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16 settembre 2009 22:16
11 settembre 2001: La verità avanza, nonostante tutto... (di Giulietto Chiesa)
Sono trascorsi 8 anni da quel tragico 2001 e ancora non conosciamo la verità su quello che accadde l’11 settembre. Invero sappiamo sempre di più, ma per conto nostro, tutti quelli che caparbiamente insistono per cercare la verità, mentre il mainstream continua a tacere, seppure le crepe nel muro del silenzio aumentino. Chi, come noi, dubitò fin dall’inizio sulle versioni che via via vennero fornite al pubblico dalle autorità americane fu immediatamente bollato come “complottista” (ed è stato questo, in questi anni, l’epiteto più gentile) e, naturalmente, “antiamericano” Cioè furono definiti complottisti quelli che cercavano di smascherare il complotto, non quelli che lo costruirono. Per quanto concerne l’antiamericanismo, si tratta del solito trucco - tecnicamente diversion - di far guardare il dito che indica la Luna invece della Luna. Eppure i nostri dubbi (parlo al plurale perché sono dubbi condivisi, stando ai sondaggi, dal 53% degli stessi americani) non solo non sono stati dissipati, ma sono col tempo diventati una serie di certezze, mentre altri dubbi, e interrogativi, sono emersi in gran numero su cose che prima non sapevamo, non avevamo visto, non sospettavamo neppure che esistessero. Questo grazie al fatto che in tutto il mondo esistono dei punti di rilevazione, di analisi e raccolta dati, che continuano incessantemente a funzionare e a comunicare ciò che scoprono. Non intendo qui ripercorrere tutte le analisi che noi (i creatori del Film “Zero”, gli autori del libro “Zero” insieme a migliaia di altri) abbiamo promosso e realizzato. So bene che attorno ad essere vi sono state e vi sono accese discussioni e che piccoli drappelli di più o meno sprovveduti e interessati debunkers sono operativi nel tentativo, spesso maldestro - quasi sempre con intenti calunniatori e non di verità – di contestarle. Ma io voglio fare riferimento ai dati nuovi che sono emersi dopo il lavoro della Commissione che fu istituita con legge speciale alla fine del 2002 (vincendo l’aspra resistenza della Casa Bianca di Bush, Cheney, Rumsfeld, Rice) e che emise il suo ridicolo e al tempo stesso gravissimo verdetto – adesso lo sappiamo con assoluta certezza – alla fine dell’estate del 2004. Mi riferisco soprattutto a tre libri, tutti e tre usciti negli Stati Uniti, ad opera di autori americani, in due dei tre casi protagonisti personalmente, nel terzo caso di un osservatore qualificato e tanto “imparziale” da sfiorare in più punti la soglia dell’ingenuità, se non del ridicolo. E tuttavia molto bene documentato per quanto concerne i fatti reali. Cioè, proprio per la sua apparentemente candida decisione di non concedersi nemmeno le più ovvie e inevitabili deduzioni, straordinariamente interessante e rivelatore. Parlo – a proposito di questo terzo autore – del volume di oltre 500 pagine (edizione italiana) scritto da Philip Shenon, uscito nel 2008 e rimasto per settimane in testa alle classifiche di vendita negli Stati Uniti con il titolo “The Commission”. Shenon è corrispondente del «New York Times», è considerato uno dei più autorevoli reporter investigativi statunitensi, e non ha certo scritto quello che ha scritto senza consultarsi con il suo giornale e con il suo editore, dai quali aveva ricevuto l’incarico di seguire, passo passo, il lavoro della Commissione. Dunque Philip Shenon esprime l’opinione e i sentimenti di una parte non secondaria dell’establishment e del giornalismo americano. Quanto sia pesante il contenuto di ciò che scrive lo dice il titolo che l’autore ha consentito venisse dato all’edizione italiana (Piemme, Milano 2009): “OMISSIS - Tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre”. Ma tornerò su alcune “rivelazioni” più avanti. Non senza avere rilevato (ecco perché ho messo le virgolette) che si tratta di un riconoscimento tardivo e reticente di molte cose che noi avevamo rivelato, senza virgolette, assai prima di Shenon. E quando dico “noi” dico i moltissimi, in Italia, ma soprattutto negli Stati Uniti, che ci hanno preceduto e accompagnato in questi anni nella ricerca della verità sull’11 settembre. Gli altri due libri citati sono “Against all Enemies” (2002) di Richard Clarke, colui che guidò l’intera materia della caccia a bin Laden, con Clinton, fino ai primi mesi di Bush Junior, il coordinatore della lotta al terrorismo e che fu seccamente liquidato da Condoleeza Rice appena arrivata al potere. E “Without Precedent” (2006), i cui autori sono niente meno che Kean e Hamilton, i due presidenti della Commissione che produsse il definitivo (e, ripeto, sbalorditivo) rapporto finale della Commissione, il “9/11 Commission Report” (da ora in avanti Report). Di questi due ultimi volumi, solo il libro di Clarke è uscito in edizione italiana. Ebbene, è proprio Hamilton, democratico, che denuncia ora, a misfatto compiuto, come la Commissione sia stata fuorviata da “informazioni non attendibili”, e sia stata impedita nell’accesso a documenti essenziali all’indagine, inclusi i verbali degl’interrogatori di Khaled Sheikh Mohammed (KSM). Scrive Hamilton: “Noi (…) non avemmo alcun modo di valutare la credibilità dell’informazione del detenuto. Come potevamo affermare se un tale di nome Khaled Sheikh Mohammed (…) ci stava dicendo la verità?” (“Without Precedent”, pag 119). Adesso, nel 2009, sappiamo che quella confessione fu estorta con la tortura e dunque che essa non ha alcuna validità, di fronte a nessun tribunale, nemmeno di fronte a un tribunale militare americano. Ma anche nella sua palese invalidità di principio, quella confessione contiene una presunta “verità” alla quale gl’inquirenti della CIA hanno detto di credere (e non stupisce visto che, con ogni probabilità, essi stessi l’hanno inventata, estorcendola con la tortura all’inquisito). Questa verità contraddice platealmente l’attribuzione della paternità degli attentati dell’11 settembre a Osama bin Laden, visto che KSM confessa la paternità di questa e di una trentina di altre operazioni terroristiche in ogni parte del mondo, fino alla famosa “Operazione Bojinka”. Nello stesso tempo Osama, il most wanted terrorist non è accusato dall’FBI per gli attentati dell’11 settembre ma solo di quelli delle due ambasciate americane in Africa, del 1998. E, in ogni caso, nessun procedimento penale è mai stato aperto nei suoi confronti. E sono passati undici anni! Eppure, nonostante questa massa di incongruenze, il Rapporto lo indica come il responsabile dell’11 settembre. Hamilton, nel suo libro, tace completamente sull’intera questione. Sulla quale il deputato democratico giapponese, Yukihisa Fujita gli ha inviato una lettera con esplicite domande (che qui verranno tra poco richiamate) su questa e altre faccende concernenti incongruenze e omissioni contenute nel Rapporto, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Mentre altre, molte domande rimangono aperte a minare alla radice tutta l’inchiesta. Tra queste il ruolo giocato dal Direttore Esecutivo della Commissione, Philip Zelikow. L’elenco delle malefatte provate di Zelikow è opera di Philip Shenon ed è davvero impressionante. Shenon non ha inventato niente; ha intervistato «quasi due terzi degli 80 membri dello staff» della Commissione e ha raccolto «le dichiarazioni di quasi tutti i dieci commissari». Otto per la precisione perchè due di loro, i repubblicani Fred Fielding e James Thompson, rifiutarono di farsi intervistare. Shenon spiega anche perché «in qualsiasi rapporto sul lavoro del governo, soprattutto per quanto riguarda i servizi segreti e le informazioni classificate, è quasi sempre necessario ricorrere a fonti che non possono essere identificate per nome». Esse infatti «avevano ottime ragioni perché i loro nomi non comparissero. Dopo che la Commissione chiuse i suoi battenti nell’agosto 2004, molti membri dello staff ripresero i rispettivi lavori alla CIA, al Pentagono, o nelle agenzie governative e avrebbero rischiato di perdere il posto, o addirittura di finire sotto processo, se si fosse scoperto che avevano parlato con un giornalista». Con ciò, sia detto per inciso, facendo giustizia della domanda più sciocca con cui spesso mi è toccato di scontrarmi: «Come è possibile che nessuno (dei tantissimi che hanno preso parte all’operazione) abbia parlato?», poiché l’operazione di insabbiamento e falsificazione è sempre parte integrante dell’insieme , come in tutte le operazioni di terrorismo di Stato, possiamo affermare che la risposta corretta nega la domanda. Infatti c’è un sacco di gente che “ha parlato”, eccome ha parlato! E ci sono stati decine di testimoni che hanno parlato, ma sono stati cancellati. E altre decine di testimoni a conoscenza dei fatti non hanno potuto parlare perché qualcuno ha deciso di non ascoltarli. Così il grande pubblico non ha saputo nulla perché molto è stato eliminato dal pubblico discorso prima ancora di venire pronunciato , ma anche perché attorno alle dichiarazioni di coloro che, accidentalmente, hanno potuto parlare, è stato innalzato un muro di silenzio, che il mainstream informativo ha rispettato scrupolosamente. Torniamo dunque all’ingegnere esecutivo di questa altamente sofisticata operazione di diversione e d’inganno: il già citato Philip Zelikow. Il quale fu nominato alla guida della Commissione in chiara violazione della legge che la istituiva, che escludeva categoricamente tutti coloro che avessero avuto conflitti d’interesse, cioè che potessero essere in qualche modo collegati con l’Amministrazione di Washington. È evidente, già da questo dettaglio che la Commissione avrebbe dovuto indagare in quella direzione. Ma non indagò e, per quel poco, lo fece proteggendo coloro che avrebbero dovuto essere obbligati a dare le informazioni essenziali e non le diedero. Zelikow aveva un mare di conflitti d’interesse. Da Shenon veniamo a sapere che Zelikow non rivelò, o nascose: a) I suoi stretti rapporti, precedenti e in atto, con Condoleeza Rice (scrissero perfino un libro insieme). b) La sua partecipazione come consigliere della Rice nella transizione al nuovo Consiglio per la Sicurezza Nazionale. c) Di essere l’autore – sempre su incarico della Rice – del documento del 2002 che tracciò le linee della nuova Strategia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, includendovi l’idea dell’attacco preventivo e che fu usato da Bush per giustificare la guerra contro l’Iraq. d) Che non cessò mai – sebbene avesse promesso di farlo – i suoi contatti con la Casa Bianca. Ci sono le prove (Shenon, “The Commission”, pagg. 106-107; 173-174) che continuò a consultarsi con Condoleeza Rice e con Karl Rove, principale aiutante di Dick Cheney. Da Hamilton sappiamo anche (“Without Precedent, pag 270) che Zelikow a) Aveva già scritto per conto proprio uno schema del Rapporto, prima ancora che la Commissione cominciasse i suoi lavori, mentre sappiamo da Shenon (pag 389) che b) questo schema era molto dettagliato con “titoli dei capitoli, sottotitoli e sotto-sottotitoli” e che l’esistenza di questo schema fu tenuta segreta perfino allo staff della Commissione, per non parlare dei dieci commissari che furono tenuti all’oscuro di tutto. Sappiamo ancora da Hamilton (pag 281) che a) era Zelikow a decidere cosa si doveva e cosa non si doveva investigare, mentre da Shenon sappiamo che b) Zelikow riscrisse personalmente tutti i capitoli «dall’inizio alla fine». Sulla base di tutto questo, e di molto altro che qui non possiamo riassumere, Shenon si permette uno dei rari momenti in cui esprime un giudizio riassuntivo personale: Zelikow «era una talpa della Casa Bianca, che passava informazioni all’Amministrazione sulle scoperte della Commissione». E che «si servì della Commissione per promuovere la guerra contro l’Iraq». Sempre da Shenon veniamo a sapere che «lo staff della Commissione sapeva che la Rice aveva mentito (…) per quasi un anno sul contenuto» del PDB (Presidential Daily Briefing) del 6 agosto 2001 dove la CIA annunciava a breve un attacco terroristico in tutto e per quasi tutto simile a quello che sarebbe avvenuto un mese dopo. Alla luce di tutto questo, e di molto altro come vedremo tra poco, resta il mistero di come sia possibile che qualcuno ancora creda alla sincerità del Rapporto. Senza dimenticare, per altro, che sia Kean che Hamilton, a loro volta, come ben risulta dall’indagine di Shenon, erano responsabili di avere affidato a Philip Zelikow il controllo totale delle indagini ed essi stessi abbiano dimostrato, con i loro comportamenti pratici, con i loro voti, con le loro omissioni, di essere in combutta con la Casa Bianca. Basti pensare che nessun mandato formale di comparizione fu spiccato fino al 14 ottobre 2003 (cioè i due presidenti si erano messi d’accordo con Zelikow e la Casa Bianca, che non avrebbero disturbato nessuno costringendolo a testimoniare e a fornire documenti essenziali all’indagine). Basti ricordare che nessuno dei più alti responsabili dell’Amministrazione fu sentito sotto giuramento; che Kean e Hamilton accettarono sistematicamente i limiti che Bush e Cheney, tramite Zelikow e l’attorney general Gonzales, ponevano al rilascio dei documenti essenziali. Nessuno stupore, dunque se il Comitato dei familiari delle vittime conclude (Shenon, pag 283 edizione italiana) che «la commissione ha seriamente compromesso la possibilità di condurre un’indagine indipendente, completa e libera». Ma ancora non è tutto. Hamilton (pag 261) scrive che ufficiali del NORAD in «pubbliche udienze» della Commissione «diedero una descrizione falsa dell’11/9», che «confinava con l’intenzione di voler ingannare». Si noti la delicatezza di quel “confinava”. In realtà risulta dagli atti e dall’analisi che il NORAD mentì platealmente alla Commissione dopo averle nascosto, per mesi e mesi, le registrazioni di cui disponeva e che erano assolutamente essenziali per capire la dinamica degli avvenimenti. Inoltre si aggiunga (Shenon, pag. 205) che Zelikow, oltre alle altre evidenti operazioni di copertura e distorsione già sottolineate, era stretto amico di Steven Cambone, a sua volta «l’aiutante più vicino a Donald Rumsfeld». Nonostante tutto questo la Commissione, segnatamente i due presidenti Kean e Hamilton, non fa una piega e accetta i nastri del NORAD che scagionano il Pentagono (perché da essi risulterebbe che la Difesa non era stata informata per tempo dalla Federal Aviation Administration) senza neppure porsi la questione se quei nastri potessero essere stati falsificati. Ingenuità o complicita? La lista delle menzogne, dimostrate tali dai documenti ma accettate come fatti dalla Commissione e finite direttamente nel Rapporto scritto da Zelikow e firmato da Kean e Hamilton, è lunga e dettagliata. Una di queste riguarda i movimenti di Donald Rumsfeld quella mattina. Secondo Richard Clarke, Rumsfeld stava partecipando, di persona, a una video conferenza alla Casa Bianca che era cominciata alle 9:15 circa. Il rapporto dice invece che, in quei minuti, Rumsfeld era nel suo ufficio e andò alla Casa Bianca solo dopo le 10:00. Il Rapporto ignora la versione di Clark, sebbene il suo libro, “Against all Enemies”, fosse già in vendita dal 2002. Cioè Zelikow non crede a Richard Clarke. Ma rifiuta di esaminare le registrazioni di quella video conferenza, che avrebbero dimostrato qual era la verità. Tutto inspiegabile, o spiegabile solo con la volontà di coprire i comportamenti del segretario alla Difesa. La stessa cosa avviene con la descrizione del Rapporto circa i movimenti del generale Richard Myers, che comandava la difesa aerea degli Stati Uniti in quelle ore. Clarke è precisissimo in merito (pagg. 4-5 del suo libro) raccontando che Myers partecipò alla video conferenza e citando addirittura le sue parole, pronunciate alle 9:28: «Otis ha lanciato due uccelli verso New York. Langley sta cercando ora di mandare in volo altri due». Ma di tutto questo non c’è traccia nel Rapporto che afferma invece che Myers era in quel momento in Campidoglio, a colloquio con uno dei futuri membri della Commissione, il democratico Max Cleland. Il mondo di Washington è piccolo. Sarebbe bastato chiedere conferma al commissario Cleland per sbugiardare Richard Clarke. Ma Zelikow non ha perso tempo. Clarke è stato cancellato senza fare alcuna verifica: né interrogando Cleland, né esaminando la registrazione della video conferenza. Stessa, identica operazione per quanto concerne i movimenti del vice presidente Dick Cheney. Il Rapporto contraddice qui non solo Clarke ma anche il Segretario ai Trasporti Norman Mineta, e perfino quanto Cheney in persona raccontò a Meet the Press cinque giorni dopo l’11 settembre. Yukihisa Fujita, nella citata lettera a Hamilton, espone con precisione implacabile tutte le incongruenze temporali contenute nel Rapporto. E formula la domanda: come mai Hamilton e Kean, data la comprovata disonestà di Zelikow (che essi, come emerge dal libro di Shenon, già perfettamente conoscevano), non solo non hanno rivisto il Rapporto, ma, dopo la sua pubblicazione, non hanno reso pubblico il loro eventuale dissenso? A queste domande non è venuta, per ora, alcuna risposta. Ma noi possiamo qui riassumere ciò che emerge: Zelikow ha intenzionalmente oscurato le posizioni e i movimenti delle tre figure chiave dell’Amministrazione e della Difesa degli Stati Uniti in quel momento a Washington: Cheney, Rumsfeld e Myers. Infine (ma ripeto che queste sono solo gocce nel mare delle falsificazioni intenzionali e preterintenzionali) c’è la faccenda delle telefonate via cellulari partite dagli aerei dirottati. Queste telefonate fecero il giro del mondo, aggiungendo angoscia e sconcerto alla già tremenda emozione generale. Dunque furono molto importanti ai fini della creazione dell’opinione pubblica, anzi della paura e dell’indignazione collettiva. Il Rapporto le considera valide, cioè le legittima. Ma, ciò facendo, mostra di ignorare del tutto un documento dell’FBI che afferma che ci furono «soltanto due» telefonate da cellulari dai quattro aerei dirottati. Entrambe dal volo UA-93 (quello che “cadde in Pennsylvania”: una da una hostess e un’altra da un passeggero che chiamò il numero 911. Questo rapporto dell’FBI fu reso pubblico nel 2006 durante il processo contro Zakharias Moussaoui ed è leggibile su internet (http://www.vaed.uscourts.gov/notablecases/moussaoui/exhibits/prosecution/flights/P200054.html). Conosceva la Commissione questo rapporto quando chiuse i suoi lavori, nell’estate del 2004? C’è un file , anche questo leggibile su internet (http://www.archives.gov/legislative/research/9-11/staff-report-sept2005.pdf), datato 26 agosto 2004, dal quale emerge (cito qui il testo della lettera di Fukihisa Fuijta a Kean e Hamilton) che «la Commissione aveva ricevuto il documento nel 2004 perché questo report dello staff parla anch’esso di soltanto due telefonate da cellulari, sebbene l’opinione comune (in quel momento, ndr) fosse ancora che molte telefonate da quel volo (UA-93, ndr) , inclusa quella di Tom Burnett, fossero state fatte da cellulari». Il deputato giapponese così continua: «Se voi replicherete, alla luce del fatto che questo rapporto dello staff è datato 26 agosto, che la Commissione lo ricevette dall’FBI solo dopo la pubblicazione del Rapporto, perché non rendeste nota una vostra pubblica dichiarazione in merito a questa rilevante nuova circostanza? Perché lei (signor Hamilton, ndr) non ne ha riferito in “Without Precedent”? O si tratta di un altro pezzo di informazione che vi fu sottratto da Philip Zelikow?» La faccenda delle telefonate da cellulari è più clamorosa e rivelatrice di quanto possa sembrare a prima vista, perché moltiplica il numero dei bugiardi e del falsi testimoni che dovrebbero essere nuovamente interrogati, questa volta sotto giuramento e, se del caso, incriminati. Uno di questi è, con ogni evidenza, Ted Olson, marito di Barbara Olson, il quale raccontò a stampa e televisioni di avere ricevuto ben due telefonate cellulare della moglie, a bordo del volo AA-77, la seconda delle quali tra le 9:16 e le 9:26. Il Rapporto ufficiale prende tutto per buono, ma il rapporto citato dell’FBI è categorico: non ci fu alcuna telefonata da cellulare dal volo AA-77 (quello del Pentagono). Barbara Olson tentò una sola chiamata che, in base ai tabulati, risultò disconnessa. La sua durata fu infatti di zero secondi. Tutto quanto fin qui scritto non è farina del sacco dei “complottisti”, a meno di non considerare tali Richard Clarke, o lo stesso Hamilton, per non parlare di Philip Shenon. Per quanto concerne quest’ultimo, dopo averlo sentitamente ringraziato per il suo lavoro, si potrebbe solo aggiungere che spesso dà l’impressione di essere caduto dal pero, tanta è l’ingenuità con cui descrive i calcoli cinici dei protagonisti, di Zelikow, di Kean, di Hamilton. Ma, forse, più che ingenuità, si tratta di prudenza e di autocensura, per non dover poi affrontare le domande più gravi che sgorgano dalla sua stessa documentazione. È chiaro che egli sostiene la tesi della tremenda incompetenza delle diverse amministrazioni che ebbero a che fare con l’11 settembre, e non intende andare oltre. Ma quello che scrive è comunque sufficiente per gettare nel cestino l’intero Rapporto di Philip Zelikow. E sarebbe sufficiente anche per l’apertura di una serie di procedimenti penali. Grazie a Shenon per questo. Per il resto la sua pur preziosa raccolta palesa i limiti del giornalismo americano d’inchiesta. Basti la storia, che Shenon racconta - evitando accuratamente di approfondirla – dei due “piloti” presunti del volo AA-77: Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mindhar. Risulta che erano sulla lista TIPOFF del Dipartimento di Stato, di circa 60mila nomi, come “potenziali terroristi”. Lista che risulta essere stata in possesso della FAA e delle compagnie aeree americane. Eppure i due erano entrati negli Stati Uniti con i loro nomi e vi avevano vissuto per quasi un anno. Come possa essere accaduto Shenon non se lo chiede. Forse sarebbe stato utile chiederlo alla CIA, segnatamente agli addetti dell’agenzia che facevano entrare terroristi negli USA a partire dal Consolato americano di Jedda, in Arabia Saudita. Ma anche qui si arriva all’assurdo, alla farsa: i due avevano vissuto a San Diego, California, nell’appartamento di uno “storico informatore” dell’FBI. Guarda com’è piccolo il mondo: due già sospettati di terrorismo non solo entrano con i loro nomi negli Stati Uniti, ma vanno a finire in casa di Abdusattar Sheikh, che Shenon, in un altro passaggio del suo libro, definisce «informatore di lungo corso dell’FBI». È ancora possibile parlare, come fa Shenon, di “incompetenza”? È sufficiente questa “incompetenza” per spiegare il silenzio dell’FBI non solo per poco meno di un anno prima dell’11 settembre ma anche per più d’un anno dopo l’11 settembre? O si può avanzare l’ipotesi di complicità? E non ce n’è abbastanza per aprire un procedimento penale contro Abdusattar Shaikh? Ma dov’è andato a finire costui? Risulta che non fu nemmeno interrogato. Risulta che l’FBI si oppose al suo interrogatorio. Su altri versanti risulta che il senatore Bob Graham, del Comitato del Senato per l’intelligence, aveva svolto indagini (esistette, prima della famosa Commissione, un’altra indagine del Congresso, sulla quale è caduto il silenzio) dalle quali emergeva che «alcuni funzionari del governo saudita avevano avuto un ruolo nell’11 settembre». Erano 28 pagine di un rapporto assai dettagliato che però «rimasero secretate per motivi di sicurezza nazionale». La Commissione non chiede neppure di vederle. Michael Jacobson, ex legale dell’FBI e funzionario dello staff agli ordini di Philip Zelikow, aveva scoperto che i due “dirottatori” non si nascondevano neppure: «il nome l’indirizzo e il numero di Hazmi si trovavano nell’elenco telefonico di San Diego». Dagli archivi locali dell’FBI è emerso che i due erano sotto controllo, perché si sa che furono ricevuti e ricevettero denaro da un “misterioso” espatriato saudita, Omar al-Bayoumi. Costui non fu mai sentito dalla Commissione. Jacobson scoprì che l’FBI sapeva che i soldi per i due terroristi arrivavano direttamente dalla principessa Haifa al-Faysal, moglie dell’ambasciatore saudita a Washington. Nel Rapporto non c’è traccia di tutto questo. Come si suol dire, tre indizi convergenti sono quasi una prova. Qui, di indizi convergenti, ne abbiamo decine. di Giulietto Chiesa per Megachip 19 maggio 2009 16:04
Tribunali militari, il dietro front di Obama
Pressato dai parlamentari democratici per delineare un piano trasparente e definitivo che conduca alla chiusura del campo di detenzione di Guantánamo entro i tempi previsti all’indomani del suo insediamento, Barack Obama ha finito per riesumare il controverso sistema dei tribunali miliari messo in piedi dalla precedente amministrazione per processare i presunti terroristi. La decisione del presidente arriva solo a pochi giorni dalla sua annunciata opposizione alla pubblicazione di una nuova serie di immagini che documenterebbero gli abusi sui detenuti da parte di militari statunitensi. Nonostante i paletti fissati da Obama per l’attività dei tribunali militari, non si sono fatte attendere le reazioni polemiche delle organizzazioni a difesa dei diritti umani, già contrariate dagli stenti evidenziati dalla Casa Bianca nel rigettare completamente le pratiche al limite della legalità dell’amministrazione Bush-Cheney. Pochi giorni dopo aver assunto i pieni poteri, assieme alla decisione di chiudere Guantánamo entro il gennaio 2010, Obama aveva congelato le attività delle commissioni militari fino al 20 maggio. Una presa di posizione che aveva alimentato le speranze di quanti auspicavano il definitivo abbandono di questo sistema introdotto dal suo predecessore nel 2006 con la firma del “Military Commissions Act”. Dopo mesi di discussioni circa la sorte dei 240 prigionieri tuttora a Guantánamo, il presidente ha invece dovuto prendere atto dell’impossibilità di istruire regolari processi nei tribunali civili americani. Da qui la decisione di resuscitare i tribunali militari, che dovranno però rispettare determinate garanzie per gli accusati, sulla base di una proposta di legge del 2006 che lo stesso Obama - allora senatore dell’Illinois - aveva appoggiato. Le dichiarazioni di Obama nel corso della campagna elettorale erano state in ogni caso estremamente chiare circa la sorte che si sarebbe prospettata per i tribunali americani in caso di una sua vittoria alle presidenziali. Il sistema implementato da Bush era stato definito come un “enorme fallimento” e l’allora candidato democratico aveva assicurato la sua totale fiducia nella giustizia civile americana, promettendo - se eletto - di “chiudere Guantánamo, di cancellare il Military Commissions Act e di tornare a rispettare il dettato della Convenzione di Ginevra”. Nel fare marcia indietro sulla questione dei tribunali, Obama ha sostenuto invece come le “commissioni militari abbiano una lunga tradizione negli Stati Uniti” e come esse risultino strumenti “appropriati per processare nemici che violano le leggi di guerra, a patto che esse siano strutturate e amministrate in maniera propria”. Le divisioni tra l’establishment militare e i consiglieri per la sicurezza nazione del presidente da una parte e il Dipartimento di Giustizia dall’altra sono sorte in particolare intorno alle difficoltà di giudicare presso tribunali ordinari detenuti frequentemente sottoposti a tortura, imprigionati per anni senza la formulazione di specifiche accuse oppure sulla base di testimonianze dubbie o estorte con metodi illegali. Il rischio di andare incontro ad una serie di proscioglimenti sarebbe stato quindi elevatissimo, così che il punto di vista dei generali ha finito per prevalere ed è stato fatto proprio dallo stesso presidente. La Casa Bianca si è affrettata a ricordare come Obama avesse in passato criticato il sistema messo in piedi da George W. Bush in quanto non garantiva sufficienti diritti ai prigionieri e non in quanto demandato a tribunali militari speciali. Anche con gli aggiustamenti proposti dalla nuova amministrazione però, i detenuti accusati di terrorismo non potranno godere degli stessi diritti garantiti dal sistema giudiziario civile statunitense. Il governo americano ora cercherà una nuova sospensione per i nove casi attualmente pendenti davanti alle commissioni militari a Guantánamo per poter procedere con una revisione dell’intero sistema, così da renderlo più equo nei confronti dei prigionieri. Le modifiche dovrebbero includere il divieto dell’utilizzo di prove estorte con metodi di tortura, la limitazione dell’uso di testimonianze rilasciate al di fuori del tribunale (“hearsay”), maggiore libertà nella scelta degli avvocati della difesa e protezione per gli accusati che si rifiuteranno di testimoniare. Le nuove garanzie per gli imputati non hanno tuttavia convinto le associazioni che si sono battute in questi mesi per l’abbandono delle pratiche della precedente amministrazione. “Non conosciamo ancora i motivi per cui le commissioni militari dovrebbero essere necessarie in una strategia per combattere il terrorismo”, ha affermato Elisa Massimino di Human Rights First. “Riesumando il fallimentare progetto di George W. Bush, il presidente Obama ha effettuato un pericoloso voltafaccia per il suo programma di riforme”, ha rincarato Kenneth Roth di Human Rights Watch. L’ala progressista dell’elettorato democratico negli ultimi mesi aveva d’altra parte criticato altre prese di posizione di Obama e alcuni dei primi provvedimenti adottati da presidente. Non solo l’appoggio fornito ancora lo scorso anno al programma di intercettazioni dei cittadini americani voluto da Bush, ma anche le più recenti decisioni di aumentare l’impegno americano in Afghanistan, il rifiuto di chiudere i centri di detenzione in territorio straniero - come Bagram - e di opporsi all’apertura di procedimenti legali nei confronti di quanti nella precedente amministrazione avevano giustificato gli interrogatori condotti con metodi di tortura avevano suscitato parecchie polemiche. Nella sua decisione di ridare legittimità ai tribunali militari, Obama, oltre a sentire tutto il peso della responsabilità di un paese che ha vissuto per otto anni sotto la vera o presunta minaccia di nuovi attacchi terroristici, ha dovuto tenere conto anche delle inquietudini dei compagni di partito al Congresso. In concomitanza con l’annuncio del presidente era infatti giunta la bocciatura di un progetto di spesa di 80 milioni di dollari da parte della Camera dei Rappresentanti, destinati alla chiusura del carcere di Guantánamo, proprio a causa della mancanza di un piano sufficientemente chiaro per la sorte dei detenuti presenti nella base navale sull’isola di Cuba. Vista l’impossibilità di rispondere in tempi rapidi alle pressioni provenienti dall’interno del proprio partito, il presidente ha finito col cercare una soluzione di compromesso che contraddice però, almeno in parte, le promesse elettorali e getta una pesante ombra sul suo tentativo di ristabilire una immagine legittima degli Stati Uniti agli occhi del mondo. di Michele Paris per Altrenotizie 03 aprile 2009 10:18
Francia: internet spento a chi condivide gratuitamente file su internet
Niente Internet ai pirati, niente notti passate a scaricare via computer musica e film a chi non rispetta i diritti d'autore: la legge francese che punisce gli incorreggibili amanti di P2P e BitTorrent va avanti fra mille scogli e sta per arrivare in porto. Voluto da Nicolas Sarkozy, difeso mollemente dalla maggioranza di centrodestra, dove numerosi sono gli scettici, e contestato a sinistra, il provvedimento è articolato attorno a una misura chiave: la sospensione dell'accesso a Internet, da due a dodici mesi, per chi scarica illegalmente dopo essere stato avvertito per due volte. Una punizione che sarà messa in atto da un'autorità amministrativa, mentre i colpevoli potranno far ricorso a un giudice. "Una legge farraginosa, inapplicabile, già superata dall'evoluzione delle tecnologie", dicono i critici, mentre il ministro della Cultura, Christine Albanel, si sgola per difendere quel che resta dei diritti d'autore. Ma alcuni emendamenti, come quello che esenta i pirati dal pagare il canone in caso di sospensione, provocheranno veri guai: in Francia, ormai, l'Adsl è offerta insieme a telefono e televisione e i fornitori di accesso, già poco entusiasti della legge, dovranno calcolare i prezzi di ogni servizio, cosa che oggi non avviene. Dopo l'approvazione all'Assemblea nazionale, la legge dovrà essere riesaminata da una commissione composta da deputati e senatori prima del varo definitivo. Poi ci saranno ancora due scogli. Il primo interno: il Consiglio costituzionale dovrà pronunciarsi sulla liceità di tagliare una linea Internet con un semplice atto amministrativo. Il secondo esterno: il Parlamento europeo vorrebbe iscrivere Internet tra i "diritti fondamentali" dei cittadini e se così sarà la legge francese diventerà inapplicabile. In ogni caso, viste le difficoltà tecniche, la normativa non entrerà in vigore prima del 2011. I difensori del provvedimento, tuttavia, non mollano. Secondo loro, si tratta prima di tutto di mettere fine alla cultura della gratuità creata dalla rete, di far rispettare l'idea che gli artisti hanno diritto ad essere remunerati come qualsiasi altra persona. E pensano che lasciar fuori dalla rete i colpevoli sia l'unico metodo per riuscire a bloccarli. In realtà, dimenticano la molteplicità degli accessi: tutti i parchi e giardini parigini, per esempio, offrono Internet gratuitamente e senza formalità via wifi e i pirati potranno tranquillamente connettersi alla rete, anche se non da casa loro. Molto diverso, invece, quel che è successo in Svezia: con l'entrata in vigore di una normativa molto simile, il traffico su Internet è diminuito di un terzo. di G. Martinotti per Repubblica.it 01 aprile 2009 00:43
Reviewing Criminal Justice (NYT)
Riportiamo qui di seguito l'interessante editoriale del New York Times del 29 marzo 2009. L'articolo riguarda la riforma della giustizia penale USA, motivata dall'enorme numero di persone attualmente detenute. E' una notizia importante, che speriamo possa porre fine a logiche assurde relativamente alla prevenzione speciale, sia per quanto concerne la rieducazione/risocializzazione del reo (su cui non si punta più da tempo, negli USA, per via del suo costo elevato), sia per quanto concerne la neutralizzazione del reo, non solo con riferimento alla pena di morte, ma anche all'altrettanto inaccettabile "legge dei tre colpi" (dopo la commissione di tre reati - di qualsiasi tipo, anche veniali - il reo finisce in carcere a vita).
America’s criminal justice system needs repair. Prisons are overcrowded, sentencing policies are uneven and often unfair, ex-convicts are poorly integrated into society, and the growing problem of gang violence has not received the attention it deserves. For these and other reasons, a bill introduced last week by Senator Jim Webb, Democrat of Virginia, should be given high priority on the Congressional calendar. The bill, which has strong bipartisan support, would establish a national commission to review the system from top to bottom. It is long overdue, and should be up and running as soon as possible. The United States has the highest reported incarceration rate in the world. More than 1 in 100 adults are now behind bars, for the first time in history. The incarceration rate has been rising faster than the crime rate, driven by harsh sentencing policies like “three strikes and you’re out,” which impose long sentences that are often out of proportion to the seriousness of the offense. Keeping people in prison who do not need to be there is not only unjust but also enormously expensive, which makes the problem a priority right now. Hard-pressed states and localities that reduce prison costs will have more money to help the unemployed, avert layoffs of teachers and police officers, and keep hospitals operating. In the last two decades, according to a Pew Charitable Trusts report, state corrections spending soared 127 percent, while spending on higher education increased only 21 percent. Meanwhile, as governments waste money putting the wrong people behind bars, gang activity has been escalating, accounting for as much as 80 percent of the crime in some parts of the country. The commission would be made up of recognized criminal justice experts, and charged with examining a range of policies that have emerged haphazardly across the country and recommending reforms. In addition to obvious problems like sentencing, the commission would bring much-needed scrutiny to issues like the special obstacles faced by the mentally ill in the system, as well as the shameful problem of prison violence. Prison management and inmate treatment need special attention now that the Prison Litigation Reform Act has drastically scaled back prisoners’ ability to vindicate their rights in court. Indeed, the commission should consider recommending that the law be modified or repealed. Mr. Webb has enlisted the support of not only the Senate’s top-ranking Democrats, including the majority leader, Harry Reid, but also influential Republicans like Arlen Specter, the ranking minority member on the Judiciary Committee, and Lindsey Graham, the ranking member of the crime and drugs subcommittee. There is no companion bill in the House, and one needs to be written. Judging by the bipartisan support in the Senate, a national consensus has emerged that the criminal justice system is broken.
30 gennaio 2009 18:01
'Sporchi immigrati tornate a casa vostra'
Le frasi rivolte ai lavoratori stranieri sono più o meno queste: “Sporchi immigrati. Tornate a casa vostra. Togliete lavoro a gente di qui che ne ha bisogno”. Quante volte si sentono ripetere espressioni simili, in Italia, da chi non sopporta la vista degli immigrati di un colore o di un altro. Be’, in questi giorni le stesse frasi sono state pronunciate qui in Inghilterra all’indirizzo di lavoratori italiani. Alla raffineria Lindsey Oil di Grimsby, gestita dall’azienda petrolifera francese Total, è stato assunto un gruppo di manovali italiani e portoghesi, scrive il quotidiano Daily Express di Londra, apparentemente perchè costano meno. Una legge europea lo permette. Sono ospitati da una speciale nave-albergo, con un contratto di lavoro a tempo. Ma agli operai inglesi la cosa, in piena recessione, non è andata giù: ieri hanno dichiarato sciopero e protestato piuttosto vigorosamente per la presenza degli italiani. Alcuni dei quali, o almeno presunti tali, sono ripresi in una fotografia del Daily Express mentre agitano il dito medio e fanno il gesto dell’ombrello davanti al naso degli operai inglesi. “Gli italiani lavorano male e non rispettano le norme di sicurezza”, dice un operaio inglese al quotidiano di Londra. “La nostra non è una protesta razzista, ma quei posti di lavoro spettavano a noi. E’ un’ingiustizia”. Chiunque abbia ragione, è la prova di come i ruoli possono cambiare in fretta: in Inghilterra possiamo essere visti come i vu’cumprà che tanti di noi non sopportano in patria. Che è stato poi, quello dei poveri immigrati guardati male dai nativi, il nostro ruolo per secoli. Sarebbe bene non dimenticarcelo. 26 gennaio 2009 13:12
Non solo fosforo bianco: su Gaza l'arma del futuro
Prima ancora della fine dell'offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza, l'accusa di aver usato armi al fosforo bianco aveva già fatto il giro del pianeta. Secondo molti mezzi d’informazione l'esercito israeliano avrebbe fatto un uso massiccio di armi al fosforo bianco. Sia chiaro, non si vuole in questa sede smentire questa ipotesi: sicuramente è stato usato del munizionamento illuminante al fosforo, principalmente bombe ad uso aereo e proiettili per artiglieria pesante, ma siamo proprio certi che si sia trattato di fosforo bianco? Se qualcuno viene colpito da fosforo incendiato, e non è possibile spegnerlo con acqua, le parti colpite presentano tracce profonde di fusione. Le immagini fotografiche e televisive arrivate da Gaza non smentiscono affatto l'uso del fosforo bianco, ma non tutte le ferite mostrate sono compatibili con questa sostanza incendiaria. A causa della scarsa conoscenza, in Italia come altrove, al di fuori di ambienti medici dei vari tipi di ferite, sono state indicate come "mutilazioni e ustioni da fosforo bianco" anche ferite non del tutto compatibili con questo tipo di munizioni. In effetti, come dichiarato da un medico norvegese di un'organizzazione indipendente presente a Gaza, molti feriti e molti cadaveri presenterebbero lesioni la cui origine non è sicura e non riconducibile a quelle provocate dalle armi normalmente utilizzate, come vaste bruciature, tessuti scarnificati e mummificazione dei tessuti molli; quest'ultimo tipo di offesa non è riconducibile agli effetti provocati dal fosforo bianco. Ma allora, che tipo di munizione può aver provocato questi tipi di ferite irreversibili, e che spesso hanno condotto alla morte? Il medico norvegese avrebbe dichiarato, mediante un'interposta persona per cui il condizionale è d'obbligo, di "non aver mai visto un simile tipo di ferite". A raccontare un'ipotesi tanto inquietante quanto plausibile è il Generale di Brigata italiano Fernando Termentini, ex comandante del Genio dell'Esercito Italiano, che ha maturato un'esperienza ventennale nel settore della bonifica degli Ordigni Esplosivi e delle mine in varie aree del mondo. Il Generale ha scritto sulla rivista Pagine di Difesa, testata di politica internazionale e della Difesa, un'interessante articolo nel quale dimostra la compatibilità delle orrende mutilazioni e mummificazioni di Gaza con l'uso di armi a microonde o al plasma. Secondo la sua analisi, queste armi dovrebbero essere state sperimentate "in Iraq, in Libano e forse anche in occasione della prima guerra del Golfo, contro le truppe irachene in fuga da Kuwait City". Ma di cosa si tratta? Si tratta di sistemi d'arma che non sparano proiettili, ma fasci di energia più o meno potente. Si tratta di strumenti studiati e realizzati, per conto dell’amministrazione americana, a scopo di ordine pubblico, e poi modificate per essere anche in grado di uccidere. Le armi a microonde nascono infatti come sistemi d'arma non letali a scopo antisommossa. Sono prodotte dalla Raytheon, società americana che, secondo dati del 2007, detiene il 90% delle entrate da contratti nel settore della difesa americana ed è il quarto appaltatore mondiale in questo settore per entità dei guadagni. Le armi a microonde costruite dalla Raytheon, e diffusissime in USA come in Francia, da arma anti-sommossa possono essere trasformate in armi letali aumentando la potenza della radiazione emessa. La materia organica colpita da queste armi perde istantaneamente tutta la componente liquida, pertanto si accartoccia su se stessa perdendo volume e trasformandosi in un oggetto mummificato. Per questo motivo, le immagini provenienti da Gaza, che presentano cadaveri rimpiccioliti con i tessuti molli mummificati, le parti ossee scollate e gli indumenti praticamente indenni, ricordano molto di più un'arma a microonde, piuttosto che una munizione incendiaria al fosforo. Da notare che cadaveri in queste condizioni sono stati trovati anche a Falluja dopo i combattimenti casa per casa. Anche per quanto riguarda Gaza, non appare affatto sensato che i cadaveri mummificati siano stati resi tali da munizioni aeree o di artiglieria al fosforo: le armi a microonde sono armi corte, a cominciare dal prototipo più famoso, quel Taser che può emettere una scarica elettrica fino a 60.000 Volt; sono armi che riescono ad essere più efficaci di quelle a munizioni convenzionali soprattutto in combattimenti negli abitati, in spazi stretti come vicoli, cunicoli e locali sotterranei. Come a Gaza, come a Falluja. Armi sicure per chi le usa, visto che non c'è il rischio di proiettili di rimbalzo, che invece normalmente c’è quando con munizioni convenzionali si spara in ambienti ristretti. Come si conclude su Pagine di Difesa, l'ipotesi delle armi a microonde è forse più condivisibile sul piano tecnico, ed anche sul piano militare, rispetto all’uso generalizzato per scopi offensivi di munizionamento al fosforo bianco. Tirando le somme, si sono viste immagini di cadaveri rimpiccioliti fino ad essere lunghi un metro, senza segni di proiettile, senza arti o con la testa mozzata. Sono queste le testimonianze di civili e medici iracheni, o provenienti oggi da Gaza, come ieri da Falluja, come dalla battaglia dell'aeroporto di Baghdad. Sono armi leggere e maneggevoli, che possono ridurre l'uso di armi di tipo cinetico. E probabilmente sono queste le armi usate negli scontri di terra a Gaza, e non quelle al fosforo bianco. Come dicevamo, quest'ultimo, tecnicamente non può provocare sugli oggetti e sulle persone effetti simili a quelli visti, come la carbonizzazione delle sostanze organiche, quasi nessun danno ai tessuti, pochi danni alle infrastrutture. Il dubbio principale riguarda il fatto che i corpi siano disidratati senza la combustione degli indumenti o dell’ambiente circostanze. Invece i corpi di Gaza, che come tutti i corpi umani hanno un alto contenuto di liquidi, presentano una carbonizzazione del volume organico, senza che i vestiti, l'involucro esterno, sia intaccato. Al momento, non esiste alcuna convenzione internazionale che regoli o limiti l'uso delle armi ad energia, che ufficialmente risultano essere ancora allo stato di prototipi di ricerca. Forse Gaza è stato il quarto esperimento di questi prototipi. di Alessandro Iacuelli per Altrenotizie 08 dicembre 2008 12:29
Emergenza in Zimbabwe: Medici Senza Frontiere lancia l'appello 'Non ci arrendiamo'"Non possiamo alzare bandiera bianca. Ci serve anche quella." Epidemia di colera in Zimbabwe: MSF sta curando l’85% della popolazione colpita, e lancia un appello ai donatori per fronteggiare l'emergenza. Puoi sostenere le attività di Medici Senza Frontiere con un contributo al loro Fondo Emergenze, utilizzato perfinanziare gli interventi di emergenza di MSF (guerre, epidemie, catastrofi naturali, emergenze nutrizionali). "Questo Fondo ci permette di intervenire immediatamente in tutte le emergenze, sia quelle mediatiche che mobilitano l'opinione pubblica, che quelle più sconosciute e di cui non si parla. Il Fondo Emergenze è la nostra massima garanzia per intervenire in tutte le emergenze, indipendentemente dalla loro visibilità, indipendentemente dalla presenza delle telecamere." Il Blog Senza Nome crede fortemente nell'impegno e nelle attività di MSF nel mondo, e per tale ragione chiede a tutti voi, anche se non avete la possibilità di donare qualche euro, di diffondere quanto più possibile questa notizia. Il sito ufficiale dell'iniziativa è http://www.nonciarrendiamo.medicisenzafrontiere.it/ 21 novembre 2008 08:23
Obama? Seguite i soldi
Una delle regole più note del giornalismo anglosassone è ‘follow the money’, cioè segui i soldi se vuoi capire come realmente funzionano le cose. Nel caso dell’elezione a presidente degli Stati Uniti di Barack Obama, è istruttivo applicare quella regola... purtroppo. Il Democratico ha raccolto un gran totale di 640 milioni di dollari per la sua corsa alla Casa Bianca, di cui una larghissima parte dai cosiddetti contributi individuali. Certamente in essi vi è una gran massa di donazioni di singole persone comuni, attivisti, gruppi di volontari, che è innegabile siano stati determinanti per il successo del loro beniamino. Ma non ci è dato sapere quale percentuale di quei fondi proveniva invece da settori un po’ meno ‘puliti’. Ricordo anche, è doveroso, che l'afroamericano ha rifiutato del tutto i contributi federali alla sua campagna elettorale. Quest’ultima nota è di sicuro molto edificante, ma se si dà un’occhiata ad altri dettagli, ahimè, il quadro cambia. Si scoprono cose che preoccupano, e che confermano quello che ho scritto in “Obama? Gioire con prudenza, molta”. Un primo sguardo ai dati pubblicati dalla Federal Election Commission americana fa risaltare la presenza dei ‘falchi’ della finanza di Wall Street fra i maggiori gruppi che hanno versato nelle casse del neo presidente, gli stessi che hanno giocato a biglie col futuro economico dell’intero pianeta, fino al collasso di questi giorni: Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Citigroup, Morgan Stanley fra gli altri. Nel paragone fra i due contendenti alla Casa Bianca, Obama batte McCain per 2.938.556 dollari a 2.185.869 ricevuti delle banche commerciali. Quando poi si considerano gli speculatori più selvaggi della finanza americana, e cioè gli Hedge Funds, il presidente nero batte lo sconfitto bianco con un margine notevole: 2.637.578 dollari a 1.561.865. Questo forse spiega uno dei dettagli meno edificanti del passato politico di Obama: il suo voto al Congresso a favore del pacchetto di salvataggio sborsato direttamente dai contribuenti americani nelle tasche di Wall Street poche settimane fa, che non solo costerà sudore e pene a milioni di cittadini per anni a venire, ma che non risolve neppure uno dei problemi strutturali della finanza impazzita di quel Paese. Proseguiamo. Da notare, fra le righe, quei 34.454 dollari che Barack Obama ha intascato dall’industria del tabacco. Non proprio morale per chi si presenta come ‘pulito’, per motivi persino troppo ovvi per essere citati. Ma una bruttissima sorpresa arriva quando si incontrano le voci relative ai colossi farmaceutici: Obama si è preso 1.662.280 dollari da questi giganti della speculazione sulla salute, contro i miseri 579.013 di McCain. La cosa è grave, poiché gli interessi di Big Pharma sono direttamente collegati al mantenimento del sistema Sanitario privatizzato americano, causa di ineguaglianze sociali orrende. Inoltre, visto ciò che le multinazionali del farmaco stanno facendo nel Terzo Mondo, dove negano ancora farmaci salvavita o sconti sui brevetti a tanti popoli disperati, di nuovo si fatica a trovare una moralità in questo aspetto di Obama. Si comincia qui a sbirciare qualcosa della realtà dietro i suoi proclami retorici. Alla voce Comunicazioni ed Elettronica si rimane di sasso. Il Democratico straccia McCain con una somma ben cinque volte superiore, 21.600.186 dollari contro 4.308.349. La cosa grave in questo caso sta nella comprensione di chi in realtà milita in quella categoria: alcune fra le più micidiali industrie di Guerre Stellari americane, di spionaggio e di intercettazioni. Forse è per questo che Obama votò al Congresso la famigerata legge FISA, quella cioè che permette lo spionaggio di immigrati o di americani considerati ‘alieni’, politicamente scomodi, e che fu aspramente contestata da tutti i maggiori gruppi per i Diritti Civili. Inoltre, alla voce più specifica sui finanziatori della campagna elettorale provenienti dall’industria bellica, di nuovo Obama batte il Repubblicano, con 870.165 dollari contro 647.313. Un altro settore di finanziamenti che preoccupa, è quello del comparto salute e assicurazioni. Ho già detto e scritto che la riforma sanitaria ipotizzata dal neo presidente lascia in sostanza le cose come stanno, con solo ritocchi cosmetici. Tradotto, significa che le grandi compagnie di assicurazione rimarranno gli arbitri della salute degli americani, in particolare dei 44 milioni di essi che oggi non hanno alcuna assistenza. I cittadini di quel Paese invocano in maggioranza e disperatamente un sistema sanitario pubblico, gratuito e finanziato dalle tasse, cosa riportata con chiarezza dai sondaggi ma non dalla stampa americana né dalla nostra. Obama ha ricevuto un gran totale di 49.408.792 dollari dal comparto salute e assicurazioni, McCain 33.286.626. Non sono spiccioli, e soprattutto non vengono donati a fondo perduto. Mi state capendo? Per concludere, si arriva al tema dell’influenza sui candidati da parte delle lobby e delle professioni che contano. Barack Obama si è sforzato di rassicurare l’America che lui era il candidato degli interessi della persona media, della famiglia media, ma anche dei poveri, degli svantaggiati. Ok, senza perdere altro tempo ecco le cifre. Gli influenti lobbisti americani e gli studi legali (che negli USA hanno un potere enorme) hanno dato al giovane candidato vittorioso il triplo di quanto hanno dato a McCain: 37.122.161 dollari per il primo e solo 10.765.423 per il secondo. Questi non sono idealisti con lo sguardo perso nelle nuvole, sono personaggi, anzi, rapaci che ci vedono benissimo… Perché hanno premiato Obama? Ripeto. Gioire, con prudenza. Moltissima. Dati: Federal Election Commission USA 09 novembre 2008 18:21
16 ottobre 2008 21:28
USA: Washington approvò interrogatori con 'annegamento simulato'
"Nessuna ipotesi è da escludere": rispondeva così, nel febbraio scorso, il portavoce della Casa Bianca, Tony Fratto, durante un'udienza della Commissione del Senato sulle torture per annegamento. Il cosiddetto 'waterboarding' è un'aberrante pratica che consiste nel versare acqua in faccia al torturato per simulare l'annegamento. L'acqua che entra nella gola provoca il 'riflesso faringeo', facendo credere che la morte sia imminente. Allora, Washington non escludeva nessuna ipotesi sull'uso di questa forma di tortura, proibita sia dalla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigioneri che dalle leggi Usa (Detainee Treatment Act e Military Commissions Act). La Cia aveva parlato di specifici contesti, nel 2002 e 2003, durante i quali veniva utilizzata la pratica del waterboarding. Oggi, le 'ipotesi' di cui parlava Fratto a febbraio sono confermate da alcuni 'memo', documenti segreti, di cui è entrato il possesso il quotidiano Usa Washington Post.
Nel 2003 e nel 2004 - secondo quanto riferito dalla testata - la Casa Bianca appoggiò esplicitamente i duri metodi di interrogatorio da parte della Cia nei confronti dei sospetti terroristi. Il quotidiano cita quattro fonti ben informate della Cia e dell'amministrazione Bush che hanno chiesto l'anonimato. I documenti, finora riservati, sarebbero stati richiesti all'amministrazione dall'allora direttore della Cia, George J. Tenet, oltre un anno dopo che gli interrogatori segreti erano cominciati. L'agenzia investigativa, sempre secondo le rivelazioni del Washington Post, lo fece perchè preoccupata delle conseguenze sull'opinione pubblica di eventuali rivelazioni sui metodi di interrogatorio. In questa circostanza, i vertici dell'intelligence avvertirono la necessità dell'imprimatur scritto della Casa Bianca, anche se nel 2002 già il Dipartimento di giustizia aveva 'approvato' in via informale tali metodi.
La Cia temeva che la Casa Bianca potesse in un secondo momento, se messa alle strette da uno scandalo, prendere le distanze dai metodi usati dall'agenzia investigativa per interrogare i sospetti terroristi di al Qaida. Tenet richiese un documento di approvazione scritto già nel giugno 2003, durante una riunione del Consiglio per la sicurezza nazionale. Il memorandum di approvazione, dice il giornale, arrivò pochi giorni dopo. Poi nel giugno 2004 Tenet chiese alla Casa Bianca un nuovo documento scritto sulla scia dello scandalo per le torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Anche questa volta fu accontentato, dice il 'Post'. Funzionari dell'amministrazione interpellati dal giornale hanno da parte loro confermato l'esistenza dei due documenti segreti, senza tuttavia riferire alcunchè sul loro contenuto.
Lo scrittore e giornalista vicino ai conservatori Usa, Christopher Hitchens, ebbe a proporre una distinzione tra 'tecnica di interrogatorio estrema' e 'tortura', catalogando il waterboarding nella prima definizione. Invitato a provare in prima persona cosa si prova nel venir sottoposti al trattamento - e a sfidare le sue stesse argomentazioni -, l'intellettuale accettò: "Credetemi, è tortura", disse al termine dell'esperienza. Il suo racconto, pubblicato su Vanity Fair, riporta sia la brutalità del metodo e l'orrore che si prova nell'essere 'vicini all'annegamento', ma anche considerazioni circa la validità di informazioni raccolte sotto interrogatori 'estremi': "Gli interroganti, durante l''operazione', non avevano neppure il tempo di farmi domande. Se me le avessero fatte, avrei risposto immediatamente. Avrei risposto qualsiasi cosa".
di Luca Galassi per PeaceReporter 13 settembre 2008 10:05
Afghanistan: sette anni dopo la cacciata dei talebani
In Afghanistan, il vertiginoso aumento del livello di scontro registrato negli ultimi mesi sta mettendo a dura prova le forze della coalizione internazionale. Dalla fine dello scorso anno le milizie talebane hanno cambiato strategia e alla guerra aperta hanno preferito il terrorismo usato dalla guerriglia irachena: più snervante, più efficace e meno rischioso. La scelta é dovuta soprattutto alla schiacciante supremazia dimostrata in precedenza dalle Forze della Nato e dai paesi che partecipano alla missione, ai mezzi a disposizione, alla loro potenza di fuoco e alla capacità operativa. Tutti fattori che avrebbero portato le milizie ad evitare il combattimento diretto in favore di una strategia basata su azioni clamorose, sull’uso massiccio di ordigni esplosivi improvvisati (più comunemente conosciuti come IED o Improvised Explosive Device), di bombe piazzate sul ciglio delle strade, di attacchi suicidi e rapide sortite. I successi ottenuti dalla guerriglia stanno determinato la reazione delle truppe della coalizione, che in questo modo si espone al rischio di errori tattici ed operativi; si conta un elevato numero di perdite e una crescente percentuale di “danni collaterali”, leggasi vittime civili che pagano con la vita tragici errori di valutazione. A sette anni dalla cacciata del regime talebano la popolazione afgana inizia a considerare le truppe straniere come una sorta di esercito di occupazione, un esercito da combattere cosi come furono combattuti i sovietici negli anni Ottanta. Il frenetico aumento delle attività ha portato i talebani a ridosso della capitale; la guerriglia ha amplificato la pressione contro la rete stradale e ha sviluppato una serie di spregiudicati attacchi che stanno preoccupando seriamente i vertici militari della coalizione: l’assalto alla prigione di Kandahar, che ha permesso la fuga di centinaia di prigionieri; il commando suicida che il 14 gennaio scorso ha portato un attacco al cuore internazionale di Kabul colpendo l’interno dell’hotel Serena e uccidendo sette persone, tra cui un reporter norvegese; l'auto-bomba esplosa il 7 luglio contro due veicoli diplomatici che si trovavano vicino al cancello principale dell'ambasciata indiana e che ha ucciso almeno 44 persone e ne ha ferite più di 150. Questi sono solo alcuni degli esempi che documentano l’abilità dei talebani nel condurre lo scontro sul terreno del terrorismo senza comunque rinunciare ad una guerra di tipo convenzionale, come l’attacco del 13 luglio contro la base di Kunar, costato la vita a nove militari statunitensi, o l’azione sferrata il 19 agosto scorso a non più di 30 miglia ad est di Kabul nella quale sono morti 10 soldati francesi. Negli ultimi mesi i vertici militari statunitensi hanno risposto agli attacchi talebani con un intenso aumento dell’attività aerea; è stata rafforzata la presenza americana nell’Oceano Indiano con il rischieramento della flotta guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln. Per quanto riguarda le operazioni di terra, il Pentagono ha lavorato per raggiungere un maggiore coordinamento con l’intelligence pakistano, obiettivo tragicamente fallito se si pensa all’incursione militare su Jalal Khel, villaggio del Waziristan meridionale bombardato da elicotteri da guerra che hanno causato la morte almeno 15 persone, soprattutto donne e bambini. Senza ottenere risultati positivi Washington si è anche impegnata sul piano diplomatico, cercando di appianare le profonde divergenze che dividono l’Afghanistan dal vicino Pakistan. Nel 2008 l’attività di guerriglia è cresciuta in modo vertiginoso, soprattutto lungo il confine con il Pakistan; per i talebani le aree tribali ad Amministrazione Federale (Khyber, Kurram, Bajaur, Mohmand, Orakzai, Nord e Sud Waziristan) sono diventate una vera e propria roccaforte, rifugio e base logistica da dove lanciano azioni dimostrative come l’attacco kamikaze compiuto il 21 agosto scorso contro una fabbrica di armi e munizioni di Wah, città strategica che sorge nella provincia di Punjab, attacco nel quale hanno perso la vita 64 civili. Un territorio difficile quello a cavallo tra Pakistan ed Afghanistan, dove i talebani addestrano i volontari destinati alla jihad afgana, ragazzi reclutati nelle madrasse di Karachi, Peshawar, Lahore e Quetta, santuario dei capi del movimento religioso puritano; dove le azioni di contenimento condotte dall’esercito pakistano non producono praticamente alcun effetto e dove le truppe della coalizione sono sempre più invise alla popolazione. In un articolo pubblicato il 25 Agosto scorso dall’Associated Press, Jason Straziuso parla delle perdite americane in Afghanistan: dall’inizio del conflitto, ottobre 2001, l’esercito USA hanno perso 580 militari; 105 nei primi otto mesi del 2008; 65 nel bimestre maggio-giugno, il peggiore bilancio registrato dal giorno dell’invasione. La fiducia della popolazione afgana nei confronti della coalizione sta diminuendo costantemente; gli errori e i danni collaterali iniziano ad avere il loro peso. Nei primi otto mesi dell’anno le operazioni di terra e l’aviazione americana avrebbero causato la morte di circa 700 civili: il 21 agosto un raid aereo su Herat ha provocato la morte di 90 civili, 60 erano bambini; secondo alcune testimonianze, il giorno seguente, un neonato, quattro bambini, una ragazza e quattro donne, una di loro incinta, sarebbero stati feriti gravemente dalle schegge di alcuni razzi lanciati dall’esercito britannico su una abitazione di Lashkargah. Nell’Afghanistan meridionale e sud orientale la strategia talebana sta sviluppando una sorta di consenso e la presenza dei gruppi legati ad al-Qaida sta diventando ogni giorno più influente. I guerriglieri iniziano a controllore gran parte della frontiera con il Pakistan e la rete stradale che da Karachi porta verso Kabul ed Islamabad, di vitale importanza ora che la crisi caucasica sta mettendo in discussione l’accordo con la Russia per il transito dei rifornimenti Nato, sta entrando sotto l’influenza talebana. A questo punto, per il Pentagono le prospettive non sono rosee. La presenza delle truppe Usa è determinante per il successo dell’International Security Assistance Force (Isaf) e, a meno che non si decida di lasciare che il paese in mano ai talebani, travolto da una sanguinosa guerra civile, dal punto di vista della coalizione occidentale il ritiro rimane un’opzione impraticabile; di questo ne sono coscienti entrambi i candidati alla presidenza americana. Anche se con diverse finalità, John McCain e Barack Obama non possono fare altro che promuovere l’aumento della presenza militare in Afghanistan, soprattutto ora che un parziale ritiro dall’Iraq sembra diventato possibile. Restare a Kabul aumentando il contingente non può però che avere della conseguenze, ripercussioni che Washington e i suoi alleati dovranno prima o poi affrontare. Un numero maggiore di militari implicherebbe una proporzionale crescita di errori e quindi un incremento del numero di vittime collaterali; l’aumento delle forze in campo verrebbe percepito in modo negativo dalla popolazione che di conseguenza darebbe maggiore sostegno alla guerriglia. La persistente presenza occidentale verrebbe paragonata all’invasione sovietica del 1979 e questo non farebbe altro che dar vita a nuove forme di resistenza. Il vertiginoso aumento dello scontro potrebbe mettere infine a rischio gli equilibri politici del vicino Pakistan, dove la jihad potrebbe approfittare dell’incertezza causata dal dopo Musharraf e della cronica instabilità delle regioni nord-occidentali per trascinare il paese verso la guerra civile. In conclusione, comunque la si voglia prendere, il conflitto afgano è destinato a durare ancora a lungo, molto più e molti morti in più di quanto avesse previsto il presidente Bush quando diede inizio all’Operazione Enduring Freedom. di Eugenio Roscini Vitali per Altrenotizie 27 giugno 2008 13:14
Quando Dio in realtà è un Orco
Negli Stati Uniti il numero dei genitori che lasciano morire i propri figli per non contravvenire alle regole della loro fede continua ad aumentare in modo vertiginoso. Nel decennio tra il 1997 ed il 2007 già 190 minori hanno pagato con la vita per il fanatismo degli adulti. Alla Child HealthCare is a Legal Right, un’associazione che cerca come può di tamponare il triste fenomeno, sono convinti che almeno il 90% avrebbero potuto essere salvati. Il 17 giugno, i quotidiani hanno riportato la notizia dell’ennesima vittima, Neil Beagley, figlio sedicenne di due seguaci della Chiesa cristiano-scientista, una delle venti comunità presenti negli Stati Uniti che prevedono come unico ausilio agli ammalati la preghiera collettiva. In questo modo, malattie facilmente curabili sfociano quasi sempre nella tragedia. Nel mese di marzo, la famiglia Beagley aveva già perso una bambina di 15 mesi. Alla piccola, nata diabetica, non veniva mai somministrata l’insulina di cui aveva bisogno per “non contrastare il volere divino”. L’aspetto più oscuro e sconcertante della questione è che le leggi americane prevedono uno statuto che protegge i genitori che si oppongono alle terapie mediche per motivi di fede. La morte di Neal Beagley ha però riacceso un dibattito che dura ormai da molti anni sulla connivenza tra Stato e comunità religiose che millantano guarigioni miracolose. Qualcuno si chiede anche come sia possibile consentire a degli adulti legalmente autonomi esercitare il diritto di vita o di morte su un minore impossibilitato ad esprimere la propria volontà. La risposta è semplice: nei dieci anni a cavallo tra il 1970 e il 1980 le leggi che imponevano ai genitori di tutelare la salute dei figli e prevedevano sanzioni penali in caso di maltrattamenti, sono state stravolte dall’introduzione di alcuni emendamenti che proteggono invece i genitori che lasciano morire i figli per motivi riconducibili alla fede. Nel 1974, quando l’allora governo Nixon approvò il Child Abuse and Treatment Act, che prevedeva lo stanziamento di fondi a favore dei minori maltrattati o in stato di abbandono, le congreghe di ispirazione religiosa si fecero immediatamente avanti per reclamare la loro parte. Al tempo stesso iniziarono a premere per ottenere leggi che anteponessero la libera scelta religiosa alla salvaguardia dei minori. Con un candore che nulla aveva a che vedere con la fede bensì con le generose donazioni elargite dai cristiano-scientisti durante la campagna elettorale, il Congresso approvò la richiesta. Oggi 45 stati americani consentono che bambini e adolescenti malati siano “curati” con il solo ausilio della preghiera. Le leggi variano da un posto all’altro: in Wisconsin, le norme in vigore vietano la persecuzione di chi agisce in nome della fede anche in caso di morte. In Minnesota si ricorre in genere all’intervento della Corte Suprema, ecc. . Si cominciano però ad intravedere piccoli segnali di ravvedimento: in Maryland pare che sarà revocata la legge che consentiva ai genitori di mantenere comunque la patria potestà sugli altri figli anche qualora fosse stata accertata la loro responsabilità nella morte di un minore. In Wisconsin grazie ad una forte spinta da parte dell’opinione pubblica, il padre e la madre di una bambina diabetica morta per mancanza d’insulina sono finiti in carcere. Phil Davis, uno dei portavoce della Chiesa cristiano-scientista, ha detto ai giornalisti che “sarebbe illogico processare qualcuno solo perché ha scelto la preghiera”, ignorando completamente il dramma di una bambina di 11 anni alle quale è stato tolto il diritto alla vita. Se fosse stato ancora vivo il grande Mark Twain, che considerava i seguaci dei culti dei “rispettabili ciarlatani”, gli avrebbe probabilmente risposto per le rime. Intanto si è scoperto che la Chiesa cristiano-scientista di Boston ha ricevuto dal governo americano almeno 50 milioni di dollari in sette anni per “assistenza ai malati”. Nessun commento stavolta da parte dei dirigenti. Ora, a parte il fatto che solo otto milioni sono stati effettivamente spesi per la gestione di una struttura che ospita ammalati della comunità, è forse opportuno ricordare che le terapie praticate consistono unicamente in preghiere collettive alternate a inni sacri cantati dai confratelli. La vicenda è finita anche sulle pagine del Wall Street Journal e si attendono nuovi sviluppi. Bisogna dire che i cristiano-scientisti davanti ai privilegi economici si dimostrano forse ancora più agguerriti di quanto abbiano dimostrato di essere nel proteggere il loro diritto di curare i malati con la preghiera. I lobbisti di tutte le comunità religiose hanno intanto iniziato a premere per ottenere dal governo una legge che consenta ai cittadini di contrarre assicurazioni che, in caso di malattia, garantiscono all’infortunato non più il ricovero in una struttura sanitaria ma il pronto intervento di un gruppo di preghiera. Questa formula è già stata sperimentata in forma privata. Le tariffe si aggirano sui 20 dollari ad intervento con punte che arrivano fino a 50. Tutto dipende dal numero di preghiere necessarie per arrivare alla guarigione. Con un po’ di fortuna si può anche sopravvivere. Più spesso si vola in paradiso, alla modica somma di 50 dollari a persona, meno di un villaggio-vacanze… di Bianca Cerri per Altrenotizie (25/06/2008) 20 maggio 2008 18:35
Cina: un terremoto di condanne a morte
Il terremoto cinese blocca la fiaccola olimpica e rimanda nei monasteri i monaci tibetani. Ma le condanne a morte, in tutto il Paese, non si fermano. Amnesty International rende noto che sono, in media, 22 al giorno. Un record che rende Pechino - pur se ormai nazione integrata nella globalità mondiale - medaglia d’oro in un’olimpiade della morte. La mannaia, intanto, non si ferma e se si procederà al ritmo delle esecuzioni attuali il giorno dell’apertura dei Giochi il potere cinese potrà contare ben 347 esecuzioni. Questa tragica escalation (mancano, comunque, statistiche ufficiali) fa dire a Kate Allen, che da Londra segue la problematica dei diritti umani, che vi dovrebbe essere un impegno mondiale nel fermare la mano della dirigenza cinese e per far sì che tutti coloro che saranno coinvolti nei Giochi dovrebbero fare pressione su Pechino affinché riveli i numeri dell’uso della реnа capitale e perché riduca il numero di circa 60 reati реr cui è prevista (omicidio, traffico di droga, reati economici, politici, d’opinione, commercio di pornografia, uccisione di alcuni animali sacri) е si diriga verso l'abolizione. Secondo Amnesty, nel 2007 Рechinо ha messo a morte аlmеnо 470 persone; circa 8000 lе cоndannе eseguite ogni annо. Ed ecco ora che dal rapporto Death Sentences and Executions risulta che nel mondo almeno 1.252 persone sonо state giustiziate nel 2007, in 24 paesi (ma si teme siano moltissime di più), mentre lе condanne рronunciate sono state 3.347 in 51 paesi. Сirса 27.500 persoпе sonо attualmente пеl braccio della morte. L'organizzazione esprimе grave preoccupazione реr l'aumento delle esecuzioni non solo in Сinа, ma anche Usa, Mongolia, Vietnam, Iran, Arabia Saudita е Pakistan. Intanto arrivano i dati che riferiscono sulle esecuzioni avvenute in Cina negli anni scorsi. Si “parte” da quel 63% del 1993 alle 2496 attuate nel 1994. Nel 1997 sarebbero state eseguite almeno 1644 condanne. Amnesty International, ritiene che in realtà il numero delle condanne e delle esecuzioni sia molto più elevato rispetto alle cifre in suo possesso; ciò dipende dal fatto che le autorità cinesi non pubblicano mai statistiche sulla pena di morte considerate “segreto di stato”. Spesso l’annuncio di una condanna è fatta in luoghi pubblici e i condannati sono messi alla gogna e costretti ad abbassare la testa e a tenere al collo un cartello con il loro nome ed il crimine commesso. Agli imputati è spesso negato il diritto di avere un legale; quando la rappresentanza legale è concessa, gli avvocati hanno un giorno o due per preparare la difesa. Spesso le condanne sono stabilite prima del processo da un comitato giudicatore. Dopo la conferma di una condanna a morte gli imputati hanno da 3 a 10 giorni per ricorrere in appello. E quando queste richieste di nuovo giudizio non giungono a tempo, la sentenza è automaticamente demandata all’Alto Tribunale del Popolo che prende una decisione entro un mese e mezzo. Raramente poi gli appelli sono accolti. La pena di morte è usata in maniera discriminatoria nei confronti delle classi sociali più basse e nella maggior parte dei casi le uniche prove contro gli imputati sono confessioni estorte sotto tortura. E’ con questo medagliere che la Cina si appronta a celebrare il rito olimpico anche in quei bracci della morte che ricordano - ai più anziani - quelle famigerate vicende americane che avevano come teatro il carcere di San Quintino. Quello dove l’americano Caryl Chessman iniziò la sua lotta contro la pena di morte scrivendo, dalla cella 2455, opere in propria difesa che vennero lette in ogni parte del mondo, ma che non lo salvarono dalla camera a gas. Ed ora la Cina - che ha messo fine a decenni e decenni di isolamento economico modificando la sua stessa configurazione nazionale - non trova la forza per superare la vergogna della pena di morte e cioè un processo capace di far accettare al mondo un radicale cambiamento che dall’economia passi alla società facendola divenire civile. di Elena Ferrara per Altrenotizie 23 aprile 2008 16:58
Stati Uniti: Nuova propaganda di guerra e consigli per resistere
Indirizzare l'opinione pubblica, creare consenso, coprire la verità. Non stiamo parlando di un genere nuovo nell'informazione che riguarda guerre e conflitti. Le veline non sono scomparse, ma si sono adeguate, come le tecniche di cooptazione da parte di chi ha bisogno di disegnare semplici schemi che creino affezione alla macchina bellica, alle esigenze dei 'falchi'. La notizia pubblicata nelle scorse ore dal New York Times ci racconta di una schiera di analisti militari, tutti graduati in pensione, utilizzati dai grandi network televisivi statunitensi, al servizio diretto di Donald Rumsfeld. Gli analisti, tutti legati all'industria bellica, venivano ammaestrati sul messaggio da propagandare, in cambio di informazioni riservate utili per i loro affari di consulenti per l'industria bellica, a vario titolo. Quando l'informazione sui conflitti voluti dagli Usa rischiava di prendere una cattiva piega, Rumsfeld riuniva il pool, impartiva la linea editoriale, che veniva trasmessa nelle case di milioni di telespettatori. Dall'inchiesta del NYT apprendiamo anche virgolettati che legittimano innumerevoli analisi, dando loro non più l'aura di un'opinione, ma il valore dei fatti. Dice, Rumsfeld, di insistere sul concetto di guerra al terrore, ma senza limitare questa espressione solo all'Iraq, o all'Afghanistan. Il concetto deve essere esteso temporalmente e geograficamente. E soprattutto l'Iraq deve essere legato sempre di più all'Iran. Si era detto e scritto, penserà più di uno, ma il valore aggiuntivo di questa notizia sta proprio nel virgolettato, la riprova di una strategia visibile nei fatti adesso ha anche una sorta di prova inconfutabile. A leggere l'inchiesta del NYT viene da pensare a una tecnica di disinformazione che ha sostituito la manipolazione della verità. Il caso degli analisti militari è un caso flagrante di omissione e di deformazione. Ma c'è un altro tipo di diffusione delle notizie che non ha confini nitidi, o parametri assoluti. E che risulta, proprio per questo, più difficile da individuare, o dalla quale è più difficile difendersi. Sono quelle notizie che sono false, ma create e veicolate come se fossero vere e nei canali di quelle vere. Sono le campagne di immagine, il marketing applicato alla guerra, o ai conflitti. E così non deve stupire se il Plan Colombia, nel quale gli Usa gettano milioni e milioni di dollari, abbia un agguerrito team di esperti in comunicazione, al soldo del Dipartimento di Stato. Molti Stati, non solo Washington, decidono di avvalersi di esperti delle agenzie di immagine per orchestrare vere e proprie campagne che cercano di influenzare l'opinione pubblica o attutire le critiche. Il caso Pinochet, per esempio: una agenzia di immagine statunitense era incaricata di curare l'immagine del suo cliente, quando questi era stato arrestato a Londra. Il caso della Exxon Vladez, la petroliera colata a picco nei ghiacci. O, forse i più ricorderanno, il cormorano incatramato della prima guerra del Golfo. Quel cormorano non aveva mai respirato l'aria o le nubi tossiche nei pressi dei pozzi di petrolio manomessi da Saddam Hussein. Fu semplicemente una chiave emotiva per creare consenso, un'immagine che serviva a far leva sulle emozioni di un povero volatile moribondo, incapace di muoversi per la massa oleosa che ricopriva piume e penne. Ce n'è abbastanza per cercare di abbozzare almeno una qualche cautela, ogni volta che leggiamo dichiarazioni o slogan di una semplicità, e semplificazione, aberranti. Bene e Male, Bianco o Nero, sfumature ormai inesistenti. O indirizzate, se vogliamo seguire una delle poche dichiarazioni che John Rendon ha dato di sé, da quanto riportato nell'articolo di J. Stein “When Things Turn Weird, the Weird Turn Pro. Propaganda, the Pentagon and the Rendon Group” nella rivista elettronica TomPaine.common sense. Rendon, durante un incontro all’Air Force Academy,si definì un guerriero dell’informazione e organizzatore delle percezioni. In tante, e siffatte, certezze, davanti a uno schermo tv o a un foglio di giornale forse è necessario rivalutare l'esercizio del dubbio. 10 marzo 2008 13:34
Zapatero batte Destra e Vaticano!!![]() “Una gran victoria”. Così, l’ha definita il segretario del Partito socialista spagnolo, José Blanco. 169 seggi contro i 153 dei popolari: 16 deputati in più, come nella legislatura che è chiusa con le elezioni di ieri. Una vittoria praticamente certa fin dall’inizio della campagna elettorale, anche di fronte a una situazione economica non più particolarmente rosea. Eppure, una vittoria che il Psoe di José Luis Rodríguez Zapatero ha avuto paura di vedersi sfuggire all’ultimo momento, alla stessa velocità con cui nel 2004, tre giorni dopo l’attentato di Madrid, gli elettori spagnoli avevano deciso di strappare la guida del proprio Paese al popolare José María Aznar per assegnarla proprio a Zapatero. Perché quando un gruppo terroristico come l’Eta torna ad uccidere, non c’è sondaggio capace di prevedere le scelte di voto. Soprattutto se il partito al governo è accusato di aver usato poca fermezza contro lo stesso gruppo armato. Fiducia ai socialisti, quindi. Nonostante le paure per l’esecuzione, venerdì scorso, dell’ex consigliere socialista Isaías Carrasco. Nello stesso giorno in cui a Mondragón (cittadina due passi dal cuore della provincia basca San Sebastián) si svolgevano i funerali di Carrasco, il 43,64 per cento degli elettori spagnoli, oltre 11 milioni di persone, decideva di confermare il Psoe alla guida del Paese. Il modo migliore per rispondere all’appello lanciato sabato dalla figlia di Carrasco, Sandra: “Quelli che vogliono esprimere solidarietà per mio padre e per il nostro dolore, vadano in massa a votare, per dire agli assassini che non faremo neanche un passo indietro”. Probabilmente non è un caso che l’affluenza sia stata quasi identica a quella di quattro anni fa: 75,32 per cento, rispetto al 75,66 del 2004, specialmente se si considera che in Spagna l’astensionismo prevale soprattutto tra le fila degli elettori socialisti. Guardando più nel dettaglio i risultati e confrontandoli con quelli del 2004, si nota un’accentuazione del bipolarismo a danno dei partiti minori. Psoe e Pp conquistano entrambi più voti, cosa che permette a Zapatero e al suo sfidante Mariano Rajoy di ottenere cinque seggi in più a testa e passando così, rispettivamente, da 164 a 169 e da 148 a 153. Si è però ridotta la percentuale di voti che divide i due partiti: nel 2004 era pari al 4,88 per cento, oggi si ferma al 3,5. Sommando il 43,6 per cento dei socialisti e il 40,1 dei popolari, si ottiene un 83,7 per cento, più di tre punti percentuali del 2004. Se si escludono i nazionalisti della CiU - terza forza del Paese con 11 deputati e abbastanza stabili nel numero di voti conquistati - tutti gli altri partiti hanno registrato una flessione. Due su tutti: l’Esquerra Republicana e Iu. Il primo, un partito indipendentista catalano, perde cinque seggi su otto e dimezza i suoi voti a favore del Partito socialista catalano affiliato al Psoe. Il secondo, una forza di estrema sinistra, si ritrova in una situazione abbastanza paradossale. Nonostante una percentuale di voti del 3,8 per cento, superiore a quella della CiU, conquista solo due deputati, perdendone tre. Risultato, questo, dell’assegnazione dei seggi su base provinciale e ulteriore dimostrazione che nessun sistema elettorale è perfetto. Se è vero che vincere è difficile, ma riconfermarsi lo è ancora di più, la fiducia ottenuta dai socialisti è certamente la conseguenza di un quadriennio di importanti riforme che hanno portato la Spagna a fare grandi passi avanti sul fronte dei diritti e superare l’Italia per Pil pro capite. Proprio paragonando due nazioni per diversi aspetti simili, Il The Guardian ha riassunto tutto con una frase: “La Spagna va avanti mentre l’Italia gira su se stessa”. Aumento dei posti di lavoro, crescita a lungo vicina al 4 per cento; e poi riconoscimento del matrimonio per i gay, capacità di ricondurre il Vaticano a più miti consigli, inasprimento delle pene per le violenze domestiche contro le donne e una forte politica di sostegno agli immigrati. Senza dimenticare la coraggiosa scelta di abbandonare il fronte iracheno. Di fronte a queste azioni concrete, il partito popolare ha avuto partita persa in partenza, non essendo stato in grado di crearsi un’identità coerente. Troppe, del resto, le forze che convergono nel Pp: liberali ed ex franchisti, clericali e secolarismi, nazionalisti e xenofobi. La mancanza di carisma di Mariano Rajoy ha fatto il resto. In prospettiva, il lavoro di Zapatero non sarà facile. Dopo anni positivi, l’economia spagnola mostra segni di cedimento. Dopo un 2007 al +3,8 per cento, le previsioni di Zapatero per il 2008 non superano il +3,1 per cento, mentre i pessimisti stimano un +2,4 per cento. La disoccupazione è salita all’8,6 per cento. E poi c’è un’inflazione al 4,3 per cento che inevitabilmente risente del caro-petrolio. Senza dimenticare la bolla immobiliare che potrebbe essere vicina a scoppiare, dopo che negli ultimi anni la Spagna ha costruito nuove case più di Inghilterra, Francia e Germania messe insieme. Durante la campagna elettorale Zapatero ha promesso sgravi fiscali e aumento delle pensioni, sfruttando le entrate derivanti da quei 2,7 milioni di nuovi contribuenti (per la maggior parte stranieri regolarizzati). Per ora, gli spagnoli gli hanno confermato la loro fiducia. di Agnese Licata per Altrenotizie 30 novembre 2007 10:50
Le "procedure innovative" a Guantanamo
Quando si dice: un marchio, una garanzia. Sul marchio - la firma in questione è quella di Geoffrey D. Miller - è lecito aspettarsi un po’ di tutto, ma mai niente di buono. Non sorprende, infatti, che in calce al documento destinato ai carcerieri di Guantanamo, ci sia proprio il suo nome. Nominato alla fine del 2002 comandante di una prigione al di sopra di tutte le leggi, costretto alla pensione nel 2006 dopo un’infinità di polemiche sulle variegate torture denunciate da alcuni ex prigionieri, Miller è passato alla storia per i risultati ottenuti ad Abu Ghraib, in Iraq. Risultati ampiamente documentati da foto scandalose, soprattutto per una nazione che si è data il ruolo di guida democratica del mondo. Risultati che a Miller hanno fruttato una medaglia al merito, la Distinguished Service Medal, a testimoniare il suo ruolo di “innovatore”. Del resto, come negare il carattere innovativo di molti dei metodi elencati nelle 238 pagine dirette a Cuba e datate 28 marzo 2003, poco dopo l’inizio della guerra in Iraq? Da alcuni giorni a questa parte, grazie a un sito – wikileaks.org – e a un cybernauta che ha scovato, postato e reso pubblico questo documento, le tecniche utilizzate a Guantanamo per convincere i detenuti a collaborare durante gli interrogatori sono sotto gli occhi di tutti. E lo rimarranno ancora, dato che la richiesta del Pentagono di censura è stata respinta dal sito. Dietro al titolo asettico di Camp Delta Standard Operating Procedures - Procedure operative standard per il Campo Delta - si nascondono una serie di pratiche in palese violazione della Convenzione di Ginevra in difesa dei prigionieri di guerra. Alberto Gonzales, l’uomo che fino allo scorso settembre guidava il dipartimento della Giustizia americano, non aveva mai fatto mistero di considerare la Convenzione “obsoleta”, non più valida per talebani e terroristi di al-Qaeda. E, a leggere queste 238 pagine, le minuziose descrizioni dei vari blocchi, il sistema di premi e punizioni, la classificazione di pericolosità dei detenuti, sorprende la razionalità e la sistematicità con cui gli americani hanno sistematicamente violato i diritti di semplici sospettati.
Attualmente, sarebbero circa 350 i presunti terroristi rinchiusi in questa prigione di 116 chilometri quadrati, costruita su un territorio cubano ma sotto giurisdizione americana dal 1903 (con un “affitto perpetuo” mai riconosciuto dalle autorità dell’isola). Persone alle quali non è concesso il diritto di difendere se stessi davanti a un giudice. Diritto sacrificato al sacro altare della lotta al terrorismo. E allora, non sorprende che questo documento dia prova di quanto le associazioni per i diritti civili continuano a dire da sempre, ossia che una parte dei prigionieri viene nascosta anche agli inviati della Croce Rossa internazionale. Certo, due anni fa il vicepresidente Dick Cheney aveva detto che i prigionieri di Guantanamo “vivono ai tropici, sono ben nutriti e hanno tutto quello che possono desiderare”. Insomma, poco meno di una vacanza. Una singolare “vacanza”, a dire il vero, se si considera che il benvenuto consiste, per protocollo e raccomandazione di Miller, in almeno due settimane di semi-isolamento, strumento fondamentale per causare “disorientamento” e rendere più malleabili i detenuti durante gli interrogatori. Inoltre, nei primi trenta giorni di reclusione, è fatto divieto di essere visitati dalla Croce Rossa, di ricevere libri, lettere o assistenza spirituale. Peccato che questa pratica sia ufficialmente considerata come atto di tortura psicologica. Tortura che si va ad aggiungere a quelle fisiche raccontante da ex prigionieri.
Non solo. I detenuti - stabiliscono le direttive - devono essere distinti in quattro categorie: quelli con un unrestricted access, che possono essere visitati dagli inviati della Croce Rossa; quelli con un restricted access, che possono solo essere visitati ma non possono comunicare solo quanto concerne la sua salute; quelli con un <visual access>, ossia che possono solo essere osservati e, infine, i no access, totalmente esclusi dal contatto con il personale dell’organizzazione internazionale. Facile intuire il perché della scelta di nascondere agli occhi del mondo i detenuti considerati più pericolosi, più importanti e, quindi, più sottoposti a torture di ogni sorta. Ovviamente, però, il documento proibisce qualsiasi tipo di violenza fisica. Un’altra distinzione interessante è quella fatta sulla base della collaborazione e del comportamento tenuto in carcere. A ognuno di cinque livelli corrisponde una collocazione del prigioniero in una specifica parte del carcere. E finire nei campi di massima sicurezza, ossia quelli degli ultimi due livelli, significa essere costretti quasi sempre all’isolamento, privati di tutto, anche carta, matita, libri. Ai più diligenti, invece, tre coperte invece di due, rotoli in più di carta igienica, sale, saponette, una doccia in più la settimana e un’uscita in più al giorno, “addirittura” scacchi o carte da gioco. Peccato che, secondo quando riferisce l’Economist, un anno dopo l’apertura di Guantanamo, ad essere in regime di massima sicurezza era ben il 70 per cento dei detenuti. Un capitolo a parte, poi, è quello dell’uso dei cani come metodo d’intimidazione. Metodi, anche in questo caso, ampiamente mostrati dalle fotografie di Abu Ghraib.
Dopo una visita svolta lo scorso aprile, Jacob Kellenberger – presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, ha dichiarato di aver visto “miglioramenti significativi” all’interno del campo, rispetto alla situazione del 2002-2003, quando i prigionieri vivevano nel Camp X-Ray e non nella struttura attuale, che prevede celle più dignitose. Rimane una situazione indegna di una nazione democratica, dove centinaia di persone sono considerate - e trattate - come terroristi a prescindere, senza aver subito alcun processo. I dettagli resi noti da questo documento danno solo conferme. di Agnese Licata per Altrenotizie 26 novembre 2007 11:50
Quel "investimento economico" chiamato Afghanistan
Una guerra non è una faccenda che si possa pianificare tanto facilmente, ancora meno è qualcosa che si possa analizzare con ottiche economiste. Le ultime guerre occidentali hanno dimostrato ancora una volta la considerazione che Bismark pose a premessa delle sue teorie belliche: di nessuna guerra, si può sapere prima come finirà. Si era capito fin da subito che in Afghanistan sarebbe finita male, ma gli ultimi eventi, tra i quali la morte di Daniele Paladini, caduto ieri in un agguato kamikaze ci dimostrano che potrebbe anche finire peggio. Militarmente semplicissima, la cacciata del governo talebano fu festeggiata con l’assassinio di qualche migliaio di prigionieri, abbandonati a morire chiusi dentro i container. A prendere l’amministrazione del paese fu un ex-dipendente di una compagnia petrolifera americana, alcuni ministeri furono affidati a signorotti feudali, tutti i ministeri furono sottomessi ad un imbarazzante controllo da parte americana e pachistana. Il povero Karzai si è ridotto a piangere in pubblico nel denunciare i danni che il Pakistan infligge al paese “fratello”, ma resta il sindaco di Kabul; una figura onoraria. di Mazzetta per Altrenotizie Leggi anche: 24 novembre 2007 12:00
Scandalo in USA: l'esercito chiede ai soldati mutilati la restituzione del bonus di guerra!
Da un articolo apparso il 22 novembre su petrolio.blogosfere.it: "...Abbiamo tutti sentito parlare , nei giorni scorsi, dell'altissimo numero di suicidi tra i reduci USA. Ebbene, c'è di peggio. Riporta un giornale locale della zona di Pittsburgh la seguente notizia: Per convincere i giovani ad arruolarsi, l'esercito ha elargito bonus fino a 30.000 dollari. Adesso uomini e donne che hanno perso in guerra un braccio, una gamba, la vista, l'udito e non possono più combattere sono costretti a restituire il bonus. Il governo chiede loro i soldi indietro perchè sono ora inabili ad onorare il contratto. "
Attenzione: video non consigliato ad un pubblico impressionabile 28 settembre 2007 12:25
La caccia grossa Usa
L'abbiamo visto tante volte al cinema. Un poliziotto cattivo (e corrotto) uccide un complice, o un innocente, poi tira fuori dalla tasca un'altra pistola e la mette in mano al morto, così da farla sembrare legittima difesa. Tutto questo rientrerebbe nella "normalità" dei crimini di guerra, che ultimamente l'esercito sta cercando di reprimere, dal momento che, anche per gli standard permissivi dei militari, le cose sono un po' sfuggite di mano. Almeno a parole, visto che per il massacro di Haditha -- l'uccisione gratuita di 24 donne, vecchi e bambini -- i soldati responsabili sono stati assolti, mentre rimane da giudicare uno di loro, il sergente che li comandava. Quanto agli ufficiali che hanno nascosto il massacro fabbricando prove false per evitare guai ai loro uomini, hanno ricevuto un semplice rimprovero scritto. Episodi del genere ce ne sono stati moltissimi (nessuno sa quanti) e vengono alla luce soltanto quando l'esercito ammette di avere fatto un "errore" e sborsa un modesto indennizzo ai parenti delle vittime. Per il resto vige la regola stilata ai tempi del Vietnam, quando un vietnamita morto diventava ipso facto un comunista morto. Adesso un iracheno morto è sempre un insorto o un terrorista morto. Ma ancora non bastava, le bombe continuavano ad esplodere e a fare vittime. Allora gli specialisti della guerra non convenzionale andarono a parlare con i plotoni di tiratori scelti nei diversi reggimenti (ogni reggimento ne ha uno), portando doni. Dentro scatole di cartone o cassette per le munizioni avevano messo rotoli di filo elettrico, detonatori, i componenti necessari per fabbricare una bomba. L'idea era questa: voi piazzate questa roba sulla strada e vi nascondete ad aspettare, come quando si va a caccia e si spargono le esche per attirare la preda. Quando qualcuno si avvicina, guarda quello che c'è e se lo mette in tasca, questa è chiaramente la prova che è un insorto, che se non aveva l'intenzione di fabbricare una bomba adesso forse ce l'ha, e voi lo ammazzate. Idea semplice e geniale che i soldati sotto processo hanno preso non solo alla lettera, ma anche nello spirito con cui era stata formulata ("eravamo sotto pressione -- ha detto uno di loro - per aumentare il numero di uccisioni"). Anzi l'hanno spinta anche più in là. Hanno fatto un'innovazione: si sono accorti che era più semplice prima uccidere la preda e poi mettergli l'esca addosso. di Stefano Rizzo per Aprileonline 18 settembre 2007 21:15
Scandalo in USA: studente arrestato perché... faceva troppe domande!
Grazie ad un blog nostro amico che visitiamo molto spesso, L'Agorà, siamo venuti a conoscenza di una notizia che oltre ad avere dell'incredibile ci preoccupa moltissimo. Riportiamo qui di seguito l'articolo di Repubblica che racconta l'accaduto (è disponibile anche il filmato originale):
"MIAMI - Arrestato perché faceva troppe domande al senatore John Kerry e poi immobilizzato con una pistola elettrica. Andrew Meyer è il 21enne protagonista di un video-choc che sta sollevando molte polemiche. Ieri, in occasione di un dibattito all'università della Florida, Meyer, usando il microfono che era stato messo a disposizione degli studenti, aveva iniziato a rivolgere una serie di domande al democratico Kerry, sconfitto da George W. Bush nel 2004 nella corsa alle presidenziali. Alcune anche scomode: "Perché non ha chiesto l'impeachment di Bush?", e ancora "Ha mai fatto parte della società segreta Skull & Bones?" (ispirata a rituali massonici). Il ragazzo, ammanettato, continua ad urlare "aiuto, aiuto", e "cosa ho fatto"?. La scena è ripresa da alcune televisioni locali, ma anche da alcuni studenti. Dopo essere stato buttato in terra e ammanettato, gli agenti minacciano di usare il potente Taser, in grado di immobilizzare una persona. E' troppo tardi: il poliziotto schiaccia il bottone, tra le urla del ragazzo. "Ha usato il tempo massimo a disposizione, nonostante gli avessimo chiesto di terminare il suo intervento - ha dichiarato il portavoce dell'università Steve Orlando - Gli abbiamo dapprima tolto l'audio, poi ha iniziato a diventare nervoso". In sottofondo, mentre il ragazzo viene ammanettato, si sente il senatore che dice: "Va bene, fatemi rispondere alle sue domande". Secondo quanto riferito dalla polizia, Meyer è stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e disturbo della quiete. L'università, da parte sua, ha avviato un'indagine interna: "Cercheremo di capire se sono state seguite tutte le procedure del caso, in particolare riguardo all'uso del Taser". Gli amici di Meyer, attraverso il suo sito ufficiale, hanno invitato gli studenti a manifestare, per chiedere la sua liberazione immediata." 06 settembre 2007 14:15
Politkovskaja, un'inchiesta forse insabbiata
Piotr Gabriajan, procuratore a capo dell' inchiesta penale sull'omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaja, è stato rimosso dal suo incarico. I familiari della giornalista e i suoi colleghi del quotidiano 'Novaja Gazeta' si dichiarano sicuri che dietro questa mossa ci sia l'intento, nemmeno troppo mascherato, del potere moscovita d'insabbiare le indagini prima che arrivino troppo in alto, magari fino allo stesso Cremlino. Parenti amici e colleghi che piangono la grande reporter russa dalla Cecenia da quando fu uccisa da due killer rimasti sconosciuti la mattina del 7 ottobre 2006, hanno pubblicamente elogiato il lavoro del procuratore Gabrijan, che è stato rimpiazzato da un giudice di gran lunga più anziano (e, azzardano dalla Novaja Gazeta, più malleabile dal ministero della Giustizia, che in Russia ha un controllo disciplinare sui magistrati ben maggiore di quello esercitabile da un Guardasigilli italiano). Intanto cresce il malcontento per un omicidio che rimane ancora avvolto da mistero e sospetti: il giorno del compleanno di Anna Politkovskaja, circa 300 oppositori del regime putiniano e difensori della libertà di coscienza e di stampa al momento negate a suon di pistolettate sotto il Cremlino si sono riuniti in piazza a Mosca per marciare fino sotto la casa della giornalista assassinata e depositare delle corone di fiori sotto il suo portone. Una sola certezza rimane in questa vicenda: il potere dei Silovki, casta di potere riunita intorno a vecchi funzionari del Kgb, ex servizio segreto sovietico (adesso Fsb) e alla cricca del presidente di ferro Vladimir Putin. La denuncia sullo stato delle cose in Russia arriva da Dimitri Muratov, caporedattore della Novaja Gazeta di Politkovskaja, che è andato a dire in diretta a 'Radio Moskvji' come "i Silovki del presidente Putin ormai controllano tutto in questo Paese: dai media ai servizi segreti alla polizia alla magistratura, senza parlare di Parlamento e governi regionali; il loro potere non ha più limitazioni. Avevano già deciso d'affossare questo processo e adesso allontanando Gabrian, faranno finire l'inchiesta in un nulla di fatto". di Gianluca Ursini per PeaceReporter 29 agosto 2007 10:39
Condannato a morte per un omicidio mai commesso - Domani l'esecuzione
Kenneth Foster, afro-americano, il 30 agosto verrà giustiziato per un omicidio mai commesso. Dopo 11 anni nel braccio della morte nel carcere di Huntsville, in Texas, salirà sul patibolo perché non aveva previsto che il suo complice, invece che una rapina, stava per commettere un omicidio. E' la legge texana, caso unico negli Stati Uniti. Il 14 agosto del 1996, Foster si aggira in macchina nei quartieri alti di San Antonio, dove sulle strade si affacciano le abitazioni di chi ha soldi da spendere. Lo sanno bene i quattro ragazzi del ghetto nero di Austin, Kenneth Foster, Mauricio Brown, Dwayne Dillard e Julius Steen, perché stanno programmando una rapina. Con Foster al volante iniziano a seguire Michael LaHood Jr, il figlio di uno dei più noti avvocati bianchi della città. Quando scende dalla sua auto insieme alla fidanzata, Brown lo segue, mentre gli altri lo aspettano con il motore acceso. Pensano alla fuga, ai soldi che si divideranno. Ma improvvisamente si sente uno sparo: LaHood si affloscia sulla strada mentre la fidanzata urla, e i quattro provano a scappare senza successo. In poco tempo sono già davanti alla polizia. Quasi un anno dopo, il 5 maggio del 1997, il processo si conclude con la condanna a morte di Kenneth Foster, che la sera dell'omicidio non ha mai toccato un'arma. Secondo la Law of Parties, la legge delle parti in causa, un individuo è responsabile di un crimine commesso da altri se è lecito pensare che avrebbe potuto prevederlo e, quindi, impedirlo. E, in forza di questa legge, Foster sarà giustiziato. In vigore solo in Texas, dove pochi giorni fa è stato condannato a morte il 400esimo detenuto dal 1982 e quasi altrettanti aspettano l'esecuzione, la Law of Parties è molto controversa anche negli Stati Uniti. A favore della sospensione della condanna del detenuto numero 999232 si sono pronunciati numerosi avvocati e associazioni, oltre alla giuria popolare del Texas, ma non c'è stato nulla da fare. Dice che non si rassegnerà mai, che è una lezione che ha imparato quando era bambino. Foster è nato nel ghetto nero di Austin nel 1976, da una prostituta e da un tossicodipendente con precedenti per droga. Frequenta le scuole superiori, si diletta in piccole rapine e si appassiona alla musica, soprattutto hip-hop. Dopo vari lavoretti in case discografiche della zona a 19 anni fonda una sua etichetta, la Tribulation Label, si sposa e nasce la figlia Nydesha. E ha continuato il suo percorso anche quando è diventato i detenuto numero 999232: scrive poesie, fonda l'associazione Drive. E' un gruppo di detenuti come lui condannati a morte che vuole fare conoscere i lati oscuri del sistema penitenziario statunitense dove si rimane in cella per 22 ore, si può parlare al telefono solo cinque minuti una volta ogni sei mesi e non ci sono possibilità di lavorare o studiare. di Veronica Fernandes per PeaceReporter
Se volete approfondire l'argomento, vi segnaliamo anche il sito italiano a sostegno di Kenneth Foster: kennethfoster.it
20 agosto 2007 15:35
"Non sparo più" - Da cecchino in Iraq ad attivista contro la guerra
"Due mesi fa, ho preso una decisione che ha cambiato la mia vita per sempre. Come soldato, un agente Jbv (Joint Visitors Bureau n.d.r.) del servizio di sicurezza, e come cecchino dell'esercito che ha trascorso un periodo di un anno in Iraq (prendendo parte ad oltre 250 missioni di combattimento), mi sono rifiutato di continuare a far parte dell'occupazione. Non ho rimpianti. Questa è la mia storia. In questo momento, ora che scrivo, sono parcheggiato qui in Kuwait, in “stand by”, attendendo di tornare negli Stati Uniti, spero un giorno di questa settimana. Dopo essere uscito dal carcere militare la scorsa settimana, è ora previsto il mio congedo dalle forze armate entro questo mese. Sono in attesa di potermi unire ai movimenti che si oppongono al conflitto in Iraq, come ad esempio Courage to resist e Iraqi Veterans Against the War La prima volta sono entrato nel Corpo dei Marines degli Stati Uniti nella primavera del 1999, nel mese del mio diciottesimo compleanno. Sono cresciuto sotto la custodia dello stato del Kentucky, e avendo soltanto sporadici contatti con i miei genitori naturali, dall'età di tredici anni. Non avevo nessun sostegno di tipo familiare, e sono presto finito sulla strada, a fare ciò che fanno tutti i ragazzi di strada. Ancor prima di aver compiuto 16 anni avevo conosciuto le droghe pesanti. Ho smesso di andare a scuola a metà del nono livello ed ero esperto soltanto di astuzie da strada, sentivo in me una incontrollabile spinta all'ambizione e avevo modi da duro.
Quando entrai nella stazione di reclutamento ho appreso che per poter entrare a far parte del corpo dei Marines, avrei dovuto essere in possesso di un diploma di high school oppure di un Ged (General Educational Development, un diploma equivalente a quello che si può ottenere al termine della high school, e che è previsto per coloro che da adulti vorrebbero recuperare e ottenere un titolo di studio equipollente n.d.r.), a meno che non avessi certi documenti di un college. Quando ho detto loro che avevo sedici anni e che avevo frequentato la scuola soltanto fino all'ottavo livello, mi hanno liquidato in fretta, pensando di non rivedermi. Si sbagliavano.
Non soltanto ho ottenuto il mio Ged, ma ho anche completato un semestre presso il college locale. Un anno e mezzo dopo, quando ho compiuto diciotto anni nel marzo del 1999, sono tornato in quella stessa stazione, ho parlato con lo stesso addetto al reclutamento, gli ho mostrato il mio Ged e i documenti del college, e ho provato per la prima volta una profonda sensazione di orgoglio.
Tredici settimane dopo il mio arrivo a Parris Island, ero cambiato per sempre. Mi sono laureato a capo di un plotone, in seguito ad una promozione per merito, ed ero pronto ad iniziare la mia fulgida carriera nel corpo dei Marines. Poi, arrivò l'11 settembre 2001.
Come molti altri, dopo l'11 settembre volevo rimettermi al servizio della patria. Sentivo di poter dare alla mia nazione qualcosa in più, dopo gli anni di addestramento. Credevo fermamente che il mio presidente e i miei superiori mi stessero dicendo la verità. Avevo inoltre fiducia nella mia integrità. Sapevo che non avrei mai fatto volontariamente nulla che fosse immorale o sbagliato. Sono tornato nelle forze armate nel 2004, stavolta nell'Esercito della Guardia Nazionale. All'epoca pensavo che coloro che si mettevano al servizio della “Guerra globale al terrorismo” lo scegliessero perché credevano in ciò che stavano facendo, e non perché obbligati da un contratto oppure costretti a restare per via della politica statunitense dello stop-loss (nel 2004 l’amministrazione americana decise di mantenere in servizio le truppe coinvolte nella “lotta globale al terrorismo” prolungando il periodo di permanenza dei soldati contro la loro volontà, impedendone di fatto il ritorno a casa al termine del servizio volontario n.d.r.). Dopo aver visto la situazione sul campo, sono certo che mi sbagliavo. Nel 2006, mi sono imbarcato per l’Iraq.
In Iraq avevo il compito di agente di sicurezza presso il Jbv (Joint Visitors Bureau), ufficio che si occupava di garantire il servizio di sicurezza ai “generali a tre stelle e superiori e ai loro equivalenti civili”, vale a dire anche il Vicepresidente, il Segretario della Difesa, il capo del Joint Chiefs of Staff (che racchiude tutte le maggiori cariche a capo dei rami in cui si snodano le forze armate statunitensi n.d.r.), gli uomini con carica equivalente per ciascuno dei “nostri alleati”, e altri. Mi sono addestrato a fare il mio lavoro di membro di questa “unità speciale”, prima di essere impiegato, e ho trascorso la maggior parte dei miei viaggi in compagnia delle persone più potenti connesse alla “guerra globale al terrorismo”. Anche come agente Jbv, il mio compito principale restava la fanteria. Nei giorni in cui non erano previste missioni di sicurezza, potevamo essere chiamati per missioni “search and cordon” (missione di ricerca dei miliziani all’interno del cordone di sicurezza della città di Baghdad senza preavviso, in italiano “isola e ricerca” n.d.r.)e altri compiti di fanteria. Perciò, anche se lavoravo per il Jbv, ero anche nell’elenco di un plotone di cecchini impiegati in svariate missioni “fuori dalla zona di sicurezza”, come ad esempio lo sniper overwatch (letteralmente il pattugliamento dei cecchini n.d.r.)o le incursioni nelle case. Mi convincevo che le mie azioni trovassero una giustificazione nella “legittima difesa”. Ma comunque, sono arrivato a comprendere quanto sbagliata fosse la mia percezione. Ero in una nazione nella quale non avevo nessun diritto di stare, violando l’esistenza delle persone, e facendolo senza alcuna attenzione a mantenere gli stessi livelli di dignità e lo stesso rispetto che noi americani portiamo alle nostre case e alle nostre vite.
Ho tolto e/o distrutto la vita di persone che stavano cercando soltanto di proteggere la propria famiglia, affinché non diventasse il “danno collaterale” del giorno. I giovani iracheni stanno unendosi a gruppi come Al Quaeda per gli stessi motivi che spingono i ragazzi di strada negli Usa a unirsi a bande come i Cribs o i Bloods. Si tratta di proteggere se stessi, di un senso di dignità, e di resistere.
Al ragazzo cui abbiamo “accidentalmente” ucciso il padre ed un cugino, con madre e fratelli che piangono ogni volta che un carrarmato attraversa il quartiere, non interessa sapere chi sia Osama Bin Laden. I “miliziani” che abbiamo attaccato erano solitamente molto simili ad un gruppo di controllo armato del quartiere che non riconosceva il governo. Nemmeno noi credevamo al governo, ma lo abbiamo ugualmente messo al potere! I nostri sacrifici, per quanto tragici ( e lo sono, tragici), sono minimi, se paragonati alla carneficina che è stata perpetrata contro la gente dell’Iraq. Il vero “successo” in Iraq non è una questione di “calo” del numero delle vittime nelle forze della coalizione. Il successo sarebbe la fine della catastrofe che abbiamo inflitto ad un’intera società, e il ripristino della sua dignità e sovranità.
Gli iracheni continuano a morire con un tasso dieci-venti volte superiore a quello delle forze della coalizione. Nella sola Baghdad, e dopo cinque anni e 950 miliardi di dollari spesi, la popolazione soffre per la mancanza di acqua ed energia, che può protrarsi anche per settimane. Il giorno in cui ho visto me stesso riflesso nello sguardo carico di odio di un giovane ragazzo iracheno che stava di fronte a me, è stato il giorno in cui ho capito che non avrei più potuto continuare a giustificare il mio prendere parte all’occupazione.
Provo invidia per quel soldato che è stato in grado di intuire l’ingiustizia di questa guerra da subito, e che ha il coraggio e la convinzione di opporsi ad essa. Ci sarà chi biasimerà i soldati che hanno volontariamente anteposto la propria morale all’ambizione politica. Ciò che importa è decidere. Non importa se hai scelto di non arruolarti affatto, o se ti sei reso conto dopo il tuo ingresso nelle forze armate di essere stato deluso da un livello di integrità di molto inferiore a quello che pensavi, il momento in cui hai capito quale era la verità, quello era il momento di fare una scelta. Il mio arrivò quando mi mancavano soltanto tre settimane di servizio in missione, durante l’anno che ho trascorso in Iraq. La consapevolezza della propria etica non ha un momento preciso per manifestarsi. Quando ho fatto la mia scelta, ho informato la catena di comando riguardo i miei convincimenti. Potevo già immaginare da questa prima conversazione che le cose non sarebbero andate bene da quel momento in avanti. Dissi loro che ritenevo illegale la nostra presenza in Iraq. Ho spiegato che non credevo più in una strategia politica di guerra, e che avrei fatto domanda per fare obiezione di coscienza. In parole povere, non potevo più in coscienza partecipare ad azioni di combattimento contro la gente irachena.
Pochi secondi dopo aver pronunciato queste parole, la mia vita è cambiata. Ho sentito in me la più profonda sensazione di pace mai provata da più di un anno. Ero certo di aver fatto la cosa giusta. Subito dopo, sono stato disarmato, messo in isolamento, e mi è stato proibito di avere contatti con qualsiasi famigliare o parente.
Sono stato messo illegalmente in isolamento, su di una branda in una sala operatoria, sorvegliato 24 ore su 24, seguito da una scorta persino al bagno, prima di essere formalmente accusato, due settimane più tardi, di aver rifiutato di eseguire un ordine. Sono rimasto confinato fino a quando non mi sono dichiarato colpevole (non avevo molta scelta) ,meno di una settimana dopo questi fatti. Sono stato immediatamente trasferito a Camp Arifjan, in Kuwait, per restare trenta giorni dentro la prigione locale. Sono stato rilasciato l’altro giorno e ora sto per essere “cacciato” con un “tutt’altro che onorevole” congedo. Non rimpiango nulla. Una volta che ho parlato al mio comando chiarendo le mie convinzioni, e una volta che i miei superiori hanno capito che non mi sarei fatto intimidire, hanno deciso di iniziare contro di me una “guerra dell’informazione”.
Avevo molti amici contrari alla guerra su My Space e altri canali internet che divulgavano informazioni riguardo la mia prigionia e le facevano circolare in tutto il mondo, letteralmente in un baleno. Prima che lo sapessi, fui convocato nell’ufficio del sergente capo e iniziarono a lamentarsi e ad urlare perché i loro nomi apparivano “dappertutto su internet”. Non hanno cercato di negare le cose che venivano dette di loro, o il fatto che io fossi stato maltrattato e che loro rifiutassero di riconoscere la mia richiesta di fare obiezione di coscienza, bensì erano infuriati per via dell’esposizione mediatica cui erano sottoposti.
Il giorno dopo mi dissero che ero stato “segnalato” come problema dell’Opsec (Operational Security, “sicurezza operativa” n.d.r.). Non mi è stata data nessuna spiegazione. Erano ostili e ossessionati dalla volontà di fare di me “un esempio”, cercando in ogni modo di screditarmi e rovinare la mia reputazione. Hanno trascorso giorni interi a produrre pagine di “richiami” (“counseling statements” nel testo, ovvero richiami ufficiali che seguono violazioni del regolamento o della condotta militare n.d.r.)per screditare in maniera retroattiva il mio curriculum militare. Il fatto che non ci fossero precedenti documenti che attestassero queste presunte violazioni fece sì che le accuse cadessero, e loro lo sapevano.
Avevano bisogno di “qualcosa di più”.
Chiesero ripetutamente quali fossero i miei nomi utente e le mie password su internet e MySpace, posta elettronica privata, tutto. Tutto ciò sotto la minaccia di “maggiori e più gravi accuse a mio carico” nel caso mi fossi rifiutato.
Hanno voluto leggere le mie e-mail, tutti i miei blog, qualunque cosa, nel tentativo di trovare qualcosa. Niente che potessero usare per far sì che sembrasse che fossi colpevole di aver divulgato informazioni riservate. Volevano accusarmi e rovinare al massimo la mia credibilità, e avevano un disperato bisogno di giustificare in qualche maniera la mia detenzione illegale in isolamento.
Due settimane più tardi, quando finalmente hanno capito che non sarebbero stati in grado di accusarmi per “divulgazione di informazioni riservate”, mi hanno accusato di una serie di “rifiuti di eseguire gli ordini”. Questi ultimi non comprendevano soltanto il mio rifiuto di partecipare alle missioni di combattimento, ma anche cose ridicole tipo “non si mette sull’attenti” e “si è presentato in ritardo alle mansioni assegnate”. Potete immaginare. Il mio comandante ha infine offerto di “lasciarmi libero” se mi fossi imediatamente dichiarato colpevole di tutto e avessi accettato una sommaria corte marziale. Le opzioni che mi si presentavano erano chiare. Avrei potuto accettare, passare trenta giorni in prigione, e riavere indietro la mia vita. Oppure avrei potuto farmi sbattere di nuovo in isolamento per altri due mesi, dando loro la possibilità di fare di me un esempio per tutto il battaglione, dicendo “questo è quello che succede a chi si oppone alla guerra”.
Lascerò che credano di aver vinto, per ora.
La verità verrà allo scoperto, e non c’è nulla che possano fare per nasconderla. L’occupazione è un disastro. Sono convinto che ogni giorno in più di questo stato di cose renda sia l’America che l’Iraq meno sicuri. Oppormi alla guerra e mantenere la schiena dritta di fronte ai miei superiori è stata senza alcun dubbio una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Ho fatto la scelta giusta, e in regalo ho avuto indietro la mia libertà. Forse tra dieci anni quelli di noi che hanno resistito dall’interno alla forza militare oggi, saranno visti come i primi pochi coraggiosi ad aver detto la verità, facendo seguire i fatti alle parole. Anche adesso ci sono molti intorno a me che mi ricordano che non sono il solo a pensarla in questo modo, vale a dire la maggioranza degli americani, che si sono resi conto che i pezzi che compongono il mosaico di questo conflitto semplicemente non combaciano.
Cercate la verità. Prendete una decisione."
dall'agente speciale dell'esercito della Guardia Nazionale degli Stati Uniti d'America
Elonai 'Eli' Israel 9 Agosto 2007
Fonte: Courage to Resist
Traduzione di: Sara Menegatti Cerlini
13 agosto 2007 13:27
Massacrarono 24 civili in Iraq, per la procura non devono essere processati: decisione choc in USA
"I fatti del 19 novembre 2005 sono stati esaminati da cima a fondo dagli inquirenti. Un'inchiesta indipendente ha preso in considerazione tutti gli elementi, e ha concluso che le prove a disposizione non giustificano un ricorso alla corte marziale". Così parlò James Mattis, comandante di Camp Pendleton, la più grande base di marine al mondo, 130 chilometri a sud di Los Angeles, in California. I 'fatti' a cui fa riferimento Mattis sono le vite di 24 civili innocenti, massacrati da un'unità di marine Usa in Iraq, nella cittadina di Haditha, nella provincia dell'al-Anbar. Per quella strage due dei sei imputati, il caporale Justin Sharratt e il capitano Randy Stone, non saranno processati. Il primo era accusato di aver ucciso tre persone, il secondo di non aver fatto il suo dovere punendo i colpevoli dell'eccidio. La decisione è stata presa dopo aver analizzato il dossier curato dal colonnello Paul Ware, che in un rapporto di 18 pagine, reso pubblico il 12 luglio scorso, ha sostenuto come nel caso del caporale Sharratt le 'prove scientifiche siano troppo deboli'. Un altro soldato, il sergente Sanick De la Cruz, era stato completamente scagionato dalle accuse già lo scorso aprile. Dopo la decisione odierna restano sotto inchiesta solo due marine per la morte dei civili ad Haditha, e altri per non aver fatto chiarezza sulla strage. E' l'alba del 19 Novembre 2005. Il caporale Miguel Terrazas, marine di vent'anni, resta ucciso dall'esplosione di un ordigno rudimentale nascosto lungo il ciglio della strada che percorreva di pattuglia.
Poteva essere l'ennesima strage di civili nascosta agli occhi indiscreti delle opinioni pubbliche occidentali, ma i marines non hanno fatto i conti con la piccola Iman, 10 anni, sfuggita alla strage. La sua testimonianza, il 27 Maggio 2006, viene raccolta dall'inviato del quotidiano britannico The Times e pubblicata. Il mese dopo, il quotidiano Usa New York Times intervista un generale dei marines, che ammette come alcuni alti ufficiali si fossero resi conto subito della gravità dei fatti, ma non diedero luogo a nessuna inchiesta. I cittadini statunitensi ed europei s'indignano. Il Pentagono recita il tormentone delle 'mele marce', ma il bubbone è esploso ed è troppo tardi per fermarlo. I militari saranno processati da una Corte Marziale Usa, per quanto gli iracheni avrebbero tutto il diritto di processarli loro, e rischiano la pena di morte. Ma i mesi passano, e le opinioni pubbliche si distraggono. Randy, Sanik e Justin potranno tornare alla loro vita, alla chetichella. E c'è il rischio che anche per gli altri accada la stessa cosa. Iman nella strage ha perso i nonni, i genitori, due zii e un cuginetto di quattro anni. Fonte: PeaceReporter 05 agosto 2007 11:08
USA: Non si arruola più nessuno, soldati malati di mente spediti al macello in Iraq e Afghanistan
All’incirca un anno fa, il sergente americano Bryce Syverson non era altro che merce scaduta per i medici dell’ospedale psichiatrico che l’avevano in cura e che non gli consentivano neppure di allacciarsi le scarpe da solo. Ora i medici si sono ricreduti e Syverson, che pure continua a fare discorsi strani ed ha perso completamente il senso dell’orientamento, è stato rispedito in Iraq con la qualifica di “abile”. Di soldati come lui, costretti ad abbandonare cure e famiglia benché incapaci di rapportarsi alle dure condizioni della vita militare, sia in Iraq che in Afghanistan se ne contano ormai a decine. La storia di Eddie Brabazon, anche lui spedito in Iraq nonostante fosse afflitto da gravi turbe mentali, presenta molte analogie con quella di Herpton. Adottato all’età di tre anni da una famiglia della Pennsylvania, a nove soffriva già di una grave forma di depressione che lo avrebbe portato a trascorrere negli ospedali psichiatrici buona parte dell’adolescenza. Una condizione che non gli aveva tuttavia impedito di essere regolarmente arruolato e spedito in Iraq. Da allora, i genitori adottivi non lo avevano più visto. Afflitto da un costante senso di delusione, terrorizzato dalla paura ed in preda a continui sbalzi di umore, Barbezon ha finito per tirarsi un colpo alla testa. Lo hanno rimpatriato in una bara avvolta nella bandiera a stella e strisce. Il Pentagono ha ammesso che la situazione è preoccupante, ma non si sa ancora quali provvedimenti verranno presi per impedire che la situazione si aggravi e non esistono dati precisi su quanti dei militari morti suicidi fossero stati sottoposti a più turni prima di arrivare a compiere un gesto irreparabile. In alcuni casi, i soggetti più deboli vengono letteralmente spremuti della materia cerebrale non solo dalla fatica cui vengono sottoposti, ma anche dalla persecuzione dei compagni e dei superiori. In un ambiente dove impera una cultura “maschia” non è raro che la malattia mentale venga criminalizzata anziché curata o alleviata. di Bianca Cerri per altrenotizie 08 luglio 2007 11:52
Il misterioso caso delle trame terroristiche scomparse
di Norm Dixon I lettori dei giornali inglesi vengono aggrediti in continuazione da titoli truculenti che gridano alla “minaccia” di “trame terroristiche” potenzialmente catastrofiche, di “fanatisti islamici” catturati in mirabolanti raid notturni. Dettagli “agghiaccianti”, rivelati da “fonti” anonime del governo e della polizia, sottolineano che dovremmo accettare lo “scambio” fra i nostri diritti civili e la “sicurezza”; così gli editoriali rassicurano la popolazione spaventata. Ma trascorsi mesi o anni, la scoperta che molte di quelle “trame” non sono in realtà mai esistite viene sepolta dal più recente scandalo sessuale o dall’ultimo caso di taglieggiamento, quando non viene addirittura taciuta. Il 10 agosto [2006] il vice commissario della Polizia Metropolitana londinese, Paul Stephenson, ha dichiarato che un piano per “provocare morte e distruzione inaudita” e “sterminio su scala inimmaginabile” era appena stato sventato grazie all’arresto di 24 individui. “Crediamo che l’obiettivo dei terroristi fosse quello di introdurre esplosivi su aerei di linea, nascondendoli nei bagagli a mano, per farli detonare in volo”, sosteneva Stephenson. Tutti i mass media d’Inghilterra e del mondo hanno strombazzato queste affermazioni. Tuttavia, dopo pochi giorni, le terribili accuse contro le persone catturate, così come le avevano descritte ai media le “fonti” anonime della polizia e del governo britannico, hanno iniziato ad essere più chiare. L’affermazione secondo la quale un attacco sarebbe stato “imminente” era falsa. Le 10 persone accusate di gravi reati di terrorismo non avevano mai fatto una prenotazione, né acquistato un biglietto aereo; alcuni di loro non avevano neanche il passaporto. A quanto sembra, solo uno di loro aveva cercato su internet gli orari dei voli. Non c’era nessuna bomba. Le affermazioni secondo le quali le persone arrestate avrebbero avuto intenzione di distruggere 10-12 voli di linea erano “teoriche ed esagerate”, come ammesso da un ufficiale britannico al New York Times il 28 agosto. Le illazioni circa una complessa “connessione pakistana” tra gli attentatori e Al Qaeda sono sparite. La possibilità di fabbricare “bombe liquide” mescolando insieme prodotti di uso comune nelle toilette degli aerei in volo è stata smentita dagli esperti. Messinscena Gareth Pierce, avvocato del ragazzo di 17 anni accusato nel processo di possedere materiale “atto alla preparazione di atti di terrorismo”, ha dichiarato il 31 agosto al Chicago Tribune che la polizia aveva volutamente distorto la natura del materiale trovato a casa della madre del ragazzo per avallare i propri grandiosi proclami. Secondo la polizia sarebbero stati rinvenuti “messaggi suicidi”, una mappa dell’Afghanistan e un manuale per la fabbricazione di esplosivi. Ciò che in realtà era stato trovato, ha spiegato Pierce al Tribune, erano testamenti scritti da persone che avevano combattuto in Bosnia più di 10 anni prima. L’accusato aveva solo sei anni quando questo materiale fu messo in quella scatola! “Non sono messaggi suicidi. Sono semplici testamenti. Chiamarli messaggi suicidi è stato assolutamente vergognoso”, ha detto Pierce. I testamenti furono trovati in una scatola appartenuta al padre del ragazzo – poi divorziato ed andato a vivere altrove – all’epoca in cui gestiva un’associazione benefica a favore dei profughi musulmani bosniaci. La scatola conteneva anche una rudimentale cartina disegnata dal fratello minore del ragazzo quando era bambino. C’era anche un libro con schemi di circuiti elettrici che, quand’anche fosse stato utile per costruire una bomba, non lo era di certo per il tipo di bomba che secondo la polizia il ragazzo aveva tentato di costruire. Il 4 settembre Menzogne e invenzioni Reggeranno, di fronte a un tribunale, le accuse mosse dai media e dal governo britannico? Non se verrà posta in evidenza la lunga sequela di bugie, esagerazioni e falsificazioni operate dalla polizia, dal governo e dai media inglesi riguardo ai recenti casi di “terrorismo”. Come ha evidenziato Craig Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan, in un articolo comparso sul suo sito il 14 agosto, “Degli oltre 1000 musulmani inglesi arrestati in base alle leggi antiterrorismo, solo il 12% sono stati poi accusati di qualche reato. Si tratta di una semplice persecuzione, su larga scala, dei cittadini musulmani. Di coloro che sono stati accusati, l’80% sono poi stati prosciolti. La maggior parte dei pochissimi – poco più del 2% degli arrestati – che sono stati condannati, lo è stata per atti che non hanno nulla a che vedere con il terrorismo, ma per reati di poco conto che la polizia aveva scoperto mentre passava al setaccio le vite di quelle persone che aveva distrutto”. Alle 4 di notte del 2 giugno [2006], circa 250 poliziotti, alcuni dei quali indossavano tute protettive contro le armi chimiche, fecero irruzione in una casa di Forest Gate, nella zona est di Londra. Secondo la polizia all’interno della casa vi sarebbe stata una bomba chimica. Svegliati dal rumore delle porte che venivano abbattute, le due famiglie che vivevano nella casa pensarono a un assalto di rapinatori. Mohammed Abdul Kahar fu colpito al torace da un proiettile della polizia, che non si era curata di identificarsi o di dare un avvertimento, mancando di poco il cuore. Lo squallido Sun di Rupert Murdoch il 3 giugno iniziò subito a diffondere il panico antislamico, pur non avendo l’ombra di una prova: “UNA BOMBA CHIMICA in possesso di terroristi islamici avrebbe potuto esplodere in qualunque momento, stando a quanto temuto dalla polizia. Si ritiene che l’ordigno fosse progettato per liberare una nube tossica in un luogo affollato, uccidendo centinaia di persone. Gli agenti più esperti sono convinti che fosse stata realizzata per un “imminente” attacco nel Regno Unito… Ieri notte si è tenuta una caccia frenetica per trovare la bomba prima che i fanatici potessero attivarla. Una fonte esperta della polizia ha affermato: “Siamo assolutamente certi che l’ordigno esista e che avrebbe potuto essere utilizzato in un attentato suicida o attivato con un controllo a distanza”. Per non essere da meno, il Times di Murdoch riferiva il 3 giugno del ritrovamento di un “letale giubbotto per attentati chimici suicidi”. Non era mai esistita nessuna bomba né giubbotti suicidi. Kahar e suo fratello furono detenuti per otto giorni senza accuse sulla base della Legge Atiterrorismo (2000) prima di essere rilasciati. “L’unico crimine che ho commesso è quello di essere asiatico e di portare la barba lunga”, disse Kahar alla BBC il 13 giugno. “Non hanno avuto neppure la decenza di scusarsi”. “Mercurio rosso” Uno degli esempi più bizzarri di come il governo, la polizia e i media britannici lavorino di comune accordo per fabbricare la paura del terrorismo, si ebbe quando il noto “finto sceicco” Mazher Mahmood, in realtà un giornalista del viscido News of the World di Murdoch che ha l’abitudine di travestirsi con abiti arabi per ingannare personaggi celebri e meno celebri e spingerli a compromettersi, insieme a un agente di polizia sotto copertura, tentarono nel 2004 di incastrare tre persone in una trama terroristica “virtuale”. Mahmood si offrì di vender loro una sostanza radioattiva immaginaria, il “mercurio rosso”, dicendo che avrebbe potuto essere usata per la fabbricazione di una “bomba sporca”. I tre, comunque, sembravano più interessati al fatto che, secondo Mahmood, il mercurio rosso sarebbe stato anche utile per ripulire le banconote segnate. Dopodichè il poliziotto in incognito si offrì di acquistare la sostanza dai tre individui al prezzo di 300.000 dollari al chilo. Con l’approvazione del procuratore generale del governo Laburista, i tre idioti vennero arrestati da una squadra antiterrorismo il 24 settembre 2004. Furono accusati di aver tentato di procurarsi fondi e materiali per il terrorismo e di essere in possesso di una “sostanza altamente pericolosa a base di mercurio” per usi terroristici. Il giorno dopo, News of the World strillava in prima pagina: “Poliziotti antiterrorismo intervengono dopo la scoperta, fatta da News of the World, di un’asta di materiale radioattivo”. Il mercurio rosso, stando alle bufale che News of the World sbolognava ai suoi sventurati lettori, era “una letale sostanza sviluppata dagli scienziati russi durante I tre restarono in carcere fino al loro proscioglimento, avvenuto due anni dopo. Durante il processo, che costò oltre un milione di sterline, la pubblica accusa affermò che “la posizione della Corona è che l’esistenza o inesistenza del mercurio rosso è irrilevante” e chiese alla giuria di non “fossilizzarsi” su questo punto. Per fortuna la giuria non gli diede retta. Autogol a Manchester La squadra inglese governo-polizia-media segnò un autogol nell’aprile 2004, quando 400 poliziotti di Greater Manchester catturarono 10 curdi iracheni. A guidare il linciaggio fu sempre il Sun, il quale pubblicò una storia completamente inventata che recitava: “Il progetto di un attentato suicida per uccidere migliaia di tifosi alla partita Manchester United-Liverpool di sabato prossimo è stato clamorosamente sventato nella giornata di ieri. Poliziotti armati hanno arrestato 10 sospetti terroristi in un blitz avvenuto all’alba. I vertici dell’Intelligence ritengono che fanatici di Al Qaeda progettassero di farsi esplodere in mezzo a 67.000 ignari tifosi. Una fonte rivela: “Il bersaglio era lo stadio di Old Trafford”. I fanatici islamici progettavano di sedersi in punti differenti per provocare la massima strage. Avevano già comprato i biglietti per posti in diverse posizioni dello stadio, stando a quanto affermato ieri sera dalla polizia”. Tutta la fantastica storia, nonché le presunte accuse della polizia contro i curdi, erano state costruite su informazioni trapelate dagli ambienti di polizia riguardo al “ritrovamento” di un paio di matrici di biglietti di una vecchia partita del Manchester United in casa di uno dei sospettati. Costui era davvero un fanatico: un fanatico del Manchester United, che aveva conservato le matrici come souvenir dell’unica partita a cui lui e un suo amico avevano assistito! I biglietti erano stati comprati sottobanco, il che spiega perché si riferissero a zone diverse dello stadio. Le 10 persone vennero rilasciate senza accuse. Il riflusso del Ricin Tra le finte “minacce terroristiche” inventate dal governo britannico, quella sfruttata con maggiore cinismo fu forse l’annuncio fatto dalla polizia nel gennaio 2003, secondo il quale sarebbero stati “sventati i piani di una cellula terroristica di utilizzare in un attacco il veleno noto come Ricin”. Il 7 gennaio alcuni ministri del governo inglese annunciarono che “tracce di Ricin” erano state rinvenute in un appartamento ispezionato dalla polizia. Il primo ministro Tony Blair sfruttò questo “piano” per rafforzare la campagna propagandistica a favore della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. Blair se ne uscì con la ridicola affermazione che il rinvenimento del Ricin, che è letale solo se iniettato direttamente nel flusso sanguigno di un individuo, sarebbe stata la prova che “questo pericolo [delle armi di distruzione di massa] è effettivo e concreto e incombe su di noi. Il suo potenziale è enorme”. In seguito, anche il Segretario di Stato americano Colin Powell fece riferimento a questa presunta “cellula terroristica” durante il suo discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il 5 febbraio 2003, sostenendo la necessità di una guerra contro l’Iraq se Hussein non avesse abbandonato le sue inesistenti armi di distruzione di massa. Powell affermò che si trattava di una prova del “sinistro legame tra l’Iraq e la rete terroristica di Al Qaeda”. La verità era che non c’era nessuna cellula di Al Qaeda e nessun Ricin. Nel giorno stesso in cui il governo annunciava la scoperta delle “tracce di Ricin” nell’appartamento, gli esami compiuti nei laboratori di ricerca del governo stesso, a Porton Down, evidenziavano che il Ricin non esisteva. Questi risultati vennero tenuti segreti dal governo per più di due anni. Nell’aprile 2005, quattro persone vennero prosciolte dalle accuse di cospirazione nella preparazione di atti di terrorismo, mentre le accuse contro altri quattro individui vennero lasciate cadere. Una sola persona, Kamel Bourgass, fu incarcerata in base alla più lieve accusa di “aver cospirato per turbare l’ordine pubblico attraverso l’uso di veleni e/o esplosivi”, fondata sul possesso di “ricette” per il Ricin e su prove dei suoi tentativi di prepararlo. In ogni caso, il 20 aprile 2005, l’Independent riferiva che “il professor Alistair Hay, uno dei tossicologi più famosi d’Inghilterra, ha affermato che i tentativi di Bourgass di fabbricare armi tossiche con le sue piccole quantità di ingredienti e il suo rudimentale laboratorio, erano assolutamente dilettanteschi e impossibili da portare a termine”. 05 luglio 2007 17:35
Il Ministro della Difesa australiano ammette: "le truppe sono in Iraq per il petrolio"
“La protezione delle risorse petrolifere è una delle ragioni per le quali le nostre truppe sono in Iraq”. Viva la sincerità, verrebbe da pensare, ascoltando le parole che ieri ha pronunciato Brendan Nelson, il ministro della Difesa australiano, che in pochi minuti sono rimbalzate ai quattro angoli della terra. E non c'è da stupirsi, visto che a parlare non è un pacifista militante, ma il titolare di uno dei dicasteri più importanti di un membro chiave della Coalizione che nel marzo 2003 ha invaso l'Iraq. Per rovesciare il regime dittatoriale di Saddam Hussein, che possedeva armi di distruzione di massa e fomentava il terrorismo internazionale. Almeno nella versione ufficiale. Il regime, che dittatoriale lo era di certo, ma che non possedeva armi chimiche, nucleari o batteriologiche e del quale non sono mai stati dimostrati i legami con al-Qaeda, alla fine è caduto, trascinando nella polvere un popolo e un paese intero. In molti, nel corso degli anni, hanno cominciato a ritenere che la chiave di tutto, o per lo meno della prolungata permanenza dei militari stranieri in Iraq, fosse il controllo delle ingenti risorse petrolifere irachene. Le parole di Nelson, subito smentite dal premier australiano Howard, uno dei più stretti alleati della Casa Bianca, che si è affrettato a sottolineare come sia la lotta al terrorismo internazionale il vero motivo della missione, hanno ottenuto un'eco mondiale: “Il Medio Oriente, non solo l'Iraq, è un importante fornitore di energia, e gli australiani devono riflettere su cosa succederebbe se ci fosse un prematuro ritiro dall'Iraq”, ha concluso Nelson.
Diplomazia a parte, è fuori di dubbio che il petrolio sia una delle partite sul tavolo della questione irachena. Per le potenze occidentali, e per gli iracheni stessi. Proprio in questi giorni, dopo mesi di estenuanti trattative, il premier iracheno al-Maliki aveva annunciato che il testo di legge sulla nuova normativa che regola la distribuzione dei proventi della vendita del petrolio era stato approvato dal governo e inviato al Parlamento di Baghdad. Subito smentito però dal governo regionale del Kurdistan, che ha dichiarato di non aver ancora approvato la bozza, e dall'Iraqi Accord Front, il principale schieramento sunnita in Parlamento, oltre che dai deputati sciiti fedeli all'ayatollah radicale Muqtada al Sadr. Un'opposizione trasversale, dunque, contraria allo spirito di fondo dell'accordo voluto dal premier al-Maliki: ripartire equamente i proventi della produzione del petrolio tra le 18 province irachene.
Le motivazioni sono diverse. Da un lato i curdi e gli sciiti, che contano nei rispettivi territori il grosso delle riserve petrolifere irachene, spingono per una ripartizione del controllo dei giacimenti che rispetti la localizzazione degli stessi. Per i curdi, sarebbero incostituzionali i quattro allegati al disegno di legge, che assegnano la gestione dei pozzi alla compagnia petrolifera nazionale (Inoc) o a quella delle regioni: secondo loro, in questo modo, alla compagnia nazionale andrebbe oltre il 90 percento delle riserve petrolifere accertate dell'Iraq, e ai governi regionali resterebbero le briciole.
Vicenda complicata ulteriormente dai sadristi, che avrebbero chiesto l'introduzione nella bozza della legge di un esplicito riferimento al divieto di firmare contratti con società petrolifere di stati che hanno truppe in Iraq. Ecco che, aldilà della diplomazia, le parole di Nelson assumono un senso profondo come un pozzo di petrolio. di Christian Elia per PeaceReporter 03 luglio 2007 14:36
L'accorata lettera di un soldato USA al fronte: "Riportateci a casa"
Sono passate due settimane dall’ultima mia lettera. Vorrei iniziare dicendo che questo è stato uno dei periodi più duri della mia vita e credo che senza le vostre preghiere non ce l’avrei fatta. Senza l’aiuto del Signore, poi, non ce l’avrei fatta di sicuro. Continuate a pregare, amici miei. L’esercito americano ha dei seri problemi al momento. I nostri capi non raccontano la verità alla gente. Noi soldati semplici non abbiamo voce in capitolo, però io voglio che sappiate la verità. La verità di un soldato delle forze di terra nel centro di Baghdad. Non facciamo progressi. A dire il vero, rispetto all’ultima volta che sono stato qui, nel 2005, abbiamo di fronte un nemico completamente diverso. Prima combattevamo contro qualche cane sciolto, gente che veniva da fuori, adesso combattiamo contro l’intero paese. Le strade sono vuote. La gente che lottava per la libertà è stata uccisa da tempo, oppure se ne è andata. L’altro giorno ho fatto sgombrare delle case, erano semiabbandonate. Le uniche persone che sembrano volerci qui sono quelle cui abbiamo dato il potere. In che senso questa è una guerra santa? Come può essere la via giusta quella di penetrare con la forza in un paese straniero che non ci vuole? Certo, le persone cui abbiamo messo in mano il governo hanno bisogno del nostro aiuto, eppure gli abbiamo dato un potere che loro non sono disposti a cedere facilmente. Detto ciò, la questione non è tanto quella della battaglia per la libertà. Se vedessi dei cittadini trascinare i terroristi per strada e chiedere libertà, sarei orgoglioso di dare la mia vita per questa causa. Ma ciò non succede. Mai. La gente tiene la bocca chiusa ed è per questo che i terroristi li lasciano in pace. In fondo è questo che vogliono. Un esercito è tenuto insieme da una "causa". Quella causa che unisce i soldati, che dà loro un motivo per sacrificarsi. Quattro miei amici fraterni hanno perso la vita in questi giorni. So che la morte è parte integrante della vita del soldato, che è un rischio che si deve correre, il prezzo della libertà. Però è stato molto difficile giustificare il loro sacrificio. Vale davvero la pena sacrificare così tante vite per liberare un paese che in realtà non vuole che stiamo qui? Io dico di no. Quando finirà tutto questo? Per favore, abbiamo bisogno del vostro aiuto. I soldati semplici hanno bisogno del vostro aiuto. Il soldato che si è arruolato per servire e proteggere il proprio paese ha bisogno del vostro aiuto. I capi non pensano alla verità, pensano piuttosto alle loro carriere. E tutto ciò a scapito delle vite dei vostri figli e delle vostre figlie. Per favore reagite e aiutateci. Riportateci a casa!!! Riportate a casa i vostri figli e le vostre figlie... è arrivato il momento. Credo in Gesù Cristo. Prego ogni giorno che il Signore faccia scendere la Sua saggezza sui capi del nostro paese. Credo che quella gente non ha visto altro che violenza nel corso della propria vita. Noi non contiamo nulla ai loro occhi. Gesù guardava l’individuo. Dobbiamo aiutare le singole persone di questo paese, con l’amore di Gesù. Il Signore porterà il Suo giudizio quando sarà il momento. Ci sono delle brave persone qua, ma vivono con la paura addosso. Hanno bisogno dell’amore di Gesù. Non credo che ora come ora la libertà sia il loro obiettivo principale. Devi volerla la libertà, desiderarla, bramarla con tutto te stesso ed essere pronto a sacrificare tutto per la sua causa. Ha un prezzo enorme e non può essere comprato da nessuno se non da te. Nessuno qua sente questa spinta. Vi prego di spedire questo messaggio a chi volete, il paese ha bisogno di sapere la verità. Anzi, inoltratelo a quante più persone potete. In fede,
sergente Jason Walker
Fonte: PeaceReporter
25 giugno 2007 12:45
La Cia toglie il segreto ai documenti che raccontano le sue attività illegali fino agli anni '70
Piani di omicidio,
pedinamenti,
rapimenti,
infiltrazioni di gruppi pacifisti,
controllo della posta,
esperimenti medici su cittadini Usa...
Ce n'è per tutti i gusti, nelle 693 pagine di documenti della Cia a cui la settimana prossima verrà tolto il segreto di stato. Tutte attività risalenti al periodo tra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Settanta, sulle quali da tempo volevano mettere le mani giornalisti e storici. Un inventario talmente vasto da essere stato ribattezzato “i gioielli di famiglia” dell'agenzia di intelligence.
La decisione di desecretare i documenti è stata annunciata ieri dall'attuale direttore Michael Hayden. “I documenti forniscono uno scorcio su un periodo e un'agenzia molto diversi. La maggior parte non è esattamente lusinghiera, ma è la storia della Cia”, ha detto. I rapporti sono stati redatti dopo un'apposita richiesta dell'allora nuovo direttore dell'agenzia, James Schlesinger. Preoccupato dalle indiscrezioni giornalistiche sul coinvolgimento della Cia nello scandalo del Watergate, Schlesinger ordinò ai funzionari dell'agenzia di informarlo su tutte le operazioni “al di fuori” delle legalità sotto i suoi predecessori. Ne emerse così una lista dei vari scheletri dell'armadio dal 1953 in poi.
In quell'anno partì un programma ventennale di intercettazione della corrispondenza tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che “in alcuni casi” portò all'apertura delle buste; quattro delle lettere controllate erano indirizzate a Jane Fonda, l'attrice e attivista pacifista poi soprannominata “Hanoi Jane” durante la guerra del Vietnam. Per quattro anni, tra il 1969 e il 1972, fu controllata anche la posta tra Usa e Cina. Tra gli anni Sessanta e Settanta, inoltre, la Cia mise sotto controllo le comunicazioni di diversi giornalisti, perché critici delle attività dell'intelligence o perché sospettati di avere contatti con paesi nemici. Tra il 1967 e il 1971 furono infiltrati gruppi contrari al conflitto in Vietnam. Fu finanziata anche una serie di esperimenti medici su civili usati come cavie. Inoltre, dai documenti emergono vari dettagli sui piani per uccidere Fidel Castro, il dittatore dominicano Rafael Trujillo e il primo ministro congolese Patrice Lumumba. Infine, i documenti portano alla luce anche il sequestro per due anni di un disertore sovietico, della cui sincerità la Cia dubitava.
In attesa della pubblicazione, ieri il National Security Archive della George Washington University ha divulgato alcuni documenti del gennaio 1975, che illustrano la montante preoccupazione dell'amministrazione Ford sugli abusi della Cia, di cui si cominciava a parlare sui giornali. Un articolo di Seymour Hersh sull'infiltrazione dei gruppi pacifisti, pubblicato nel dicembre 1974 dal New York Times, fu definito “solo la punta dell'iceberg” dall'allora segretario di Stato, Henry Kissinger. “Abbiamo un'istituzione nata 25 anni fa, che ha fatto alcune cose che non avrebbe dovuto fare”, disse al presidente Ford il direttore dell'agenzia di intelligence, William Colby. Dopo l'ammissione di George W. Bush sull'esistenza delle prigioni segrete della Cia nella guerra al terrorismo, qualcuno potrà pensare che in fondo è cambiato poco. Ma per far luce sulle vicende di oggi, bisognerà aspettare qualche altro decennio.
di Alessandro Ursic per PeaceReporter
18 giugno 2007 11:55
USA: 75.000 persone, tra militari e loro famiglie, intossicate dall'acqua di una caserma dei Marines
Per trent'anni, mentre si addestravano per servire la patria, sono stati lentamente avvelenati insieme alle loro famiglie. Almeno 75mila persone hanno costantemente bevuto acqua contaminata da tossine cancerogene alla caserma dei marines di Camp Lejeune, nel North Carolina, dal 1957 al 1987; fino a un milione di persone vi sono entrate in contatto almeno una volta. La vicenda, di cui le vittime sono state informate solo sette anni fa, è stata rivissuta nei giorni scorsi di fronte a una commissione del Congresso, dove alcuni ex militari hanno raccontato la loro odissea sanitaria e quella dei loro cari. Le falde acquifere che servivano la caserma avevano assorbito gli elementi chimici scaricati probabilmente da un vicino pulisecco, nonché dalle attività di Camp Lejeune. Solventi industriali come il tricloroetilene (Tce) e il tetracloroetilene (Pce) sono finiti così nei rubinetti dell'enorme base militare con una concentrazione 40 volte più alta dei limiti attuali – 200 parti per miliardo, contro le 5 parti che una legge del 1992 ha fissato come soglia massima. Le tossine hanno contaminato i soldati, le loro mogli, i loro figli, anche quelli che sarebbero nati dopo. Il Corpo dei Marines si accorse della situazione nel 1982, ma non fece niente perché all'epoca non esistevano ancora standard sanitari nazionali. I pozzi vennero chiusi solo nel 1987. E fino al 2000, le famiglie che avevano bevuto l'acqua contaminata per tutti quegli anni non furono mai avvertite. Calcolare quanti sono le morti causate da quell'acqua inquinata è impossibile. Oltre 850 ex residenti della base hanno fatto causa, chiedendo risarcimenti per un totale di circa 4 miliardi di dollari. Martedì 12 giugno, davanti a una commissione del Congresso alcuni ex marines hanno parlato dei loro problemi di salute in tutto questo tempo. Uno di loro, Jerry Ensminger, ha raccontato l'agonia della figlia, portata via dalla leucemia quando aveva 9 anni. A un altro, Michael Gros, è stato diagnosticato da anni un raro linfoma, imputabile a sostanze cancerogene: negli anni, per le cure ha speso oltre 4,5 miliardi di dollari. “E' ora che il Corpo dei Marines metta in pratica il suo motto 'Semper Fidelis'”, (sempre fedeli), ha detto Ensminger di fronte alla commissione. Le autorità giudiziarie della Marina hanno promesso di analizzare attentamente ogni richiesta di risarcimento, “utilizzando la migliore ricerca scientifica disponibile”. Prima che si sblocchi qualcosa, bisognerà probabilmente aspettare l'uscita di uno studio governativo – prevista per fine anno – su come l'acqua contaminata abbia conseguenze sui feti. Per ora, non si può fare altro che accontentarsi delle rassicurazioni dell'attuale comandante di Camp Lejeune, Robert Dickerson: ha giurato che le forze armate ora interverrebbero subito in presenza di acqua contaminata, anche se le tossine non superassero il livello consentito. Per decine di migliaia di persone, però, è troppo tardi. di Alessandro Ursic per PeaceReporter Tag:
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17 giugno 2007 09:53
Caso Hanefi: PROSCIOGLIMENTO DA TUTTE LE ACCUSE!!
Un documento dell’autorità giudiziaria afgana, che decreta la chiusura del procedimento a carico e il proscioglimento di Rahmatullah Hanefi, è stato consegnato oggi al suo avvocato. La scarcerazione conseguente avverrà in tempi brevi, in seguito ad adempimenti procedurali. Permangono le preoccupazioni per la salute di Rahmatullah (attualmente in ospedale) e per il suo ritorno in ambienti nei quali sono state diffuse false accuse contro di lui. È a questo punto soddisfatta una condizione irrinunciabile perché Emergency accerti la possibilità di un riavvio delle sue attività in Afganistan, dopo la distruzione dei rapporti perseguita dalle autorità locali in questi mesi.
"Hanefi si trova in un ospedale della sicurezza afgana, ma è stato firmato il decreto di proscioglimento nei suoi confronti e verrà quindi liberato presumibilmente domani". Rahmat - scrive Repubblica.it - è uscito dal carcere e la conferma arriva da Gino Strada, il fondatore di Emergency. Il manager dell'ospedale dell'ong in Afghanistan, accusato di essere stato coinvolto nel rapimento di Daniele Mastrogiacomo e arrestato dalle autorità afgane il 20 marzo scorso, è stato "prosciolto da ogni accusa". Secondo fonti dell'ong Hanefi "non sta bene". Ha potuto vedere il suo avvocato, ma c'è paura per la sua sicurezza, dopo le accuse di collaborazione con i Talebani di cui è stato oggetto. 13 giugno 2007 19:08
Al senatore italiano una bella ambulanza, al direttore FBI... un intero aereo "antiterrorismo"!
Se in Italia a un parlamentare viene in mente di sfruttare un'ambulanza per i suoi giri privati (trattasi del senatore Selva, di AN, ex membro della loggia P2, ndr), negli Usa perché il capo dell'Fbi non dovrebbe scorrazzare a bordo di un jet teoricamente da utilizzare nelle operazioni di antiterrorismo? E' quel che fa l'attuale direttore del bureau Robert Mueller, come ha scoperto il Washington Post.
Dal 2001 a oggi, ogni anno l'Fbi ha chiesto al Congresso di finanziare la manutenzione del Gulfstream V, un modernissimo velivolo dotato dei più sofisticati sistema di sicurezza, costato 40 milioni di dollari e mantenuto solo quest'anno con 3,6 milioni. Ma se nella richiesta di copertura finanziaria l'aereo era da destinare a “missioni cruciali” e “situazioni di crisi” in Iraq e in Afghanistan, per trasferire dei presunti terroristi e raccogliere velocemente informazioni su di loro, in realtà il jet viene usato per un quarto del tempo – 180 ore di volo l'anno – da Mueller. Che ci sale per spedizioni mordi e fuggi sicuramente importanti, ma anche per recarsi ad apparizioni in pubblico, discorsi (proprio come ha fatto di recente Selva, ndr) e visite ufficiali per cui i suoi predecessori viaggiavano di regola su aerei di linea. Senza contare che il Gulfstream V, capace di mettere in comunicazione direttamente con Washington anche in caso di attacco terroristico, è l'unico aereo in mano all'Fbi in grado di effettuare voli intercontinentali. L'esigenza di un mezzo così potente venne alla luce negli anni Novanta, con i primi attacchi terroristici contro gli Stati Uniti – come l'attentato alle Torri Gemelle del 1993 e quello che distrusse le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania nel 1998. Prima, ha scritto l'ex direttore Louis Freeh nella sua autobiografia, “dovevamo arrangiarci per trovare un aereo militare disponibile a trasportarci. Se non ce n'erano, chiamavamo dei dirigenti di corporation americane con cui eravamo in buoni rapporti, per vedere se ci davano uno strappo. Per me la situazione era ridicola, ecco perché ho cominciato a fare pressioni per un Gulfstream”. Secondo alcuni funzionari federali contattati dal Post, i collaboratori di Mueller si premurano di accertarsi che l'aereo non sia occupato per missioni sul campo, prima che il capo lo prenoti per sé. Il vicedirettore John Miller difende il suo superiore: “E' il responsabile del ruolo dell'Fbi nella guerra al terrorismo. Ogni viaggio che fa amplifica la missione operativa del bureau”, ha detto. Charles Grassley, un repubblicano membro della Commissione finanziaria del Senato, non la pensa così. “Usare il jet dell'Fbi per andare a tenere discorsi, quando l'aereo sarebbe destinato a combattere il terrorismo, è un buon modo per perdere l'approvazione del Congresso. Se l'Fbi vuole un jet per far volare il suo direttore, non dovrebbe cercare di definire il velivolo un'arma nella guerra al terrorismo”, ha dichiarato. di Alessandro Ursic per PeaceReporter 07 giugno 2007 23:01
Mastrogiacomo smonta la "ricostruzione" dei servizi afgani che accusa Hanefi
Il giornalista de La Repubblica rapito dai talebani, e liberato grazie a Rahmatullah Hanefi, smentisce le ricostruzioni fatte dai servizi segreti afgani e riportate oggi da Il Giornale. Hanefi, secondo l'articolo di Fausto Biloslavo, "avrebbe incontrato l’autista e l’interprete di Mastrogiacomo, mentre erano in mano ai tagliagole islamici (da notare l'uso della parola islamici e non di quella più appropriata talebani, n.d.r.). Durante il drammatico faccia a faccia, Sayed Agha, l’autista, lo avrebbe apertamente accusato di averli venduti". Il Giornale riporta la testimonianza del fratello di Adjmal, Munir Nashkbandi, che avrebbe raccontato che "il giorno dopo il rapimento, Sayed Agha e Adjmal hanno ricevuto la visita di Hanefi. Mio fratello e Rahmatullah hanno cominciato a discutere animatamente. Alla fine Sayed Agha gli disse: 'Come hai potuto farci questo'?". Proprio questa è una delle frasi chiave che secondo il Giornale inchioderebbero Rahmatullah Hanefi, il dirigente di Emergency rinchiuso nelle carceri afgane, senza alcuna accusa formale e per oltre due mesi senza nemmeno un avvocato. Fonte: PeaceReporter 05 giugno 2007 13:47
USA: pazienti senza assicurazione abbandonati in strada dagli ospedali.
Per anni è stata una leggenda metropolitana. Poi le autorità hanno voluto vederci chiaro, e le telecamere hanno rivelato quello che tutti sapevano.
Un'anziana demente scaricata come un pacco da un taxi, con addosso solo un paio di pantofole, un pannolone e un camice da ospedale;
poi un paraplegico lasciato sulla strada, senza neanche una sedia a rotelle.
Due casi divenuti ormai il simbolo del “patient dumping”, lo scarico in strada di pazienti senzatetto da parte degli ospedali statunitensi: dopo le prime cure di emergenza che per legge sono tenuti a garantire a chiunque, molti ospedali si disfano il prima possibile dei ricoverati che non sono in possesso di un'assicurazione medica e non hanno nessun parente.
A Los Angeles, dove si sono verificati i due casi citati, ora che il problema è stato riconosciuto si sta cercando di risolverlo.
E negli Usa, anche per l'imminente uscita del nuovo film di Michael Moore sulle carenze del sistema sanitario nazionale, sta emergendo la consapevolezza che una riforma sia necessaria.
I due episodi sono avvenuti entrambi a Skid Row, il quartiere nel centro della metropoli californiana con la più alta concentrazione di senzatetto degli States: un quadrato di una cinquantina di isolati dove vivono oltre diecimila homeless, spesso con seri problemi di dipendenza da droghe e alcool. Uno di quei posti che la polizia lascia al proprio destino, insomma. Qui, dove da tempo correva voce della pratica del “patient dumping”, un'associazione che dà rifugio agli homeless ha installato alcune telecamere per riprendere cosa succedeva in strada. L'anno scorso è stato così ripreso lo scarico di Carol Ann Reyes, una senzatetto di 63 anni affetta da demenza, appena dimessa da un ospedale della catena Kaiser Permanente dopo tre giorni di ricovero per una caduta. I responsabili del centro di cura, ammettendo di aver perso i vestiti della donna, hanno confessato di averla caricata su un taxi senza scarpe né mutande. Lo scorso febbraio, le telecamere hanno documentato il “dumping” di Gabino Olvera, un senzatetto paraplegico di 41 anni che era stato portato all'Hollywood Presbyterian Hospital per alcuni lividi dovuti a un lieve incidente stradale (Olvera vive nella sua automobile e la guida con i comandi a mano). E' stato lasciato sul marciapiede ad alcuni isolati di distanza da un rifugio per homeless, con addosso ancora una sacca per colostomia, senza poter far altro che strisciare per chiedere aiuto. Per i dirigenti del Presbyterian, la colpa è stata dell'autista che guidava il furgoncino dell'ospedale.
Dopo le indagini delle autorità di Los Angeles, a fine maggio entrambe le aziende ospedaliere hanno ammesso le loro colpe e hanno cercato di porvi rimedio. La Kaiser, che è il più grande gruppo no-profit del settore negli Usa, ha accettato di finanziare alloggi per senzatetto e di costruire una clinica gratuita, destinando allo scopo 500mila dollari (370mila euro). Sono stati promessi anche una revisione delle procedure per il trattamento degli homeless, nonché un corso di addestramento per gli operatori sanitari. I responsabili dell'Hollywood Presbyterian hanno annunciato tre giorni dopo di voler adottare linee guida simili. Tutto risolto? Difficilmente sarà così, in una città che conta circa 90mila senzatetto. Il procuratore di Los Angeles, Rocky Delgadillo, ha detto che le autorità cittadine stanno indagando su un'altra cinquantina di casi simili: “Gli homeless sono le vittime perfette. Un senzatetto scaricato a Skid Row sparisce nel caos del quartiere nel giro di pochi minuti. E' difficile per noi trovarli e scoprire le prove di cui abbiamo bisogno”, ha detto. Già nel 2001, inoltre, era uscito un rapporto su scala nazionale che accusava centinaia di aziende ospedaliere di praticare il “patient dumping”. “Sono venti anni che la gente parla di queste cose”, dice il reverendo Andy Bales, che gestisce a Skid Row l'organizzazione per senzatetto United Rescue Mission. “Ma solo quando l'America ha visto un episodio del genere in tv il fenomeno è stato riconosciuto”.
Anche in assenza di telecamere, gli Stati Uniti sembrano però essersi resi conto che il sistema sanitario è fuori controllo. Nel Paese con la più alta spesa sanitaria pro capite (5.200 dollari, contro i 2.100 dell'Italia), circa 47 milioni di persone – un americano su sei – sono sprovviste di assicurazione medica, senza la quale molte cure sono precluse. Non si tratta solo di poveri e disoccupati: sempre più giovani, contando di non averne bisogno e senza un'assicurazione fornita dal datore di lavoro (ormai lo fa solo il 50 percento delle piccole aziende), scelgono di farne a meno. Ma con un numero crescente di persone scoperte, e ospedali che comunque per legge devono garantire le cure di emergenza anche ai non assicurati, il costo delle prestazioni ospedaliere è aumentato per tutti. I prezzi alle stelle diventano così fuori portata per chi dovrebbe comprarsi una polizza di tasca propria, e il circolo vizioso è completato.
Con la campagna elettorale per le presidenziali del 2008 già iniziata, e il film Sicko che promette di far discutere, è chiaro che il tema delle riforme del sistema sanitario avrà un peso diverso dal passato nelle prossime elezioni. I principali candidati del partito democratico – Hillary Clinton, Barack Obama e John Edwards – hanno promesso di voler introdurre una copertura sanitaria per tutti i cittadini. Ma se il tema è tornato alla ribalta su scala nazionale, il merito va più che altro all'iniziativa di molti governatori. A cominciare, anche per l'importanza del suo stato, da Arnold Schwarzenegger. Un californiano su cinque è senza assicurazione: l'ex Terminator ha preparato un piano che prevede la copertura obbligatoria per tutti, attraverso la distribuzione di sussidi ai più poveri e tasse più alte alle aziende che non offrono cure sanitarie gratuite ai loro dipendenti. “In California, tutti dovranno avere un'assicurazione”, ha detto Schwarzenegger. “Se non te lo puoi permettere, lo stato ti aiuterà a sottoscriverne una. Ma devi essere assicurato”.
Anche in Illinois, Tennessee e Pennsylvania i governatori hanno promesso grandi riforme, a cominciare dalla copertura per i bambini. In altri stati sono sul tavolo diverse idee per venire incontro ai dipendenti delle aziende più piccole e ai giovani precari, nel tentativo di offrire assicurazioni light, che coprano almeno le cure di base. Il primo test pratico lo fornirà il Massachusetts, dove dal prossimo luglio chi non avrà un'assicurazione medica dovrà pagare una multa di mille dollari. I più poveri, con un reddito fino al triplo della soglia di povertà, riceveranno dei sussidi statali, mentre le piccole aziende dovranno pagare allo stato 295 dollari per dipendente, se non potranno offrire una copertura medica. Queste riforme sono state introdotte dall'ex governatore Mitt Romney, uno dei candidati repubblicani alle elezioni del 2008. Una volontà bipartisan di riforma del settore c'è. Rimane da vedere se, anche per un budget della Difesa gonfiatosi per le guerre in Iraq e in Afghanistan, ci saranno i soldi per mettervi mano.
Scritto da Alessandro Ursic per PeaceReporter
31 maggio 2007 18:25
Dopo 2 mesi, un ambasciatore italiano riesce finalmente a vedere Hanefi in carcere!
Finalmente questa mattina, dopo due mesi di attesa, l’ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi, è finalmente riuscito a fare visita a Rahmatullah Hanefi, il responsabile di Emergency che, d’accordo con il governo italiano, ha mediato per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo, e che i servizi segreti afgani hanno arrestato lo scorso 20 marzo con l’accusa – mai formalizzata – di essere coinvolto nel sequestro dell'inviato di Repubblica e nella mancata liberazione del suo interprete, Ajmal Nashkbandi.
"Le condizioni di Ramatullah Hanefi appaiono soddisfacenti, compatibilmente con la situazione di detenzione nella quale egli si trova. Hanefi si è mostrato particolarmente provato dalla prolungata condizione di isolamento, ma ha riferito di essere regolarmente visitato da personale medico. L'ambasciatore Sequi ha verificato che la difesa di Hanefi potrà essere assunta dal legale richiesto dalla famiglia e da Emergency". Con queste parole, il ministro D'Alema ha commentato la visita di Sequi ad Henfi, giudicandola ''uno sviluppo positivo della vicenda, ma che non può ancora essere ritenuto sufficiente''. "Abbiamo avuto momenti sgradevoli, abbiamo esercitato forti pressioni, abbiamo ottenuto qualche risultato ma intendiamo continuare a essere vigili". Era stato il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, durante la sua visita a Kabul del 21 maggio, a ottenere dal presidente afgano, Hamid Karzai, il via libera alla visita dell’ambasciatore italiano ad Hanefi.
Ieri sera poi, lo stesso D’Alema, parlando dalla Germania a margine della riunione dei capi delle diplomazie del G8, aveva lanciato un nuovo messaggio a Kabul, dicendo che la scadenza dei termini per la carcerazione preventiva di Hanefi “è ormai prossima” (in realtà, ai sensi delle leggi afgane, i termini sono scaduti il 20 aprile: "il fermo può essere prolungato di 15 giorni e raddoppiato sino a 30 per concedere il tempo di conclusione delle indagini. Ma, se per allora non è stata notificata un'accusa precisa alla procura, il prigioniero va comunque rilasciato." - Nota di Marco Mambrini) e che quindi “o ci sono prove, e allora nelle prossime ore devono essere esibite, oppure Hanefi dovrà essere scarcerato”.
Le dichiarazioni del capo della Farnesina erano giunte poche ore dopo la diffusione di un comunicato in cui Emergency denunciava “l’ignavia” del governo italiano nei confronti della vicenda Hanefi.
Fonte: PeaceReoporter
26 maggio 2007 10:18
La notizia è ufficiale: Karzai si è preso oggi gli ospedali di Emergency!
Da oggi, i tre ospedali di Emergency in Afghanistan passano definitivamente e “ufficialmente” in mano al governo afgano, che ha comunicato la decisione con una scarna e fredda e-mail giunta la sera del 24 maggio all’Ong milanese.
PeaceReporter ha chiesto un commento a Carlo Garbagnati, vicepresidente di Emergency, di cui ne riportiamo qui l'intervista:
Come giudicate il modo in cui il governo di Kabul vi ha comunicato questa decisione?
Le parole e il tono di quella comunicazione sono molto significative. Il fatto che abbiano sottolineato che la loro mail è “soltanto per informarci sulla situazione” equivale a dire che la faccenda è chiusa e non riguarda più in minima parte Emergency, che viene così tagliata fuori in maniera netta e definitiva. Gli stessi tempi della mail, arrivata la sera prima della scadenza dell’ultimatum fissato da Kabul, dimostrano che non hanno voluto lasciarci il minimo margine di reazione, di elaborazione di eventuali contromisure da parte nostra: ci hanno messo davanti al fatto compiuto.
Il governo afgano però vi aveva dato tempo fino a oggi, 25 maggio, per riconsiderare la vostra decisione di lasciare il paese.
Quell’ultimatum era una farsa per il semplice motivo che attendeva una nostra decisione che però dipendeva dalle decisioni del governo stesso, che ha posto quell’ultimatum. Era il governo Karzai che doveva riconsiderare la sua posizione aggressiva nei confronti di Emergency, consentendo a noi di tornare. La scadenza di oggi era solo un giochetto per far sembrare che il governo lasciasse a noi la decisione di tornare o meno, quando invece la decisione di buttarci fuori dal paese l’ha presa il governo”.
Cosa ne sarà da oggi dei tre ospedali di Emergency a Kabul, a Lashkargah e in Panjshir? Cosa succederà concretamente questa mattina?
Anche se la mail dice che il governo afgano “aprirà ufficialmente” gli ospedali, pensiamo che oggi non succederà nulla di concreto. Dubitiamo che da oggi le tre strutture riaprano i battenti iniziando a ricoverare e curare pazienti, perché questo richiederebbe un lavoro preparatorio che non ci risulta sia stato fatto. Ancora non si sa nemmeno chi prenderà in carico le tre strutture: in merito circolano ancora solo delle voci.
Quali sono queste voci?
Per l’ospedale di Kabul pare che il ministero della Sanità sia intenzionato a gestirlo direttamente.
Per quello di Anabah, in Panjshir, sembra siano in ballo due ipotesi: il Provincial Reconstruction Team statunitense o l’Ong indiana Agha Khan.
Quello di Lashkargah, in Helmand, pare invece che verrà rilevato dalla Croce Rossa Internazionale.
Ma ancora, ripeto, non c’è nulla di certo.
Nel comunicato di Emergency avete scritto per la prima volta che l’obiettivo del governo Karzai era “l’espulsione dal paese di un testimone sgradito”.
Il ruolo di testimonianza che gli ospedali di Emergency svolgevano, in particolare quello di Lashkargah, era diventato molto sgradito al governo Karzai e non solo, e ha avuto un peso fondamentale in tutta questa vicenda. Ogni volta che la Nato annunciava di aver ucciso decine di talebani in un bombardamento, noi ricevevamo decine di feriti civili, bambini, donne, anziani, scoprendo una verità ben diversa da quella ufficiale. Questo ha creato un crescente clima di ostilità nei nostri confronti.
Può spiegarsi meglio?
A Lashkargah, Emergency era già considerata scomoda perché, con il suo ospedale gratuito, rovinava gli affari d’oro delle centinaia di cliniche private a pagamento che esistono in zona. Ma è stato con l’inizio dei bombardamenti della Nato nella regione che la nostra posizione è diventata più delicata per i motivi che ho detto. Motivi per il quali da mesi si erano create frizioni con il governatore provinciale Asadullah Wafa, con il personale dei servizi segreti afgani e con i locali comandi britannici della Nato.
Quando avete iniziato a percepire questa ostilità?
Che il clima fosse cambiato era emerso chiaramente già in riunioni ufficiali tenute con loro questo inverno. Ma lo si capiva anche da episodi minori ma significativi, come l’atteggiamento avverso dei soldati britannici nei confronti del nostro personale internazionale. Questa avversione nei confronti di Emergency è infine culminata con azioni volte a espellerci dal paese: l’arresto di Rahmatullah, avvenuto in contemporanea con una poco spontanea protesta contro di noi, e le successive accuse mosse contro la nostra Ong dai vertici dei servizi segreti afgani. Azioni che hanno fatto venire meno per noi le condizioni di sicurezza minime per poter rimanere in Afghanistan, costringendoci quindi ad andarcene.
23 maggio 2007 16:35
Appello dal mondo della cultura e dell’informazione per la liberazione di Rahmatullah Hanefi
Personalità del mondo della cultura e dell’informazione hanno promosso e sottoscritto un appello per la liberazione di Rahmatullah Hanefi sottolineando come la sua detenzione, che dura da oltre due mesi, sia in contrasto con la costituzione e le leggi afgane. - - L' APPELLO - - "La Costituzione afgana stabilisce che l'arrestato ha diritto a un difensore, ad essere informato dell'accusa mossagli e ad essere portato davanti al giudice nei limiti stabiliti dalla legge. Il prolungarsi della detenzione di Rahmatullah Hanefi, in spregio ai diritti universali e alla più elementare dignità umana, avviene in palese violazione della Costituzione afgana. Questa esiziale ferita inferta alle norme giuridiche pretende legittimità sulla base di fantomatiche leggi segrete ignote persino alla più alta autorità dell'organo del pubblico ministero afgano. Come nei più tetri sistemi totalitari si stanno perpetrando clamorose violazioni dei principi di legge. È questa la democrazia che contribuiamo ad esportare? È per questo che siamo da sei anni in Afganistan? È per consentire la perversione della giustizia che spendiamo i soldi dei nostri cittadini? Chiediamo con forza l'immediata liberazione di Rahmatullah Hanefi, affermiamo che in queste condizioni l'idea stessa dell'istruzione di un processo sarebbe una tragica truffa. Chiediamo che l'Afganistan ristabilisca immediatamente il rispetto delle sue stesse leggi. Chiediamo che l'Italia, per non tradire lo sforzo compiuto per la creazione di quelle leggi, chieda con forza l'immediata liberazione di Hanefi, sequestrato per avere svolto la funzione di mediatore nell'interesse del governo italiano. Chiediamo che Emergency possa riprendere subito la sua attività portatrice di vita e di giustizia, come ambasciatrice del meglio della cultura e dello spirito del nostro paese. Guarda chi ha sottoscritto l'appello! Fonte: Emergency 16 maggio 2007 19:21
USA: la Chiesa costretta a vendere i suoi immobili per pagare le vittime dei preti pedofili
L'interrogativo è balzato alla mente dell'arcivescovo di Los Angeles, cardinale Roger Mahoney, quando le casse della sua diocesi cominciavano a languire: come far saltar fuori la montagna di quattrini necessaria a risarcire le decine e decine di vittime degli abusi sessuali commessi dai suoi sacerdoti? Gli è bastato guardarsi intorno per risolvere la questione, e decidere senza tentennamenti: "Vendiamo i gioielli di famiglia". Così, il primo a partire è l'edificio principale: 12 piani di uffici amministrativi verranno alienati il più rapidamente possibile, e ad essi farà seguito la cessione di altri 50 beni immobiliari, dichiarati 'non necessari' dal massimo esponente della Chiesa cattolica di Los Angeles. L'arcivescovo ha assicurato che nessuna chiesa e nessuna scuola parrocchiale verranno vendute. Solo il patrimonio immobiliare. Basterà a soddisfare le richieste dei legali che hanno intentato più di 500 cause? La diocesi di Los Angeles, la più grande degli Stati Uniti, ha quasi 5 milioni di fedeli. Lo scandalo degli abusi sessuali della città californiana rivaleggia con quello di Boston, dove più di 500 membri del clero sono stati accusati di abusi sui minori negli ultimi 60 anni, e dove gli accordi giudiziali del 2003 hanno raggiunto la cifra di 85 milioni di euro. I legali coinvolti nelle conciliazioni a Los Angeles hanno affermato che se un accomodamento generale venisse raggiunto, tra i ricorrenti e la Chiesa, l'esborso di quest'ultima potrebbe raggiungere i 500 milioni di dollari. Dal 1985, la diocesi di Los Angeles ha pagato 100 milioni di dollari per 'accomodare' 85 contenziosi. Alcuni tra i casi più emblematici sono quelli del reverendo Michael Baker e di padre Lynn Caffoe, non tanto per la gravità delle accuse a loro carico, quanto per il fatto che furono tra i pochi ad essere 'coperti', o non adeguatamente sanzionati, dalle autorità ecclesiali. E' un dato di fatto che la Chiesa abbia per anni considerato gli abusi sessuali perpetrati dai suoi membri come accadimenti alla stregua di peccati perdonabili, se confessati. Nonostante negli ultimi 15 anni, l'atteggiamento nei confronti dei preti pedofili si sia fatto più severo, le pratiche relative ai casi di Barmasse e Caffoe, 'riposarono' negli archivi per anni. La sanzione loro irrogata consistette nella sospensione temporanea dall'incarico. L'arcivescovo Mahoney, venuto a conoscenza degli abusi, non li riferì alla polizia, ma sospese entrambi, per inviarli successivamente da un consulente psico-terapeutico, che proibì loro di avere contatti con minori. Qualche tempo dopo fu assegnato loro un altro incarico, ma nelle nuove parrocchie la storia si ripetè. Solo di fronte a comportamenti recidivi i sacerdoti furono finalmente rimossi dal magistero. A dispetto della pletora di accuse nei confronti dei preti di Los Angeles, l'arcivescovo Mahoney è rimasto a capo della diocesi. Oggi, il cardinale spera che i beni materiali della Chiesa californiana possano coprire i costi delle conciliazioni giudiziali. Un processo di espiazione della colpa tutt'altro che spirituale. di Luca Galassi per PeaceReporter 08 maggio 2007 16:21
Il governo afgano confisca, espropria, occupa gli ospedali italiani di Emergency!
"L’assenza forzata del personale internazionale ha reso impossibile un funzionamento degli ospedali ancor oggi definiti "di Emergency" adeguato alle aspettative di quanti vi ricorressero. Un simulato funzionamento avrebbe fornito servizi a tal punto inadeguati da risolversi, in definitiva, in danno per i pazienti. Per questa ragione avevamo ritenuto più appropriato sospenderne l’attività, finché non si fossero create le condizioni per la rinnovata presenza del personale internazionale di Emergency. Comunicato di Emergency 05 maggio 2007 12:19
Afghanistan: non vedo, non sento, non parlo
La presa di distanze del governo italiano dall'offensiva Usa a Herat - retroscena Riportiamo l'articolo di Enrico Piovesana apparso oggi su PeaceReporter. "Gli uomini scavano fra le macerie per estrarre altri cadaveri. Le loro donne stanno sedute nella polvere davanti a quelle che erano le loro case, guardandoli lavorare e piangendo i loro bambini, rimasti sepolti là sotto. Questa è la scena che si è presentata agli occhi dei membri di una squadra della missione Onu in Afghanistan (Unama) che martedì pomeriggio ha compiuto un sopraluogo a Parmakan, uno dei villaggi della Valle di Zerkoh, nella provincia occidentale di Herat (zona sotto comando militare italiano), bombardati durante l’offensiva Usa dello scorso fine settimana. Offensiva nella quale sono rimasti uccisi 136 talebani e decine di civili: almeno 49, tra cui 18 donne, secondo Adrian Edwards, portavoce dell’Unama, “circa 60” per la Commissione Indipendente per i Diritti Umani in Afghanistan (Aihrc), “più di cento” a detta della gente del posto intervistata dall’agenzia di notizie delle Nazioni Unite (Irin News).
“Centinaia di abitazioni sono state distrutte, migliaia di sfollati necessitano di assistenza umanitaria immediata”, ha dichiarato alla stampa Ghulam Nabi Hakak, direttore provinciale dell’Aihrc.
Secondo le Nazioni Unite, almeno 1.600 famiglie (circa 10 mila persone) hanno abbandonato i villaggi della Valle di Zerkoh cercando rifugio a nord, verso il capoluogo distrettuale di Shindand.
Il governo italiano ha subito condannato questa offensiva, chiarendo che i nostri soldati non vi hanno preso parte, protestando per non essere nemmeno stati avvertiti dai comandi Usa e denunciando la “contraddizione” tra la missione di guerra Enduring Freedom e la missione Isaf di pacificazione e ricostruzione.
I fatti, però, contrastano con queste parole.
Quattro distaccamenti di forze speciali italiane combattono da mesi a fianco delle special forces Usa impiegate nella guerra ai talebani nell’ambito di Enduring Freedom, rispondendo agli ordini del comando Usa (che ha sempre mantenuto l’esclusivo controllo diretto di tutti i contingenti nazionali di forze speciali presenti in Afghanistan).
Il ‘Task Group’ di forze speciali italiane è attualmente composto da quattro distaccamenti operativi provenienti da quattro corpi d’élite: Ranger del 4° Reggimento Alpini Paracadutisti Monte Cervino, incursori di Marina Comsubin, 185° Reggimento Acquisizione Obiettivi (Rao) della Brigata Folgore e 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti Col Moschin, sempre della Folgore.
Quando abbiamo chiesto allo Stato Maggiore italiano quale fosse l’entità numerica, in termini di uomini, di questi distaccamenti impegnati in combattimento la risposta è stata: “Non abbiamo informazioni in merito e anche se le avessimo non potremmo renderle pubbliche”. Indiscrezioni parlano comunque di un’ottantina di soldati in tutto, non pochi, considerato che si parla di corpi scelti) che partecipano attivamente alle offensive di Enduring Freedom contro la guerriglia talebana.
La prima è stata l’operazione ‘Wyconda Pincer’: la battaglia che lo scorso settembre le forze speciali Usa, italiane, spagnole e afgane hanno combattuto per riprendere il controllo del distretto di Bakwa, nella provincia di Farah. Anche in quell’occasione il governo italiano negò la partecipazione delle nostre truppe all’azione, esattamente come ha fatto con l’offensiva nel distretto di Shindand.
Peccato che il maggiore Usa Chris Belcher, portavoce della Combined Joint Task Force 82, abbia dichiarato alla stampa che l’offensiva è stata condotta assieme a forze Isaf-Nato, pur essendosi svolta sotto comando Usa, non Nato.
Il secondo dato di fatto contrastante con le affermazioni dei nostri politici è che la “contraddizione” tra Isaf e Enduring Freedom è stata risolta da un anno con la fusione – prima di fatto, poi anche di diritto – delle due missioni, divenute entrambe di guerra e passate sotto comando unificato Usa.
La fusione di fatto tra le due missioni è avvenuta quando, l’estate scorsa, la missione Isaf, passando sotto comando Nato, ha cambiato le regole d’ingaggio in senso “offensivo” e ha iniziato ad attaccare i talebani nel sud dell’Afghanistan: le operazioni di guerra ‘Mountain Thrust’, ‘Medusa’, Mountain Fury’, ‘Falcon Summit’ e ora ‘Achille’ sono operazioni di Isaf, non di Enduring Freedom.
L’unione di fatto è diventata matrimonio il 4 febbraio scorso, quando il generale Usa Dan K. McNeill ha assunto il comando sia delle forze Usa di Enduring Freedom che di quelle Nato di Isaf." 30 aprile 2007 13:31
L'ambasciatore afgano in Italia: "Hanefi non rischia la morte ed avrà assistenza legale"
Pubblichiamo qui di seguito l'interessnte articolo di Repubblica in cui si riportano le dichiarazioni dell'ambasciatore afgano in Italia. Se non fosse che in ballo c'è la vita e la salute (Hanefi è stato anche torturato!) di un uomo, ci sarebbe soltanto da ridere di fronte all'affermazione dell'ambasciatore secondo cui la detenzione di Hanefi è finalizzata a "rendere sicuro l'ambiente in cui Emergency ed altre organizzazioni lavorano". Davvero esilarante, come teoria, dato che Emergency ha lasciato l'Afghanistan ben due volte proprio perchè minacciata dal governo afgano!
Repubblica.it - Nuovo scontro tra Emergency e il governo afgano. L'ambasciatore dell'Afghanistan in Italia, Musa Maroofi, in un'intervista al Tg1 ha assicurato che il mediatore di Emergency, Rahmatullah Hanefi, non rischia la condanna a morte. Ma ha ribadito le accuse nei confronti di Hanefi: "Difficile capire perché ci sia tanta simpatia per una persona che ha violato la legge". "Continuano a diffarmarci", ha replicato Emergency, ribadendo che "Rahmatullah non è un criminale". A chi gli chiedeva cosa pensasse della decisione di Emergency di lasciare l'Afghanistan proprio in seguito all'arresto di Hanefi, l'ambasciatore ha replicato: "Ci dispiace, ma lo hanno deciso loro e spero che cambino idea; abbiamo rispetto per Emergency, che ha fatto tanto per aiutare gli afgani, ma il nostro obiettivo - ha concluso - è di fornire un ambiente sicuro per il personale di organizzazioni umanitarie come Emergency".
28 aprile 2007 11:25
Scongiurare altre stragi come quella del Virginia Tech? Semplice: armare TUTTI i cittadini!
La logica è ferrea, automatica come un'arma. Un omicida si introduce in casa di qualcuno e comincia a sparare, uccidendo chi trova davanti a se'. Se le vittime fossero state a loro volta armate - si argomenta - la tragedia si sarebbe potuta evitare. Perciò, l'unica soluzione a un'arma nelle mani sbagliate è un'arma nelle mani giuste. O nelle mani di tutti. Il sillogismo, che anima il dibattito della lobby delle armi statunitense, la National Rifle Association (Nra), non è che il risultato di un'interpetazione del tutto personale del Secondo emendamento della Costituzione Usa, secondo la quale una vera politica di sicurezza consiste nel proteggere ciascuna onesta famiglia americana dai pericoli di questo mondo impazzito dotandola di un'arma. Armare un'intera nazione è "una proposta da manicomio", commentava ieri l'editorialista del 'New York Times' Bob Herbert. "Il primo passo per superare una dipendenza - scrive Herbert - è riconoscerla. Gli americani dipendono dalla violenza delle armi. Facciamo pubbliche dichiarazioni di rammarico ad ogni massacro di massa, ma non esprimiamo mai una reale volontà di togliere le armi dalla circolazione, o di registrarle, o di addestrare e registrare a loro volta chi le compra". Dagli omicidi di Martin Luther King e di Kennedy, nel 1968, oltre un milione di americani sono morti a causa delle armi. Più di quanti americani sono morti in tutte le guerre combattute dagli Stati Uniti. Un recente rapporto pubblicato dal Children Defense Fund rivela che, dal 1979, sono morti 100 mila bambini a causa delle armi. Otto minori muoiono ogni giorno. Per ogni bambino morto a causa di armi da fuoco, ce ne sono cinque che rimangono feriti. Secondo la rivista della American Medical Association, i costi per ognuno di loro sono di 45 mila dollari, escluse le cure riabilitative. In un anno, i costi a carico della sanità arrivano fino a 2,3 miliardi di dollari. Solo gli incidenti stradali e il cancro uccidono di più. Uno studio pubblicato alcuni anni fa dalla Harvard School of Public Health ha posto a paragone i tassi di mortalità per arma da fuoco, nei bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni, nei cinque Stati con il più alto tasso di possesso di armi rispetto ai cinque Stati con il tasso minore. I bambini degli Stati dove si comprano più armi hanno una probabilità di rimanere feriti 16 volte maggiore rispetto agli altri. La probabilità di rimanere uccisi è sette volte maggiore. Quella di suicidarsi tre volte maggiore. Quali le soluzioni? Secondo il Children Defense Fund, il Congresso Usa dovrebbe adottare misure di sicurezza che comprendono una legge tesa a colmare le lacune legislative tra gli Stati e il governo federale. Prima fra tutte, la possibilità di controllare se coloro che comprano armi da venditori non autorizzati hanno un passato criminale o una storia di malattie psichiatriche. Poi, andrebbe ripristinata la legislazione del '94, che impone il bando alle armi automatiche. I genitori dovrebbero rimuovere le armi da casa, organizzare gruppi di 'risoluzione non-violenta dei conflitti' nelle comunità, rifiutarsi di acquistare videogames e altri prodotti che esaltano la violenza o la rendono socialmente accettabile. Una nota positiva proviene dai sindaci di alcune città statunitensi. Dall'inizio dell'anno, 100 persone sono morte a Philadelphia, 80 a Baltimora. I primi cittadini di queste ed altre metropoli, tra cui Washington e New York, si stanno mobilitando per combattere la vendita illegale di armi. La campagna dei 'sindaci disarmati' ha visto, lo scorso anno, 15 città aderire all'appello. Oggi sono più di 200, provenienti da 46 Stati diversi. E' un primo, timido passo per contrapporre azioni concrete alla potente lobby armiera degli Stati Uniti. Scritto da Luca Galassi per PeaceReporter. 26 aprile 2007 20:29
Nuove minacce a Emergency: "consegnateci i passaporti" - L'ONG sospende le attività
"Mercoledì 25 aprile funzionari di polizia afgani si sono presentati all’ospedale di Emergency a Kabul intimando allo staff internazionale presente (tre cittadini italiani, un belga e un cittadino elvetico) di «consegnare i passaporti». La consegna è stata rifiutata.
Questo il comunicato odierno di Emergency, a seguito del quale "il governo di Karzai - si legge su Repubblica.it - ha affidato a un portavoce del ministero degli Esteri afgano una replica in cui si chiede all'organizzazione di restare: Un vostro ritiro avrebbe un grave impatto sugli aiuti internazionali e il nostro Paese ha urgente bisogno di sostegno in campo sanitario. Non si fa attendere la risposta: E perché dovremmo tornare? Attratti dalle buone parole ma accolti da cattive azioni? dice Carlo Garbagnati, vicepresidente di Emergency. Un invito, insiste, non è un granché, non è un invito sensato. Ci invita perché ci ritirino il passaporto o perchè ci arrestino? Questo il ministro non lo dice, non siamo quindi in grado di valutare. Invece torneremmo di corsa se Rahamatullah fosse libero, se ci spiegassero cosa è avvenuto ieri, se chiarissero i termini delle accuse dei servizi segreti. Ma solo su questi presupposti." "Ormai abbiamo capito - ha dichiarato a PeaceReporter il vicepresidente di Emergency - che il governo afgano manda segnali contrastanti, con buone parole a cui fanno da contraltare azioni di segno diverso, come l'arresto e la prolungata detenzione di un dipendente di Emergency e come l'azione della polizia afgana ieri nei confronti del nostro personale straniero. Non ci è dato sapere se questo duplice atteggiamento rispecchi effettive divisioni all'interno del governo di Kabul o abbia un'unica regia. Fatto sta che noi le nostre decisioni le dobbiamo prendere in base a questi fatti concreti, non alle parole".
23 aprile 2007 18:24
Hanefi accusato di concorso in omicidio. Emergency: in Afganistan non esiste il diritto alla difesa!
Esattamente 3 giorni fa questo blog riportava la sconcertante notizia che l'Italia ha speso 50 MILIONI DI EURO per riformare il sistema legale dell'Afghanistan, paese che, mentre si dice tanto democratico, usa ancora sistemi dittatoriali contro la libertà di stampa (leggi). Oggi il Corriere della Sera riportava un articolo in cui si afferma che, in Afghanistan, colui che viene imputato per aver compiuto un reato contro la sicurezza nazionale (nel caso di specie Rahmatullah Hanefi), NON HA DIRITTO AD UNA DIFESA!
Segue l'odierno comunicato stampa di Emergency:
"Un articolo del «Corriere della sera» di lunedì 23 aprile, firmato da Fiorenza Sarzanini, titola «Il mediatore di Emergency rischia il patibolo». Il contenuto dell’articolo relativo a “fatti” è soltanto un centone di parole già dette e già note: tanto sugli interrogativi sulla sorte di Adjmal Nashkbandi, l’interprete di Mastrogiacomo (che Mastrogiacomo stesso testimonia di avere visto liberato), assassinato l’8 aprile, quanto sulle accuse a Rahmatullah Hanefi (il collaboratore di Emergency detenuto in isolamento da oltre un mese in carceri afgane senza alcuna accusa formale né l’assistenza di un legale). È sconcertante l’affermazione “di forma” che esista la possibilità di un “procedimento” nel quale non sia prevista l’assistenza legale, tanto più se tale “procedimento” rischia di sfociare in una condanna a morte.
Sempre nella giornata di oggi, alle 12:18 veniva pubblicata da PeaceReporter la notizia secondo cui le autorità di Kabul hanno confermato che per tale capo d'accusa non è possibile avere una difesa, e che la pena prevista è la morte:
"Rahmatullah Hanefi, il responsabile della sicurezza dell'ospedale di Emergency, è stato accusato di concorso in omicidio, perché "Lasciò l'interprete di Mastrogiacomo ai talebani". È quanto viene contestato dal governo afgano al responsabile della sicurezza dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, colui che ha svolto il ruolo di mediatore per il rilascio del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo. Hanefi è dunque accusato di concorso in omicidio. Secondo i servizi segreti afgani, che lo avevano arrestato il giorno dopo la liberazione dell'inviato di La Repubblica, sarebbe stato lui a consegnare ai talebani, guidati dal mullah Dadullah, Adjmal Nashkbandi, l'interprete sgozzato dai terroristi il giorno di Pasqua, venti giorni dopo la liberazione di Mastrogiacomo. Il capo di accusa si appella al fatto che invece di essere portato in salvo, l'interprete è stato lasciato nelle mani della banda, che alla fine lo ha ammazzato. Da qui la presunta responsabilità dell'uomo di Emergency. "Si tratta di un reato che mette a rischio la sicurezza nazionale — hanno spiegato le autorità di Kabul alla diplomazia italiana — e per il nostro ordinamento in questi casi non è prevista l'assistenza di un legale". La pena per reati del genere è quella capitale."
20 aprile 2007 00:23
Afghanistan a Emergency: "il nostro è un paese democratico". Ma subito dimostra il contrario!
L'ambasciata dell'Afghanistan ha replicato alle accuse di Emergency asserendo che le prove contro Hanefi sono reali; essendo l'Aghanistan attuale un Paese altamente democratico non sarebbe infatti possibile "fabbricare" prove false. Intanto quello stesso "Afghanistan democratico" sta utilizzando metodi dittatoriali nei confronti della libertà di stampa nel Paese. "L'ambasciata afgana a Roma - scrive corriere.it - ha espresso la sua «sincera gratitudine a Emergency», in un comunicato in cui si augura che la sua attività umanitaria «riprenda le funzioni il prima possibile». «L'Ambasciata, da parte del Governo e del Popolo afgano esprime la sua sincera gratitudine a Emergency ed al suo staff per i suoi nobili e umanitari servizi a uomini, donne, bambini malati, feriti e vittime innocenti a partire dall'anno 1999, tempi duri e difficili per il paese», si legge nel comunicato. «Il Governo ed il Popolo afgano -continua il testo- si augura che questa attività umanitaria, che fino ad oggi ha curato più di 1.500.000 uomini riprenda le sue funzioni il prima possibile». Secondo quanto ha affermato l'ambasciatore afghano in Italia alla delegazione di Emergency «il governo afghano aveva il dovere di arrestare Hanefi proprio perchè le prove contro di lui ci sono e sono credibili». Teresa Strada, moglie del fondatore di Emergency, a queste parole ha ribattuto secca che «le prove sono state fabbricate ad arte», mentre l'ambasciatore ha sottolineato che questo nell'Afghanistan di oggi non poteva certo accadere. In conclusione il rappresentante diplomatico afghano ha consigliato alla delegazione di portare la propria protesta contro i talebani e certo non davanti alla rappresentanza diplomatica ufficiale afghana quindi, sostenendo che l'Afghanistan è un paese che sta facendo grandi sforzi per affermare la democrazia ha chiesto l'invio di più truppe italiane in Afghanistan proprio per sostenere questo processo di democratizzazione." Ma di che tipo di democrazia stiamo parlando? La prolungata detenzione del manager di Emergency Rahmatullah Hanefi, contraria al Codice Penale e alla Costituzione dell’Afghanistan, non rappresenta un caso isolato. Nella notte tra il 17 e il 18 aprile, "il democratico governo Karzai - scrive PeaceReporter - ha nuovamente dato prova del suo disprezzo per la legge e per i diritti fondamentali - merita ricordare che l'Italia ha speso 50 milioni di euro per riformare il sistema legale afgano. Il procuratore generale afgano Abdul Jabbar Sabit ha personalmente guidato un blitz di polizia nella redazione dell’emittente televisiva privata Tolo Tv. Cinquanta poliziotti, senza alcun mandato, hanno fatto irruzione negli uffici della televisione, picchiando giornalisti e tecnici e arrestandone diversi. Un raid punitivo deciso in seguito alla messa in onda, ieri pomeriggio, di un servizio giornalistico che secondo il procuratore Sabit avrebbe distorto alcune dichiarazioni pubbliche da lui stesso rilasciate.
Accusa seccamente respinta dalla redazione di Tolo Tv, che sostiene di aver fedelmente riportato le parole pronunciate da Sabit, e che lo ha dimostrato mandando ripetutamente in onda ieri sera il filmato originale della conferenza stampa incriminata.
“Il provvedimento – si giustifica Sabit – è stato deciso solo dopo che Tolo Tv si è rifiutata di rettificare la notizia come io avevo chiesto”. Evviva la sincerità.
La mattina del 18 aprile, una folla di giornalisti afgani si è radunata davanti al parlamento afgano per protestare contro questa azione, ritenuta assolutamente illegale e offensiva della libertà di stampa.
Libertà che, proprio in parlamento, sta per essere notevolmente ristretta da una nuova legge sulla stampa aspramente criticata dalle associazioni di categoria.
Pare che questa legge, attualmente in discussione alla Wolesi Jirga, darà statuto normativo ufficiale al regolamento ufficioso che dallo scorso giugno disciplina il lavoro dei giornalisti afgani. Parliamo del documento “riservato” che il 12 giugno 2006 – in coincidenza con l’escalation dell’offensiva militare della Nato – il direttore dei servizi segreti afgani Amrullah Saleh (quello che ha ordinato l’arresto di Rahmat e accusato Emergency di essere filo-talebana) ha inviato a tutti i giornalisti afgani. Secondo queste regole non devono essere diffuse notizie critiche nei confronti del governo afgano e delle forze militari straniere presenti nel paese."
Alla faccia del "Paese democratico"!
Viene da chiedersi per quale motivo abbiamo speso i 50 milioni di euro sopraccitati.
17 aprile 2007 16:34
Stati Uniti: enormi tagli alla sanità per finanziare la guerra
La guerra contro il cancro annunciata negli anni '70 dal presidente Usa Nixon e quella contro il terrore proclamata nel 2001 da Bush condividono un obiettivo comune: eliminare un nemico. Nixon, nonostante l'impegno economico profuso nella guerra in Vietnam, continuò a pompare denaro nella più grande istituzione per la lotta al cancro statunitense, il National Cancer Institute (Nci). Oggi, invece, Bush investe nella Difesa la quota più elevata mai stanziata da un presidente statunitense: 625 miliardi di dollari. E all'Istituto per il cancro manco una lira. Anzi: prima della scadenza del suo mandato, destinerà alla ricerca dell'Nci 2 miliardi di dollari in meno. A denunciarlo in un editoriale è la rivista scientifica 'Lancet', che riporta che i tagli arrivano proprio quando l'Nci, che compirà 70 anni il prossimo 7 agosto, si trova ad affrontare uno dei momenti più critici della sua esistenza. Il direttore, John Niederhuber, lamenta la chiusura di laboratori, tagli al personale, esperimenti e progetti costretti a fermarsi a metà per mancanza di soldi. La previsione di bilancio 2008 presentata al Congresso il mese scorso non contiene note dolenti solo per la ricerca contro il cancro. L'amministrazione Bush taglierà 500 milioni di dollari per i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, 800 milioni per l'Ente sanitario per i veterani, 500 milioni per l'Agenzia per la protezione dell'ambiente e 78 miliardi di dollari, in cinque anni, per i pilastri dell'assistenza sanitaria Usa, il Medicare e il Medicaid. La Commissione bilancio del Congresso, riducendo i budget dei singoli Stati, impose lo scorso anno drastici tagli anche a servizi odontoiatrici, oculistici e di salute mentale. Allora ci rimisero anche molti bambini, costretti a rinunciare all'assistenza infermieristica a domicilio. Le spese degli utenti sanitari Usa aumentano di anno in anno per servizi medici come visite ambulatoriali o assistenza ospedaliera, così come per i farmaci prescrivibili. Attualmente, sono 46 milioni le persone senza copertura sanitaria negli Stati Uniti. Lo smantellamento della sanità statunitense arriva proprio nel momento in cui i decessi per tumore mostrano per la prima volta un declino, ciò che prova l'efficacia della strategia sanitaria adottata fino a oggi. Eppure, l'invio di nuove truppe in Iraq e Afghanistan e l'aumento dei fondi per la Difesa a scapito della sanità contiene un paradosso, ossia la possibilità che il carico a danno del National Cancer Institute aumenti a dismisura, con un numero sempre maggiore di soldati di rientro dal fronte che hanno sviluppato malattie neoplasiche a seguito dell'esposizione all'uranio impoverito. Quest'ultimo è presente in diversi tipi di armamenti e si ritiene possa originare patologie come la leucemia e alcune forme di cancro. di Luca Galassi per PeaceReporter 11 aprile 2007 12:13
Emergency ritira lo staff internazionale dall'Afghanistan - Minacce dai servizi segreti afgani
Nella giornata di oggi, mercoledì 11 aprile, il personale internazionale di Emergency ha lasciato Kabul diretto a Dubai. Il significato e le ragioni di questa decisione sono contenuti nel comunicato che segue, che verrà diffuso anche in Afghanistan, in inglese e nelle lingue locali. LO STAFF INTERNAZIONALE DI EMERGENCY ESCE DALL'AFGHANISTAN
A seguito delle vergognose affermazioni del Sig. Amrullah Saleh, responsabile dei Servizi di Sicurezza afgani, che in una intervista a un quotidiano italiano ripresa dalla stampa internazionale ha definito Emergency una organizzazione che “fiancheggia i terroristi e persino gli uomini di Al Qaeda in Afghanistan”, facciamo appello ai tanti cittadini afgani che hanno conosciuto il lavoro di Emergency nei Centri Chirurgici di Anabah, di Kabul, di Lashkargah, nel Centro medico e di Maternità del Panjsheer, nelle 25 Cliniche e Posti di Pronto Soccorso, nelle 6 Cliniche all’interno delle prigioni.
Dal 1999, le strutture sanitarie di Emergency hanno fornito assistenza gratuita e di alto livello a oltre 1.400.000 cittadini afgani. Facciamo appello a loro, alle loro famiglie, ai cittadini dell’Afghanistan perché si uniscano a noi nel ricordare al Governo afgano il carattere umanitario e neutrale del lavoro di Emergency in Afghanistan, volto a fornire cure a tutti, senza discriminazione politica, etnica, di genere, religiosa.
Il Governo afgano sta invece ricorrendo a ogni mezzo perché Emergency lasci l’Afghanistan: non solo con le terroristiche dichiarazioni di Amrullah Saleh - che suonano come un aperto invito a colpire la nostra organizzazione - ma anche attraverso la scandalosa e immotivata detenzione del capo del personale dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, Rahmatullah Hanefi, che a nome di Emergency ha messo a rischio la propria vita per salvare quella altrui.
Oggi, 11 aprile 2007, Emergency é stata costretta a ritirare temporaneamente il proprio staff internazionale dall’Afghanistan per ragioni di sicurezza. Per il momento, le strutture sanitarie di Emergency continuano a funzionare grazie alla competenza e alla dedizione dello staff afgano.
Se in futuro le strutture di Emergency non saranno più in grado di fornire gli stessi servizi, sappiano i cittadini afgani che la responsabilità è interamente del loro Governo che ha gettato accuse infamanti sulla nostra organizzazione, mettendo a rischio la sicurezza dei nostri pazienti, del nostro staff afgano e internazionale.
Emergency continuerà ad essere vicina alle sofferenze del popolo afgano, a quei milioni di civili innocenti che da decenni subiscono la atrocità della guerra.
![]() La decisione non è stata improvvisa. Ad Emergency ci pensavano da giorni, stretti nel dilemma se rimanere in condizioni di estrema difficoltà o se far evacuare, almeno temporaneamente, gli operatori internazionali. Non sospende le attività, l'Ong fondata da Gino Strada, che opera in Afghanistan dal 1999.
Nei giorni scorsi, tutto il personale internazionale era stato convocato a Kabul, per porter discutere della situazione e, anche, per mettere in sicurezza gli operatori dell'ospedale di Lashkargah, il più esposto, in questi giorni, a possibili problemi di sicurezza. Nella serata di ieri la decisione, sofferta, di lasciare anche Kabul e l'Afghanistan. E questa mattina presto, erano circa le dieci locali, un aereo delle Nazioni Unite appositamente approntato ha portato i trenta operatori italiani di Emergency e gli altri otto di varie nazionalità a Dubai, lontano da ogni possibile ulteriore rischio. Dalla sede di Emergency viene chiarito che la partenza non è definitiva e che il personale che ha lasciato l'Afghanistan si incontrerà, all'estero, con alcuni membri del direttivo dell'organizzazione per decidere insieme, fra oggi e domani, se continuare a operare nel Paese.
Rimangono, a prestare le necessarie cure ai pazienti nei tre ospedali e nei ventotto posti di primo soccorso e centri sanitari, tutti i membri dello staff nazionale. Ma dopo le parole del potente capo dei servizi di sicurezza afgani Amrulah Saleh, "Emergency non è in realtà una vera organizzazione umanitaria, bensì un fiancheggiatore dei terroristi e persino degli uomini di Al Qaeda", le condizioni per poter rimanere non c'erano davvero più.
Anche perché, a quelle pesantissime parole, nessuno, né in Afghanistan, né soprattutto a Roma, aveva pensato di replicare con quel necessario sdegno che un normale governo avrebbe dopo che una istituzione del suo paese, e una istituzione del calibro di Emergency, era stata messa sotto accusa. Come niente era stato detto, quantomeno in modo ufficiale, per l'arresto illegale di Rahmatullah Hanefi, il manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, che per conto del governo italiano aveva aperto un canale con i rapitori di Daniele Mastrogiacomo ed era riuscito a far tornare a casa il giornalista italiano vivo.
Non una parola per difendere la scelta, giudicata dallo stesso governo quella giusta e l'unica possibile, di utilizzare Emergency per riportare a casa il giornalista italiano.
"Il Governo italiano - diceva solo ieri Emergency in un comunicato - si sente estraneo a questo insieme di calunnie, minacce e accuse mosse dall’interno di un «governo amico» a una Ong italiana riconosciuta dal Ministero degli affari esteri?
Non ci sono proteste da muovere e chiarimenti da richiedere all’ambasciatore afgano in Italia?"
10 aprile 2007 13:12
Delfini massacrati in Giappone: il terribile video su internet
Gira su internet il terribile video sulla mattanza di delfini in giappone che ha provocato diverse petizioni, che stanno attualmente raccogliendo oltre 1 milione di adesioni, per chiedere l'immediata cessazione di questo massacro. Il filmato può essere visto a questo indirizzo, ma ne sconsigliamo caldamente la visione a tutte le persone impressionabili, e non solo: i contenuti del video sono davvero forti, anche più rispetto al famoso filmato dell'Ifaw in cui piccoli di foca venivano uccisi a bastonate.
Suggeriamo a tutti voi, invece, di firmare la petizione contro questo massacro!
Segue articolo tratto da Tiscali.it Il video "testimonia il terribile sterminio di un grandissimo numero di delfini. Il mare si tinge di rosso, i cetacei vengono arpionati, issati sulle barche e trasportati agonizzanti i mezzi di trasporto. La maggior parte vengono sgozzati ancora vivi e le immagini mostrano i fiotti di sangue come in un thriller di quarta categoria. Ma non è un film, è tutto vero, talmente vero che riteniamo inopportuno mostrare il filmato per non ferire la sensibilità dei nostri lettori. La Sea Shepherd, associazione statunitense che opera in difesa di delfini, balene e foche, da anni cerca di di convincere i pescatori che un cetaceo vivo per il whale watching sono molto più redditizi che da morti. Ma in Giappone nessun argomento riesce a fare presa né sul governo che continua a permettere questi stermini, né sui pescatori. La carne di delfino viene utilizzata a scopi alimentari umani, nonostante l´agenzia investigativa per l´ambiente (Enviromental Investigation Agency) e numerose ricerche scientifiche abbiano dimostrato che questa, soprattutto in Giappone, sia pericolosamente ricca di tossine quali: mercurio e altri metalli pesanti, ddt e diversi pericolosi contaminanti. Spesso viene anche venduta come carne di balena. I delfini sono predatori all´apice della piramide alimentare e tendono ad accumulare grandi quantità di inquinanti come il mercurio, mentre ciò accade in misura minore nelle balene che sono dei filtratori.
Nei campioni di carne di delfino in vendita sul mercato giapponese, il contenuto di mercurio rilevato è mediamente 900 volte al di sopra del limite massimo consentito dalla legge vigente in materia. Gli scarti della carne di delfino vengono anche utilizzati come cibo per animali e come fertilizzante.
Le madri vengono separate dai loro piccoli, scelti per essere utilizzati negli show dei delfinari o come pseudo taumaturghi nelle piscine di cliniche specializzate in pet therapy. Per gli altri c'è la morte dopo atroci sofferenze.
In Giappone, ogni anno, vengono uccisi da 20.000 a 22.000 delfini di specie diverse (stenelle, tursiopi , globicefali e focene). La stagione di caccia ai delfini inizia ad ottobre e finisce a marzo.
Sea Shepherd è l'organizzazione più temuta e sgradita ai pescatori di delfini. Due membri dell'equipaggio, Allison Lance Watson e Alex Cornelissen, nel novembre 2003 furono arrestati per aver liberato dalle reti alcuni esemplari. La documentazione prodotta da Sea Shepherd è apparsa in prima pagina nei giornali di tutto il mondo e i video che mostrano l'uccisione dei delfini sono stati trasmessi ovunque. Sea Shepherd continua la sua campagna per porre fine alla crudele e barbara strage dei delfini e l'Oipa (Organizzazione internazionale per la protezione degli animali) supporta in Italia la sua petizione internazionale."
08 aprile 2007 12:18
La sottile linea russa - Dopo 16 anni, un Trattato pone fine al contenzioso tra Russia e Lettonia
Il momento della svolta è arrivato a febbraio. E' stato allora che il Parlamento lettone ha rinunciato per la prima volta nella sua storia a ogni rivendicazione territoriale nei confronti dei 'cugini' russi. Da quel momento in poi, la strada era spianata per un trattato di 'sistemazione' del confine tra i due Paesi, Trattato che è stato firmato lunedì 26 marzo dal Primo ministro russo Mikhail Fradkov e dal suo omologo Aigars Kalvitis. A dire il vero, i due Paesi avevano già in preparazione un piano per dirimere la secolare controversia geografica. Nel 2005, poche settimane prima della firma, lo stesso Parlamento lettone inserì nel documento il riferimento a un trattato del 1920 che considerava il distretto di Pytalovo, attualmente in territorio russo, come parte della Lettonia. Inaccettabile per Mosca, che rinviò a data da destinarsi ogni eventuale discussione sul confine. La vertenza opponeva Russia e Lettonia sin dalla Seconda Guerra mondiale. L'Armata Rossa occupò gli Stati baltici nel 1940. Un anno dopo si verificò l'invasione nazista, e nel 1944 i russi rioccuparono i Paesi baltici, che guadagnarono l'indipendenza nel 1991, anno del collasso dell'Unione Sovietica. Nel 2004 i tre Stati entrarono nell'Unione Europea. Ma, da allora, una precisa delimitazione della linea di confine non è mai stata tracciata. Rispetto a quello pre-sovietico, il confine post-sovietico inseriva una piccola porzione di territorio lettone nell'alveo della Grande Madre Russia. Ogni trattato relativo a quest'area, per i lettoni, sarebbe equivalso a formalizzare di fatto l'occupazione. Tuttavia, non è solo Riga a covare risentimento verso Mosca, ma anche viceversa: i russi, infatti, non hanno mai digerito il trattamento riservato dai lettoni alla loro minoranza in Lettonia (circa un quarto della popolazione), nè il comportamento del governo nei confronti dei soldati sovietici che combatterono contro l'occupazione nazista del Paese. Mosca ha sempre cercato di evitare che anche a Riga si verificasse ciò che è accaduto a Tallin nel febbraio scorso. Allora, il Parlamento estone approvò la Legge sulle strutture proibite, che vietava la pubblica esibizione di monumenti costruiti per glorificare l'occupazione sovietica dell'Estonia. Con il nuovo provvedimento si decise anche la rimozione del Soldato russo, una statua di 2 metri risalente al 1947, per i lettoni un brutto ricordo della repressione patita durante l'occupazione, per i russi motivo d'orgoglio nazionale. Se il Primo ministro russo Mikhail Fradkov ha riferito che l'accordo non risolverà automaticamente tutti i problemi tra i due Paesi, i cittadini russi si augurano tuttavia che il Trattato apra la strada a una maggiore cooperazione economica. Specialmente adesso che il nuovo confine, oltre a essere quello lettone, è soprattutto quello della stabile e prospera Unione Europea. Fonte: PeaceReporter 31 marzo 2007 10:21
Sequestrata ambulanza di Emergency con 4 persone a bordo, ma l'incubo dura solo due ore
Lashkargah, ore 13. Mentre sulla città e su tutta la provincia di Helmand si scatena una tempesta di sabbia e pioggia, nell’ospedale di Emergency sale l’ansia per un’ambulanza che sta tardando troppo ad arrivare e che non risponde alle chiamate. Il mezzo era partito quasi due ore fa dal pronto soccorso dell’Ong italiana a Grishk, circa un’ora di strada a nord di Lashkargah. A bordo dell’ambulanza ci sono quattro persone, tutti afgani: l’autista, un infermiere di Emergency, un ferito vittima di un incidente stradale con trauma cranico e un suo amico che lo accompagna. Il capo infermiere dell’ospedale di Emergency, Cathal Boyle, un giovane irlandese, continua a comporre il numero di cellulare dell’autista, ma è sempre spento. Dopo un’altra mezz’ora di tentativi, finalmente squilla. “Siamo stati fermati lungo la strada”, dice l’autista, prima che un uomo gli strappi il cellulare per dire “Abbiamo la vostra ambulanza e ora ce la portiamo a Sangin”. Boyle chiede al sequestratore di lasciarli andare, perché il ferito è in gravi condizioni. Ma quello se ne frega e interrompe la comunicazione.
A Emergency scatta l’allarme. Viene avvertito il direttore del programma a Kabul e la sede di Milano, dove da mercoledì si trova Gino Strada. Al personale di Grishk viene chiesto di contattare immediatamente i notabili del posto perché intervengano. Dopo circa un’ora di ansiosa attesa, arriva finalmente la bella notizia. Un membro del consiglio degli anziani di Grishk si è messo in contatto via radio con i sequestratori ordinando loro l’immediato rilascio degli ostaggi e del mezzo. Che è immediatamente avvenuto. L’ambulanza è stata lasciata ripartire alla volta di Grishk, dov’è arrivata nel tardo pomeriggio, dopo un lungo viaggio rallentato dalla tempesta di sabbia. “Quelli che hanno sequestrato l’ambulanza era gente di fuori Grishk, gente delle montagne”, ci spiega poi Boyle, dopo essersi fatto raccontare tutti i dettagli dai protagonisti. “Persone che non conoscono Emergency e che infatti pensavano si trattasse di un mezzo del Provincial Reconstruction Team. Sull’ambulanza ci sono gli stemmi di Emergency e scritte in pashto, ma quelli non sapevano leggere. Poi ha chiamato questo capo del villaggio di Grishk che invece, a quanto pare, conosce le attività prettamente umanitarie e la natura neutrale di Emergency. Si è infuriato con i sequestratori e ha ordinato loro di rilasciare immediatamente gli ostaggi e di non permettersi mai più di creare problemi a Emergency perché, ha detto, non vuole che per colpa di simili incidenti l’Ong chiuda le sue attività nella regione”.
di Enrico Piovesana, inviato di PeaceReporter
05 marzo 2007 18:22
L'Atomica degli Ayatollah
Grazie ad una collaborazione con Arcoiris TV, oggi diamo la possibilità ai nostri visitatori di scaricare gratuitamente il FILMATO dell'incontro "L'Atomica degli Ayatollah", organizzato dal Comune di Verona nell'ambito del progetto "Verona Municipio dei popoli". L'incontro ha affrontato l'attualissimo tema del "diritto al nucleare" dell'Iran tra risorse, economia e geostrategia.
Sono intervenuti:
Fonte: Raffaele Laddu - Lunghezza: 110,18 min.
04 marzo 2007 11:49
Esercito USA in Sud America - I servizi segreti brasiliani: a rischio la nostra sicurezza nazionale
Il documento è stato pubblicato dal Journal do Brasil, una delle maggiori testate carioca, ed è stato subito rilanciato dalle maggiori agenzie di informazione del mondo latino. A redigerlo un gruppo dei servizi segreti brasiliani , Gruppo di Lavoro sull'Amazzonia della Abin (l'agenzia di informazione dell'intelligence brasiliana) in collaborazione con organi delle forze armate e della polizia federale. Secondo il rapporto, la crescente influenza degli Stati Uniti in paesi limitrofi al Brasile, in particolare Colombia e Paraguay, e la presenza dell'esercito americano in Amazzonia rappresentano un rischio per la sicurezza nazionale.
Non solo: anche piaghe sociali come la disoccupazione e la vulnerabilità dello Stato rispetto alla ripresa della criminalità organizzata sarebbero conseguenze dirette della strategia di Washington nell'area.
La grossa novità consiste proprio nel mittente del j'accuse. Che sia interesse degli Stati Uniti esercitare un controllo sulle enormi risorse del Cono Sud attraverso una pressione anche militare non rappresenta certo una novità: peraltro, solo poche settimane fa George Bush, in un ordine presidenziale, aveva ribadito la necessità di ''pianificare operazioni congiunte'' con ''i governi amici dell'America Latina''.
Ma che siano gli stessi addetti ai lavori a dichiarare pubblicamente di essere preoccupati dall'ingerenza di Washington serve a rendere il polso di una situazione in cui gli Stati Uniti stanno perdendo un'egemonia storica e sono pronti ad agire anche piuttosto goffamente - dal punto di vista diplomatico - per recuperarla.
Certo, la presenza non possono assicurarsela solo coi militari: sarebbe assai controproducente farlo in piena ''primavera sudamericana'', come è stata soprannominata questa fase storica caratterizzata da un'ondata di orgoglio indigeno-nazionalista che ha portato al governo Chavez in Venezuela, Morales in Bolivia, Correa in Ecuador, che ha permesso la rielezione di Lula e con ogni probabilità porterà anche l'argentino Kirchner alla riconferma. Ecco, allora, che il proliferare di progetti umanitari di Ong straniere farebbe da paravento a una presenza militare nordamericana - o di spionaggio - nient'affatto giustificata da conflitti in corso; che la questione indigena, viva e pronta a esplodere quasi ovunque, rappresenta una minaccia terroristica tale da richiedere l'intervento di un contingente estero. E che, infine, la questione della lotta al narcotraffico diventa, in Colombia, il pretesto per creare un nuovo mercato-banco di prova di armi sofisticate.
Proprio quest'ultimo aspetto, avverte l'intelligence, è quello che gli specialisti di Washington cercheranno di riprodurre in tutto il continente. E' vero che l'andinizzazione del Plan Colombia è fallita per l'opposizione dell'Ecuador , che anzi dopo l'elezione di Correa ha deciso di ricorrere all'Aja perchè siano indennizzati tutti i danni prodotti dalle fumigazioni "accidentalmente" ricadute anche all'interno dei propri confini. Ma la Colombia, l'ultimo vero ''governo amico'' degli Usa, rimane per la sua posizione geopolitica una pedina fondamentale della scacchiera: è l'anello di congiunzione fra Centro e Sudamerica e, soprattutto, confina col Venzuela dell'odiato Chavez.
Ma c'è un altro paese che, quanto se non più della Colombia, assicura agli Stati Uniti una disponibile base d'atterraggio, fisica e simbolica, per diffondere le proprie forze nel continente: è il Paraguay, posizionato nella pancia fertile del continente, pressochè ignorato dai media internazionali e caratterizzato dallo standard di diritti umani peggiore del Sudamerica. Nel 2005 Washington ha ottenuto l'immunità per i suoi soldati sul territorio paraguayano, e questi per due anni hanno potuto eseguire esercitazioni senza nessun tipo di controllo. Il 2006 si è chiuso col presidente Duarte Frutos - costretto dall'indignazione popolare e internazionale - a ritirare l'immunità, ma nel frattempo gli analisti nordamericani hanno fatto di tutto per dimostrare che la zona della Triple Frontiera (il crocevia fra Paraguay, Argentina e Brasile) è una terra di nessuno in cui circolano liberamente armi e protagonisti del terrorismo internazionale anti-statunitense. E' più che evidente la volontà di posizionare le proprie truppe nel cuore dell'Acquifero Guaranì, la seconda riserva d'acqua della regione dopo l'Amazzonia, e luogo d'incontro, non solo simbolico,dei movimenti contadini della regione del Chaco, che comprende Argentina, Paraguay e Bolivia. La propaganda in questo caso è fallita e ha quasi causato un incidente diplomatico con Lula, il quale ha già dimostrato di essere piuttosto in allerta rispetto all'ingerenza militare Usa, designando durante il suo primo mandato 20.000 soldati a difesa dell'Amazzonia e investendo parecchio per allestire la difesa militare delle risorse naturali brasiliane. La posta in gioco è davvero altissima.
27 febbraio 2007 18:26
Guerra in Iran: iniziato il conto alla rovescia
Il governo iraniano invita la popolazione a prepararsi alla guerra. Nardana Talachian, studentessa e bloggher iraniana ha ieri raccontato a PeaceReporter la paura e la rabbia della popolazione civile di fronte alla crisi nucleare. "Da Washington arrivano segnali preoccupanti sul futuro dell'Iran, ma il presidente Ahmadinejad sembra proprio deciso ad usare la linea dura contro i governi occidentali: 'Il nucleare iraniano è come un treno senza freni'. La marcia irreversibile di Teheran verso la realizzazione della tecnologia nucleare, però, sta costando caro alla popolazione iraniana che, secondo voci oramai attendibili, a 18 anni del tragico ricordo della guerra imposta contro l'Iraq, in un futuro non tanto lontano si troverà sorpresa dai bombardamenti lampo degli statunitensi, e non solo. La Casa Bianca ha già inviato nel Golfo Persico una flotta con due portaerei e, anche se nega di volere lo scontro aperto, gli sviluppi della regione non lasciano tanta speranza a un Iran che fra alcune settimane festeggerà l'inizio del nostro anno nuovo, il noruz, il capodanno iraniano. Un anno nuovo il cui destino non dipende tanto dalla riunione dei sei paesi mediatori a Londra, in quanto gli elementi decisivi sono le ambizioni degli Ayatollah e la testa calda di un cowboy presidente che non vuol sapere niente della realtà delle sue sconfitte. Il vice presidente statunitense, Dick Cheney, in visita in Australia per baciare la mano al governo di Howard per il suo sostegno alla nuova strategia di Bush, afferma che per arrivare ad una soluzione alla crisi iraniana, gli Usa non escludono nessuna opzione. Immediata la secca risposta di Teheran: il ministero degli esteri precisa che la Repubblica Islamica si è preparata per qualsiasi eventualità, anche per la guerra. Gli avversari non chinano la testa trascinando così nel loro pericoloso gioco solo e soltanto la vita di un'intera nazione che, secondo le ripetute e monotone affermazioni di Ahmadinejad, è la nazione più decisa e determinata al mondo per difendere gli ideali della rivoluzione. Ma è vero che i quasi 70 milioni iraniani sono disposti a difendere con la propria vita 'l'indipendenza, la libertà, la Repubblica Islamica'? E questo slogan ha forse davvero lo stesso peso e importanza di 28 anni fa? Se dopo il declino del regime del dittatore Saddam, alcuni iraniani sostenevano la missione 'divina' degli Stati Uniti volta a portare una certa democrazia in Medio Oriente, il quotidiano bagno di sangue iracheno non ha lasciato il minimo dubbio: non è la democrazia e il benessere dei popoli che contano. Anzi sono i pozzi di petrolio dei Paesi dell'area che sono tanto a cuore ai figli del generoso Zio Sam. 'Almeno gli iracheni, nel periodo di Saddam, avevano una certa sicurezza', è la frase che si sente spesso dalla gente comune nei bazar e nei circoli famigliari. E almeno vista da questa prospettiva, tutti gli iraniani sono contro un'ingerenza statunitense negli affari interni del loro Paese e di sicuro non accettano che qualcuno, seppure una super potenza come gli Stati Uniti o Israele, usurpi i diritti sanciti dalle più importanti organizzazioni internazionali. All'indomani della firma dell'accordo tra Pyongyang e il gruppo negoziatore, era unanime l'autocondanna degli iraniani: 'siamo più imbecilli dei nord coreani'. Il giornalista iraniano in esilio a Londra, Alireza Nourizadeh, intervistato dal servizio persiano dell'emittente satellitare Voa (Voice Of America) ha condannato gli ayatollah per non avere nemmeno il minimo d'intelligenza politica per salvare la faccia e realizzare pacificamente i diritti di una nazione. Perchè 'perfino quei chiusi e isolati ultra comunisti nord coreani sono stati, alla fine, in grado di sapere da che parte stare, senza dover cambiare necessariamente i propri principi'. Con tanta intelligenza e furbizia sono riusciti a degnarsi delle lodi del loro primo nemico, Bush, divenuto in qualche modo un amico, che molto gentilmente per ora ha cancellato il loro nome dalla lista nera dell'asse del male per poter occuparsi solo e soltanto dell'Iran. Ed ecco che la maggior parte della popolazione iraniana, e perfino quelli scesi in piazza l'11 febbraio per festeggiare i 28 anni della rivoluzione e sostenere la questione nucleare, è del parere che se il nucleare è davvero pacifico, allora si deve abbassare la guardia per stringere la mano a un nemico per evitare un attacco devastante al Paese. Se è vero che il nucleare serve per sostituire il combustibile fossile, allora si dia il benvenuto ai padroni della tecnologia senza mettere a repentaglio la vita di un'intera nazione.
Se da una parte si va ad accogliere la primavera e l'anno nuovo con la minaccia di un'aggressione, dall'altra l'incubo di una ulteriore crisi economica e dell'inflazione non lascia tregua a nessuno. L'inverno non tanto freddo del Paese ha trovato tavole vuote in molte case iraniane. Nel giro di poche settimane è stato triplicato il prezzo dei generi alimentari, dal pane alla carne. Le patate erano scomparse dai mercati e, chi ne aveva, le vendeva a prezzi stellari. Per più di 10 giorni la gente cercava disperatamente le uova fornite dalle associazioni governative per non dover comprare ad altissimo prezzo quelle etichettate con i vari vantaggi di 'Omega3'. E per finire, la pecora nera delle tavole della nazione più determinata e decisa al mondo era il pomodoro: quasi 2 euro al chilo. Un prezzo inimmaginabile per almeno la metà della popolazione, che ha uno stipendio massimo di 300/400 euro al mese, che difficilmente bastano per arrivare decorosamente a fine mese. Ed era così che il più semplice piatto iraniano, uova fritte, pomodoro e pane, costava più di una pizza! Una cosa è certa: la fame annienta la determinazione. Ma sembra che ne sia inconsapevole il nostro presidente, assente quasi sempre dalla capitale per andare in giro nelle regioni e province iraniane e costruire palestre e stadi, e sentire l'applauso delle masse del popolo, oppure in visita in America Latina per abbracciare i fratelli anti-Usa. Rispondendo alla domanda di un giornalista che gli chiedeva il perchè di quel prezzo per i pomodori ha detto: 'Non è vero. I pomodori non costano. Il fruttivendolo del nostro quartiere li vende ad un bassissimo prezzo. La gente può andare da lui!'. Intanto s'inaspriscono sempre più le critiche degli stessi conservatori contro la politica estera di un presidente che a quanto pare non s'intende neanche di economia. L'inflazione è dovuta anche alla decisione di Ahmadinejad di stanziare una parte degli introiti della vendita del petrolio per la costruzione di palestre e stadi. Chi se ne frega se dopo le vacanze dell'anno nuovo la benzina costerà 15 centesimi (mai avvenuta nella storia iraniana). E che importanza avrà se quegli apparentemente pochi 15 centesimi, seguiti molto probabilmente dall'attacco degli americani, aggraveranno ancor più l'inflazione. Quel che conta però, secondo Ahmadinejad, è che sebbene affamata quella iraniana è una nazione determinata e decisa a raggiungere le vette del progresso e dare un pugno alla faccia di chi gli vuole impedire il successo! Ma a quale prezzo però?''
25 febbraio 2007 16:56
Possibile un conflitto USA-Iran - Parla Massimo Zucchetti![]() "La questione del nucleare in Iran sembra passata un po' in secondo piano per quanto riguarda l'attenzione dei media e della comunità internazionale. Eppure, mentre l'Iran manda segnali contradditori, gli Stati Uniti, secondo una fonte molto attendibile, stanno facendo seri piani per un attacco all'Iran."
Lo rivela a PeaceReporter Massimo Zucchetti, professore ordinario al Politecnico di Torino (insegna ''Impatto Ambientale dei Sistemi Energetici'') e membro del Comitato Scienziate e Scienziati contro la guerra.
"Fra le notizie più recenti, quella dello spostamento delle centrifughe dell'impianto di Natanz in un bunker sotterraneo. Si tratta dei più discussi fra gli impianti iraniani: mediante queste centrifughe è infatti possibile arricchire l'uranio naturale nella sua componente fissile (l'Uranio-235) e quindi fabbricare dell'uranio weapons-grade, ovvero adatto all'utilizzo in un'arma atomica. Gli Stati Uniti, l'Agenzia Atomica Internazionale Iaea e in generale tutta la Comunità Internazionale stanno chiedendo da diversi mesi all'Iran di sospendere l'arricchimento dell'uranio, indipendentemente dai dichiarati scopi pacifici che l'Iran attribuisce a queste operazioni, ma lo spostamento in sotterraneo delle centrifughe non è un atto - da parte dell'Iran - che lasci intravedere disponibilità a sospendere l'arricchimento. Sull'altro versante, quello dei segnali positivi, ci sono invece le recenti aperture del presidente iraniano Ahmadinejad rispetto alle ispezioni da parte dell'Iaea: il presidente ha infatti confermato in uno dei suoi discorsi la piena disponibilità dell'Iran alle ispezioni da parte dell'Iaea.
Ma la notizia più clamorosa apparsa di recente è quella dei piani per uno ''scenario plausibile'' di attacco all'Iran da parte degli Usa.
Zbigniew Brzezinski, è stato Segretario alla Sicurezza Nazionale con il Presidente Jimmy Carter alla fine degli anni Settanta, e uno dei maggiori esperti e consiglieri di politica estera di numerose Amministrazioni statunitensi. Nel corso di un'audizione davanti alla Commissione Difesa del Senato, il 2 febbraio scorso, Brzezinski ha rivelato l'esistenza di un piano dell'Amministrazione Bush per uno ''scenario plausibile'' di attacco contro l'Iran. Questo scenario prevede quattro mosse successive: il fallimento del governo iracheno nell'adempiere ai requisiti posti dall'amministrazione di Washington, una serie di accuse all'Iran di essere responsabile del fallimento, qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti attribuito all'Iran e la possibilità di intraprendere un'azione militare ''difensiva'' degli Stati Uniti contro l'Iran.
Questa dichiarazione giurata non può essere presa sottogamba e valutata come un semplice episodio di allarmismo. Dobbiamo infatti tenere conto che alcuni punti sono già in atto, e che quindi il piano potrebbe già essere in fase di attuazione.
Sono recentissime infatti le dichiarazioni del presidente Bush, che sostiene di voler continuare a trattare con l'Iran, ''nonostante le sue armi vadano a rifornire l'arsenale dei terroristi in Iraq''. Un fatto molto grave contenuto in queste dichiarazioni dell'ex Segretario alla Sicurezza Nazionale è che - all'interno degli Usa - c'è quindi chi sarebbe disposto ad organizzare un attentato terroristico per poi attribuirne la paternità all'Iran. In sostanza, un altro 11 settembre potrebbe scatenarsi, pur di giustificare quella che sarebbe una vera e propria guerra di aggressione. Brzezinski ha affermato di avere rivelato i dettagli del piano proprio per cercare di fermarne l'esecuzione: tuttavia i media nazionali Usa ed internazionali hanno ripreso la notizia con molta parsimonia, nonostante la sua grande importanza. Potremmo pertanto trovarci catapultati in maniera inattesa, ed anche a breve termine, in una nuova guerra: essa verrebbe dichiarata ed attuata ''all'improvviso'', proprio per forzare la situazione, andando contro l'intera opinione pubblica mondiale. Visto il disastro dell'Iraq, l'amministrazione Usa imparerà probabilmente dai proprio sbagli: verrà scatenata una guerra-lampo con bombardamenti (si spera convenzionali e non nucleari), evitando l'invasione di terra. E' ovviamente inevitabile che, nel periodo successivo, si pagherà lo scotto dell'aggressione con una recrudescenza di attentati in tutto il mondo, cosa che, per i molti fautori inconfessati statunitensi del ''tanto peggio, tanto meglio'', potrebbe non essere sgradita: avrebbe l'effetto di gettare benzina sul fuoco e spostare nuovamente l'opinione pubblica statunitense in favore della guerra. E fintanto che c'è guerra, come si dice, c'è speranza, ovvero l'economia gira e le commesse multimilionarie alle industrie di armamenti fioccano. Una nazione come gli Stati Uniti, che si regge ormai sopra un'economia di guerra, non ha altro modo per confermare la propria supremazia mondiale, messa in discussione dai paesi emergenti." 14 febbraio 2007 14:51
Afghanistan: una missione di pace? Guardate questi filmati dal fronte
Dal fronte afgano arrivano su Internet decine di filmati, realizzati da reporter di guerra o girati dagli stessi soldati. Filmati che mostrano il vero volto della guerra, lo stesso che abbiamo conosciuto attraverso i film sul Vietnam: l'odio per un nemico che va sterminato, il disprezzo per i civili, la macabra ironia guerresca, il frastuono delle battaglie, la paura dei soldati che urlano e imprecano, i jet che bombardano a tappeto i villaggi, il fumo nero degli incendi, le trincee e i sacchi di sabbia, i bazooka e le bombe a mano. Questa è la guerra in Afghanistan. Una guerra che qualcuno continua sfacciatamente a chiamare ''missione di pace''. La ''colonna sonora'' rock'n'roll della guerra in Vietnam ha il suo corrispettivo nella musica rap e metal che oggi ascoltano i giovani soldati che combattono in Afghanistan: musica che, non a caso, è spesso usata come sottofondo ad alcuni di questi video inseriti in rete. Uno di questi, sulle note di Eminem, mostra anche un altro parallelismo con il Vietnam: come allora si usava il nome in codice ''Charlie'' per indicare il nemico, il vietcong, oggi in Afghanistan si usa ''Terry'' (forse da ''terrorist'') per indicare il nemico, il talebano. A Terry è dedicata la filastrocca di apertura del video, scritta dai soldati del ''3 Para'', il terzo reggimento paracadutisti dell'esercito britannico che l'estate scorsa ha combattuto una sanguinosa battaglia a Sangin, nella provincia meridionale di Helmand. ''Stai attento Terry, ti stiamo dando la caccia, non ci sono nascondigli per te a Sangin. Ti cagherai sotto quando spareremo i calibro 50: fuggire ti servirà solo a morire stanco. Gli A-10 sono pronti a riempirti di piombo. Non ce ne frega un cazzo che tu sia senza cibo e acqua. Trema Terry: i Parà sono arrivati e ora attaccheremo la città''. In quest'altro filmato, truppe Isaf danesi sospettano che nel villaggio di Dahaneh, distretto di Now Zad, provincia di Helmand, si nascondano dei talebani. Circondano il villaggio e fanno saltare con la dinamite un muro di cinta per fare irruzione. A quel punto, qualcuno dall'interno apre il fuoco. La truppe danesi rispondono scatenando sul villaggio una pioggia di fuoco che smette solo con l'arrivo del buio. Durante la notte, dal compound bersagliato non arrivano segni di vita. Ma i danesi, per sicurezza, prima dell'alba chiedono un bombardamento aereo sul villaggio. Dopo il raid - secondo quanto racconta il giornalista danese che ha realizzato il video - i soldati non si degnano nemmeno di svolgere, come da prassi, un sopralluogo per verificare gli effetti dell'azione.
Vale la pena di sottolineare un particolare emblematico: il mitragliere che spara in direzione del villaggio ha sul braccio la toppa verde della missione ''di pace'' Isaf, la stessa che sta sulla divisa dei soldati italiani. I nostri soldati, pur non sparando contro gli afgani, fanno parte di una missione di guerra.
In quest'altro video, truppe Isaf danesi irrompono in un altro villaggio, questa volta nella provincia centrale di Uruzgan: sfondano le porte e fanno irruzione nelle case, dove trovano solo donne spaventate. Cercano materiale per la fabbricazione di bombe artigianali, ma non trovano ''niente di rilevante''. Appena se ne vanno, la loro colonna cade in un'imboscata dei talebani. Ne segue una furiosa battaglia, nella quale alcuni soldati danesi rimangono gravemente feriti.
La scorsa estate, il villaggio di Musa Qala, nella provincia meridionale di Helmand, è stato teatro di una delle più feroci battaglie tra talebani e forze Isaf britanniche e danesi appoggiate dall'aviazione Usa. Nei combattimenti, durati per settimane, sono morti molti soldati Nato e decine di talebani. Molti di più sono stati i civili morti sotto le bombe sganciate dai B-1 e dagli A-10 statunitensi, che hanno ridotto in macerie l'abitato di Musa Qala. Aerei che si vedono sfrecciare in questo video, girato dai soldati danesi del 7° e 9° reggimento paracadutisti di stanza a Musa Qala. Le violente immagini di guerra sono accompagnate dalla tetra musica death metal di un gruppo tedesco.
Alla battaglia di Musa Qala si riferisce anche questo video, anch'esso girato dai soldati danesi: qui la musica che fa da sottofondo alle esplosioni e alle raffiche di mitra è la canzone ''The Unforgiven'' dei Metallica.
Torniamo a Sangin, provincia di Helmand. Qui, la scorsa estate, erano impegnate anche le truppe canadesi. In questo filmato del 13 luglio, i soldati della Compagnia Alpha, 2° plotone dei ''Diavoli Rossi'' di Edmonton, attaccano alle prime luci dell'alba un villaggio, Hyderabad, nei pressi di Sangin. Due giorni dopo, il 15 luglio, vi fanno ritorno per perlustrare la zona della battaglia e, come si vede in quest'altro video, cadono in un'imboscata dei talebani.
Solo pochi giorni prima, l'8 e 9 luglio, gli stessi soldati canadesi della stessa Compagnia Alpha erano impegnati su un altro fronte molto caldo: quello di Panjway, alcune decine di chilometri a ovest di Kandahar. Ai violenti combattimenti di quei giorni fanno riferimento questo video, accompagnato dalle note di una canzone degli Audioslave che dice: ''Non so dirti perché la gente impazzisce'', e anche questo filmato.
Questo video è stato girato a Now Zad (Helmand) lo scorso ottobre durante una battaglia tra talebani e soldati britannici della Compagnia K del 42° commando dei Marines, impegnati nell'operazione ''Silica'', volta a salvare la Compagnia A del 2° battaglione dei Fucilieri, da giorni accerchiata dai talebani.
I Royal Marines sono protagonisti anche di questo video, in cui è ripresa una furiosa battaglia ingaggiata con i talebani nei pressi di Grishk, sempre nella provincia di Helmand.
In questo video (visibile solo con iscrizione a YouTube) si vedono soldati Usa e militari afgani che, dopo aver perquisito un'abitazione civile in cerca di armi - senza aver trovato nulla - ''interrogano'' il padrone di casa sottoponendolo a un selvaggio pestaggio di gruppo.
02 febbraio 2007 16:14
Afghanistan: IMMUNITA' PER TUTTI
"Ego me absolvo", titolava ieri un articolo di Cecilia Strada su PeaceReporter, denunciando la scandalosa immunità, approvata dal parlamento afgano, per chi negli ultimi 25 anni si è macchiato di crimini di guerra: ''Per favorire la riconciliazione fra i vari settori della società, tutte le parti politiche e belligeranti che sono state coinvolte in un modo o nell'altro negli ultimi venticinque anni di guerra non saranno perseguite da punto di vista legale e giudiziario''. Con questa mozione la Wolesi Jirga, la camera bassa del parlamento afgano, ha approvato mercoledì l'immunità per quelli - e sono tanti - che si sono macchiati di crimini di guerra in Afghanistan dall'invasione sovietica a oggi. Una mossa che dà da pensare. Il provvedimento è passato con la maggioranza assoluta dei voti, mentre uno sparuto gruppo di deputati ha abbandonato l'aula per protesta. I critici del provvedimento sottolineano che l'immunità riguarderà anche personaggi come il mullah Omar e il comandante Gulbuddin Hekmatyar, uno dei più feroci signori della guerra afgani fin dai tempi della lotta antisovietica, famoso per il suo odio nei confronti delle donne che, raccontano, amava sfregiare con l'acido. Che l'immunità sarà concessa a pioggia è confermato anche dai parlamentari che l'hanno voluta, come Mohammad Mohaqiq: ''Questa è una legge, e la legge sarà applicata a tutti gli individui allo stesso modo''. Critica anche la reazione di Unama, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan: ''La verità è vitale per la riconciliazione'', si legge in una nota diffusa giovedì, ''nessuno ha il diritto di perdonare i responsabili delle violazioni dei diritti umani se non le vittime stesse''. La proposta di legge, si è detto, è uno strumento per giungere alla riconciliazione di una società lacerata. Ma non solo. Nel parlamento afgano, infatti, siedono molti signori della guerra e leader dei combattenti mujaheddin che, nella lotta contro i sovietici prima e contro i talebani poi, si sono macchiati delle peggiori atrocità: prigionieri giustiziati in massa, villaggi saccheggiati e dati alle fiamme, donne violentate. Lo stesso Mohammad Mohaqiq, uno dei legislatori che ha voluto più fortemente questa legge, è un ex signore della guerra, leader dei combattenti hazara (leggi l'intervista a Mohammad Mohaqiq dell'inviato di PeaceReporter). Nel parlamento afgano, a votare l'immunità, c'erano anche gli ex funzionari talebani che nel 2005 hanno abbracciato la causa governativa e si sono presentati alle elezioni. Oggi possono tutti tirare un sospiro di sollievo, certi che il loro passato non verrà mai messo sotto accusa. 29 gennaio 2007 18:53
Litvinenko: le forze speciali russe si addestravano sparando contro la sua foto
Nei giorni scorsi Scotland Yard ha concluso la sua inchiesta sul caso Litvinenko - l'ex spia russa avvelenata a Londra lo scorso 23 novembre - affermando che si è tratto di un assassinio di Stato orchestrato dai servizi segreti russi. Una conferma ufficiale di quello che tutti ormai sanno: il Cremlino giudicava Alexander Litvinenko un personaggio scomodo e perciò lo ha eliminato. Quello che sconcerta è scoprire che le truppe speciali russe si addestravano sparando contro sagome con su la foto di Litvinenko.
Entrambe queste notizie sono state diffuse dalla stampa polacca (e rilanciate dal blog Cecenia Sos).
Il sito internet del giornale Dziennik ha pubblicato sabato un video in cui si vedevano degli Spetzanz, soldati delle forze speciali russe, impegnanti in addestramento. Dopo aver agilmente superato un percorso a ostacoli, i giovani Rambo russi dalla testa rasata estraggono la pistola dalla fondina e sparano diversi colpi contro dei bersagli sotto una tettoia: tra questi c'è una foto in bianco e nero di Alexander Litvinenko.
Il video (ripreso al poligono militare Vityaz, alle porte di Mosca) risale al 25 ottobre 2002, due giorni dopo la presa di ostaggi nel teatro Dubrovka a Mosca: l'intento era mostrare come si addestravano le forze speciali russe in vista di un possibile blitz per liberare gli ostaggi.
Il comandnate del poligono, Sergey Iwanowicz Lysiuk, interpellato telefonicamente dai giornalisti polacchi di Dziennik ha negato che la foto fosse di Litvinenko: ''Non c'era mica scritto il suo nome sotto!'', ha detto. E poi ha riagganciato.
Sul sito di un altro giornale polacco, la Wiadomosci Gazeta, c'è invece la fotografia di Sergey Mironov, presidente del Consiglio Federale russo e fedelissimo di Putin, in visita allo stesso poligono Vityaz. Anche in questo caso, si vede che i bersagli sono fotografie di Litvinenko. Questa foto è molto più recente del video: risale al 7 novembre 2006, poco prima dell'avvelenamento di Litvinenko. Dalle foto, trovate sempre su internet, non si capisce se lo stesso Mironov abbia o meno sparato contro quelle foto.
Fonte: www.peacereporter.net
24 gennaio 2007 19:45
Irlanda del nord: la polizia ha coperto i crimini dei paramilitari protestanti
Quello che molti cattolici nordirlandesi sospettavano da tempo è ora messo su carta, in un rapporto frutto di oltre tre anni di indagini: parte della polizia dell'Ulster proteggeva i paramilitari lealisti (protestanti) chiudendo gli occhi sui loro crimini, in cambio di soffiate utili. La rivelazione, contenuta in un documento pubblicato lunedì 22 gennaio, arriva in un momento politico delicato. A giorni è attesa una pronuncia definitiva del movimento repubblicano Sinn Fein sul suo appoggio alla polizia nordirlandese. Si tratta della chiave che potrebbe sbloccare le trattative per la formazione di un nuovo governo - con protestanti e cattolici assieme - cosa che spingerebbe Londra a ripristinare l'autonomia della provincia, sospesa nel 2002. Il rapporto, preparato dall'ombudsman della polizia, Nuala O'Loan, riguarda gli anni Novanta e parla di ''collusione'' tra la ''sezione speciale'' del Royal Ulster Constabulary (Ruc, l'ex nome della polizia nordirlandese) e i paramilitari dell'Ulster Volunteer Force (Uvf), uno dei gruppi lealisti fuorilegge che si batte affinché l'Ulster rimanga parte del Regno Unito. Nel periodo in questione, i militanti dell'Uvf commisero tra i 10 e i 15 omicidi con la copertura dello Special Branch del Ruc, che li utilizzava come informatori nel mondo della malavita locale. Oltre agli assassini, la protezione degli agenti speciali ha garantito l'immunità ai paramilitari da un'altra sessantina di crimini tra cui tentati omicidi, pestaggi punitivi, gambizzazioni, spaccio di droga, estorsioni. I poliziotti del Ruc distruggevano prove, conducevano interrogatori-farsa, e pagavano decine di migliaia di sterline i criminali-informatori per le loro soffiate. L'indagine della O'Loan (una cattolica) è partita dall'omicidio nel 1997 di Raymond McCord, un 22enne protestante ex membro dell'Uvf, ucciso dai militanti del gruppo. Ma nonostante l'inchiesta sia relativa agli anni Novanta, la stessa O'Loan ha ammesso di temere che le pratiche da lei portate alla luce fossero più diffuse ed estese nel tempo. Il punto, come sempre in questi casi, è capire se i superiori sapevano. Secondo la ombudsman, non c'è dubbio: tutto ciò non sarebbe potuto accadere senza ''la conoscenza e il sostegno'' dei vertici più alti del Ruc. L'attenzione così si è subito spostata sull'allora capo della polizia, Ronnie Flanagan, che ha però negato qualsiasi coinvolgimento. Da più parti si stanno levando gli appelli al licenziamento di Flanagan, che per i meriti acquisiti sul lavoro è stato nominato ''Sir'' e ora è l'ispettore capo della polizia britannica: in pratica, controlla che le forze dell'ordine si comportino secondo gli standard. Se non paga lui, potrebbero non pagare neanche gli agenti coinvolti direttamente nella vicenda. Ogni tipo di prova, infatti, è stata insabbiata, e la O'Loan ha ammesso che iniziare dei procedimenti penali sarà difficile. In Irlanda del Nord, il Ruc è stato tradizionalmente percepito dai cattolici come una ''forza di polizia protestante per una popolazione protestante'', un feudo dell'élite per mantenere lo status quo. Il ruolo del Constabulary è diventato particolarmente delicato con l'inizio dei Troubles, il periodo più sanguinoso del conflitto tra le due comunità, a partire dalla fine degli anni Sessanta: i paramilitari repubblicani facevano presto cambiare idea, a suon di violenze e intimidazioni, ai cattolici che avrebbero voluto indossare la divisa. E chi si batteva per la riunificazione dell'Irlanda ha sempre visto il Ruc come la longa manus di Londra nel conflitto, un tutore dell'ordine tutt'altro che imparziale. ''Credo fermamente nel fatto che durante l'era Thatcher, questa collusione fosse approvata dai più alti livelli del governo britannico, e Tony Blair lo sa'', ha detto Martin McGuinness, numero due dello Sinn Fein ed ex comandante dell'Ira, commentando il rapporto O'Loan. Ma dal 2001 il Ruc è diventato il Police Service of Northern Ireland (Psni), una nuova forza di polizia che recluta molti più cattolici di una volta, tentando di togliersi di dosso l'etichetta del passato. La questione è diventata di primaria importanza politica, in vista dei tentativi di formare un nuovo governo tra protestanti e cattolici. Finora lo Sinn Fein, considerato il braccio politico dell'Ira, non ha mai riconosciuto ufficialmente il Psni, dando così un pretesto al Democratic Unionist Party per bloccare le trattative. A breve, però, la situazione dovrebbe sbloccarsi: domenica 28 gennaio si terrà un congresso dello Sinn Fein proprio per mettere ai voti il sostegno ufficiale al Psni. E' previsto che vinca il sì, nonostante l'uscita del rapporto O'Loan. Anzi, anche grazie ad esso: per il leader Gerry Adams, le prove della collusione dimostrano che il suo partito deve partecipare al Psni, ''per eliminare queste pratiche''. Per l'Irlanda del Nord sarebbe una definitiva pietra sopra il passato, e l'inizio di un futuro di cooperazione tra le due comunità. Ma bisogna fare in fretta: Londra ha dato tempo fino a marzo per la formazione di un nuovo governo. 19 gennaio 2007 11:35
Giappone 50'anni dopo: rinasce il ministero della Difesa
Per 50 anni il Giappone ha lottato per conciliare i principi pacifisti contenuti nella sua Costituzione con l'ambizione di giocare un ruolo primario nel mantenimento della stabilità dell'Estremo Oriente. La necessità di accreditarsi come un affidabile alleato degli Stati Uniti ha imposto al Giappone un cambiamento significativo nella sua politica di ridefinizione delle proprie Forze di Autodifesa, la struttura militare deputata ad essere impiegata solo in caso di minaccia (diretta o indiretta) alla sua sicurezza nazionale. L'era post-11 settembre ha segnato l'impiego di forze giapponesi nelle missioni di peace-keeping in Somalia, Cambogia, Uganda e, per la prima volta, anche nel teatro di guerra iracheno. Lo spettro atomico agitato dalla Corea del Nord e il passaggio di consegne da Koizumi ad Abe alla guida del Paese hanno determinato una nuova svolta in senso militarista. E' della scorsa settimana l'istituzione di un ministero della Difesa, 50 anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. L'accelerazione decisiva per il passaggio dalla Agenzia di autodifesa, organismo para-militare guidato da civili, al rango di ministero, è stata impressa dai test balistici e nucleari di Pyongyang. Da Paese 'pacifista', con una Costituzione che ripudia la guerra e vieta le forze armate, il Giappone ha visto, nel dicembre scorso, il 90 per cento dei parlamentari di entrambe le Camere appoggiare la decisione di istituire il nuovo ministero della Difesa. L'elevazione di rango dell'agenzia di Autodifesa è il primo di una serie di passi cui il premier Shinzo Abe ha attribuito la priorità per innalzare la statura politico-strategica del paese a livelli considerati più consoni alla seconda potenza economica mondiale. Con la riforma, l'invio di militari in missioni all'estero assumerà più importanza; è inoltre prevista anche l'istituzione di un servizio di informazioni sul modello statunitense della Cia. Nonostante le restrizioni imposte dall'articolo 9 della Costituzione, la Forza di autodifesa giapponese costituisce una delle più moderne e meglio equipaggiate forze armate del mondo, con una tecnologia al passo coi tempi e un addestramento condotto regolarmente con l'esercito Usa (sono 50 mila i militari di stanza nell'arcipelago). Il Giappone non può però possedere armi offensive, come missili intercontinentali, ordigni atomici o cacciabombardieri. Le truppe giapponesi non possono inoltre prendere parte ad alcun combattimento, le uniche armi che possono portare sono quelle di calibro leggero, da utilizzare solo se il militare è in pericolo di morte. Eppure oggi l'opposizione pubblica al riarmo è meno pronunciata che in passato, e il nuovo ordine mondiale imposto dalla potenza americana getta nuove ombre sul pacifismo a oltranza del Paese. Shinzo Abe non nasconde che l'articolo della Costituzione che ripudia la guerra possa essere in futuro suscettibile di cambiamento. Nuove campagne di reclutamento fioriscono su video e televisione. Una delle ultime, progettata per attrarre giovani nelle forze di autodifesa navali, ha sollevato notevoli critiche per il suo goffo tentativo di far apparire le forze militari il meno aggressive possibile. Marinai poco più che adolescenti, che inscenano un balletto in uniforme bianca sul ponte di una portaerei cantando "In Marina, in Marina, per amor della patria, in Marina!" suscitano più l'impressione di trovarsi di fronte a un video dei Village People che non di appartenere a un Paese che ha coltivato l'orgoglio bellico e il sacrificio per la patria come due dei suoi punti di forza durante la Seconda Guerra Mondiale. Eppure, nonostante a nessuno dei suoi 400 mila militari sia concesso di girare per strada con l'uniforme; nonostante i carri armati vengano asetticamente definiti 'veicoli speciali' e il termine 'esercito' o 'militare' non vengano mai usati in riferimento alle Forze di autodifesa, il Giappone, con 46 miliardi di euro all'anno, è il quarto Paese al mondo per spese militari. Prima di lui Russia, Cina, e, ovviamente, Stati Uniti. 08 gennaio 2007 13:15
Halabja: tra rabbia e dolore
La strada per Halabja è una stretta striscia di asfalto che corre in piano, dritta verso la catena di altre montagne rocciose, con le cime innevate, al di là delle quali comincia l'Iran. Attraversa ampie distese di verde, interrotte a tratti dall'oro delle foglie delle coltivazioni di melograni. Un paesaggio affascinante ma che nasconde dentro di sé l'insidia delle mine. Così come pare nascondere nella memoria l'orrore che lo ebbe come teatro. E' in questa area che il 16 marzo 1988 gli aeroplani di Saddam Hussein sganciarono i gas venefici che in poche ore sterminarono migliaia di curdi, uomini, donne, bambini colpevoli solo di vivere qui. Nella sola città di Halabja quel giorno morirono in cinquemila. Prima di raggiungerla attraversiamo diversi piccoli centri, le solite case basse e grigie lungo la via si aprono in una serie di botteghe e laboratori artigianali che sembrano buchi scuri. Si infittiscono i posti di blocco militari. Pietre in mezzo alla strada e soldati armati in tuta mimetica. Sono più tesi, più nervosi di altri che abbiamo incontrato prima. In questa zona è forte ed attivo il gruppo fondamentalista curdo-sunnita Ansar Al Islam che si oppone in armi al governo di Talebani e alla occupazione americana, è una delle formazioni più determinate e combattive nell'arcipelago di sigle resistenziali irachene. E' proprio alle porte di Halabja che si innalza il memoriale dell'eccidio del 1988. Eretto dal governo regionale curdo nel 2000, con Saddam ancora saldamente al potere. E' una struttura fatta di alte traversine metalliche che partendo da un ampio atrio si richiudono in alto, come tante dita che racchiudono un globo dorato. Tutta la base del monumento è annerita dal fumo, il fuoco ha bruciato i rivestimenti dei condizionatori che erano nell'atrio e brandelli di plastica fusa pendono dalle pareti come stalattiti, più in basso, protetti da lastre di cristallo che si sono frantumate, erano scritti in caratteri arabi di colore bianco i nomi dei cinquemila caduti, le fiamme ne hanno cancellati molti. Fuori, tutto intorno, gli scheletri di ferro contorto dei sedili bruciati che sarebbero dovuti servire per la cerimonia di commemorazione che doveva tenersi il 16 marzo scorso.
''Invece quel giorno c'è stata una grande manifestazione popolare - ci racconta uno dei soldati di guardia alle macerie del monumento - sembrava svolgersi pacificamente, la gente chiedeva scuole, strade, ospedali, servizi per questa città che manca di tutto. Poi improvvisamente si è trasformata in una rivolta violenta, gruppi di scalmanati hanno raggiunto il memoriale ed hanno appiccato il fuoco. Alcuni sostengono che in mezzo alla folla si celassero agenti provocatori iraniani. Ma certo la rabbia della gente è tanta. Halabja dovrebbe rappresentare il simbolo del popolo curdo ed invece affonda nella miseria''. Pare davvero affondare il centro della città, nel fango, nelle fogne a cielo aperto, nell'immondizia che si accumula ai lati della strada principale malamente cementata e nei vicoli sterrati. Tra le case basse e accatastate l'una ridosso all'altra svettano solo i minareti dipinti di bianco e verde della moschea. Sotto, un traffico di carretti, trattori, furgoni scassati, si mischia e si fonde con una folla di persone -Halabja conta cinquantaquattromila abitanti- affaccendate in compere e trattative ai mille banchetti di venditori di povere merci, stracci, pezzi di ricambio, frutta, tra la quale spicca il rosso intenso dei melograni. La calca del venerdì, giorno di festa per i musulmani, si apre a tratti per evitare le buche melmose più grandi per poi riassemblarsi fitta come un banco di pesci. Un anziano con il suo bel turbante sul capo non vuole parlare - Ho già detto tutto troppe volte, nessuno ci ascolta, basta - ma poi è un fiume inarrestabile di parole e intorno a lui si forma un capannello di teste che assentono, di occhi che incitano. ''Vivo qui da quando ero bambino - continua l'anziano - ho vissuto gli orrori di tutte le guerre, quella con l'Iran, i gas di Saddam contro di noi, gli scontri tra Pdk e Ansar Al Islam e quella degli americani che ha fatto cadere il regime. Ora dovrebbe esserci la pace. Ma una pace che non ci porta niente è una pace che non si vede. Questa sarebbe la pace?'' Fa un gesto ampio con il braccio ad indicare quello che lo circonda. Il gesto del vecchio chiude il discorso, così come si chiudono le espressioni di chi gli stava intorno in una ostilità che sa di malinconia. Il capannello si scioglie ed anche il turbante del vecchio torna a confondersi tra i tanti che appaiono tra la folla, mentre si allontana.
Fonte: www.peacereporter.net 05 gennaio 2007 20:24
Cecenia: quei bambini sono stati avvelenati, ma le autorità insabbiano
Un anno fa Anna Politkovskaja iniziò a indagare su alcuni casi di intossicazione di massa di bambini ceceni, causati da una sostanza sconosciuta, verificatisi a partire dall'autunno del 2005 prevalentemente nelle scuole della provincia di Sëlkovskaja in Cecenia. Allora fu stilata anche una diagnosi ufficiale: ''sindrome pseudoasmatica di natura psicogena''. E' passato un anno, tuttavia lo stato di salute dei bambini malati non è migliorato. Inoltre nel settembre 2006 in due villaggi della provincia di Sëlkovskaja in Cecenia - Kobi e Staroscedrinskaja - sono stati riscontrati nuovi focolai della malattie, che hanno colpito bambini e adulti che in precedenza non si erano ammalati. La Novaja Gazeta continua a indagare sulle cause di questa strana malattia. Le intossicazioni di massa si sono verificate nei villaggi di Kobi, Grebenskaja, Starogladovskaja, Staroscedrinskaja, Sëlkovskaja, Selkozavodskaja. Si tratta della parte pianeggiante della Cecenia. Nella carta geografica si può notare che tutti questi villaggi si trovano uno dopo l'altro proprio sulla strada da Grozny alla città daghestana di Kizljar. Nella provincia di Sëlkovskaja vivono persone che non sono state toccate duramente dalla guerra quanto gli abitanti di Groznyj e delle province montane. Qui la guerra vera e propria neanche ''è stata vista''. E' importante considerare ciò, in quanto la diagnosi ufficiale fornita ai bambini collegava la loro malattia alle ''conseguenze della guerra''.
Le autorità ufficiali della Cecenia ritengono la provincia di Sëlkovskaja fortunata dal punto di visto ecologico ed epidemiologico. La radioattività di fondo misurata nella provincia lo scorso autunno andava dai 5 ai 17 microRoentgen, cioè meno di quella media della Russia.
Quando nel settembre 2005 a Staroscedrinskaja ci fu il primo caso di intossicazione, i dottori stilarono la diagnosi ''intossicazione da ossido di carbonio''. Questa diagnosi venne stilata poiché le analisi effettuate sui bambini mostravano un aumento del livello di carbossiemoglobina nel sangue che di solito si registra nei casi di intossicazione da ossido di carbonio (ricordiamo che un aumento di carbossiemoglobina era stato rilevato anche nel sangue del primo ministro georgiano Zurab Zvanija, morto in strane circostanze nel febbraio del 2005). Nel sangue di una delle bambine malate, Seda Samilovaja, è stato trovato il 18% circa di questa sostanza, e nel sangue di Aglarchanovaja Zareta, di dieci anni, il 29%, quando una percentuale superiore al 20% è mortale.
Ai bambini che hanno cominciato ad arrivare negli ospedali locali dall'ottobre 2005 è stata stilata la diagnosi di ''intossicazione di eziologia non chiara''.
Questa diagnosi ha resistito fin dopo il 20 di dicembre 2005, quando è stata sostituita con la diagnosi legata a disturbi psichici. Il tutto è successo in questo modo.
Il 16 dicembre 2005 in Cecenia furono creati una commissione governativa e un centro operativo per la localizzazione e l'eliminazione delle conseguenze dell'epidemia. Il giorno seguente la commissione si è diretta nei villaggi colpiti. Dopo alcuni giorni alla commissione arriva la relazione del capitano del servizio medico S. Efimov, medico specialista del laboratorio mobile n° 1309, che per la prima volta definisce ufficialmente i casi come ''intossicazione'', ne stabilisce l'origine - l'edificio scolastico di Starogladovskaja - e raccomanda di eseguire una perizia tossicologica sui malati per individuare il tipo di sostanza che ha causato l'intossicazione. Dopo alcuni giorni questo documento di Efimov scompare dalle carte della commissione. Il 22 dicembre il tossicologo capo della Repubblica Cecena, lo psichiatra Musa Dal'saev, comunica la diagnosi: non vi è alcuna intossicazione, si tratta di ''sindrome pseudoasmatica di natura psicogena'', i bambini stanno simulando e si copiano la malattia gli uni con gli altri. E l'équipe di specialisti dell'Istituto di psichiatria legale ''Serbskij'' ha stilato la propria diagnosi - ''psicosi di massa''.
Ma il giorno seguente, il 23 dicembre, si rende noto che nel sangue dei bambini malati è stato trovato dell'etilenglicolo. È stato trovato da specialisti dell'ufficio daghestano di perizie medico-legali. Ciononostante, i funzionari sono inflessibili e già il 27 dicembre la commissione governativa cecena indirizza al presidente A. Alchanov un documento che esclude definitivamente un'intossicazione chimica e stabilisce la diagnosi finale: ''Disturbi dissociativi (di conversione), disturbi dissociativi del movimento e della percezione, disturbi dissociativi motori, spasmi dissociativi dovuti alla persistente situazione di emergenza che si è venuta a creare nel territorio della Repubblica Cecena e che influisce sulle condizioni di salute sia fisiche che psichiche della popolazione''.
Dopo la comparsa di questo documento, sono iniziate a succedere cose strane: si sono iniziate a stilare per tutti i bambini diagnosi ''psichiche'', sono state prelevate le cartelle mediche dei bambini che erano stati all'ospedale di Sëlkovskaja, si è cominciato a inviare i bambini presso istituti medici specializzati per la cura di problemi psichici, dove le cure svolte non davano alcun risultato.
Quando i genitori hanno cercato di ottenere le cartelle cliniche dei propri figli, si è scoperto che questi certificati medici erano tutti uguali, come scritti a carta carbone: tutto combaciava, addirittura i parametri delle analisi del sangue e delle urine. Le cartelle dei bambini erano di solito scritte al femminile - i medici si erano addirittura stancati di correggere le desinenze femminili dei verbi. I tentativi di curare i bambini, il mandarli negli istituti psichiatrici non dava alcuno risultato - e tutto questo a causa di una diagnosi scorretta.
Nel marzo del 2006 grazie al sostengo e all'iniziativa di organizzazioni non statali, ma sociali, ''Memorial'' e ''Fondo per le vittime del terrore'' è stata mandata a Mosca per essere esaminata e curata la bambina che era nelle peggiori condizioni - una dodicenne di Sëlkovskaja. A dire il vero, a fatica si è riusciti a convincere l'amministrazione della clinica moscovita ad accogliere la bambina, sebbene i bambini ceceni fossero stati curati sempre e volentieri in quest'ospedale. Ma questa volta, sapendo che la bambina veniva proprio dalla provincia di Sëlkovskaja, ci è voluto molto tempo per convincere i medici ad occuparsi di una bambina gravemente malata. Come si è saputo in seguito, le preoccupazioni dei medici non erano infondate. All'ospedale moscovita sono iniziate a giungere strane telefonate: persone non note tentavano di capire se si fossero trovate nel sangue della bambina sostanze tossiche. I medici di Mosca non hanno quindi potuto scostarsi dalla diagnosi ufficiale: ''disturbo dissociativo di conversione''.
Nel novembre 2006, 72 bambini malati sono stati mandati in riabilitazione presso la casa di cura ''Nart'' di Nalcik (Kabardino- Balkarija). Di nuovo senza nessuna documentazione medica. Ai medici è toccato ricominciare letteralmente da zero. Durante una della giornate di permanenza presso la casa di cura, quasi nella stesso momento cinquanta bambini hanno avuto un attacco: sono svenuti e hanno iniziato a respirare con affanno. ''Ci siamo molto spaventati - ha affermato uno dei medici curanti della casa di cura - Abbiamo chiamato il pronto intervento, sono arrivati medici e hanno iniziato a piangere, non sapevano cosa fare per i bambini, non avevano mai visto nulla di simile. A uno dei ragazzi più gravi hanno fatto il relanium, ma non ha portato nessuno risultato, ha solamente acuito l'attacco''. In virtù dell'organicità dei farmaci stanziati per i bambini in arrivo nella casa di cura, non sono state fatte le analisi su tutti, ma solo sui cinquanta bambini più gravi. Ed ecco che cosa si è manifestato in gran parte degli esaminati: ''Secondo i risultati degli esami, è in atto una intossicazione cronica dell'organismo con lesione prevalente del tratto gastrointestinale e del fegato (colecisti cronica, epatite tossica, variazioni diffuse alle pareti del fegato). Variazioni nell'encefalo causate dall'aumentato contenuto di ormoni nell'organismo (dofarmina, serotonina, catecolamina, noradrenalina...)'' E anche: ''I bambini hanno bisogno di analisi tossicologiche del sangue...''.
E' stato detto a uno di questi medici, i primi a diagnosticare nei bambini l'ntossicazione dell'organismo, che tutte le diagnosi precedenti avevano parlato solamente di malattie psichiche.
''È una sciocchezza! - ha risposto il medico - Da noi vengono ogni mese molti bambini ceceni, e ognuno di loro è normale. Mentre questi sono tutti intossicati! La cosa più probabile è che la condizione dei bambini sia da collegare con quella strana ''intossicazione'' che è avvenuta lo scorso anno. Ma non posso ancora affermare una cosa del genere, bisogna andare avanti con le indagini.
La Novaya Gazeta ha chiesto un parere a Emmanuil Lvovic Gusanskij, un dottorato in medicina, medico psichiatra con la qualifica superiore, 50 anni di servizio, consulente psichiatra dell'ufficio indipendente di perizie ''Versija''.
''Sono assolutamente convinto che l'epidemia dei bambini ceceni dell'autunno- inverno 2005 non è da collegare a una reazione psicogena allo stress, ma risulta essere la manifestazione di una reazione dei vasi encefalici a un attacco di sostanze sconosciute (tossine, veleno). Il carattere a lunga durata della malattia per gran parte dei bambini, la lesione tossica del fegato, l'elevata presenza di ormoni che regolano le attività del sistema nervoso (dofarmina, serotonina, catecolamina) in una parte dei bambini (secondo i dati dei medici della casa di cura di Nalcik), i disturbi endocrini, la dilatazione e l'asimmetria dei vasi encefalici stando ai risultati della risonanza magnetica del tomografo al cervello, i fenomeni di disorganizzazione bio-elettrici delle attività negli elettrocardiogrammi: tutto ciò conferma la tesi della lesione tossica dell'organismo nei bambini malati. Quello che ha detto l'istituto di psichiatria legale Serbskij sul carattere psichico dell'epidemia dei bambini in Cecenia si presenta come un tentativo di nascondere all'opinione pubblica i dati di fatto e rifiutare un'accurata indagine clinica e tossicologica sui bambini malati. Testimonia questo anche il rifiuto di una discussione trasparente con degli specialisti sui risultati delle indagini portate avanti dalla commissione governativa in Cecenia, e sul materiale di fatti criminali sull'intossicazione.
Nel gennaio 2006, il professor Leonid Rosal', membro della Duma, medico pediatra, ha dichiarato che la versione della malattia psicogena dei bambini in Cecenia, a suo avviso, è infondata, e ha promesso di prendere provvedimenti per la costituzione di una commissione internazionale con la partecipazione di tossicologi per poter studiare le cause della malattia, la manifestazione di possibili agenti tossici e per elaborare una strategia di ispezione e cura per i bambini. Per ragioni incomprensibili tutto ciò non è stato fatto. Si pensa che tutti questi bambini che si sono ammalati nel dicembre 2005 abbiano bisogno di accurati esami clinici, tossicologici e, se necessario, genetici. I risultati di tali esami devono poi venir fatti conoscere ai loro genitori e, con il loro permesso, divenire accessibili per l'analisi da parte delle organizzazioni mediche e di quelle per la difesa dei diritti umani''.
Fonte: www.peacereporter.net 28 dicembre 2006 15:49
E ci dicevano che la guerra era finita...
Ed Butler, il comandante delle truppe britanniche nella provincia di Helmand, ha dichiarato che occorrerebbero almeno vent'anni prima di avere il pieno controllo dell'Afganistan. Intanto, per "stanare" le milizie taliban, i villaggi del sud e dell'est del paese sono bombardati incessantemente dai caccia della Nato. Sotto le macerie delle case di fango rase al suolo rimangono decine di morti, moltissimi i feriti. Qualcuno, dopo viaggi di ore nel deserto che circonda Lashkar-gah, riesce ad arrivare all'ospedale di Emergency. Bombardare villaggi e bambini Questo, e non altro, è la guerra Sono arrivati il 30 ottobre. Erano cinque i corpi distesi sulle barelle del Pronto soccorso, i vestiti bruciati addosso, attaccati alla pelle che si strappava se appena si tentava di rimuoverli. I visi sfigurati, deformati dalle ustioni, tutti e cinque coscienti, lucidi, non un lamento. Forti... come è giusto che siano taliban che si rispettino. Eccoli qui, cinque bambini tra i 6 e i 12 anni. Hanno affrontato un viaggio di cinque ore per arrivare all'ospedale di Lashkar-gah. Stavano giocando di fronte alla loro casa, in un villaggio nella zona di Sanghin quando un aereo ha sganciato la bomba che ha messo fine al gioco. Il loro villaggio è stato bombardato ininterrottamente per tutta una notte e per la mattina successiva. Dopo cinque giorni di ricovero, sono rimasti in quattro. La più piccola, con il corpo ustionato per il 90%, è morta dopo due giorni di agonia. Nel reparto di terapia intensiva è rimasto il suo amico Zmary, volto e corpo sfigurati dalle ustioni. Da ieri ha iniziato a mangiare biscotti e bere succhi di frutta: forse ce la farà, e tra qualche giorno potremo trasferirlo nella corsia insieme agli altri suoi amici. Non chiede nulla dell'amichetta che se ne è andata. Era nel letto vicino, l'ha vista quando ha smesso di lamentarsi, quando l'abbiamo avvolta in un lenzuolo bianco. Non ha pianto, non ha detto nulla. Forte, coraggioso Zmary, bambino afgano di anni 7. Qualcuno dovrebbe presentarlo a chi continua a sostenere di bombardare villaggi pieni di taliban. O forse no, forse per Zmary è già troppo. Marina Castellano Emergency 08 dicembre 2006 12:04
Atomica: no all'Iran... sì alla Gran Bretagna
Pericoloso e poco saggio: con queste parole il Primo ministro britannico Tony Blair definisce un eventuale abbandono del programma di difesa nucleare britannico. Nell'annunciare che la Gran Bretagna spenderà 20 miliardi di sterline per rinnovare il programma atomico basato su sottomarini e missili Trident, Blair ha detto che tale strategia rappresenta 'l'ultima garanzia' contro eventuali minacce. Questo nonostante le dichiarazioni propagandistiche di una riduzione del 20 per cento dell'arsenale nucleare britannico, una promessa che cela il reale interesse di Blair a prorogare 'Trident' oltre il 2024, data in cui avrebbe invece dovuto essere smantellato. "Nonostante la Guerra Fredda sia finita da tempo - ha detto Blair - nessuno può essere sicuro che un'altra minaccia nucleare non emerga in un futuro prossimo". Il piano prevede la costruzione di nuovi sottomarini nei prossimi 17 anni, per una durata del programma fino al 2050. Sviluppato negli Stati Uniti, il Trident è entrato in servizio nella Marina britannica nel 1994. Ciascun missile ha una gittata di 7.400 chilometri e una potenza distruttiva pari a 8 volte quelle della bomba che fu sganciata su Hiroshima. Ad oggi, il Regno Unito dispone di 16 missili Trident su ciascuno dei sottomarini della classe Vanguard, dei quali uno è in pattugliamento costante. La flotta si trova a Falsane, in Scozia. La decisione di rinnovare un simile programma nucleare ha sollevato l'ira di tutta la chiesa anglicana. La massima autorità religiosa britannica, l'arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, ha detto che "numerose persone non accetteranno mai la possibilità di minacciare la distruzione con armi intrinsecamente indiscriminate". A Williams aveva fatto eco il vescovo anglicano di Bath e Wells, Peter Price, il quale aveva affermato che il rinnovo del 'Trident' era una vera e propria 'questione morale'. Secondo il leader della chiesa anglicana in Galles, l'arcivescovo Barry Morgan, il denaro speso per finanziare il programma nucleare basterebbe per salvare 16 mila bambini da malattie prevenibili. Ma il Primo ministro britannico è stato osteggiato anche da membri della maggioranza di governo. Il Liberaldemocratico Sir Menzies Campbell ha precisato che la disponibilità nucleare della Gran Bretagna dovrebbe essere invece ridotta del 50 per cento. Finora, 53 parlamentari laburisti hanno firmato una mozione per cancellare il Trident, ma con il supporto dell'opposizione Tory al provvedimento esistono ben poche speranze per una sconfitta della maggioranza alla Camera dei Comuni, quando il progetto dovrà essere approvato nel marzo prossimo. Caroline Lucas, del partito dei Verdi, ha riferito che "non esiste alcuna autorità morale nel dare lezioni ad altri Paesi, come l'Iran, su non sviluppare i propri arsenali nucleari, se noi stessi aggiorniamo e incrementiamo il nostro". Il fronte anti-nuclearista, rappresentato dal Campaign for nuclear disarmament, si è invece detto, in perfetto stile britannico, "estremamente dispiaciuto" dall'annuncio di Blair. 06 dicembre 2006 18:50
Gli USA ammettono: "In Iraq non stiamo vincendo"
Lo ha detto il futuro ministro della difesa USA Robert Gates, creando evidentemente qualche problemino a Bush, dato che ben tre anni e mezzo fa, Bush dichiarò la «missione compiuta», "ma oggi - scriveva questa mattina il Corriere della sera (http://www.corriere.it/) - non sa come districarsi dalla crisi. Il numero dei soldati Usa caduti sta per superare i 3000, più delle vittime della strage delle Torri Gemelle, e i democratici che a gennaio assumeranno il controllo del Congresso reclamano a gran voce una exit strategy. Il presidente ammonisce che non se andrà finché Bagdad non glielo chiederà, ma ha già ridimensionato il concetto di vittoria: gli basterebbe un Iraq «capace di sostenersi, difendersi e governarsi». Un obiettivo che spera di raggiungere gradatamente. Lo ha confermato uno dei suoi generali sul campo, William Caldwell, annunciando che le truppe irachene «saranno pronte ad assumersi le loro responsabilità a metà circa del 2007»". Alla luce di tutto ciò, ho voluto qui riportare un articolo di Vauro (giornalista - vignettista) apparso oggi sul nuovo quotidiano gratuito E Polis Milano (http://www.epolismilano.it/): "Una ad una tutte le bugie a sostegno della guerra in Iraq si sono rivelate per ciò che erano, menzogne appunto. Dalle famigerate armi di distruzione di massa, all'antrace, ai supposti legami del regime con Al Qaeda e quindi con l'attentato dell'11 Settembre: tutto totalmente infondato. Ne rimaneva una reiterata in tutte le salse, quella della guerra che aveva abbattuto il dittatore e portato la democrazia. Kofi Annan ha dichiarato: ''C'era un dittatore brutale ma si poteva uscire in strada; i bambini potevano andare a scuola e tornare a casa senza che i genitori si preoccupassero se sarebbero mai tornati''. In sintesi ha riconosciuto che la popolazione irachena viveva meglio sotto Saddam che oggi. Crolla così anche l'ultima bugia. Per bocca del segretario della Nazioni Unite, quelle stesse Nazioni Unite che non solo non sono state in grado di evitare la guerra, ma che seppur forzatamente le hanno successivamente dato parziale attuazione. Le truppe italiane sono finalmente rientrate; Prodi invece di dire ''Mai più'' sostiene che la loro non è stata una missione di guerra: e cos'è stata allora? Una missione di pace, in un paese dove ''la situazione è peggiore di una guerra civile''? Sempre secondo le parole di Kofi Annan. Promesse elettorali, come quella di tenere in conto, di far tesoro della volontà di pace espressa e ribadita da milioni di cittadini che una volta al governo svaniscono. Si, è vero: i soldati sono tornati a casa, ma nei tempi previsti dal governo Berlusconi. Prodi mantiene promesse fatte da Berlusconi? Resta il senso di frustrazione profonda davanti alla mobilitazione di piazza della destra di non trovare in questo governo valori forti, scelte determinate da opporvi, qualcosa di chiaro che valga la pena di difendere. Sino a quando questa classe politica continuerà a mentire in modo bipartisan - ci mancherebbe! - sulla questione fondamentale della pace? Bugie che servono a sostenere altre tragiche avventure militari come quella in Afghanistan. Intanto in Iraq si continua a morire nei modi più atroci e non si può parlare di stillicidio quotidiano, perché quotidiane sono le stragi. ''La situazione è peggiore di una guerra civile'' e qualcuno continua a sostenere spudoratamente che le truppe straniere in Iraq servirebbero ad evitare la guerra civile. Anche la nostra presenza, ci avevano detto, serviva ad evitare la guerra civile; se questo era lo scopo ''obiettivo fallito''... ''Obiettivo fallito'' anche in Afghanistan eppure continuiamo a restarci: in nome di cosa? Della pace, anche lì? Certo arriverà il momento di andarcene anche da Kabul ma sarà di nuovo, sempre, troppo tardi." 03 dicembre 2006 23:30
Israele e Hezbollah
Amnesty International ha pubblicato il 21/11/2006 un conclusivo rapporto sulle violazioni del diritto internazionale umanitario commesse nel corso del recente conflitto tra Israele ed Hezbollah, rinnovando la richiesta che tali violazioni siano oggetto di un'inchiesta promossa dall'Onu, approfondita e indipendente. Fonte: http://www.amnesty.it 03 dicembre 2006 13:35
Il Cile riconosce la Corte Penale Internazionale - Gli USA... minacciano sanzioni!!
Il governo cileno ha fatto sapere che riconoscerà la Corte Penale Internazionale, l'organismo in grado di giudicare i crimini di guerra, facendo crescere la preoccupazione dell'amministrazione statunitense. Per voce del ministro degli Esteri, Alejandro Foxley, il governo di Santiago ha affermato che è assurdo pensare che gli Usa (applicando l'Aspa, l'American Servicemenbers Protection Act), decidano di sanzionare il Cile, da sempre considerato loro fedele amico. "Certo, il Cpi, sarà approvato - ha affermato il ministro cileno - e mi sembra che gli Usa adesso debbano guardare in faccia la realtà" confermando anche che la decisione della ratifica è stata appoggiata in modo massiccio dal parlamento. Infatti, gli Stati Uniti non hanno mai ratificato la nascita del Cpi per un motivo molto semplice: la giurisdizione di questo organismo di controllo potrebbe raggiungere e quindi processare cittadini statunitensi, soprattutto militari. A stupire però è un'altra cosa. Gli Usa hanno minacciato di imporre sanzioni militari al Cile se firmerà a favore del Tribunale. "Nel caso altamente improbabile che scattino sanzioni, siamo coordinati con le Forze Armate - ha detto il ministro Foxley - e abbiamo un piano alternativo già elaborato per arrivare ugualmente a disporre di tutto quello di cui necessita il nostro esercito". La Corte Penale Internazionale, il cui statuto venne approvato a Romail 17 luglio 1998 (ma entrò in vigore il 1 luglio del 2002) ha come obiettivo assicurare che i crimini internazionali (come genocidi, crimini di guerra e contro l'umanità) non restino impuniti. La competenza della corte è limitata ai crimini più seri, che abbiano a che fare con la comunità internazionale nel suo insieme.
"E' il tipico atteggiamento degli Stati Uniti" dice il giornalista Gennaro Carotenuto. "Potrà piacere oppure no, ma questo è un tipico atteggiamento di chi vuole costruire un impero. Gli Usa hanno sempre avuto bisogno di un quadro legale dietro il quale trincerarsi. Che è lo stesso quadro legale che ha protetto gli assassini del Cermis. Gli Usa - continua Carotenuto - non ammettono che, a torto o a ragione, i loro cittadini vengano giudicati da un tribunale internazionale. E questo purtroppo è un atteggiamento imperialista".
Le ritorsioni nei confronti dei paesi che hanno già ratificato il Cpi sono contemplate nell'Aspa (American Servicemenbers Protection Act), che fra le altre cose garantisce l'immunità alle truppe Usa e conferisce al presidente statunitense di usare tutte le misure per liberare i cittadini nordamericani arrestati per ordine del Cpi. In più, l'Aspa, elimina tutti gli aiuti militari alle nazioni che approvano il Cpi, fatto già successo per 11 stati latinoamericani. Lo spauracchio di restare senza sostegno militare aveva trovato nei mesi scorsi una dura opposizione alla ratifica del Cpi, da parte d'esponenti dell'esercito cileno. Rodolfo Codina Diaz, capo della marina, aveva espresso i propri dubbi in merito all'argomento e aveva fatto notare l'importanza dell'aiuto statunitense all'armata cilena. Anche dall'aeronautica militare, dotata di una flotta di F16, erano state manifeste preoccupazioni per l'eventuale possibilità che gli Usa, una volta riconosciuta la Corte, bloccassero la vendita di pezzi di ricambio, come avvenuto per il Venezuela. Il primo passo importante, e coraggioso, in politica estera del giovane governo di Michelle Bachelet sembra essere stato fatto.
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