dalla “Rai del centrosinistra”.

Ora si spera che, oltre alla solita “indagine interna”, fiocchino i licenziamenti per giusta causa, (con richiesta di danni per intelligenza col nemico) almeno per chi ha lasciato le impronte digitali nello scandalo, come accadrebbe ai manager di qualunque azienda sorpresi ad accordarsi con la concorrenza. Ma, onde evitare che la scena si ripeta in un prossimo futuro, licenziare i servi di Berlusconi non basta. Occorre una vera “legge Biagi” (nel senso di Enzo) per cacciare per sempre i partiti dalla Rai e stabilire finalmente l’ineleggibilità dei proprietari di giornali e tv. Sempreché, si capisce, la cosa non disturbi il «dialogo per le riforme». E ora, consigli per gli acquisti.

di Marco Travaglio per l'Unità (22/11/2007)

La spallata lussata del Cavaliere nero

L’approvazione al Senato della legge finanziaria ha scritto in qualche modo la parola “fine” ad una fase politica caratterizzata dalle scommesse sulla tenuta della maggioranza sul passaggio più delicato per ogni esecutivo, l’approvazione della legge di bilancio. Oltre settecento votazioni hanno sancito la tenuta della maggioranza governativa. Dunque il governo, pur incassando l’addio di Lamberto Dini, che presumibilmente cercherà un passaggio sull’altra sponda con i due naufraghi al seguito, potrà rinviare ad altri provvedimenti l’ansia da numeri. Lo spettro dell’esercizio provvisorio, vero e proprio incubo per ogni esecutivo, è stato quindi riportato allo stadio di scampato pericolo. Anzi, il fatto che la Finanziaria sia passata senza dover ricorrere al voto di fiducia, pur potendo contare solo su qualche voto di maggioranza, rappresenta una oggettiva dimostrazione di forza da parte del governo Prodi. Si deve infatti ricordare che il governo Berlusconi, che contava su una maggioranza schiacciante di parlamentari, fu costretto a porre la fiducia per vedere approvata la sua legge di bilancio. Già, Berlusconi. E’ lui il grande sconfitto di questa fase politica.

Il suo tentativo di dare una “spallata” al governo Prodi è risultato essere l’ennesimo colpo a vuoto. Ha seguito i precedenti tentativi falliti di “spallate” con il referendum e con le tornate di amministrative. Ma prima che una sconfitta politica, quella di Berlusconi è la disfatta di un leader, la rappresentazione della nudità del re. Lo spettacolo che Berlusconi ha messo in scena nelle scorse settimane è lo specchio avvilente del degrado della politica italiana, con la sua residenza di palazzo Grazioli trasformata in un suk. Nell’indifferenza generale ha provato a comprare senatori, offrendo qualunque cosa pur di poter confermare le sue previsioni circa la data e l’ora nelle quali sarebbe caduto il governo. A metà tra il mago Otelma e l’affarista, Berlusconi ha dimostrato fondamentalmente una cosa: che la sua capacità di attrazione è molto ridotta rispetto al passato e che al suo ritorno a Palazzo Chigi non crede più nessuno, a cominciare dai suoi alleati.

Quello che Berlusconi ha perso, infatti, molto più che l’ennesima battaglia ed un’utile occasione per risparmiarsi figuracce a tutto andare, è stato il riconoscimento indiscusso della sua leadership dai dirigenti della destra italiana. A cominciare da Fini, che con una lettera durissima pubblicata dal Corriere della sera, gli ha dapprima addossato la sconfitta dell’opposizione, rinfacciandogli il posizionamento della destra sul terreno della contrapposizione in aula e, più in generale, sul rifiuto del dialogo con il centrosinistra sulle riforme. Ambedue i passaggi della strategia del Cavaliere hanno, secondo Fini, Casini e la stessa Lega, un difetto di lettura dello scenario presente e futuro del quadro politico italiano.

Checché ne dica Berlusconi, infatti, così come la crisi di consensi dell’Esecutivo non si traduce in aumento di consensi per la Casa delle Libertà – e già questo dovrebbe fornire spunti di riflessione non banali – anche sul piano parlamentare, l’idea di un ritorno alle urne non appare maggioritaria, nonostante le defezioni che colpiscono la maggioranza governativa. Per questo, passato lo scoglio della Finanziaria, la destra non berlusconiana trova terreno fertile per riannodare i fili del dialogo parlamentare con l’Unione sul tema delle riforme, prima fra tutte quella elettorale. I voti in Commissione Affari Costituzionali, del resto, lo avevano già fatto intendere con chiarezza.

La Casa delle Libertà, almeno per come si é manifestata finora, sembra un discorso ormai archiviato per il leader di An, che punta decisamente verso una presa di distanza da Berlusconi, prima che da Forza Italia. E Casini e Bossi, pur con accenti diversi (ma non inconciliabili) con quelli di An sul sistema da scegliere - vedono nell’improcrastinabile riforma del sistema elettorale il percorso che può tenere insieme sia la possibilità di assegnare un quadro di stabilità alle prossime maggioranza di governo, sia il riassetto generale della destra italiana. Riassetto che, al netto delle chiacchiere, si fonda sulla leadership del centrodestra e sulla sua linea politica, anche in considerazione della capacità di attrattiva dei settori moderati che non sceglieranno il PD. Rispetto a Bossi e Casini, Fini ha il vantaggio di poter giocare la carta del referendum elettorale come asso nella manica nelle trattative; anche per questo un ritorno alle urne, che avrebbe impedito lo svolgimento del referendum, non era la strada che An si prefiggeva.

Ma Casini e Bossi possono però contare sull’offerta di dialogo di Veltroni, che prefigura un sistema elettorale sul modello tedesco con venature “spagnole”, che tranquillizzerebbero il Carroccio ed offrirebbero all’Udc il terreno per la ricomposizione democristiana, dal momento che - in assenza di premio di maggioranza – un centro democristiano che viaggiasse tra l’8 e il 10 per cento, potrebbe risultare l’ago della bilancia in un Parlamento inevitabilmente diviso in due. Berlusconi ha reagito alla lettera di Fini sostenendo che, a suo avviso, la Cdl deve rimanere così com’é. Ma la monarchia di Arcore appare in difficoltà. O il regno si avvia verso la successione non dinastica o il cavaliere rischia di essere disarcionato.

di Giovanni Gnazzi per Altrenotizie (17/11/2007)

Gli ebrei, il fascista e il Cavaliere

Bisogna dare a Francesco Storace il merito di avere strappato il sipario su un’Italia ambigua e trasversale. In questa Italia si oppongono alle coppie di fatto moltissimi partner di celebri coppie di fatto, si corre in piazza a celebrare i valori della famiglia subito dopo avere spaccato la propria famiglia, si celebrano con voce incrinata dall’emozione «le nostre gloriose Forze armate» e intanto si abbandonano al loro destino i soldati contagiati dall’uranio impoverito. È il Paese in cui «veri liberisti» si precipitano a dare manforte alla corporazione dei tassisti e a quella dei farmacisti che non tollerano mercato e concorrenza.

In questo Paese abituato a non chiamare mai le cose col nome giusto, Storace si dichiara fascista e se ne vanta. Non solo, ma arruola una portavoce che promette di continuare a proclamarlo ogni giorno «con la bava alla bocca».

Si tratta della stessa signora abituata a mostrare il dito per far capire il suo gentile diverso parere. Dunque una bella coppia. Ai due va un apprezzamento sincero, dopo l’estenuante periodo in cui il vero genuino sentimento veniva coperto da gravi e preoccupati giudizi sulla Resistenza, «che ha spaccato l’Italia». Dalla esortazione a cercare insieme «ciò che - nel triste passato italiano - ci unisce invece che ciò che ci divide»; dalla predicazione secondo cui tutti i combattenti sono uguali (anzi devono avere la stessa pensione) compresi quei combattenti che, nel tempo libero, si dedicavano a consegnare a truppe d’occupazione straniere i concittadini ebrei; dalla nuova definizione di «guerra civile» invece di lotta di liberazione. Finalmente un fascista torna a essere fascista, si presenta e si raccomanda come tale. Fine delle ipocrisie.

La sincerità dei due - che un po’ ricorderebbe Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, celebre coppia mediatico-combattentistica di Salò, se solo Storace fosse all’altezza - è immediatamente provata dalla rivelazione della data di nascita di questa nuova destra: è il giorno in cui Gianfranco Fini, sulla soglia del Museo della Shoah, a Gerusalemme, ha dovuto scegliere tra fascismo e Israele. E ha scelto Israele. Ha definito il fascismo «male assoluto» a causa delle leggi razziali e della loro meticolosa esecuzione in Italia. E ha accettato di rendersi conto in pubblico dell’orrore di quelle leggi.

Storace e i camerati ritrovati hanno deciso che il troppo è troppo. E hanno riportato ciò che resta del fascismo italiano nel posto che gli compete, fin dai tempi in cui i giovani fascisti si facevano vedere, nelle università italiane, con la kefiah, non tanto per dichiarare amore per gli Arabi quanto per dire il loro disprezzo e la loro coerente ostilità verso un piccolo Stato creato dalle Nazioni Unite e divenuto patria degli Ebrei.

Hanno anche restituito alla storia un pezzo mancante e finora nascosto, salvo che dai negazionisti. Questa destra non rinnega il passato, non rinnega le leggi razziali, non rinnega la sua brutta storia. Dunque è fatalmente nemica di Israele.

In quel loro giorno di festa non erano soli Storace, la sua portavoce con la bava alla bocca e i camerati ritrovati. Con loro - accanto al catafalco di ciò che resta del fascismo e anzi del peggior fascismo - c’era, esultante, celebrativo, fastoso, Silvio Berlusconi.

Berlusconi è un uomo estroverso, espressivamente irruente e ha celebrato la festa non da visitatore ma da protagonista, dato anche il rilievo di un simile personaggio nella vita italiana, come miliardario, come proprietario di metà dele televisioni e di buona parte dell’editoria italiana (con forte influenza sulla parte dei media che in questo momento non ha in mano), come capo effettivo di tutta l’opposizione italiana. Con l’eccezione di quei partner o membri della Casa delle liberà, che diranno di non riconoscersi nella festa di ritorno al fascismo (finora nessuno l’ha fatto, dunque, si direbbe, sono tutti d’accordo), ciò che è accaduto con il patto Storace-Berlusconi è la dichiarazione esplicita di fascismo accettato e accasato nel cuore del centrodestra italiano.

Berlusconi è uno che fa offerte importanti sottobanco, e dunque le fa anche più volentieri alla luce del sole. O meglio, del sole che sorge. Ha offerto casa, alleanza e ministeri in un suo prossimo governo, che lui dice imminente. In questo modo - anche se lo negherà - Berlusconi ha approvato tutto, compresa la ragione per cui il movimento è nato: contro Israele. E contro ogni invito a rinnegare il passato, leggi razziali e camerati tedeschi (nazisti) inclusi.

Ovvio che l’indignazione di molti italiani, e di molti italiani ebrei, non riguarda Storace, che si presenta in linea con il suo passato. Riguarda Berlusconi. Negherà. E si affiderà alla sua ricca e potente macchina di propaganda. Ma non potrà cancellare questo triste momento della verità.

di Furio Colombo per l'Unità

Enzo Biagi: L'estremo oltraggio (di Marco Travaglio)

Caro Enzo,

non vorrei disturbare il tuo secondo giorno di Paradiso, anche perché ti immagino lì affacciato sulla nuvoletta in compagnia delle tue adorate Lucia e Anna e dei tuoi amici Montanelli e Afeltra.
Ma, se vuoi farti qualche sana risata, dai un’occhiata a quel che sta accadendo in Italia intorno alla tua bara, perché ne vale la pena. Berlusconi è fuori concorso: ieri ha ringraziato l’Unità per aver riportato il testo dell’editto bulgaro in cui ti dava del «criminoso» e ordinava ai suoi servi furbi di cacciarti dalla Rai. «L’Unità -­ ha detto - finalmente mi ha reso giustizia».

Dal che puoi dedurre quale sia il suo concetto di giustizia. Poi ha rivelato che l’editto bulgaro non c’è mai stato.

Ma, a parte il Cavaliere che ormai appartiene all’astrattismo, o al futurismo, ci sono tanti colleghi che, appena saputo della tua morte, han ritrovato la favella sul tuo conto, dopo un lungo silenzio durato sei anni, e han cominciato a parlare a tuo nome.

Marcello Sorgi -­ chi non muore si rivede -­ ha scritto sulla Stampa che «il maggior dolore di Biagi, nel 2002, all’epoca dell’editto» bulgaro, non fu l’editto bulgaro medesimo, ma «il ritrovarsi nel calderone berlusconiano dei reietti insieme con Santoro, Freccero, comici come Luttazzi e la Guzzanti e così via». Gentaglia, insomma.

Non ricorda, il pover’uomo, che tu eri orgoglioso di quella compagnia, come hai ripetuto mille volte nei tuoi ultimi libri e nelle tue dchiarazioni, al punto di farti intervistare per due ore da Sabina per il film «Viva Zapatero» e di intervistare Luttazzi all’inizio della tua ultima avventura televisiva.

Poi ci sono Feltri e Cervi, che approfittano della tua dipartita per dire che in fondo, tra te e il Cavaliere, è finita pari e patta. «Biagi l’ha fatta pagare ai suoi detrattori e loro l’hanno fatta pagare a lui», anzi «Biagi e Berlusconi si somigliano». Cervi, sul Giornale che ti ha insultato per sei anni di fila raccontando che te n’eri andato volontariamente dalla Rai per intascare una congrua liquidazione, riconosce spericolatamente che «Berlusconi ha sbagliato», ma pure «Biagi aveva acceduto»: uno a uno, palla al centro.

Anche il nostro amico Michele Brambilla, purtroppo, scambia le cause con gli effetti, non distingue il lupo dall’agnello e domanda a chi osa rammentare chi e come ti ha rovinato gli ultimi sei anni di vita: «Ma perché tutto questo rancore?». Parla addirittura di «uso politico della morte», come se non fosse proprio chi ti ha voluto e fatto tanto male a usare la tua morte per minimizzare l’accaduto o addirittura negarlo o comunque raccontarlo a modo suo, profittando del fatto che non puoi più smentire certe frottole. Brambilla cita una frase di Paolo Mieli: «Non credo che Enzo avrebbe voluto essere ricordato per quell’episodio». Strano: ci avevi dedicato gli ultimi tre libri (l’ultimo, scritto con Loris Mazzetti, s’intitola «Quello che non si doveva dire») e ne parlavi sempre come della peggiore violenza che tu avessi mai subìto nella tua vita, peggio di quella della Dc che ti silurò dal tg Rai nei primi anni 60 e di quella di «Artiglio» Monti che ti cacciò dal Resto del Carlino.

Così il diktat bulgaro viene ridotto a incidente di percorso, a sfogo momentaneo, peraltro giustificato dalle tue «esagerazioni» (avevi financo intervistato Montanelli e Benigni). E nessuno ricorda che ancora un anno fa l’amico Silvio, quello che ti stimava tanto, non contento di averti fatto licenziare dalla Rai, chiese di farti fuori anche dal Corriere: «È una vergogna che un giornale come il Corriere della Sera ospiti i rancori di un vecchio rancoroso che ce l’ha con me» (Ansa, 21 maggio 2006).

Per fortuna è rimasto in vita qualche tuo vecchio amico di buona memoria, come Sergio Zavoli, che ha ricordato come la tua «prova più ardua e iniqua» sia stata proprio l’editto bulgaro. Ma è uno dei pochi. Era già accaduto al vecchio Indro, anche lui come te troppo generoso per aggiungere al testamento la lista delle persone che non avrebbe voluto alle sue esequie (lui però, forse presagendo l’affollamento di coccodrilli e paraculi attorno al feretro, diede disposizione di non celebrare alcun funerale).

Prima di salutarti, caro Enzo, ti segnalo un’ultima delizia: Johnny Raiotta, quello del Kansas City, ha chiuso lo speciale Tg1 a te dedicato con queste parole: «Biagi fu cacciato dal tg dopo pochi mesi, io al Tg1 sono durato già il doppio. In qualche modo, l’Italia migliora…». Che vuoi farci, è l’evoluzione della specie.

di Marco Travaglio per l'Unità di oggi

Mazzate (di Marco Travaglio)

Dal film Shaun of the Dead

La scena è questa: nel pomeriggio dell’altroieri Mauro Mazza, direttore del Tg2 in quota An, appare in video per ammonire Beppe Grillo col gesto della pistola: «Che accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati gli insulti di Grillo, premesse il grilletto?» Per la verità Grillo non ha mai evocato né pistole né fucili, diversamente da Bossi che li evoca continuamente nella totale distrazione del Mazza medesimo.  

Per la verità i “vaffanculo” liberatori di Grillo in piazza odorano di bucato, paragonati a quel che si dicono quotidianamente i parlamentari alla Camera e al Senato (quest’estate un’esagitata forzista urlò “assassino” a Gerardo D’Ambrosio, ma anche quella volta il Mazza era distratto). Per la verità, sono dieci giorni che politici e commentatori danno a Grillo del qualunquista, fascista, populista, demagogo, antidemocratico, additandolo come il pericolo pubblico numero uno. Che accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati gli insulti a Grillo, premesse il grilletto contro Grillo, che fra l’altro non ha scorta né auto blindata né aerei di Stato per volare ai gran premi?  

Pochi minuti dopo l’editoriale del Tg2, Gianfranco Fini incontra i giornalisti e dice di trovare un tantino eccessivo il rischio paventato dall’amico Mazza: «Adesso lo chiamo per dirglielo». Segue telefonata. Lorenzo Salvia del Corriere chiama Mazza un minuto dopo. Forse si aspetta di trovare un uomo umiliato, mortificato, magari balbettante, forse addirittura nascosto sotto la scrivania per la vergogna: uno che ha appena preso una lavata di capo dal suo principale. Invece no, tutt’altro. Mazza fa il brillante: «E che problema c’è?» Il problema sarebbe che, se Fini gli telefona per dirgli che non gli piace il presepe, vuol dire che considera Mazza una cosa sua, una protesi, un maggiordomo. Il che, per un professionista serio quale Mazza sicuramente è, non è proprio bellissimo. Mazza invece rivolta la frittata e riesce persino a dire, restando serio, che la telefonata di Fini è la prova della sua rocciosa autonomia: «Si dice che i direttori dei tg siano affiliati a un padrino politico che detta il mattinale. Ecco, è la dimostrazione che non è così. È segno che sono indipendente». 

Ricapitolando: Fini chiama Mazza davanti a tutti, trattandolo come un suo dipendente, non un indipendente, e gli dice più o meno: «Senti, caro, stavolta hai esagerato». E, se lo fa è perché è abituato a farlo, e se è abituato a farlo è perché Mazza qualcosa gli deve, altrimenti non si vede a che titolo un segretario di partito chiami il direttore di un telegiornale del «servizio pubblico» per dargli la linea. Ma queste osservazioni di puro buonsenso non sfiorano più nessuno: né Fini, né Mazza. È normale.  

Ed è tutto qui, in soldoni, l’annoso problema della Rai che ieri, tanto per cambiare, ha rischiato di far cadere il governo. Perché finché si scherza, parlando di finanziaria, di guerra, di precariato, di pensioni, si scherza. Ma quando si parla di cose serie (quelle che lo sono per Berlusconi), cioè la televisione e la giustizia, allora può crollare tutto.  

Ricordate la prima crisi del governo Prodi a febbraio? La base di Vicenza e la mozione sull’Afghanistan erano un puro pretesto: la verità è che la pur blandissima legge sul conflitto d’interessi era appena approdata in Parlamento. Il governo andò subito sotto. A fine luglio, sull’ordinamento giudiziario, replay: governo battuto. Ieri l’ennesimo terremoto, ancora sulla tv. Ora naturalmente i commentatori che la sanno lunga ci spiegheranno che «la tv non conta», che Berlusconi «non vince per le tv», che «controllare le tv non basta», che «la tv non sposta voti». È quel che Berlusconi vuole che si creda, e il bello è che a sinistra molti ci credono. Tant’è che lo ripetono a ogni pie’ sospinto. Poi però si ricredono in segreto e corrono a lottizzare la Rai: altrimenti non si capisce il perché dell’operazione Fabiani, che sta scuotendo una maggioranza già scossa di suo.  

Ecco perché, quando promettono «non lottizzeremo più», nessuno ci crede. Perché chiunque abbia fatto politica in prima fila in questi anni ha sempre trattato la Rai come il cortile di casa, cioè come Fini tratta Mazza.

Dice bene Robin Williams nel suo ultimo film (“L’uomo dell’anno”): «I politici sono come i pannolini: bisogna cambiarli spesso, e per lo stesso motivo».

di Marco Travaglio per l'Unità

Brambilloni (di Marco Travaglio)

C’è chi, a 71 anni, va dal notaio per fare testamento. E chi, come il Cavalier Bellachioma, ci va per fondare un nuovo partito. Del quale, fra l’altro, si sentiva davvero la mancanza, essendo troppo pochi quelli esistenti. Lui ne ha già uno, Forza Italia, e non pare intenzionato a seppellirlo. Dunque, se la matematica non è un bilancio della Fininvest, ora ne ha due. Aveva promesso il partito unico, ora crea il partito doppio. Forse per motivi scaramantici, visto che il numero 2 gli ha sempre portato fortuna: Milano2, P2 e così via.

Le ambizioni del neonato PdL sono grandiose quanto l’acume politico della fondatrice-prestanome, Michela Vittoria Brambilla: pare che il battesimo del fuoco sarà alle prossime elezioni di Courmayeur. Aveva dunque ragione La Stampa, che l’altro giorno aveva fatto lo scoop: del resto, che fosse tutto vero s’era capito dall’immediata smentita di Bellachioma. Lui, com’è noto, smentisce solo le notizie vere. Quelle false le conferma.

Ora i soliti maligni insinuano che anche il Pdl, come FI, nasconda biechi motivi d’affari: tipo quello di sdoppiare il gruppo forzista al Parlamento europeo e sgraffignare due finanziamenti pubblici al posto di uno. Ma c’è pure chi immagina un diverso uso del partito doppio: tramontate la “spallata” a Prodi e la grande coalizione, FI resterà saldamente ancorata al centrodestra, mentre il Pdl si butterà a sinistra. Così il Cavaliere coronerà l’antico sogno di rappresentare sia la maggioranza sia l’opposizione, con notevole risparmio di soldi ed energie per tutti: anziché buttare quattrini per organizzare elezioni e cose del genere, basterà recarsi dal notaio, o mandarci la cameriera.

Disgraziatamente, però, la mossa del duo Silvio-Michelavittoria non trova consenzienti i colonnelli azzurri, per non parlare degli alleati. La graduatoria degli antibrambilliani furiosi vede in pole position Tremonti e Dell’Utri, mentre il povero Adornato è in preda a un dolore inestinguibile e inconsolabile: lui il Pdl l’aveva registrato nel 2005, ma non se n’era accorto nessuno. Da due anni lavorava alacremente al programma, scomodando i maestri del pensiero liberale, fondando riviste, organizzando convegni sulla figura storica di Berlusconi da collocarsi tra De Gaulle e Richelieu, promuovendo seminari a Gubbio tra se medesimo e la buonanima del lupo (il Cavaliere, al massimo, mandava un video o si collegava al telefono dallo yacht), nell’illusione che a Bellachioma interessassero le idee.

E ora salta su una Brambilla qualunque, in arte Crudelia Salmon: una che, mentre lui fondava e affondava un Liberal dopo l’altro, vinceva Miss Romagna, pubblicizzava i collant, vendeva mangimi per gatti e baccalà surgelati; e che fa? Rideposita lo stesso marchio, va dal notaio a firmare una scrittura privata, prepara i gadget col logo Pdl (compresi - rivela il Corriere - le scarpe a punta e le “materie plastiche da imballaggio”) e si porta via tutto.

Ma il fatto più preoccupante riguarda James Bondi, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti «evitando - riferisce il Corriere - accuratamente i temuti aerei». Ecco, persino lui si permette qualche flebile pigolio critico nei confronti della triglia salmonata prediletta dal Capo: «Fa un lavoro importante e prezioso, ma non va sprecato con battute a volte non proprio eleganti verso amici o dirigenti politici». Il che, detto da TremeBondi, è peggio di una dichiarazione di guerra.

Senza contare il pessimo segnale dell’ostilità dichiarata di Marcello Dell’Utri, uno che - come si sa - è meglio non avere contro. Il noto pregiudicato palermitano ha definito i circoli brambilleschi «una montatura», sostenendo addirittura che «non esistono», diversamente da quelli fondati da lui, «attivissimi» perché «non legati a un nome, ma a un’idea». Un’idea made in Sicily, naturalmente. Quanto al Pdl, assicura, «sarà una sottomarca di Forza Italia», come si fa «nei supermercati per dare una nuova offerta ai consumatori». Ma Forza Italia non sarà sostituita, perché «è un marchio valorizzato». Lo diceva anche Bernardo Provenzano, nel ’93-‘94.

Michela Vittoria ripete spavalda che «nessuno riuscirà a tapparmi la bocca» (inutilmente aperta 24 ore su 24, come certe farmacie). Forse la ragazza non è aggiornata sulle più moderne tecniche siciliane in materia.

Comunque, auguri.

di Marco Travaglio per l'Unità

L'ideologia del ForzaLeghismo

Dev'essere all'opera uno dei grandi e ricorrenti paradossi italiani se una delle più squinternate iniziative politiche mai lanciate nel nostro paese, la rivolta fiscale architettata da Umberto Bossi, è diventata un tema sociale e politico di primo piano. Il paradosso è che la ribellione contro le tasse avviene nel paese dell'evasione. D'altronde non si può dimenticare che, sotto la guida del suo insostituibile leader, la Lega ha lanciato nel tempo diverse altre iniziative insensate, dal parlamento di Mantova al governo padano, dalle elezioni del Nord nei gazebo alle minacce di secessione e di spartizione "federale" dell'Italia.

Quindi non c'è da stupirsi se Bossi proietta nel cielo della politica agostana una provocazione delle sue: semmai ci sarebbe da mettere a fuoco che l'estate è costellata di clamorosi casi di evasione o elusione fiscale, a cominciare dall'affaire che coinvolge il londinese "residente non domiciliato" Valentino Rossi. Sicché si ha la sgradevole sensazione che dietro l'appello all'insurrezione antitasse si nasconda una mobilitazione di alcuni ceti contro gli altri, i "liberi di evadere" contro gli obbligati al pagamento.

Si capisce in questo senso la totale sintonia che Silvio Berlusconi ha confermato al suo principale alleato, proprio lui Bossi. Non dovrebbe sfuggire infatti, e lo confermano le prese di distanza da parte di Alleanza nazionale e dell'Udc, che la ventilata insurrezione contro la fiscalità generale è un tipico tema del "forzaleghismo", cioè dell'ideologia profonda della Casa delle libertà, di quel nordismo sbrigativo che accomuna il mondo della Lega con l'insediamento politico ed elettorale di Forza Italia.

Sono settori del commercio, della piccola impresa, parte del tessuto imprenditoriale, professionale e in generale del lavoro autonomo, in sostanza quell'universo sociale che rifiuta antropologicamente la sinistra, non vuole saperne di parole come redistribuzione, e considera le tasse semplicemente come un prelievo insopportabile, a cui sottrarsi ogni volta possibile. Che questo discorso non tocchi il lavoro dipendente privato e pubblico, il quale non ha la minima possibilità di sottrarsi alla tassazione sul reddito, è la dimostrazione di quanto sia ideologica la forzatura di Bossi, vale a dire di come sia legata alla nozione di un'autentica lotta di classe (dichiarata, come si vede, dalla parte avvantaggiata).

Per questo vanno prese sul serio le parole con cui Walter Veltroni ha commentato l'appello di Bossi ("Se passa il principio che chi perde le elezioni smette di pagare le tasse, questo paese ha finito di esistere"); anzi, vanno semmai approfondite, proprio in quanto la rivolta fiscale non minaccia di inceppare soltanto il funzionamento dello Stato, ma costituisce la premessa di un confronto sociale durissimo, virtualmente capace di spaccare in due parti la società italiana, e di progettare la politica come la vendetta dei privilegiati su tutti gli altri.

"Prodi deve andarsene", dice Bossi, "perché così vuole la gente". Sbaglia, volutamente, per eccesso: pretende la caduta del governo un certo tipo di "gente", quella che immagina di poter trarre ricavi consistenti dai principi politici e fiscali del forzaleghismo. E in questo senso, se si capiscono quali interessi sono in gioco, diventa meno surreale la discussione se sia giusto, o doveroso, pagare le tasse. Diventa meno bizzarro che il segretario di stato vaticano, monsignor Tarcisio Bertone, avverta il bisogno di annunciare al meeting di Rimini che davanti a "leggi giuste" pagare le tasse è un dovere.

Non è il caso di prendere sul serio le dichiarazioni di Roberto Calderoli, che ha visto nelle parole del cardinale un sostegno alle posizioni leghiste. In effetti se le leggi sono ingiuste, come pensa Calderoli sulla base del dogma bossiano, è giusta la ribellione. C'è solo il problema di individuare chi sia, e in base a quali norme, a decidere se le leggi sono giuste o sbagliate.

Per la verità, monsignor Bertone si è limitato a stabilire un criterio di pura ovvietà. Non è poco, dal momento che quando il povero Prodi espresse la propria meraviglia perché nelle omelie domenicali non si sentono spesso inviti alla correttezza fiscale, ci furono risposte piuttosto risentite. Giulio Andreotti dichiarò che quelle parole non gli erano piaciute, e quindi praticò la piccola rappresaglia di votare contro il governo al Senato. Il settimanale dei paolini "Famiglia cristiana" rispose che pagare le tasse è un dovere, ma aggiungendo la clausola insidiosa che quando poi si assiste allo sciupio delle risorse pubbliche, quel dovere appare un'imposizione arbitraria: senza che molti mettessero in rilievo che questo è il tipico sofisma paraleghista dell'evasore: "pagherei le tasse se lo Stato non sprecasse i miei soldi".

E dunque bisognerebbe salutare le parole del segretario di stato Bertone semplicemente come un omaggio all'ovvio. Ma di questi tempi anche l'ovvietà, nella politica italiana, sembra esprimere una salutare controtendenza. Quindi viene voglia di ringraziare le ovvietà del cardinale: almeno per quel poco o quel tanto che contribuiscono a ripristinare condizioni di equità fra le due Italie del fisco, quella che paga automaticamente in silenzio e quella che invece può permettersi di aderire alla rivolta fiscale o di fomentarla. E talmente squilibrato il rapporto fra queste due porzioni di società che ogni parola a conforto risulterà consolante, e non solo per il governo Prodi.

di Edmondo Berselli per la Repubblica

Cesare all'ultimo atto. Storia di due sentenze comprate (di Marco Travaglio)

La sentenza del 1991 che annullò il Lodo Mondadori era comprata. Da 17 Anni, dunque, Berlusconi - soi disant «uomo che s’è fatto da sé» - possiede abusivamente una casa editrice, con i suoi libri e i suoi settimanali (tra i quali Panorama e il defunto Epoca), che ha utilizzato finanziariamente per accumulare utili e politicamente, prima per sostenere i suoi padrini (Craxi in primis), poi per costruire il consenso necessario alla sua «discesa in campo», ai suoi due governi e alle sue quattro campagne elettorali. Ecco la storia.

Il lodo

Nel 1988 Berlusconi, che già da tempo ha messo un piede nella casa editrice rilevando le azioni di Leonardo Mondadori, annuncia: «Non voglio restare sul sedile posteriore». De Benedetti, che controlla il pacchetto di maggioranza, resiste all’assalto e si accorda con la famiglia Formenton, erede di Arnoldo, che s’impegna a vendergli il suo pacchetto azionario entro il 30 gennaio ‘91. Ma gli eredi cambiano idea e, nel novembre ‘89, fanno blocco con Berlusconi che, il 25 gennaio 1990, si insedia alla presidenza della casa editrice.

Oltre a tre tv e al Giornale, dunque, il Cavaliere s’impossessa del gruppo editoriale che controlla Repubblica, Panorama, Espresso, Epoca e i 15 giornali locali Finegil, spostandolo dal campo anticraxiano a quello filocraxiano. La “guerra di Segrate”, per unanime decisione dei contendenti, finisce dinanzi a un collegio di tre arbitri, scelti da De Benedetti, dai Formenton e dalla Cassazione. Il lodo arbitrale, il 20 giugno ‘90, dà ragione a De Benedetti. Il suo patto con i Formenton resta valido, le azioni Mondadori devono tornare all’Ingegnere. Berlusconi lascia la presidenza, arrivano i manager della Cir debenedettiana: Carlo Caracciolo, Antonio Coppi e Corrado Passera.

Ma il Cavaliere rovescia il tavolo e, insieme ai Formenton, impugna il lodo alla Corte d’appello di Roma. Se ne occupa la I sezione civile, presieduta da Arnaldo Valente (secondo Stefania Ariosto, frequentatore di casa Previti). Giudice relatore ed estensore della sentenza: Vittorio Metta, anch’egli intimo di Previti. La camera di consiglio si chiude il 14 gennaio ‘91. Dieci giorni dopo, il 24, la sentenza viene resa pubblica: annullato il Lodo, la Mondadori torna per sempre a Berlusconi. L’Ingegnere lo sapeva già: un mese prima il presidente della Consob, l’andreottiano Bruno Pazzi, aveva preannunciato la sconfitta al suo legale Vittorio Ripa di Meana. «Correva voce - testimonierà De Benedetti - che la sentenza era stata scritta a macchina nello studio dell’avvocato Acampora ed era costata 10 miliardi... Fu allora che sentii per la prima volta il nome di Cesare Previti, come persona vicina a Berlusconi e notoriamente molto introdotta negli uffici giudiziari romani».

Nonostante il trionfo, comunque, Berlusconi non riesce a portare a casa l’intera torta. I direttori e molti giornalisti di Repubblica, Espresso e Panorama si ribellano ai nuovi padroni. Giulio Andreotti, allarmato dallo strapotere di Craxi sull’editoria, impone una transazione nell’ufficio del suo amico Giuseppe Ciarrapico: Repubblica, Espresso e i giornali Finegil tornano al gruppo Caracciolo-De Benedetti\, Panorama, Epoca e il resto della Mondadori rimangono alla Fininvest.

I soldi

Indagando dal 1995 sulle rivelazioni di Stefania Ariosto sulle mazzette di Previti ad alcuni giudici romani, il pool di Milano scopre il fiume di denaro che dalla Fininvest affluì sui conti esteri degli avvocati della Fininvest e da questi, in contanti, nelle mani del giudice Metta. Il 14 febbraio ‘91 dalle casse della All Iberian parte un bonifico di 2.732.868 dollari (3 miliardi di lire) al conto Mercier di Previti. Da questo, il 26 febbraio, altro bonifico di 1 miliardo e mezzo (metà della provvista) al conto Careliza Trade di Acampora.

Questi il 1° ottobre bonifica 425 milioni a Previti, che li dirotta in due tranche (11 e 16 ottobre) sul conto Pavoncella di Pacifico. Il quale preleva 400 milioni in contanti il 15 e il 17 ottobre, e li fa recapitare in Italia a un misterioso destinatario: secondo l’accusa, è Vittorio Metta. Il giudice, nei mesi successivi, fa diverse spese (tra cui l’acquisto e la ristrutturazione di un appartamento per la figlia Sabrina e l’acquisto di una nuova auto Bmw) soprattutto con denaro contante di provenienza imprecisata (circa 400 milioni). Poi si dimette dalla magistratura, diventa avvocato e va a lavorare con la figlia Sabrina nello studio Previti.

A proposito di quei 3 miliardi Fininvest, Previti parla di «tranquillissime parcelle», ma non riesce a documentare nemmeno uno straccio di incarico professionale in quel periodo. Mentono anche Pacifico e Acampora. E così Metta che, sulla provenienza dell’improvvisa, abbondante liquidità (per esempio, un’eredità), viene regolarmente smentito dai fatti. Poi giura di aver conosciuto Previti solo nel ‘94, ma mente ancora: i pm Boccassini e Colombo scoprono telefonate fra i due già nel 1992-93. Poi ci sono le modalità a dir poco stravaganti della sentenza Mondadori: dai registri della Corte d’appello emerge che Metta depositò la motivazione (168 pagine) il 15 gennaio ’91: il giorno dopo della camera di consiglio. Un’impresa mai riuscita a un giudice, né tantomeno a lui, che impiegava 2-3 mesi per sentenze molto più brevi. Evidente che quella era stata scritta prima che la Corte decidesse.

Il processo


Nel 1999 il pool chiede il rinvio a giudizio per Berlusconi, Previti, Metta, Acampora, Pacifico. Nel 2000 il gup li proscioglie tutti con formula dubitativa (comma 2 art. 530 cpp). Ma nel 2001 la Corte d’appello, accogliendo il ricorso della Procura, li rinvia a giudizio, tranne Berlusconi, appena tornato a Palazzo Chigi e salvato dalla prescrizione: a lui i giudici accordano le attenuanti generiche. Perché a lui sí e agli altri no? Per «le attuali condizioni di vita individuale e sociale il cui oggettivo di per sé giustifica l’applicazione» delle attenuanti. La Cassazione conferma: il Cavaliere non è innocente, anzi è «ragionevole» e «logico» che il mandante della tangente a Metta fosse proprio lui. Ma un semplice fatto tecnico come le attenuanti prevalenti «per la condotta di vita successiva all’ipotizzato delitto». Anziché rinunciare alle generiche per essere assolto nel merito, Berlusconi prende e porta a casa.

E fa bene: gli altri coimputati, senza le attenuanti, saranno tutti condannati. In primo grado, nel 2003, Metta si prende 13 anni, Previti e Pacifico 11 anni sia per Mondadori sia per Imi-Sir, e Acampora (per la sola Mondadori) 5 anni e 6 mesi. Nel 2005, in appello, tutti condannati per Imi-Sir e tutti assolti (sempre col comma 2 dell’art. 530) per Mondadori. Ma nel 2006 la Cassazione annulla le assoluzioni e ordina alla Corte d’appello di condannare anche per Mondadori. La qual cosa accade nel febbraio 2007: Previti, Pacifico e Acampora si vedono aumentare la pena di un altro anno e 6 mesi e Metta di 1 anno e 9 mesi, in «continuazione» con le condanne ormai definitive per Imi-Sir.

Scrivono i giudici che la sentenza Mondadori fu «stilata prima della camera di consiglio», «dattiloscritta presso terzi estranei sconosciuti» e al di «fuori degli ambienti istituzionali». Tant’è che al processo ne sono emerse «copie diverse dall’originale».

Berlusconi era all’oscuro dell’attività corruttiva del suo avvocato-faccendiere (che ufficialmente non difendeva la Fininvest nella causa, seguita dagli avvocati Mezzanotte Vaccarella e Dotti)? Nemmeno per sogno: il Cavaliere - scrivono i giudici - aveva «la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio». Del resto, «la retribuzione del giudice corrotto è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore», cioè di Berlusconi. E «l’episodio delittuoso si svolse all’interno della cosiddetta “guerra di Segrate”, combattuta per il controllo di noti ed influenti mezzi di informazione\, e si deve tener conto dei conseguenti interessi in gioco, rilevanti non solo sotto un profilo meramente economico, comunque ingente, ma anche sotto quello prettamente sociale della proprietà e dell’acquisizione dei mezzi di informazione di tale diffusione».

La Corte riconosce infine alla parte civile Cir di De Benedetti il diritto ai danni morali e patrimoniali, da quantificare in separata sede civile: «tanto il danno emergente quanto il lucro cessante, sotto una molteplicità di profili relativi non solo ai costi effettivi di cessione della Mondadori, ma anche ai riflessi della vicenda sul mercato dei titoli azionari». Ora che la sentenza è definitiva, e che Previti si è visto revocare l’affidamento ai servizi sociali per il “regime” dei domiciliari la Cir con gli avvocati Pisapia e Rubini chiederà 1 miliardo di euro di danni. In pratica, 17 anni dopo, la restituzione del maltolto.

di Marco Travaglio per l'Unità (1 Agosto 2007)

Il caso Giuffrida: Perché Berlusconi non dice dove ha preso i capitali Fininvest?

Silvio Berlusconi

Francesco Giuffrida, vicedirettore della Banca d’Italia a Palermo e consulente della Procura antimafia del capoluogo siciliano nel processo Dell’Utri a proposito della misteriosa provenienza dei capitali della Fininvest, venerdì scorso ha “raggiunto un accordo transattivo” con la stessa Fininvest nella causa civile per danni che il gruppo Berlusconi gli aveva intentato lo scorso anno.

In cambio del ritiro della denuncia, Giuffrida dichiara che la sua consulenza depositata nel 1999 sulle operazioni “anomale” riscontrate nei finanziamenti alle holding di controllo della Fininvest a cavallo tra gli anni 70 e 80 era soltanto “parziale” e “non definitiva”, visto che si interruppe sul più bello nel 1998 con l’archiviazione del fascicolo aperto a carico di Silvio Berlusconi (per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco) per decorrenza dei termini d’indagine. Fin qui, nulla di nuovo: la circostanza era già stata precisata dai pm e da Giuffrida al processo Dell’Utri.

PROVVISTA INTERNA? La novità è che Giuffrida dichiara di essersi sbagliato quando, sotto giuramento dinanzi al Tribunale, sostenne che alcune operazioni finanziarie erano “anomale” e che 113 miliardi di lire dell’epoca (pari a circa 300 milioni di euro di oggi, in parte addirittura in contanti e assegni circolari) erano “flussi di provenienza non identificabile”: ora, otto anni dopo, ha avuto una folgorazione e improvvisamente ha scoperto che “le operazioni erano tutte ricostruibili e tali da escludere l’apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest”. La provvista dei soldi dunque non era esterna, come da lui sostenuto al processo sotto giuramento, ma “interna”. In pratica, i soldi a Berlusconi li dava Berlusconi stesso. Nessun sospetto di capitali mafiosi o poco trasparenti, dunque. Il Cavaliere è candido come giglio di campo, limpido come acqua di fonte. Tutto è bene quel che finisce bene (anche se resta da capire chi finanziava Berlusconi per consentirgli di finanziare se stesso).

Sulle ali dell’entusiasmo, i giornali del Cavaliere traggono deduzioni mirabolanti.

“Libero”: “Su Silvio un mucchio di balle”, “Ritratta tutto il perito dei giudici che accusò Fininvest di essere nata con i soldi della mafia. E’ la fine di una persecuzione e dei teoremi di Travaglio & C.”.

“Il Giornale” titola: “Crollano i teoremi sulla nascita della Fininvest”; sotto, un cronista appena licenziato da Repubblica perché avvertiva il Sismi di quel che scrivevano i suoi colleghi, racconta a modo suo “Il partito di Giuffrida che ha ispirato libri e show. Da Travaglio a Grillo e Luttazzi, così la sinistra ha elevato il funzionario di Bankitalia a eroe della resistenza anti-Cavaliere”. L’on. avv. Nicolò Ghedini si sporge un tantino oltre: “Berlusconi ha creato ricchezza e decine di migliaia di posti di lavoro in modo assolutamente corretto. Oscuri giornalisti sono diventati famosi e analfabeti di ritorno sono diventati scrittori, diffamando Berlusconi in merito all’origine del suo patrimonio. Molti dovrebbero scusarsi con lui”. L’On. Avv. non spiega chi avrebbe diffamato il Cavaliere, visto che tutte decine di cause civili intentate da lui e dai suoi cari contro i giornalisti (ma anche contro Daniele Luttazzi e Carlo Freccero) che hanno raccontato i misteri delle sue fortune sono finite con l’assoluzione dei denunciati e la condanna di Berlusconi & C. a rifondere le spese processuali. In ogni caso, se un consulente dichiara una cosa in un pubblico dibattimento, un giornalista la riferisce e poi il consulente ritratta, perché mai dovrebbe scusarsi il giornalista?

FATTI NUOVI O BUGIE? Spetta ora a Giuffrida spiegare quali fatti nuovi (non indicati nella transazione firmata venerdì) l’abbiano indotto al clamoroso voltafaccia. In caso contrario, spetterà eventualmente alla magistratura accertare quando il consulente abbia mentito: se al processo Dell’Utri (sotto giuramento) o nella transazione con la Fininvest. E, soprattutto, perché. Tantopiù che Giuffrida ha firmato la resa da solo, all’insaputa dei suoi legali, gli avvocati Maria Taormina Crescimanno e Antonio Coppola, che sabato l’hanno scaricato con una secca nota all’Ansa: “Il dottor Giuffrida ha personalmente ricevuto la proposta di transazione dalla Fininvest e solo il 18 luglio ha sottoposto ai suoi legali una bozza di accordo che gli stessi non hanno condiviso, ritenendo che quanto affermato nel documento non corrispondesse alle reali acquisizioni processuali. Il successivo 26 luglio il dottor Giuffrida ha inviato all'avvocato Coppola il testo della bozza parzialmente corretto. Consultatisi i difensori hanno tuttavia ritenuto di non condividere la proposta di transazione. Ieri i difensori hanno saputo dai media, e solo successivamente da Giuffrida, della stipula dell'atto che non hanno sottoscritto e che non sottoscriveranno non condividendo la ricostruzione dei fatti e le affermazioni in esso contenute” (dal che si deduce, tra l’altro, che l’atto diffuso dalla Fininvest e pubblicato da “Libero” con i loro nomi tra i firmatari, è un falso).

Noi, come facemmo con la consulenza del 1999, riferiamo anche la ritrattazione del 2007. E possiamo comprendere il tormento di un uomo solo che si trova chiamato in giudizio da un gruppo tanto influente sul piano politico, mediatico e finanziario. Ma, visto l’uso disinvolto che si fa della transazione a tarallucci e vino, qualche precisazione s’impone.

1) Dell’Utri è stato condannato dal Tribunale di Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, e non per riciclaggio. Dunque non in base alla consulenza Giuffrida, ma a una gran mole di prove (i giudici parlano di “imponente produzione di documenti rappresentativi di fatti, persone e cose mediante fotografie e filmati tv; perquisizioni nei luoghi di pertinenza anche di Dell’Utri; intercettazioni telefoniche e ambientali; sequestri di cose pertinenti ai reati e di documenti presso istituti di credito”). Correttamente la II sezione ha preso atto delle dichiarazioni di Filippo Alberto Rapisarda e dei mafiosi pentiti Francesco Di Carlo, Gioacchino Pennino e Tullio Cannella (in parte ritrattate in udienza dagli ultimi due) sul riciclaggio di denaro della mafia da parte della Fininvest, ma le ha ritenute insufficienti per trarne conclusioni così gravi. Quanto alla consulenza Giuffrida, gli stessi giudici la definiscono fondata su “una parziale documentazione”. E osservano che “evidenzia la scarsa trasparenza o l’anomalia di molte operazioni effettuate dal gruppo Fininvest negli anni 1975-1984”, ma soprattutto che Giuffrida “non ha trovato smentita dal consulente della difesa Dell’Utri”: il professor Paolo Iovenitti.

2) Per tentar di dimostrare che le operazioni sospette erano regolari e trasparenti, Dell’Utri getta in pista Iovenitti, luminare della Bocconi. Il quale però, in udienza, è costretto ad ammettere, dinanzi alle contestazioni dei pm e di Giuffrida, che alcune operazioni erano “potenzialmente non trasparenti”. Scrivono i giudici: “Non è stato possibile, da parte di entrambi i consulenti, risalire in termini di assoluta certezza e chiarezza all’origine, qualunque essa fosse, lecita od illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holding Fininvest. E allora le ‘indicazioni’ dei collaboranti e del Rapisarda non possono ritenersi del tutto ‘incompatibili’ con l’esito degli accertamenti svolti (…). La consulenza Iovenitti non ha fatto chiarezza sulla vicenda in esame, pur avendo il consulente della difesa la disponibilità di tutta la documentazione esistente presso gli archivi della Fininvest”. Ora la ritrattazione di Giuffrida “scavalca” addirittura il consulente Fininvest che – si legge nella sentenza – “non ha contribuito a chiarire la natura di alcune operazioni finanziarie ‘anomale’ e a evidenziare la correttezza delle risultanze societarie, contabili e bancarie del gruppo Fininvest, in modo da escludere una volta per tutte la possibilità che Dell’Utri avesse utilizzato la Fininvest per la sua attività di riciclaggio”. Possibile che il consulente dell’accusa, in assenza di fatti nuovi, sia diventato più “buono” di quello della difesa?

PERCHE’ NON PARLI? Su un punto i berluscones hanno ragione: questa storia delle origini misteriose dei capitali Fininvest si trascina da troppo tempo. Ma chi meglio del titolare, cioè di Silvio Berlusconi, potrebbe fare piena luce? L’occasione d’oro gli si presenta il 26 novembre 2002, quando il Tribunale di Palermo che processa Dell’Utri gli rende visita a domicilio a Palazzo Chigi, con gran seguito di pm, avvocati e consulenti, per interrogarlo in veste di indagato di reato connesso. Ma lui, invece di chiarire una volta per tutte dove ha preso quei soldi, si avvale della facoltà di non rispondere.

Il pm Ingroia lo stuzzica: “La sua deposizione sarebbe preziosa per dare un importante contributo all’accertamento della verità”. E snocciola le questioni che giudici e pm han deciso di sottoporgli: “I rapporti del sen. Dell’Utri con Rapisarda, Gaetano Cinà, Vittorio Mangano, la provenienza dei capitali...”. Il premier pare tentato di replicare, ma Ghedini lo stoppa, ribadendo la di lui intenzione di tenere la bocca chiusa. Giudici, pm e avvocati se ne tornano a Palermo a mani vuote. Scriverà il Tribunale nella sentenza Dell’Utri: “Il premier si è lasciato sfuggire l’imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica, incidente sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone, e con ben altra autorevolezza e capacità di convincimento, avrebbe potuto illustrare. Invece, ha scelto il silenzio”.

Ora che Giuffrida dice che è tutto regolare, c’è da sperare che se ne convinca anche il Cavaliere. E, visto che non ha nulla da nascondere, ritrovi la favella. Altrimenti si verrebbe a creare una situazione davvero curiosa: un funzionario della Banca d’Italia sa dove Berlusconi ha preso i soldi, e Berlusconi non lo sa.

PS. La Corte d’appello di Milano ha appena condannato a 2 anni Dell’Utri per tentata estorsione mafiosa insieme al capomafia di Trapani Vincenzo Virga ai danni dell’imprenditore Garraffa, che rifiutava di pagare un credito non dovuto di 750 milioni, per giunta in nero. Poco prima di mandargli il boss, Dell’Utri lo avrebbe avvertito con queste parole: “Abbiamo uomini e mezzi capaci di farle cambiare idea”. Così, a puro titolo di cronaca.

di Marco Travaglio

Fonte: CaniSciolti

Cassazione: fu Silvio Berlusconi il mandante della tangente a Metta, ma il reato è ormai prescritto

La sentenza del 1991 che annullò il Lodo Mondadori e consegnò il primo gruppo editoriale italiano a Silvio Berlusconi, sfilandolo a Carlo De Benedetti, era comprata. L’acquirente si chiama Cesare Previti, che agiva per conto del Cavaliere e con denaro della Fininvest, beneficiaria finale del mercimonio criminale. Questo, tradotto in Italiano, significa la condanna definitiva emessa l'altroieri dalla Cassazione a carico degli avvocati Fininvest Cesare Previti (che ieri è tornato agli arresti domiciliari nella residenza di piazza Farnese), Attilio Pacifico e Giovanni Acampora e del giudice Vittorio Metta.

DA 17 ANNI, dunque, Berlusconi - soi disant «uomo che s’è fatto da sé» - possiede abusivamente una casa editrice, con i suoi libri e i suoi settimanali (tra i quali Panorama e il defunto Epoca), che ha utilizzato finanziariamente per accumulare utili e politicamente, prima per sostenere i suoi padrini (Craxi in primis), poi per costruire il consenso necessario alla sua «discesa in campo», ai suoi due governi e alle sue quattro campagne elettorali. Ancora l’altroieri il sito di Panorama ha diramato, in violazione del segreto investigativo, la notizia della presunta iscrizione sul registro degli indagati di Romano Prodi da parte della Procura di Catanzaro: ma Panorama, senza la sentenza comprata del 1991, non apparterrebbe a Berlusconi. Visto lo spazio lillipuziano riservato dai media “indipendenti” a un verdetto così clamoroso (nemmeno un accenno sulla prime pagine di Corriere della sera, Messaggero e Stampa, per non parlare del Giornale), è il caso di riepilogare la storia di quella sentenza comprata.

IL LODO.
Nel 1988 Berlusconi, che già da tempo ha messo un piede nella casa editrice rilevando le azioni di Leonardo Mondadori, annuncia: «Non voglio restare sul sedile posteriore». De Benedetti, che controlla il pacchetto di maggioranza, resiste all’assalto e si accorda con la famiglia Formenton, erede di Arnoldo, che s’impegna a vendergli il suo pacchetto azionario entro il 30 gennaio ‘91. Ma gli eredi cambiano idea e, nel novembre ‘89, fanno blocco con Berlusconi che, il 25 gennaio 1990, si insedia alla presidenza della casa editrice. Oltre a tre tv e al Giornale, dunque, il Cavaliere s’impossessa del gruppo editoriale che controlla Repubblica, Panorama, Espresso, Epoca e i 15 giornali locali Finegil, spostandolo dal campo anticraxiano a quello filocraxiano.

La “guerra di Segrate”, per unanime decisione dei contendenti, finisce dinanzi a un collegio di tre arbitri, scelti da De Benedetti, dai Formenton e dalla Cassazione. Il lodo arbitrale, il 20 giugno ‘90, dà ragione a De Benedetti. Il suo patto con i Formenton resta valido, le azioni Mondadori devono tornare all’Ingegnere. Berlusconi lascia la presidenza, arrivano i manager della Cir debenedettiana: Carlo Caracciolo, Antonio Coppi e Corrado Passera. Ma il Cavaliere rovescia il tavolo e, insieme ai Formenton, impugna il lodo alla Corte d’appello di Roma. Se ne occupa la I sezione civile, presieduta da Arnaldo Valente (secondo Stefania Ariosto, frequentatore di casa Previti). Giudice relatore ed estensore della sentenza: Vittorio Metta, anch’egli intimo di Previti. La camera di consiglio si chiude il 14 gennaio ‘91. Dieci giorni dopo, il 24, la sentenza viene resa pubblica: annullato il Lodo, la Mondadori torna per sempre a Berlusconi.

L’Ingegnere lo sapeva già: un mese prima il presidente della Consob, l’andreottiano Bruno Pazzi, aveva preannunciato la sconfitta al suo legale Vittorio Ripa di Meana. «Correva voce - testimonierà De Benedetti - che la sentenza era stata scritta a macchina nello studio dell’avvocato Acampora ed era costata 10 miliardi... Fu allora che sentii per la prima volta il nome di Cesare Previti, come persona vicina a Berlusconi e notoriamente molto introdotta negli uffici giudiziari romani». Nonostante il trionfo, comunque, Berlusconi non riesce a portare a casa l’intera torta. I direttori e molti giornalisti di Repubblica, Espresso e Panorama si ribellano ai nuovi padroni. Giulio Andreotti, allarmato dallo strapotere di Craxi sull’editoria, impone una transazione nell’ufficio del suo amico Giuseppe Ciarrapico: Repubblica, Espresso e i giornali Finegil tornano al gruppo Caracciolo-De Benedetti; Panorama, Epoca e il resto della Mondadori rimangono alla Fininvest.

I SOLDI.
Indagando dal 1995 sulle rivelazioni di Stefania Ariosto sulle mazzette di Previti ad alcuni giudici romani, il pool di Milano scopre il fiume di denaro che dalla Fininvest affluì sui conti esteri degli avvocati della Fininvest e da questi, in contanti, nelle mani del giudice Metta. Il 14 febbraio ‘91 dalle casse della All Iberian parte un bonifico di 2.732.868 dollari (3 miliardi di lire) al conto Mercier di Previti. Da questo, il 26 febbraio, altro bonifico di 1 miliardo e mezzo (metà della provvista) al conto Careliza Trade di Acampora. Questi il 1° ottobre bonifica 425 milioni a Previti, che li dirotta in due tranche (11 e 16 ottobre) sul conto Pavoncella di Pacifico. Il quale preleva 400 milioni in contanti il 15 e il 17 ottobre, e li fa recapitare in Italia a un misterioso destinatario: secondo l’accusa, è Vittorio Metta. Il giudice, nei mesi successivi, fa diverse spese (tra cui l’acquisto e la ristrutturazione di un appartamento per la figlia Sabrina e l’acquisto di una nuova auto Bmw) soprattutto con denaro contante di provenienza imprecisata (circa 400 milioni). Poi si dimette dalla magistratura, diventa avvocato e va a lavorare con la figlia Sabrina nello studio Previti.

A proposito di quei 3 miliardi Fininvest, Previti parla di «tranquillissime parcelle», ma non riesce a documentare nemmeno uno straccio di incarico professionale in quel periodo. Mentono anche Pacifico e Acampora. E così Metta che, sulla provenienza dell’improvvisa, abbondante liquidità (per esempio, un’eredità), viene regolarmente smentito dai fatti. Poi giura di aver conosciuto Previti solo nel ‘94, ma mente ancora: i pm Boccassini e Colombo scoprono telefonate fra i due già nel 1992-93. Poi ci sono le modalità a dir poco stravaganti della sentenza Mondadori: dai registri della Corte d’appello emerge che Metta depositò la motivazione (168 pagine) il 15 gennaio ’91: il giorno dopo della camera di consiglio. Un’impresa mai riuscita a un giudice, né tantomeno a lui, che impiegava 2-3 mesi per sentenze molto più brevi. Evidente che quella era stata scritta prima che la Corte decidesse.

IL PROCESSO.
Nel 1999 il pool chiede il rinvio a giudizio per Berlusconi, Previti, Metta, Acampora, Pacifico. Nel 2000 il gup li proscioglie tutti con formula dubitativa (comma 2 art. 530 cpp). Ma nel 2001 la Corte d’appello, accogliendo il ricorso della Procura, li rinvia a giudizio, tranne Berlusconi, appena tornato a Palazzo Chigi e salvato dalla prescrizione: a lui i giudici accordano le attenuanti generiche. Perché a lui sí e agli altri no? Per «le attuali condizioni di vita individuale e sociale il cui oggettivo di per sé giustifica l’applicazione» delle attenuanti. La Cassazione conferma: il Cavaliere non è innocente, anzi è «ragionevole» e «logico» che il mandante della tangente a Metta fosse proprio lui. Ma un semplice fatto tecnico come le attenuanti prevalenti «per la condotta di vita successiva all’ipotizzato delitto».

Anziché rinunciare alle generiche per essere assolto nel merito, Berlusconi prende e porta a casa. E fa bene: gli altri coimputati, senza le attenuanti, saranno tutti condannati. In primo grado, nel 2003, Metta si prende 13 anni, Previti e Pacifico 11 anni sia per Mondadori sia per Imi-Sir, e Acampora (per la sola Mondadori) 5 anni e 6 mesi. Nel 2005, in appello, tutti condannati per Imi-Sir e tutti assolti (sempre col comma 2 dell’art. 530) per Mondadori. Ma nel 2006 la Cassazione annulla le assoluzioni e ordina alla Corte d’appello di condannare anche per Mondadori. La qual cosa accade nel febbraio 2007: Previti, Pacifico e Acampora si vedono aumentare la pena di un altro anno e 6 mesi e Metta di 1 anno e 9 mesi, in «continuazione» con le condanne ormai definitive per Imi-Sir.

Scrivono i giudici che la sentenza Mondadori fu «stilata prima della camera di consiglio», «dattiloscritta presso terzi estranei sconosciuti» e al di «fuori degli ambienti istituzionali». Tant’è che al processo ne sono emerse «copie diverse dall’originale». Berlusconi era all’oscuro dell’attività corruttiva del suo avvocato-faccendiere (che ufficialmente non difendeva la Fininvest nella causa, seguita dagli avvocati Mezzanotte Vaccarella e Dotti)? Nemmeno per sogno: il Cavaliere - scrivono i giudici - aveva «la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio».

Del resto, «la retribuzione del giudice corrotto è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore», cioè di Berlusconi. E «l’episodio delittuoso si svolse all’interno della cosiddetta “guerra di Segrate”, combattuta per il controllo di noti ed influenti mezzi di informazione; e si deve tener conto dei conseguenti interessi in gioco, rilevanti non solo sotto un profilo meramente economico, comunque ingente, ma anche sotto quello prettamente sociale della proprietà e dell’acquisizione dei mezzi di informazione di tale diffusione». La Corte riconosce infine alla parte civile Cir di De Benedetti il diritto ai danni morali e patrimoniali, da quantificare in separata sede civile: «tanto il danno emergente quanto il lucro cessante, sotto una molteplicità di profili relativi non solo ai costi effettivi di cessione della Mondadori, ma anche ai riflessi della vicenda sul mercato dei titoli azionari».

Ora che la sentenza è definitiva, e che Previti si è visto revocare l’affidamento ai servizi sociali per il “regime” dei domiciliari (e potrebbe decadere anche a breve il suo mandato parlamentare), la Cir con gli avvocati Pisapia e Rubini chiederà 1 miliardo di euro di danni. In pratica, 17 anni dopo, la restituzione del maltolto. Chissà se il Cavalier Prescritto li farà pagare ai condannati, o se metterà mano al portafogli. Nella prima ipotesi, qualcuno potrebbe innervosirsi e ricordarsi qualcosa. Magari raccontando chi gli chiese di comprare la sentenza Mondadori.

di Marco Travaglio per l'Unità

...Ma Berlusconi "non" c'entra... (di Marco Travaglio)

Berlusconi fa sapere che, con le spiate del Sismi nominato dal governo Berlusconi, Berlusconi non c’entra. Del resto, se anziché spiare i terroristi islamici e nostrani, i mafiosi, i camorristi e gli ’ndranghetisti, il duo Pompa&Pollari spiava magistrati, politici d’opposizione e giornalisti ritenuti ostili a Berlusconi, chi mai potrebbe sospettare che lo facesse per conto di Berlusconi? È vero, i dossier di Spio Pompa su Prodi finivano dritti e filati su Libero per la firma di Renato Farina, intervistatore di fiducia di Berlusconi stipendiato dal Sismi. Ma Berlusconi non c’entra.

I dossier su inesistenti vertici a Lugano tra magistrati italiani e stranieri ansiosi di arrestare Berlusconi finivano su Panorama di Berlusconi, sul Foglio di Berlusconi e sul Giornale di Berlusconi per la penna di Lino Jannuzzi, senatore del partito di Berlusconi, ma Berlusconi non c’entra.

Pompa e Pollari maneggiavano dossier sulla Telekom Serbia che foraggiavano l’omonima commissione creata da Berlusconi per dimostrare la corruzione degli oppositori di Berlusconi, ma Berlusconi non c’entra. Le teorie sul planetario complotto mediatico-giudiziario ai danni di Berlusconi formulate chez Pompa venivano copiate pari pari e rilanciate da Berlusconi, ma Berlusconi non c’entra.

I giornalisti che scrivevano cose turpi (e dunque vere) su Berlusconi venivano pedinati da uomini del Sismi a spese dei contribuenti, ma Berlusconi non c’entra. Nei dossier di via Nazionale si progettava di «disarticolare con mezzi traumatici» i magistrati che indagavano su Berlusconi e i suoi cari, ma Berlusconi non c’entra.

Pompa nel 2001 scriveva a Berlusconi: «Sarò, se Lei vorrà, il Suo uomo fedele e leale… Desidero averLa come riferimento e esempio ponendomi da subito al lavoro. Un lavoro che vorrei concordare con Lei quando potrò, se lo riterrà opportuno, nuovamente incontrarLa… Insieme a don Luigi (Verzè, ndr) voglio impegnarmi a fondo, com’è nella tradizione contadina della mia famiglia, nella difesa della Sua straordinaria missione che scandisce la Sua esistenza», ma Berlusconi non c’entra.

In un paese decente, per molto meno, si parlerebbe di regime, tantopiù se si associa il caso Sismi a quanto sta emergendo sulla «macelleria messicana» del G8 di Genova («uno a zero per noi!», esultava nel 2001 un poliziotto dopo la morte di Carlo Giuliani) e chi ha avuto responsabilità anche solo politiche in questi sporchi affari andrebbe ipso facto a casa, o forse in luoghi meno ospitali.

Invece da noi la parola «regime» è stata per 5 anni vietata dalla stessa sinistra (dava l’«orticaria», come ben ricorda Furio Colombo) e non si dimette nessuno.

La classe politica, salvo rare eccezioni, guarda a questi scandali con annoiata sufficienza. Poi c’è qualche furbastro trasversale che coglie la palla al balzo per varare la tanto sospirata commissione d’inchiesta sulle intercettazioni. Naturalmente le deviazioni istituzionali del Sismi non c’entrano: le intercettazioni non le fa il Sismi, ma i magistrati, che proprio grazie alle intercettazioni hanno scoperto i dossieraggi e le complicità dei vertici del servizio militare in un sequestro di persona, prima che il governo opponesse un inesistente segreto di Stato e bloccasse il processo.

Non facciano i furbi: la commissione sulle intercettazioni non è contro i dossieraggi illegali, è contro i magistrati che applicano le leggi.

Semmai, se le commissioni servissero a qualcosa, ne andrebbe creata una sulle imprese del Sismi e degli altri apparati di spionaggio abusivi con copertura istituzionali, come quello di Telecom.

Invece abbiamo indagato per 5 anni su Mitrokhin, cioè sullo spionaggio sovietico, tema senz’altro stimolante se non avessimo in casa due o tre centrali di spionaggio italiano. Ma il tema non appassiona nessuno, a parte la magistratura, ostacolata in ogni modo.

Sarebbe interessante conoscere il parere degl’intellettuali “liberali” che ogni due per tre intasano le prime pagine per denunciare le «invasioni di campo» della magistratura nella politica e nella privacy dei cittadini inermi.

Che ne dicono delle invasioni di campo del Sismi nella politica e nella libera informazione, spiate a spese dei contribuenti addirittura nei pubblici convegni e nelle presentazioni di libri? Come si chiamano i posti in cui avvengono queste cose, se non regimi? I Panebianchi, gli Ostellini, i Galli della Loggia e altri liberali a 24 carati staranno preparando articoli di fuoco sull’argomento. Speriamo pure di leggerli, prima o poi.

di Marco Travaglio per l'Unità

Berlusconigate (di Beppe Grillo)

Premesso che:
- Il Csm, il consiglio superiore della magistratura, ha denunciato il Sismi per aver spiato le procure della Repubblica di Milano, Roma, Torino e Palermo, sorvegliando le iniziative di 47 magistrati italiani, con lo scopo di intimidirli e screditarli con azioni “anche traumatiche” e, inoltre, ha spiato 156 magistrati europei
- Tra i magistrati spiati alcuni erano impegnati in processi che vedevano coinvolti esponenti del centro destra
- Tra i magistrati spiati vi sono Bruti Liberati, Colombo, D’Ambrosio, Ingroia, Caselli, Bocassini, Davigo, Greco, Paciotti ...
- La denuncia è stata votata all’unanimità e nella sostanza avallata, dal presidente della Repubblica, nella sua veste di presidente del Csm
- Nella denuncia del Csm è riportato che il Sismi svolse un compito “estraneo alle sue attribuzioni e alle sue competenze” in quanto doveva “vigilare sull’integrità di uno Stato e non garantire la stabilità del governo contingente”
- Il Sismi, il servizio segreto militare italiano, dipende direttamente dal Ministro della Difesa al quale compete di stabilirne l'ordinamento, curarne l'attività sulla base delle direttive impartite dal Presidente del Consiglio
- Il Sismi ha esercitato questa attività illegale dal 2001 al 2006 durante il governo Berlusconi
- Titolare del Sismi era Nicolò Pollari, ministro della Difesa Antonio Martino e presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

delle due l’una:
- il Csm ha preso un colpo di sole
- Pollari, Martino e Berlusconi sono coinvolti nel più serio atto di eversione contro la democrazia in Italia.

Il Watergate al confronto fu una sciocchezza. Nixon uno che rubava le caramelle ai bambini. Lo scandalo scoppiò allora grazie ai reporter Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post. In Italia c’è voluto il CSM. E nessun senatore o deputato, tranne un paio, si scompone. Intanto Pollari si difende sul Tg5 dello psiconano: “Mai svolte attività illecite”.
Oggi il Parlamento è tranquillo. Una bella giornata di luglio in attesa delle ferie, prima di mettere la mordacchia ai giudici con la nuova legge ceppalonica e di vietare la pubblicazione delle intercettazioni dei politici.
Nelle dittature si sa chi abbiamo di fronte, nella pseudo democrazia italiana neppure quello.

di Beppe Grillo

Lettera aperta ai dipendenti Marini e Bertinotti

Gentili On. Fausto Bertinotti e Sen. Franco Marini,

in qualità di presidenti delle Camere siete giustamente preoccupati per la marea montante di antipolitica che sta travolgendo il sistema dei partiti. L'impressione che si ha, però, è che non abbiate ben capito da cosa deriva. Ancora l'altro giorno avete chiesto spiegazioni al Tribunale di Milano sul deposito della perizia del gip Forleo con le trascrizioni delle telefonate dei furbetti intercettati al telefono con i loro amichetti politici, denunciando INESISTENTI violazioni dell'immunità parlamentare. Lo stesso han fatto i ministri Amato e Mastella.

La domanda è: ma lo sapete cosa prevedono le leggi che voi stessi approvate?

La legge Boato, varata nel 2003 da destra e sinistra a braccetto, impedisce ai giudici di usare la telefonata di un indagato che parla dei suoi delitti, se dall'altro capo del filo c'è un parlamentare. Per usarla a carico dell'indagato, devono chiedere il permesso al Parlamento. Dunque, prima, devono farla trascrivere da un perito fonico. E poi non possono tenersela per sé, ma devono depositarla alle parti: pm e avvocati. E quando le depositano non sono più segrete, visto che il codice di procedura del 1989 prevede la discovery progressiva degli atti, man mano che diventano noti agli indagati. Appena finiscono in mano agli avvocati, la carte non sono più segrete. E la gente le deve conoscere, per controllare in diretta l'attività dei magistrati, che altrimenti agirebbero per anni nell'ombra. Queste leggi le avete fatte voi. Siete voi che avete abolito il segreto istruttorio, che copriva tutte le indagini.

Ora I GIUDICI, SEMPLICEMENTE, APPLICANO QUELLE LEGGI. Di che vi lagnate? E perché lo fate proprio ora, DOPO 18 ANNI, solo perché ci va di mezzo qualche membro del club? Tra l'altro avete ottenuto un bel risultato: le vostre pressioni sui giudici li hanno indotti a vietare le fotocopie e a consentire solo gli appunti, col risultato che i giornalisti lavorano con brandelli di telefonate, quelli che convengono agli avvocati. E ora volete approvare anche al Senato la legge-bavaglioMastella che abolirà la cronaca giudiziaria, segretando tutto fino al processo, in certi casi addirittura fino alla sentenza d'appello. E siete tutti d'accordo, destra e sinistra amorevolmente insieme, come quando vi aumentate lo stipendio, o ritoccate i finanziamenti ai partiti, o votate l'indulto (anzi l'autoindulto), o regalate l'immunità ai membri del club che offendono privati cittadini, mentre il privato cittadino che osa parlar male di voi lo seppellite sotto raffiche di querele e cause civili miliardarie.

Ma non vi rendete conto che la casta e l'antipolitica nascono proprio qui? Che la colpa dell' antipolitica è questa politica, siete voi, non qualche trasmissione o libro che vi criticano? O davvero pensate di risolvere il problema tagliando qualche stipendio o qualche consulenza? Il caso delle scalate bancarie è sotto giudizio della magistratura, per gli aspetti penali. Ma già ora, con quel che è emerso, è un grave caso di conflitto d'interessi, di turbativa del mercato, di invasione di campo della politica nel campo dell'economia o dell'economia nel campo della politica. E voi, che ogni due per tre rivendicate il "primato della politica" contro i giudici che applicano le vostre leggi, non vi accorgete che dalle telefonate intercettate emerge il primato dei furbetti e degli affaristi sulla politica.

Non solo sui Ds, il cui segretario si faceva scrivere i testi da Consorte e il cui Lider Massimo si occupava di pacchetti azionari. Ma anche su esponenti di Forza Italia, Lega, Udc e Margherita. E su Berlusconi, che riceveva il banchiere ladro Fiorani nella sua villa in Sardegna con tanto di cactus o faceva cene elettorali con Gnutti, e di riffa o di raffa era coinvolto in tutte e tre le scalate: a quella di Bpl su Antonveneta partecipava Mediolanum; quella di Ricucci su Rcs era amorevolmente seguita dai fedelissimi Comincioli e Cicu; a quella di Consorte, Fininvest partecipava in quanto azionista di Hopa, la finanziaria di Gnutti che metteva insieme Biscione, Unipol e Montepaschi. Ma, essendo il padrone dell'informazione, riesce a far parlare solo di Unipol, dove non c'è politico indagato, e a far dimenticare se stesso, amici e alleati. Come può l'on. Bertinotti affermare che non c'è questione morale? Come potete legiferare sul conflitto d'interessi se non riuscite a vederlo neanche quand'è grosso come una casa?

La casta non crea antipolitica solo perché spreca troppi soldi o perché il piccolo Buttiglione vuole pure il gelato alla buvette. Molto nobilmente, il sen. Selva s'è dimesso per aver usato un'ambulanza come un taxi, fingendosi moribondo per arrivare prima in tv. Ed è bastato l'annuncio perché si smettesse di parlare del fatto e si elogiasse il senatore per il bel gesto, finora a costo zero. Vedremo se l'aula accoglierà le dimissioni: l'esperienza insegna che le respingerà. Anzi si spera che le respinga. Sarebbe curioso un Parlamento che espelle uno del club per abuso di ambulanza e continua a tenersi da 13 mesi, a nostre spese, un pregiudicato per corruzione giudiziaria interdetto in perpetuo dai pubblici uffici come Previti; un condannato in primo grado per mafia, in appello per estorsione e in Cassazione per frode fiscale come Dell'Utri; e altri 23 pregiudicati anche per reati gravissimi, come l'omicidio.

Due condannati per corruzione li avete designati voi, presidenti Bertinotti e Marini, alla commissione Antimafia. Ecco, i cittadini non capiscono perché un condannato non può fare il bidello o il consigliere di circoscrizione, ma il parlamentare e il ministro sì. E quando vede che vivete al di sopra delle leggi che voi stessi approvate, ha come l'impressione che siate al di sotto di ogni sospetto. Aiutateci, vi prego, a scacciare questi cattivi pensieri.

In attesa di un cortese riscontro, porgo distinti saluti,

Marco Travaglio (per AnnoZero)

"Silvio, facci sognare" (di Marco Travaglio)

E se avesse ragione Daniele Luttazzi? Sostiene, quel bandito criminoso, che quella che sta montando nel Paese non è "antipolitica". È invece una gran voglia di politica, quella vera. L’antipolitica è lo spettacolo che ogni giorno ci squadernano i cosiddetti politici. A sinistra ci sono politici che si occupano di banche, seminando sconcerto fra gli elettori che li avevano eletti per occuparsi di politica.

A destra c’è un presunto politico che si occupa anche lui di banche, ma nessuno lo dice perché, intanto, lui si occupa pure di giornali, di televisioni, di radio, di portali internet, di assicurazioni, di Telecom, di Endemol, di cinema, di calcio, di lifting, di trapianti e, alla sua età, anche di ragazze. Poi ci sono suoi alleati indagati per aver preso soldi dalle banche medesime, ma nessuno ne parla perché lui, appunto, si occupa di tv e di giornali. Poi c’è il capo dello Stato che, solitario, parla di politica. Per esempio, sollecita la riforma della giustizia che dovrebbe cancellare la controriforma Castelli sulla separazione delle carriere. Ma inevitabilmente, visto che si occupa di politica, Napolitano viene accusato di «invasione di campo»: infatti nessuno sa più che cosa sia il «campo». Come sia fatto, quanto misuri, quali ne siano i confini.

A furia di ripetere lo slogan del «primato della politica», i politici hanno perduto il senso dell’orientamento. Non hanno più la minima idea di che cosa sia, la politica. Infatti si occupano di tutto, fuorchè di quella. Sulla mattanza messicana del G8 di Genova, per esempio, silenzio di tomba. In compenso, nei prossimi giorni, il capo dello Stato riceverà la visita del cavalier Bellachioma, che però non ha ancora deciso che cosa dirgli. Nell’attesa, ha preso appuntamento, come si fa alla mutua. Tre giorni fa pareva intenzionato a chiedere nuove elezioni, col decisivo argomento che ha vinto le elezioni a Parma e a Palermo.

Poi gli hanno spiegato che lui, quando governava, ha perso tutte le elezioni possibili, dalle circoscrizionali alle comunali, dalle provinciali alle regionali, dalle europee a quelle per il rinnovo delle comunità montane, ma nessuno si è mai sognato di sciogliere le Camere. Allora ha deciso di chiedere un governo istituzionale. Ma l’hanno guardato strano, allora ha cambiato idea e ha optato per un governo di larghe intese. Ma nemmeno questo ha suscitato entusiasmi. E lui ha pensato bene di lanciare una bella protesta fiscale: nel senso che continuerà ad accumulare fondi neri nei paradisi fiscali, come fa da una trentina d’anni, ma consentirà di farlo anche a qualcun altro.

Poi i suoi onorevoli avvocati gli hanno fatto notare che, essendo lui imputato di frode fiscale, appropriazione indebita, falso in bilancio e corruzione del testimone Mills, la cosa sarebbe apparsa come una piena confessione e l’hanno vivamente sconsigliato. Allora è tornato a chiedere lo scioglimento delle Camere: qualcuno, con calma e tatto, gli ha spiegato che, prima di scioglierle, deve cadere il governo e la maggioranza. Allora lui ha dichiarato che il capo dello Stato effettivamente non può sciogliere le Camere, ma glielo chiederà lo stesso perché ormai ha preso appuntamento e che figura fa se non va più.

Ha anche pensato di parlare a Napolitano delle sue prossime vacanze, ma non ha ancora deciso in quale villa andare, e ha lasciato perdere. Magari, ha detto tra sé e sé, vado dal capo dello Stato e gli leggo una poesia di James Bondi, l’inno alla bellezza di Michela Brambilla, che vende il pesce surgelato e i mangimi per gatti e che diventerà la leader del Partito delle Libertà, del Giornale delle Libertà e della Tv delle Libertà. Ma dallo staff del Quirinale si son detti poco interessati. Girava anche l’idea di portare sul Colle qualche amico leghista armato della Padania col titolo «Fuori dalle balle» e di occupare simpaticamente l’ufficio del Presidente della Repubblica, ma è parso eccessivo persino a Borghezio.

Qualcosa da dire si troverà, prima o poi. Alla peggio, Bellachioma lascerà in garage la Berlusmobile, si darà malato e si farà portare da un’ambulanza, magari quella che il confratello Gustavo Selva usa come taxi. Passerà inosservato, farà un giro nei giardini del Quirinale, o in infermeria, poi tornerà a casa contento con la camicia di forza.

di Marco Travaglio

Fonte: CaniSciolti

Telefonate Antonveneta-Bnl: ecco perchè il gip Forleo, anche dal punto di vista legale, non sbaglia

A proposito delle telefonate del caso Antonveneta-Bnl, come sempre quando qualche politico finisce nelle intercettazioni, si dicono cose ben oltre i confini della realtà. Il fatto è noto: informata dalla Procura dell’esistenza di 73 chiamate registrate sulle utenze dei furbetti del quartierino che - nel pieno delle scalate bancarie - parlavano con politici (Fiorani con i forzisti Berlusconi,Comincioli, Grillo e Cicu, Consorte con i ds Fassino, D’Alema e Latorre), la gip Clementina Forleo ne ha ordinato la trascrizione a una società di consulenza. Manca quella di Berlusconi con Fiorani per un banale errore dei pm, la cui richiesta è finita nel fascicolo sbagliato.

Ma per fortuna si sa che cosa contiene: il 12 luglio 2005 il Cavaliere è a cena con Gnutti, che a un certo punto gli passa al telefono Fiorani, poi questo racconta tutto a Gnutti in una successiva chiamata: «Ho sentito il Presidente, commosso della cosa (l’ok di Fazio alla scalata Antonveneta, ndr)». E Gnutti: «Gli ho detto che andremo avanti con Rcs e che ci deve dare una mano». Fiorani: «Digli di chiamare il Number One (Fazio, ndr)». Gnutti: «Gli ho detto che, se non ci dà una mano, la sinistra prende tutto». Fiorani: «Ne parleremo domani a voce... La sinistra ci ha appoggiato più del governatore».

I testi ufficiali, sotto forma di perizia, arriveranno alla gip lunedì e subito saranno a disposizione degli 84 indagati e dei loro avvocati. Questi ultimi hanno già potuto ascoltarle due mesi fa, ma senza prendere appunti né registrare, per evitare fughe di notizie o trascrizioni imprecise di frasi controverse. Poi la Forleo scremerà le telefonate utili al processo, prossimo all’udienza preliminare, e le inoltrerà al Parlamento: in base alla legge Boato del 2003, spetta alle Camere autorizzare l’uso di telefonate che coinvolgono indirettamente parlamentari. Senza permesso, esse non sono utilizzabili a carico né dei parlamentari, né dei semplici cittadini che parlano con quelli. Ma per il nostro codice, appena l’indagato o il suo avvocato viene a conoscere un atto d’indagine, l’atto smette di essere segreto. Dunque le telefonate non sono più segrete da mesi: da quando gli avvocati le hanno ascoltate. Idem per le trascrizioni, che lunedì saranno note a decine di difensori. In ogni caso, tra qualche giorno saranno in Parlamento.

Certo, i magistrati non possono certo distribuirle alla stampa, ma se un giornalista è bravo a procurarsele, le può raccontare ai lettori. Se le pubblica integralmente, incorre in un blando divieto di pubblicazione punito con multa fino a 250 euro (con un’oblazione di 126 euro non parte nemmeno il processo). Il bene tutelato dal segreto non è la privacy dell’intercettato, che soccombe dinanzi alle esigenze di giustizia: ma solo il buon esito dell’indagine. Se il magistrato teme che l’inchiesta subisca danni dalla pubblicazione dell’atto, lo segreta. Se non lo fa, il problema non esiste. Ora su vari giornali si legge che il gip Forleo avrebbe «deciso di desecretare le intercettazioni dei politici», seguendo un’«interpretazione» soggettiva, ovviamente sbagliata. Lo ripetono Cossiga e gli on. avv. Pecorella e Balducci. Peccato che la Forleo non abbia deciso né interpretato un bel nulla. È la legge che le impone di mettere le perizie a disposizione delle parti, perché organizzino la difesa in vista del processo.

Secondo il sen. avv. Guido Calvi la Forleo «crea un precedente pericoloso con un artificio giuridico di dubbia fattura: desecreterà intercettazioni prive di valore penale prima che le Camere diano l’eventuale assenso». Ma qui c’è un equivoco colossale: le telefonate, per ora, sono prive di valore penale a carico dei politici, ma non a carico degli indagati (Consorte e Fiorani). Servono a dimostrare i presunti accordi illeciti (i «concerti» occulti) tra gli scalatori di banche. Carlo Giovanardi, financo presidente della giunta per le autorizzazioni, delira: «Le telefonate vanno distrutte o mandate a noi, non c’è la terza via della pubblicazione» (come se il gip facesse l’editore).

Repubblica riporta un commento del sen. Nicola Latorre: «Perché devono uscire intercettazioni che i giudici non considerano utili all’inchiesta? A che cosa servono?». La risposta è semplice: se i giudici non le ritenessero utili, non le invierebbero alla Camera. Se le inviano, è perché le ritengono necessarie. Aggiunge Latorre: «Come mi difenderò? Vediamo prima cosa esce». Ma lui già lo sa quel che ha detto a Consorte: se, come afferma, non ha nulla da nascondere, perché non gioca d’anticipo e non lo fa sapere anche a noi? Stando così le cose, non si comprende la lettera inviata al Tribunale di Milano dai presidenti delle Camere per avere «ogni elemento utile a fugare le preoccupazioni emerse in Parlamento sull’applicazione della legge Boato» o quella di Mastella che invoca l’immunità parlamentare.

Se i nostri politici conoscessero almeno le leggi che approvano, saprebbero che la Boato prevede l’autorizzazione delle Camere per l’utilizzo delle intercettazioni con i politici. Non un segreto speciale per i politici. La legge, purtroppo, è uguale per tutti.

Marco Travaglio

Fonte: CaniSciolti

 

Sempre su questo tema, segnaliamo anche l'interessante intervista apparsa di recente su la Repubblica (ricordiamo comunque che Italia dei Valori, insieme a TUTTI gli altri partiti, ha votato a favore del decreto Mastella):

Repubblica: Mastella contesta la Forleo. Va oltre i suoi poteri?
Antonio Di Pietro: «Fino a quando il centrosinistra insisterà nel prendersela coi magistrati ogni volta che svolgono indagini sui parlamentari si comporterà come la fotocopia del centrodestra nella politica della giustizia. Un Paese credibile è quello in cui chi sta in Parlamento non commette reati, non quello dove non si può indagare per sapere se un deputato o un senatore li ha commessi. L’autorizzazione a procedere ha fatto il suo tempo e ha degenerato dalle sue funzioni originarie. Da istituto di immunità è divenuta strumento di impurità per soggetti che approfittano del loro stato per diventare legibus soluti».

Repubblica: Allora Mastella sbaglia?
ADP: «Stavolta non cado nel trabocchetto della diatriba Di Pietro-Mastella. Lui è solo l’interprete e il braccio operativo di una volontà che lo sovrasta, condivisa da centrodestra e centrosinistra per fare quadrato contro l’azione legittima della magistratura che vuole indagare a 360 gradi. La Costituzione tutela i parlamentari, ma dice pure che tutti sono uguali davanti alla legge. Invece l’abuso e l’uso distorto dell’autorizzazione crea due giustizie, una dura coi poveri cristi e una nuda verso chi detiene il potere. Di tutto questo l’Italia dei Valori non ne può più (?, ndr)».

Repubblica: Se attacca Mastella deve prendersela pure con Marini e Bertinotti che hanno scritto una lettera identica alla sua.
ADP: «Ciò conferma la mia tesi, ma Mastella esegue un mandato parlamentare e istituzionale per bloccare ogni indagine sui colleghi. E’ un clamoroso errore perché mai come in questo caso il lavoro dei magistrati aiuta le persone coinvolte».

Repubblica: Si riferisce ai DS?
ADP: «E’ evidente che quelle intercettazioni non sono penalmente rilevanti, perché se lo fossero state sarebbero già state prese in esame nei provvedimenti cautelari emessi a suo tempo. Ma impedirne l’uso equivale ad assicurare non solo l’immunità dei parlamentari, ma anche l’impunità per tutti quelli per i quali le intercettazioni potrebbero costituire una prova».

Repubblica: Mastella trova «inaccettabile» che la Forleo dica «Io applico la legge e la politica non è affar mio». Chi ha ragione?
ADP: «Il comportamento della Forleo rispecchia letteralmente il dettato costituzionale perché al giudice non deve interessare la politica, deve sottostare solo alla legge. Che è chiara: le intercettazioni con valenza processuale devono obbligatoriamente essere messe a disposizione delle parti perché possano valutare e chiedere integrazioni. Impedirlo significa bloccare le prove per accusa e difesa e quindi lo stesso esercizio dell’azione penale. Dirlo è solo riaffermare non un diritto ma una responsabilità».

Repubblica: E allora perché Bertinotti sostiene che serve «prima» il parere della Camera?
ADP: «C’è un evidente equivoco di fondo, che mi auguro non sia voluto. Non v’è dubbio che la giunta sia sovrana, ma solo per i parlamentari e non anche per i terzi. Altrimenti si verificherebbe un abuso di potere».

Repubblica: Torniamo allo scontro di Mani pulite del ’93?
ADP: «Siamo alla fotocopia di quello che avvenne allora quando i magistrati entrarono nel sancta sanctorum del Parlamento per reati gravissimi e chi stava dentro si arroccò dietro l'autorizzazione. Ne nacque una sollevazione popolare che portò a rivedere l’istituto, ma da allora, con interpretazioni estensive, deputati e senatori si stanno riappropriando del Parlamento come luogo dell’impunità».

Repubblica: Lei batte sull’autorizzazione, ma dove mette la reazione di D’Alema e Fassino che parlano di « spazzatura» buttata in giro ad arte?
ADP: «Il sistema di dossieraggio c’è oggi come ieri e più di ieri. Io che lo ho vissuto sulla mia pelle lo confermo. Ma la magistratura non c’entra perché, proprio grazie ai giudici, sono saltate le trappole.Solo loro possono fermare lo sciacallaggio trasversale messo in atto da un mix di personaggi che si avvalgono anche delle loro funzioni istituzionali per delegittimare l’avversario. Ma l’unica difesa passa per l’appoggio alla magistratura. Anche il killeraggio contro D’Alema, al quale va tutta la mia solidarietà, può essere smascherato in fretta dai giudici e trasformato in un boomerang per chi lo ha prodotto».

Solidarietà ad Andrea Rivera - Basta ai finti cattolici come Bossi, Casini, Fini e Berlusconi

Vignetta di Vauro

Segue post di Beppe Grillo.

Il Papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Sono d'accordo, infatti la Chiesa non si è mai evoluta. Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, per Franco e per uno della banda della Magliana".

Andrea Rivera ha pronunciato queste parole durante il Concertone del primo maggio. Si può condividerle o meno, ma non contengono nessun “incitamento al terrorismo” come afferma l’Osservatore Romano. E neppure mi sembrano “un vile attacco” in quanto chi è vile si nasconde e Rivera ha parlato di fronte a 400.000 persone. Ha espresso un’opinione che i sindacati non hanno condiviso in modo finalmente unitario. Rivera li ha messi d’accordo almeno su qualcosa.
In Vaticano comanda il Papa, o sbaglio? Il Papa ha il diritto quindi di credere in quello che vuole: creazionismo, evoluzionismo, partito democratico, faccia un po’ lui. E se preferisce Pinochet a Welby sono sempre fatti suoi.
Il problema non è la Chiesa, ma sono i nostri cari dipendenti. Che non sono diventati religiosi all’improvviso ma che, alla ricerca del voto perduto, sono stati fulminati come Paolo di Tarso sulla via di Damasco. Perfino Bossi, l’onesto mangiapreti di una volta, si è prenotato a Pavia per baciare l’anello al Papa. E' l'evoluzionismo politico.
Montecitorio è una sede distaccata della Segreteria di Stato del Vaticano? Risolviamo alla radice questo problema. Ritorniamo al Papa Re, a una sana teocrazia. Le cose funzioneranno meglio in Italia. Dovremo subire qualche piccola conseguenza come la chiusura delle fabbriche di preservativi e qualche piccolo fuoco in Campo dé Fiori per i ragazzacci come Rivera. Ma non si può volere tutto: evolvere, essere seppelliti, essere governati da dipendenti laici. W il Papa Re d’Italia!

 

Seguono alcune brevissime ma significative informazioni su coloro che si ergono tanto a paladini del cattolicesimo, con particolare riguardo alla difesa della famiglia e alla condanna di convivenze, divorzi, Dico...

Bossi: divorziato e risposato col rito celtico.

 

Casini: divorziato e convivente.

 

Fini: sposato con una divorziata.

 

Berlusconi: divorziato e risposato, con 3 figli da un matrimonio e 2 dall'altro!