Il blog Senza Nome

Pensieri e notizie in libertà ...

Don Verzè... un uomo un perché!

Immagine: E Polis Milano

Vi proponiamo uno degli articoli che avremmo voluto farvi leggere nei giorni scorsi, ma che a causa di problemi tecnici di Leonardo non abbiamo potuto pubblicare.

Un chiarimento: il titolo di questo post è il frutto di un'accesissima discussione circa gli aggettivi che ognuno di noi avrebbe voluto attribuire a don Verzè, viste le sue dichiarazioni di totale disprezzo verso gli studenti provenienti da famiglie povere... Il titolo, oltre a rappresentare un compromesso tra le diverse proposte, è certamente quello meno offensivo o "arrabbiato" a cui siamo stati in grado di pensare.

La domanda che non possiamo smettere di porci è: "Se Cristo fosse in vita, chissà cosa direbbe di certi suoi... rappresentanti?"

Ci scuserete se abbiamo quà e là aggiunto alcuni nostri commenti... ma non abbiamo proprio resistito!

  


  

I rettori delle università statali protestano contro i tagli del Governo all'Università?

Bene, a far loro il contro canto ci ha pensato ieri (il 28 ottobre) don Luigi Verzè, capo dell'Ateneo San Raffaele, che ha inaugurato l'anno accademico della sua università.

E lo ha fatto ponendo due paletti: le università in Italia devono essere solo private (così facciamo girare l'economia, riempiamo le tasche di Verzè ed evitiamo che gli studenti poveri - e quindi potenziali comunisti - riescano a raggiungere determinate posizioni nella società, come ad esempio la magistratura, che ogni tanto indaga lui o gli arresta un primario, "ma lui non si scompone, crede nella divina provvidenza e nella santissima prescrizione"), e pazienza se non si hanno i soldi per pagare la retta (che per inciso nella struttura di don Verzè costa 10mila euro all'anno, per cinque o sei anni di corso), e soprattutto annunciando che l'Università San Raffaele si candida a sperimentare la riforma Gelmini già dal prossimo anno, quando cioè entrerà in vigore in tutti gli atenei d'Italia.

"Gli studenti - ha detto Verzè - devono meritare di essere tali (ossia se vieni da una famiglia ricca vuol dire che meriti di poter studiare, altrimenti cazzi tuoi), devono guadagnarselo (già, perchè uno studente povero, lavorando da precario in un call center a 640 euro netti al mese, riesce a racimolare 10.000 euro annui per la retta universitaria - senza contare l'affitto, le bollette, il cibo, i trasporti...) come in America, dobbiamo fare come Harvard. È una rivoluzione che cominceremo piano piano".

E alla domanda dei giornalisti se il diritto allo studio sarà garantito per chi non può pagarsi studi privati, Verzè ha concluso: "Solo per quelli più bravi" (cioè se sei ricco hai pieno diritto allo studio e puoi tranquillamente andare avanti a fare la bella vita e passare gli esami con un 18, senza dover assolutamente darli nei tempi giusti; se invece sei povero, devi dare tutti gli esami in tempo, prendere sempre 30 e Lode e al contempo lavorare nel call center di cui sopra, visto che la rata di certo non te la pagano tutta, e a te rimane comunque l'affitto, il cibo, le bollette, i trasporti...). E, incalzato sulla questione degli studenti bravi ma senza soldi, ha ribadito: "Solo quelli più bravi". Tradotto, appunto: pazienza se nelle università "che dovranno diventare fondazioni private" non entreranno i poveri.
Per loro c'è sempre il regno dei Cieli.

Per adesso, comunque, devono accontentarsi dell'università pubblica. Quella su cui arriverà [...] la scure dei tagli della Gelmini (e di Tremonti). Ma anche in questo arriva l'opposizione di Verzè, che si dice pronto a far diventare il San Raffaele "cavia per la riforma".

"Io voglio ovviamente la trasformazione dell'università. Sono con i giovani quando protestano perché  è ormai decadente, ma non quando occupano le aule. Non è uno scandalo, ma non capisco perché noi italiani, intelligenti come siamo (?), non possiamo essere grandi come Harvard. Come le università americane ed nglesi che sono delle realtà libere e non dello Stato".

Fonte: E Polis Milano (29/10/2008)

   

Alcuni avvisi...

Carissimi vistatori,

per via di alcuni aggiornamenti di sistema della piattaforma Leonardo, nei giorni scorsi non abbiamo purtroppo potuto postare sul Blog nuovi contenuti.

La cosa ci ha profondamente amareggiati in quanto avremmo voluto segnalarvi molti articoli, video, fotografie, oltre che darvi noi stessi spiegazioni relativamente a quanto sta accadendo a livello nazionale con la c.d. "riforma" Gelmini, che sia giuridicamente che concretamente non ha nulla a che vedere con il termine "riforma", e molto vi sarebbe da discutere anche circa la presunta autrice del decreto.

Avremmo insomma voluto spiegarvi le ragioni che hanno portato docenti, studenti e comuni cittadini, ieri, a manifestare a Roma, Milano... e nel resto d'Italia contro il Decreto legge 1 settembre 2008, n.137 e contro la Legge 6 agosto 2008 n.133. (Attenzione ai mass media, i quali non hanno nemmeno capito quale dei due provvedimenti è effettivamente stato approvato mercoledì...)

Vi basti per il momento sapere che ANCHE NOI, IERI, ERAVAMO PRESENTI AL CORTEO DI MILANO A PROTESTARE.

Auspichiamo che anche voi lettori, nonostante il nostro silenzio (che come detto poc'anzi è stato dovuto a ragioni di carattere tecnico da noi purtroppo non dipendenti), abbiate voluto e potuto protestare soprattutto contro gli scandalosi tagli all'Università.

Con profonda soddisfazione circa l'ottima riuscita delle manifestazioni di ieri, vi salutiamo e vi diamo appuntamento a domani (o anche prima - aggiornamenti tecnici di Leonardo permettendo...).

Gli Amministratori del Blog

La spontaneità fa paura al Cavaliere

Dev’essere un timore concreto, palpabile, quello che spinge il premier Berlusconi e altri rappresentanti della maggioranza ai commenti quotidiani sulle proteste del mondo della scuola. Trovarsi di fronte, inaspettatamente (perché, diciamolo, gli italiani non mettono in discussione tanto spesso il potere costituito) ad un movimento di questa portata deve aver sollevato non poche preoccupazioni. Ed ecco, allora, che si cerca ogni mezzo per incasellarlo, circoscriverlo, giustificarlo in qualche modo. La soluzione d’attribuirne la responsabilità all’opposizione sobillatrice e mal informata è fin troppo banale. Ridurre tutto ciò che accade ad una manovra di disturbo ideata da Veltroni di certo aiuta a ridimensionare la situazione, a trattarla come ordinaria amministrazione, ma certo non rende giustizia della realtà.

Come ha acutamente osservato il Rettore dell’Università dell’Aquila, prof. Ferdinando di Orio, in merito alle affermazioni del Presidente del Consiglio, “é davvero incomprensibile, e per certi versi irresponsabile, voler trasformare una civilissima e legittima mobilitazione di tutta l'Università italiana in un problema di ordine pubblico". O piuttosto, qualcuno potrebbe leggervi addirittura della malafede, interpretandolo come un tentativo di spostare l’attenzione pubblica dal problema reale, di confondere le acque: giocare la carta della sicurezza, si sa, ottiene sempre buoni risultati.

Negli ultimi giorni, i telegiornali nazionali sono affollati dagli esponenti del PdL che si profondono in continue dichiarazioni a sostegno del decreto Gelmini, accompagnate dall’immancabile attribuzione della responsabilità delle proteste alla Sinistra. Insomma, se si fa passare l’idea che si tratta solo di gente indottrinata e chiassosi studenti, si pongono le premesse perché le loro voci possano essere ignorate senza rimorso. Tuttavia, sembra difficile ammettere che anche questa volta possa finire tutto in un fuoco di paglia, poiché le cifre caratterizzanti di questo movimento (che non trova precedenti nella storia recente) sono proprio la sua spontaneità e la sua consapevolezza informata. In un Paese troppo spesso addormentato, o che ancora peggio preferisce non vedere, stupisce, e può intimorire, che improvvisamente non si marci più tutti in fila, ma che si cerchi di aprire una discussione.

Tutto nasce da semplici genitori, di tutte le estrazioni sociali e di diverse opinioni politiche che, allarmati dai cambiamenti che potrebbero compromettere l’educazione dei propri figli, decidono di informarsi, di approfondire l’argomento, di partecipare in qualche modo alle decisioni che il proprio governo prende. Questo dovrebbe essere salutato come un momento di crescita democratica, come un avvicinamento del cittadino alla politica, invece fa paura perché una persona consapevole non è disposta ad essere suddito silenzioso. Forse si tende troppo spesso, ormai, a sottovalutare le capacità cognitive del singolo e l‘impegno che può generare dall’unione di più singoli. La miglior garanzia contro la possibile strumentalizzazione, però, è data proprio dal conoscere e dal comprendere i motivi della protesta; inoltre, la nascita dal basso di quest’ultima contraddice implicitamente ogni attribuzione partitica.

La risposta migliore alle accuse del governo viene proprio dalle piazze italiane di questi giorni: a chiunque le osservi apparirà chiara la fondamentale trasversalità della protesta che si sta esprimendo attraverso canali e forme molteplici, proprio perché diverse sono le persone che la animano. Oggi è possibile vedere genitori seduti simbolicamente nei banchi collocati in piazza a Bologna per difendere la scuola elementare dei propri figli; ricercatori precari chiedere l’elemosina per strada; maestre coinvolgere i propri alunni nella partecipazione. All’interno delle Università italiane, dalla Sicilia al Veneto, non passa giorno senza che si organizzino assemblee, dibattiti e dimostrazioni pubbliche del dissenso, nelle quali chi cerca di mettere di mezzo un colore politico viene fischiato: gli stessi esponenti del PD, infatti, sono stati respinti quando hanno tentato di avvicinare i manifestanti. Gli studenti marcano più che possono la propria autonomia, semplicemente perché sanno che la messa a rischio del loro futuro non è “una questione di sinistra”, se mai una questione di civiltà, di pari opportunità, di tutele. L’argomento non può non riguardare ognuno di noi.

Infatti, i decreti del governo, pur attaccando livelli diversi dell’istruzione italiana, suscitano le rimostranze di tutte le categorie coinvolte. Oggi i docenti protestano accanto agli studenti; questa è già una piccola rivoluzione degna di nota. Una delle iniziative intraprese dai professori di varie università è rappresentata da una lettera indirizzata ai genitori degli universitari, alle loro famiglie, per spiegare che “La nuova L.133 di quest’anno prevede un ulteriore taglio di ben 1500 milioni di euro per i prossimi 5 anni. E’ evidente la volontà di emarginare l’Università pubblica, costringere le Facoltà ad innalzare severamente le tasse di iscrizione e di selezionare gli accessi degli studenti sulla base del loro reddito familiare. Così l’Università è destinata a esistere solo per pochi ragazzi. E d’altra parte, la possibilità che la legge offre ai Rettori di trasformare le Università in fondazioni private conferma questa volontà da parte delle forze di governo”.

Tra le tante iniziative, c’è anche una raccolta di firme all’attenzione del Presidente della Repubblica Napolitano per sensibilizzare le istituzioni. Inoltre, è apparso sul sito Internet dell’Istituto Superiore di Sanità un comunicato del 22 ottobre nel quale si spiega che “il sistema di sorveglianza sull'influenza, 'Influnet', è stato sospeso per protesta contro le norme che colpiranno la ricerca pubblica, portando al ridimensionamento del personale precario e privando così l’Istituto dell'irrinunciabile contributo fornito da colleghi e colleghe che operano con contratti di lavoro a tempo determinato o di collaborazione coordinata e continuativa”. I ricercatori sottolineano che “la difficile decisione di sospendere l'attività, é voluta da tutto il personale”. Questa presa di posizione mira a dimostrare che, se verranno applicate le nuove regole, molte altre attività di rilevante impatto sulla sanità pubblica rischiano di scomparire.

In conclusione, appare chiaro che il Paese ha capito che non si tratta di una protesta politica in senso stretto, ma che di certo tocca una questione politica: l’importanza dell’istruzione pubblica e della qualità che questa deve assicurare, quale diritto irrinunciabile di tutti. Ciò che i cittadini stanno portando avanti è una dimostrazione di buona politica, di politica vera, concreta, interessata e partecipata; stanno lanciando un messaggio al governo: “Questa volta, non staremo a guardare.”

di Valentina Laviola per Altrenotizie

Bipolarismo all'italiana...

"Una volta ero schizofrenico, mi sono curato. Per fortuna adesso STIAMO bene."
Berlusconi in retromarcia."Mai detto o pensato alla polizia nelle scuole"
 
 
CAP 22-OTT-08 17:00 NNN BERLUSCONI,FORZE DELL'ORDINE CONTRO OCCUPAZIONI/ANSA

“Non permetteremo l'occupazione di università e di scuole, perchè - scandisce con vigore - non è una dimostrazione di libertà, non è un fatto di democrazia ma è pura violenza nei confronti degli altri studenti, delle famiglie, delle istituzioni e nei confronti dello Stato. Convocherò oggi Maroni e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa succedere”.



(ANSA)15:43 NNN - PECHINO, 23 OTT ++ SCUOLA: BERLUSCONI, MAI DETTO NÈ PENSATO A POLIZIA ++

«Io non ho mai detto nè pensato che la polizia debba entrare nelle scuole. Ho detto invece che chi vuole è liberissimo di manifestare e protestare ma non può imporre a chi non è della sua idea a rinunciare al suo diritto essenziale. Ancora una volta c'è stato un divorzio tra i mezzi di informazione e la realtà». È quanto ha detto il premier Silvio Berlusconi tornando alle polemiche dei giorni scorsi sulla scuola da Pechino.
 
 
Fonte: PeaceReporter
 
 

Caso Englaro: Testo integrale della recente Ordinanza della Corte costituzionale

Riportiamo qui di seguito il testo integrale dell'Ordinanza n. 334 del 8.10.2008, con la quale la Corte costituzionale ha dichiarato... [...]

TG5: 'PRESUNTA' libertà di informazione

Il TG5, con riferimento agli scontri di oggi tra studenti e forze dell'ordine a Milano, ha poco fa affermato:

"Gli studenti scendono in piazza contro i presunti tagli all'università"

Sappiamo bene che le parole del TG5, da qualche anno a questa parte, si commentano da sole: Mussolini, con la creazione dell'Istituto LUCE, non aveva saputo fare di meglio in termini di diseducazione, disinformazione e propaganda.

Più che di "presunti" tagli all'università (che tutto sono tranne che presunti), si farebbe meglio a parlare della PRESUNTA libertà di informazione in Italia...

Da Vaccarella a Pecorella - di Marco Travaglio

Nella foto: Berlusconi e il suo legale Pecorella

Fa scandalo che il Parlamento non abbia ancora sostituito alla Corte costituzionale il prof. avv. Romano Vaccarella, già civilista di Previti e Berlusconi, dimissionario da un anno e mezzo. Non fa scandalo invece che il favorito a succedergli sia il prof. avv. on. Gaetano Pecorella, già legale della sinistra extraparlamentare negli anni Settanta, del piduista Bruno Tassan Din negli anni Ottanta e del piduista Berlusconi dagli anni Novanta.

Eppure il giureconsulto milanese è forse il candidato meno indicato per la Corte.

1. Come deputato dal '96 e presidente della commissione Giustizia nel 2001-2006, Pecorella è stato autore o coautore di una serie di leggi ad personam di dubbia costituzionalità.

Una volta, in un lampo di autocoscienza, lo ammise pure lui: "È vero, sono state fatte leggi funzionali a determinati processi. Abbiamo fatto il lodo Schifani, poi dichiarato incostituzionale e che in effetti in qualche parte lo era, per consentire a Berlusconi di governare" (9 ottobre 2004). Sulla legittimità delle altre, la Consulta potrebbe essere chiamata a pronunciarsi in qualsiasi momento. Meglio che lui ne stia alla larga.

2. Nel 2005 passò una legge che portava il suo nome e abrogava il grado di appello, ma solo per il pm. Il presidente Ciampi la respinse al mittente per manifesta incostituzionalità. Pecorella la ripresentò pressoché identica e la Corte la bocciò. Non s'è mai visto l'autore di leggi incostituzionali diventare giudice costituzionale.

3. A luglio, con tutti i parlamentari Pdl, Pecorella ha approvato la legge Alfano che regala l'impunità al premier suo cliente. Nei prossimi mesi, su quella legge, la Consulta dovrà pronunciarsi due volte: sull'eccezione di incostituzionalità sollevata dai giudici di Milano e Roma, e sull'ammissibilità del referendum abrogativo indetto da Di Pietro. Figurarsi l'imbarazzo in cui si troverebbe la Corte se vi sedesse chi ha votato la legge.

4. Pecorella è imputato per un'accusa gravissima: favoreggiamento del primo sospettato delle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Secondo la Procura di Brescia, che nel 2007 ha chiesto il suo rinvio a giudizio prima che il processo passasse per competenza a Milano, Pecorella avrebbe corrotto un pentito di Ordine nuovo, Martino Siciliano, testimone-chiave nei processi per le stragi nere, perché ritrattasse le accuse contro Delfo Zorzi, cliente di Pecorella, imputato per Piazza Fontana (poi assolto con formula dubitativa) e Piazza della Loggia. È stato lo stesso Siciliano a raccontare che Zorzi gli versò 115 mila dollari tramite il suo ex difensore Fausto Maniaci, previo accordo con Pecorella.

Accusa tutta da verificare al processo. Ma forse un giudice costituzionale imputato per favoreggiamento in una storia di stragi potrebbe sembrare eccessivo persino in Italia.

Resta da capire perché l'opposizione non abbia obiettato nulla sul presepe Vaccarella-Pecorella. Si dirà: se passa Pecorella coi voti del Pd, poi passa Violante con quelli del Pdl. Appunto: motivo in più per evitare.

di Marco Travaglio per L'espresso (17/10/2008)

Carnevale in Cassazione. Falcone e Borsellino al cimitero - Marco Travaglio (13/10/08)

...indagando su di lui [su Corrado Carnevale, n.d.BlogSenzaNome] i magistrati di Palermo l'avevano intercettato per un certo periodo e l'avevano sentito, subito dopo la morte di Falcone e Borsellino, parlare di loro con dei suoi colleghi.
Carnevale, in quelle telefonate intercettate, li chiamava - Falcone e Borsellino, i martiri dell'antimafia - "i Diòscuri", come se fossero Castore e Polluce.
Li prendeva in giro, da morti. Diceva che erano "due incapaci, con un livello di professionalità prossimo allo zero".
Chiamava Falcone "quel cretino", "faccia da caciocavallo" - cioè faccia da culo, detto molto chiaramente, è un modo di dire siciliano - e aggiungeva: "io i morti li rispetto, ma certi morti no".
Falcone e Borsellino manco da morti, li rispettava.
Aggiungeva: "a me Falcone non è mai piaciuto". Poi insinuava che Falcone avesse messo sua moglie, Francesca Morvillo morta anche lei a Capaci, nella corte d'Appello di Palermo per far confermare le condanne che Falcone otteneva in primo grado.
Lo accusava di aggiustare i processi, diceva al telefono, per "fregare qualche mafioso". Secondo lui condannare i mafiosi significava fregarli.
Questo lo diceva lui. Tant'è che quando l'hanno interrogato gli hanno chiesto: "ma lei conferma le cose che ha detto?" "Si si, io contro di loro ho un'avversione che non è venuta meno neanche dopo che la mafia li ha ammazzati".
Questo è il soggetto che in base a questa legge è tornato in Cassazione...

Canone Rai - L'ADUC lancia la nuova campagna 'Disdici il canone TV': ristabilire la legalità

Riceviamo per e-mail dall'ADUC e volentieri pubblichiamo...

Se la Rai, il Governo ed il Parlamento non rispettano le leggi, perche' dovrebbero farlo gli utenti della Rai pagando il canone-imposta tv?

Da anni siamo impegnati per l'abolizione di questa imposta e abbiamo sempre invitato i contribuenti a rispettare la legge pagando l'odioso balzello se in possesso di un apparecchio televisivo. Da troppo tempo, pero', e' imbarazzante invocare questo rispetto, quando sono le istituzioni per prime a violare la legge. Ecco l'elenco di alcune violazioni piu' eclatanti:

  • mancato insediamento della Commissione parlamentare di vigilanza Rai, cioe' il controllo del legislatore sull'operato dell'informazione di Stato (1);
  • la Rai non ha ancora pubblicato sul proprio sito l'elenco delle consulenze esterne e relativi compensi in violazione della legge n. 244/2007 e della circolare DPCM 16/3/07. Anche una interrogazione parlamentare e un esposto alla procura della repubblica non hanno per il momento dato alcun risultato (2) (2bis);
  • la Rai impedisce ai cittadini di disdire il canone, ignorando le richieste di suggellamento e di disdetta (3);
  • richieste intimidatorie e continue di pagamento del canone a coloro che non hanno un apparecchio televisivo (4);
  • "condotta della truffa" da parte di incaricati Rai che, intrufolandosi nelle case dei contribuenti in modo arrogante e spesso irrispettoso,  invitano chi e' sprovvisto di tv a firmare dichiarazioni di possesso di apparecchi televisivi spiegando che si tratta solo di una 'firma per ricevuta' o per presa visione (5);
  • il ministero delle Comunicazioni (oggi Sviluppo Economico) da due anni non risponde a sei interrogazioni parlamentari e un interpello dell'Agenzia delle Entrate su quali apparecchi, oltre al televisore, sono soggetti al canone. Ma la Rai richiede illegittimamente il pagamento del canone anche per il possesso di un pc, di un cellulare o di altri apparecchi non televisivi; (6)
  • la Rai viola le norme sulla pluralita' dell'informazione, dando spazio in maniera sproporzionata ad alcune forze politiche, come recentemente ribadito dall'Autorita' per le garanzia nelle comunicazioni (e non e' la prima volta). (7)
  • mancata attuazione della legge che prevede l'esenzione dal canone per i cittadini ultrasettantacinquenni con reddito minimo. (8)

Fino a quando non sara' ristabilita' la legalita', lanciamo l'iniziativa "Disdici il canone Rai".

Non chiediamo ai cittadini di smettere di pagare con "scioperi" o altro, in quanto sarebbero sanzionati.  Li informiamo su come disdire il canone legalmente, attraverso la richiesta di suggellamento della propria tv (un impegno a non guardare i programmi televisivi).

Ecco il modulo: http://www.aduc.it/dyn/sosonline/modulistica/modu_mostra.php?Scheda=40168
Se la richiesta e' inviata entro il 31 dicembre 2008, dal 1 gennaio 2009 il canone non sara' piu' dovuto.

Nonostante sia praticamente impossibile per le autorita' verificare se qualcuno utilizza o meno il televisore suggellato, invitiamo chi lo fara' a rispettare la legge, cosi' come dovrebbero fare le istituzioni...

Io (giornalista) cavia nel call center: cronaca di una vita precaria

Foto: repubblica.it

Sono l'operatore 172. Ho risposto a un annuncio su Internet spedendo via e-mail il mio curriculum, e dopo il colloquio sono qui, con le cuffie in testa e il microfono che mi sfiora le labbra, a proporre a decine di titolari di partite Iva di lasciare Telecom e passare a Infostrada. Ho lavorato una settimana alla Mastercom, azienda di telemarketing e teleselling nella zona industriale di Assago, hinterland di Milano, un cubo di vetri a specchio e cemento a pochi passi dalla tangenziale Ovest, costola di un gruppo in espansione con nuove sedi a Roma e Benevento.

Dopo la selezione, ho trascorso giorni in azienda senza aver firmato nessun contratto. Ho visto i 1200 euro lordi assicurati dai selezionatori, al colloquio e nei primi due giorni di formazione, diventare 800 al mese lordi (appena 640 netti), mentre le provvigioni promesse si sono ridotte in ventiquattr'ore della metà. Ho conosciuto universitari che non ce la fanno a pagarsi gli studi, ragazzine appena diplomate reduci da altri call center, segretarie trentenni licenziate e sostituite da giovani con contratto da apprendista, laureati con titoli improvvisamente inutili. Tutti senza altra chance che essere qui.

Mi pagano 4 euro netti l'ora. Contratto di collaborazione occasionale per trenta giorni, poi a progetto. Otto ore al giorno - 4 e mezzo il part time - di fronte a un monitor che passa in automatico i dati degli abbonati Telecom da contattare. Promettono un mensile di 1200 euro e provvigioni di 20 (contratto Voce) e 25 euro (contratto con Adsl) per ogni nuovo cliente rubato alla concorrenza.

"Qualcuno qui guadagna più di me - spiega Massimo, il selezionatore, al colloquio -. La media dei contratti di ogni operatore è di 3,9 al giorno". Nessuno però spiega il trucco contabile: il calcolo dell'azienda è su 30 giorni lavorativi perché alla Mastercom si lavora dal lunedì al venerdì. Così trenta giorni, il loro "mensile", corrispondono a sei settimane. Un mese e mezzo. E i 1200 euro promessi diventano nella realtà 800 euro al mese. Lordi. Appena 640 netti. Pagati a 60 giorni. Una cifra che nessuno pronuncia mai, un equivoco che gli altri 16 ragazzi che entrano con me in azienda capiranno molto tardi.

Alla Mastercom il turnover di operatori è continuo: ogni lunedì entrano tra i dieci e i venti nuovi lavoratori, altrettanti abbandonano. Con me ci sono quattro ragazzi e 12 ragazze. Dai 19 anni di Antonella e Giovanna, appena uscite dalle superiori, ai 38 di Carla e agli "oltre 40" di Alessandra, che s'imbarazza a rivelare l'età e a dire che sta provando a riprendere a lavorare dopo nove anni, dopo un divorzio. Ci sono anche 4 stranieri: Frida che viene dal Ghana e Salomon dal Camerun, Betsy dall'Ecuador e Lidia dal Venezuela. Tutti ventenni, seconda generazione di famiglie arrivate in Italia quando loro erano bambini. Sono i nuovi italiani: scuole a Milano, ottimo italiano, ambizioni di un futuro diverso da quello dei genitori.

Molti arrivano dai call center di Monza, Cesano Boscone, Milano città, "dove si lavora 24 ore su 24, dal lunedì alla domenica, come robot". O da centri commerciali, ristoranti, locali nel cuore della movida milanese dove "una notte di lavoro, dalle 19 all'alba viene pagata 50 euro in nero a fine serata".

I primi due giorni di formazione - non retribuiti, anche se è a tutti gli effetti attività lavorativa che dev'essere pagata dal datore di lavoro - sono una full immersion di marketing e psicologia della vendita. Con qualche trucchetto per produrre di più. Uno riguarda il modem per Internet. "Si può noleggiare o acquistare - spiega chi ci istruisce - . Al telefono col cliente, abbassate la voce come se state rivelando un segreto poi sussurrate: "Guardi, glielo dico senza farmi sentire sennò mi licenziano. Lo compri, costa solo 17 euro, le conviene piuttosto che pagare 3 euro ogni mese. In realtà lo state fregando. Presto si romperà, e l'azienda non ha nessuna voglia di fare manutenzione".

Le ore passano tra simulazioni di telefonate, studio delle obiezioni che riceveremo, illustrazione dei contratti da proporre. "Dovete essere lo specchio dell'altro. Capire i desideri dell'acquirente, agire sulla parte emotiva - ci dicono - . Fare come scrive Pirandello. Cambiare ogni volta maschera. Se ci pensate, noi vendiamo sempre qualcosa: le idee, la nostra immagine, le nostre scelte".

Fino al mercoledì, terzo giorno di lavoro, nessuno vede un contratto. Così nel cortile nascono complicati dibattiti sullo stipendio, con i telefonini che si trasformano in calcolatrici. L'atrio all'ingresso è l'unico spazio all'aperto. È qui che si fa pausa per caffè e sigarette. Qualcuno dell'azienda ci vede e ci rassicura, almeno sulle provvigioni: "20 euro per contratto voce, 25 Adsl". Poi si passa in sala training e da mezzogiorno iniziamo a fare le prime telefonate. "Ricordate Full metal jacket? - dice Alex, il nostro team leader - Il soldato diceva "Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Senza il mio fucile io sono niente". Il nostro fucile sono le cuffie. Con loro dobbiamo saper colpire il bersaglio".

Con il nostro fucile, siamo operativi davanti ai pc senza aver firmato nulla. Come se paga, provvigioni e condizioni contrattuali fossero una variabile indipendente dal nostro lavoro. Ma ecco, due minuti prima della pausa pranzo, quando non vogliamo far altro che scappare a mangiare, arrivano i moduli per la firma. "È il contratto standard dei collaboratori occasionali" spiegano a chi si dilunga a leggere. Molti capiscono solo ora che i 1200 euro di stipendio coprono sei settimane di lavoro e non un mese. E che non è detto che le nostre provvigioni saranno di 20 e 25 euro: la terza pagina da firmare è un elenco indistinto di gettoni da 5 a 25 euro.

Per tutto il pomeriggio di mercoledì, le nostre telefonate raggiungono il segmento di clienti Telecom ULL (Unbundling local loop), quelli che sono rimasti sempre fedeli all'ex monopolista e a cui si propone il distacco totale dalla vecchia Sip. Poi, all'improvviso, giovedì, il nostro team leader blocca tutto. "Siete un gruppo molto affiatato, l'azienda vuole scommettere su di voi. Da ora chiamerete un'altra categoria di clienti".

Soddisfatto dei complimenti, tutto il gruppo - tranne tre che restano sui vecchi contratti - inizia a chiamare i "silenti", i clienti che ai tempi delle prime liberalizzazioni sono passati a Infostrada pur dovendo pagare doppio canone, e che per questo sono rimasti a Telecom. "Si tratta di convincerli a tornare", ci dicono. Partiamo con le telefonate ai Wrl (clienti fuori copertura). Per scoprire, soltanto il giorno dopo, che per questi contratti le provvigioni non sono di 18 e 25 euro ma 8 e 12 euro. Meno della metà. Nessuno ce lo dice. "Per ora è cosi" rispondono quando chiediamo spiegazioni. Ma nessuno ribatte.

E nessuno reagisce alle proteste delle persone a casa, alle offese e alle minacce di denuncia. Ci hanno insegnato che dobbiamo essere più forti delle difficoltà. Mi metto in contatto con un clic con ogni partita Iva che appare sul monitor. Da Bolzano a Siracusa, chiamo tappezzieri e pizzerie, parrucchieri e macellai, studi di architetti e avvocati, profumerie e scuole guida, imprese edili e meccanici.

"Oggi è la 14esima volta che ci chiama qualcuno" rispondono all'Oasi del capello di Broni, provincia di Pavia. "Siete ossessivi" dicono da un negozio di giocattoli di Potenza. "Bombardate dalla mattina alla sera" si sfoga un medico calabrese. Perché quando qualcuno non accetta la proposta, l'ordine non è di escluderlo dal database, ma di rimetterlo in circolo per essere richiamato tra poche ore o tra una settimana, a secondo della violenza della sua protesta. Il contrario di quanto stabilisce il Garante della privacy che dal dicembre 2006 obbliga i call center a "rispettare la volontà degli utenti di non essere più disturbati".

I miei colleghi che misurano ogni euro del loro lavoro, si accorgono così che non è tanto facile acquisire clienti. Anche se per giorni ci hanno ripetuto il numeretto magico di 3,9 contratti stipulati ogni giorno da ogni operatore. Tra mercoledì e venerdì facciamo tre contratti. Lunedì, ultimo giorno di lavoro, un paio. In fondo alla sala, sulla lavagna c'è il nome di ognuno di noi: in rosso c'è l'obiettivo che si è dato prima di partire, accanto uno smile per ogni contratto realizzato.

In queste sale non c'è il rito motivazionale che si vede in Tutta la vita davanti, il film di Paolo Virzì sul mondo dei call center, ma a ogni contratto concluso dai nuovi, c'è in sala training l'applauso dei colleghi. E così avviene nella sala grande se qualcuno raggiunge il numero di contratti per ottenere il bonus in busta paga. Un concetto ce l'hanno spiegato subito: serviamo solo se vendiamo. Perché la somma dei nostri contratti fa il risultato del team leader, i loro risultati sono il target della Mastercom col committente, Wind-Infostrada.

"Ma se l'azienda fissa gli obiettivi, mette a disposizione le sue strumentazioni e gestisce turni e assenze, si configura una posizione da lavoratore dipendente", spiega Davide Ferrario, del Nidil, il sindacato dei precari della Cgil. Dopo una settimana, il mio gruppo non esiste più. Eravamo in 17 il primo giorno, siamo rimasti in 5. L'ultimo contratto che vedo è di Luca, rimasto in sala training una settimana in più, mentre quelli arrivati con lui sono già nella sala grande. È stato 15 giorni in attesa di questo momento: contratto Adsl a una romena di 18 anni. A fine giornata, tira fuori il telefonino e immortala l'evento. Fa una foto alla lavagna col suo nome accanto al disegno di un visino sorridente.

di Sandro De Riccardis per Repubblica (17/10/2008)

USA: Washington approvò interrogatori con 'annegamento simulato'

"Nessuna ipotesi è da escludere": rispondeva così, nel febbraio scorso, il portavoce della Casa Bianca, Tony Fratto, durante un'udienza della Commissione del Senato sulle torture per annegamento.

Il cosiddetto 'waterboarding' è un'aberrante pratica che consiste nel versare acqua in faccia al torturato per simulare l'annegamento. L'acqua che entra nella gola provoca il 'riflesso faringeo', facendo credere che la morte sia imminente. Allora, Washington non escludeva nessuna ipotesi sull'uso di questa forma di tortura, proibita sia dalla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigioneri che dalle leggi Usa (Detainee Treatment Act e Military Commissions Act). La Cia aveva parlato di specifici contesti, nel 2002 e 2003, durante i quali veniva utilizzata la pratica del waterboarding. Oggi, le 'ipotesi' di cui parlava Fratto a febbraio sono confermate da alcuni 'memo', documenti segreti, di cui è entrato il possesso il quotidiano Usa Washington Post.

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Nel 2003 e nel 2004 - secondo quanto riferito dalla testata - la Casa Bianca appoggiò esplicitamente i duri metodi di interrogatorio da parte della Cia nei confronti dei sospetti terroristi. Il quotidiano cita quattro fonti ben informate della Cia e dell'amministrazione Bush che hanno chiesto l'anonimato. I documenti, finora riservati, sarebbero stati richiesti all'amministrazione dall'allora direttore della Cia, George J. Tenet, oltre un anno dopo che gli interrogatori segreti erano cominciati. L'agenzia investigativa, sempre secondo le rivelazioni del Washington Post, lo fece perchè preoccupata delle conseguenze sull'opinione pubblica di eventuali rivelazioni sui metodi di interrogatorio. In questa circostanza, i vertici dell'intelligence avvertirono la necessità dell'imprimatur scritto della Casa Bianca, anche se nel 2002 già il Dipartimento di giustizia aveva 'approvato' in via informale tali metodi.

La Cia temeva che la Casa Bianca potesse in un secondo momento, se messa alle strette da uno scandalo, prendere le distanze dai metodi usati dall'agenzia investigativa per interrogare i sospetti terroristi di al Qaida. Tenet richiese un documento di approvazione scritto già nel giugno 2003, durante una riunione del Consiglio per la sicurezza nazionale. Il memorandum di approvazione, dice il giornale, arrivò pochi giorni dopo. Poi nel giugno 2004 Tenet chiese alla Casa Bianca un nuovo documento scritto sulla scia dello scandalo per le torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Anche questa volta fu accontentato, dice il 'Post'.

Funzionari dell'amministrazione interpellati dal giornale hanno da parte loro confermato l'esistenza dei due documenti segreti, senza tuttavia riferire alcunchè sul loro contenuto.

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Lo scrittore e giornalista vicino ai conservatori Usa, Christopher Hitchens, ebbe a proporre una distinzione tra 'tecnica di interrogatorio estrema' e 'tortura', catalogando il waterboarding nella prima definizione. Invitato a provare in prima persona cosa si prova nel venir sottoposti al trattamento - e a sfidare le sue stesse argomentazioni -, l'intellettuale accettò: "Credetemi, è tortura", disse al termine dell'esperienza. Il suo racconto, pubblicato su Vanity Fair, riporta sia la brutalità del metodo e l'orrore che si prova nell'essere 'vicini all'annegamento', ma anche considerazioni circa la validità di informazioni raccolte sotto interrogatori 'estremi': "Gli interroganti, durante l''operazione', non avevano neppure il tempo di farmi domande. Se me le avessero fatte, avrei risposto immediatamente. Avrei risposto qualsiasi cosa".

di Luca Galassi per PeaceReporter

Nel 1991 venne sganciata una bomba atomica in Iraq?

In tempi in cui la credibilità internazionale degli USA si registra ai minimi storici di sempre, a causa delle ripercussioni internazionali e sistemiche prodotte all’interno dei mercati finanziari di tutti i continenti e dalle sconsiderate politiche ultraliberiste dell’amministrazione Bush, un’altra tegola – seppur non ancora pienamente accertata – potrebbe segnarne il definitivo collasso: ci si riferisce allo sconvolgente documentario intitolato “Le accuse del Veterano: la terza bomba nucleare” [<-- CLICCA QUI PER SCARICARE IL DOCUMENTARIO, n.d.BlogSenzaNome] andato in onda su Rainews24 alle ore 20 di Giovedì 9 ottobre e su RaiTre alle ore 5:30 di Venerdì 10 ottobre. Mancherebbe, infatti, solo la cosiddetta “pistola fumante”, ma tutte le evidenze raccolte fin’ora avvalorano le agghiaccianti rilevazione dell’ex veterano Jim Brown, ingegnere meccanico nella decima divisione montana di Fort Drum: il 27 febbraio del 1991, ultimo giorno del conflitto noto come “Desert Storm”, una bomba nucleare da cinque chilotoni sarebbe stata sganciata dal comando militare americano nell’area tra la città di Bassora e il confine con l’Iran.

A raccogliere le sconvolgenti dichiarazioni Maurizio Torrealta, giornalista responsabile del settore inchieste per Rainews24 e autore di straordinari documentari tra i quali “Falluja, la strage nascosta” dove si denunciò, per primi, l'impiego da parte dell'esercito statunitense di armi chimiche ai danni della popolazione irachena. A parlare è Jim Brown, un veterano dell'esercito americano con dieci anni d'esperienza. Nato nel 1965, Brown entra nell'esercito a 22 anni dove diventa ingegnere meccanico. Partecipa a Desert Storm in Arabia Saudita dal 25 settembre del 1990 al 16 Febbraio 1991 salvo poi rientrare per problemi familiari e cominciare ad accusare strani disturbi. Come altri veterani iniziò una lunga battaglia perché la sua malattia venisse riconosciuta. Si ammalò – a suo dire – a causa di un vaccino contro l'antrace che gli fu somministrato sempre in Arabia Saudita durante il conflitto. Nel 1997 viene ripreso ufficialmente per alcuni contrasti e degradato da ingegnere di quarto livello ad ingegnere di terzo livello: in seguito a quella degradazione, non potendo più svolgere le sue mansioni, fu congedato dall’esercito, ma con onore.

La sua attività nell'organizzazione dei veterani dell'esercito americano lo ha già portato ad essere citato dalla grande stampa, come nel caso di un articolo del 2003 pubblicato sul New York Times, e ad essere ascoltato dal Comitato di Consulenza della Presidenza degli Stati Uniti sulle malattie dei Veterani della Guerra del Golfo. Nell’intervista rilasciata a Maurizio Torrealta lancia accuse pesantissime ma molto precise: durante la prima guerra del Golfo una piccola bomba nucleare di 5 Chilotoni, sarebbe stata fatta esplodere tra la città irachena di Basra ed il confine con l'Iran. Se cosi fosse stato, si sarebbe trattato della terza bomba nucleare sganciata dagli americani sulla testa di civili inermi, dopo quelle di Hiroshima e Nagasaki.

Interrogato dal giornalista sul tipo di arma, risponde sicuro: “L'Arma è essenzialmente una bomba a penetrazione ad alta efficienza: quando viene sganciata penetra all'interno dell'obiettivo, in questo caso è penetrata all'interno del terreno ed è esplosa là dentro. Viene anche utilizzata per rendere inaccessibili certe aree. Significa in pratica che l'intera area viene investita dalle radiazioni. E' anche un messaggio molto efficace se volete dire a qualcuno di stare lontano da quel posto. Viene chiamata Bunker Booster ”. Se, infatti, una bomba nucleare di 5 Chilotoni è una bomba relativamente piccola, più piccola sia di quella di Hiroscima, che era di 16 Chilotoni, sia di quella di Nakasakhi, che era di 22, gli effetti della radioattività, però, sono sempre ugualmente terribili.

Molte sono le prove indirette, di carattere empirico, che avvalorano le rivelazioni del veterano: in primo luogo la registrazione della terribile onda d’urto generata dalla deflagrazione dell’ordigno. Nella banca dati online del Centro Sismologico Internazionale è stato infatti registrato, esattamente nell’area intorno alla città di Basra, un evento sismico di Magnitudo di circa 4,2 nella scala Richter; esattamente quello che provoca la forza di 5 Chilotoni.

Dai dati contenuti nel database del Centro risulta poi che l'unico evento sismico avvenuto durante i 43 giorni di Desert Storm è stato proprio l’evento di magnitudo 4.2 della scala Richther registrato nella zona descritta da Jim Brown . E' catalogato con il numero 342793 ed è avvenuto il 27 di Febbraio del 1991, proprio l'ultimo giorno del conflitto, alle ore 13:39. Il fenomeno è stato registrato da 9 centri sismici, 2 in Iran, 4 in Nepal , uno in Canada ,uno in Svezia ed uno in Norvegia. Si deve a questi ultimi due istituti la misurazione dell’intensità dell’esplosione. La sua profondità viene collocata nel primo livello superficiale che va da 0 a 33 km sotto il livello del suolo; dato questo che coincide con la descrizione data dal Brown di una bomba a penetrazione ad alta efficienza.

Contemporaneamente i casi di tumori, malformazioni e leucemie nella zona sarebbero cresciute esponenzialmente. Jawad Al Alì, responsabile del Reparto oncologico dell'ospedale di Bassora, intervistato da Torrealta, mostra durante il documentario i dati frutto delle ricerche: dai 34 casi di tumori del 1989 si è passati agli oltre 600 degli ultimi anni. Moltissimi all'interno delle stesse famiglie, un fenomeno assolutamente fuori dal comune. “Abbiamo assistito a una rarissima forma di slittamento dell'età legata a particolari tumori, bambini sotto i dieci anni affetti da malattie e malformazioni inspiegabili”. Tuttavia, se da una parte una straordinaria esposizione delle popolazioni indigene a forti radiazioni è stata dimostrata, non è però possibile, dall’altra, ricondurre il dato allo sganciamento di un ordigno nucleare. In quegli anni, infatti, faceva il suo debutto sul campo di battaglia un’altra terribile arma: l’uranio impoverito.

“L'uranio impoverito e l'uranio non impoverito – afferma sempre Jim Brown – mostrano entrambi una sorta di firma radioattiva che poteva permettere di confonderli uno con l'altro, di scambiarli l'uno con l'altro. Inoltre con l'uranio impoverito, gli effetti immediati che vengono provocati sugli individui, sui palazzi, sui veicoli, imitano in qualche modo gli effetti che vengono provocati da un’esplosione nucleare più grande come l'essicazione dei corpi, l'immediata distruzione delle strade, la perdita di sangue dagli occhi e dal naso. Le radiazioni rilasciate da piccoli proiettili all’uranio impoverito sono anch’esse sempre presenti, ma se questi proiettili vengono usati ripetutamente - come ad esempio nelle mitragliatrici dell’aereo A 10, un proiettile dopo l'altro, uno dopo l' altro - provocano un forte impatto di radiazioni, non solo nelle polveri che rilasciano, ma nelle radiazioni liberate dalle esplosione dei proiettili ”. Alla domanda sul se un massiccio utilizzo di questi proiettili sarebbe potuto servire ad occultare l’utilizzo di un vero e proprio ordigno nucleare, la risposta è secca: “Poteva coprire praticamente tutto quello che avveniva”.

Interrogato sul caso il dipartimento della Difesa ha così risposto: “Durante la guerra del Golfo del 1991 sono state usate solo armi convenzionali. Gli Stati Uniti hanno un certo numero di munizioni che hanno una capacità esplosiva di oltre 5000 pound (duemila tonnellate)… non è possibile per noi confermare il preciso incidente al quale vi riferite, ma se una bomba potente fosse stata sganciata in quel luogo è ragionevole supporre che la detonazione sarebbe stata registrata dalle attrezzature di rilevamento sismografico”. In una lettera successiva il Dipartimento della Difesa informò il caparbio giornalista italiano che si sarebbe potuto trattare della bomba BLU-82, che ha una capacità esplosiva di circa 7000 tonnellate, per poi tornare a ribadire che, durante la prima guerra del Golfo, furono utilizzate solo armi convenzionali. Tocca sottolineare, tuttavia, che la bomba BLU-82, detta anche “la madre di tutte le bombe” o “taglia margherite”, facendo reagire una miscela di ossigeno, idrogeno ed altri elementi nell' aria – e non sottoterra (!) – produce però una magnitudo 3 della scala Richter e non 4.2 come appare nei dati sismici.

Secondo l’ex veterano il medesimo ordigno nucleare sarebbe poi stato sganciato anche in Afghanistan tra l’1 e il 3 marzo del 2002. Uno scenario questo che, se confermato, segnerebbe la fine, una volta per tutte, di quella menzogna che vede gli USA come la più luminosa tra le democrazie occidentali. Facendo salvo, però, il beneficio del dubbio, non possiamo non unirci all’invito, rivolto dallo stesso Maurizio Torrealta, ai colleghi giornalisti di tutto il mondo: “Non possiamo da soli verificare definitivamente l'autenticità delle dichiarazioni, vista la complessità delle indagini – ha chiarito all'inizio della conferenza stampa svoltasi presso la sede nazionale dell'Fnsi, la Federazione nazionale dei giornalisti italiani – ma le ricerche, che auspichiamo vengano approfondite dagli organismi internazionali predisposti, si muovono in questa direzione” . Per ora, però, tutto tace.

di Ilvio Pannullo per Altrenotizie

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Quali controlli sulla libera informazione?

Una volta stabilito che, in democrazia, la libertà di stampa ha almeno la stessa importanza che ha l’autonomia e l’indipendenza della magistratura perché entrambi, sia pure in maniera diversa, sono contro-poteri, necessari per garantire che il potere legislativo e quello esecutivo (che - come ho detto - ormai in Italia sono tutt’uno) non si impadroniscano dello Stato, gestendolo nell’esclusivo interesse di una ristretta oligarchia (sono comunque qualche migliaio di persone); resta da stabilire se e quali controlli debbano essere organizzati intorno alla libera informazione.

E’ ovvio che l’informazione deve essere obbiettiva, autoregolamentata, di buon gusto etc.; ma, e se non lo fosse? Se l’informazione fosse diffamatoria, faziosa, asservita, propagandistica? Dovremmo controllarla? Dovremmo apporle dei limiti? Dovremmo sanzionarla?
Si, certamente dovremmo sanzionare un’informazione falsa e diffamatoria. E in effetti il codice penale prevede all’articolo 595 il reato di diffamazione. Ma nient’altro: perché una cosa è punire l’abuso (cosa sacrosanta) e altra cosa è evitarlo attraverso un intervento preventivo. E’ evidente infatti che la pretesa di garantire in via preventiva il rispetto dei “limiti” (anche giusti) da parte dell’informazione presuppone un “controllore”, qualcuno che, dopo aver stabilito quali siano questi limiti, o essere stato delegato a far rispettare limiti stabiliti da altri, abbia il potere di imporre preventivamente alla stampa cosa pubblicare e cosa no, quali informazioni dare e quali no, quali commenti fare e quali no.

Già detta così è del tutto evidente che un sistema del genere non permetterebbe libertà di stampa. Ma c’è di più, poiché è di nuovo ovvio che i “limiti” sarebbero stabiliti dal legislatore, cioè dalla classe politica, cioè proprio da quella categoria che ha il massimo interesse al controllo dell’informazione, che significa controllo dell’opinione pubblica, controllo dei cittadini, garanzia di  gestione del potere a fini propri e dei propri sodali.

Tutto ciò, già ovvio a livello puramente teorico; diventa lapalissiano in un Paese come il nostro, con la classe politica che ci ritroviamo. Del resto (ed è, mi sembra, un argomento decisivo) solo l’informazione di una stampa libera, perché non preventivamente controllata, ha arginato in qualche modo l’informazione televisiva, che è caratterizzata proprio da quei “controlli” preventivi sugli eventuali “abusi” che ne hanno fatto un semplice ed efficacissimo strumento di propaganda a reti unificate, strumento che con l’ “informazione” proprio non ha più nulla a che fare.

Ciò non significa che ogni abuso della libertà di stampa non debba essere sanzionato: diffamazione e calunnia continuano ad essere i confini che non debbono essere superati; e un adeguato codice di autoregolamentazione, sanzionato ad opera dello stesso ordine professionale che ha interesse a garantire la libertà di stampa e ad evitarne gli abusi, sono garanzie sufficienti e comunque non incrementabili per un corretto esercizio del diritto/dovere all’informazione.

Ma vale la pena di sottolineare un altro problema: la pretesa di garantire la libertà di stampa ed assicurare, contemporaneamente, che non se ne abusi è tipica di questi tempi di “cerchiobottisti”.
Quante volte abbiamo sentito i più illuminati politici e maîtres à penser spiegare con sussiego come sia necessario contemperare i due interessi, quello rappresentato dalla libertà di stampa e quello della tutela della riservatezza individuale? Non uno che abbia mai detto che si tratta di una convivenza impossibile, che non esiste un modo per prevenire l’abuso perché questo significherebbe sottoporre la stampa a controllo preventivo, che al massimo si può (e si deve) sanzionare chi non rispetta le regole e che, alla fine, l’abuso è il prezzo da pagare per garantirsi la libertà.

Ecco, questo è il problema principale: nessuno vuole pagare i prezzi richiesti dai beni di cui si vuole godere.

Gli americani hanno una frase lapidaria (non mi ricordo il testo originale) per spiegare questa legge naturale: non esistono pasti gratis.
Non si può godere di libertà senza abuso; di efficienza senza regole, di ricchezza senza sacrifici etc. etc. etc.

Ragionare in maniera diversa significa credere che esista il moto perpetuo, il paradiso (in terra, poi se qualcuno si vuole consolare con il regno dei cieli beato lui), la bontà universale etc. etc.
Ecco perché la stizza o lo sdegno per il “processo mediatico” conseguente alla pubblicazione di intercettazioni telefoniche, esibiti dal politico di turno accusato di corruzione, falso in bilancio, aggiotaggio, frode fiscale, abuso in atti d’ufficio e insomma di tutto lo squallido e redditizio panorama criminale proprio della classe politica italiana sono, in sé, oltre che non disinteressati, un gravissimo attacco alla democrazia. Perché aggrediscono la stampa libera, quella che ha permesso ai cittadini, in tutti questi anni, di conoscere e valutare le azioni, direi di più, lo stile della classe politica italiana.

Vorremo mica fare come D’Alema che si lamentava perché, diceva in occasione della pubblicazione delle intercettazioni sulle scalate bancarie dei furbetti del quartierino aiutati dal governatore della Banca d’Italia Fazio, “qui si pretende di mettere sotto processo un’intera classe dirigente?”

Certo che le classi dirigenti vanno messe sotto processo, ci mancherebbe altro; vanno processate e condannate o assolte da un’opinione pubblica correttamente e completamente informata; se non si facesse sempre così (ma purtroppo si riesce a farlo sempre meno, sempre tra maggiori proteste e reazioni) si finirebbe con il vivere in un regime e non in un Paese libero e democratico.

Per essere chiari, questa è la fine che ci attende se passerà la riforma delle intercettazioni proposta dall’attuale governo.

di Bruno Tinti, Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino, per Chiarelettere (03/10/2008)

L'etica dei palloni gonfiati - Marco Travaglio (06/10/08)

I processi al Cavaliere sono finora 17: 5 in corso (corruzione Saccà, corruzione senatori, corruzione giudiziaria Mills, fondi neri Mediaset, Telecinco in Spagna) e 12 già conclusi, più varie indagini archiviate (6 per mafia e riciclaggio, 2 per le stragi mafiose del 1992-93, ecc.). Ricapitolando, nel dettaglio. Nei 12 processi già chiusi, le assoluzioni nel merito sono solo 3: 2 con formula dubitativa (comma 2 art.530 Cpp) per i fondi neri Medusa e le tangenti alla Finanza (insufficienza probatoria), 1 con formula piena per il caso Sme-Ariosto/1. Altre 2 assoluzioni All Iberian/2 e Sme-Ariosto/2 - recano la formula il fatto non è più previsto dalla legge come reato: limputato se lè depenalizzato (falso in bilancio). Per il resto: 2 amnistie per la falsa testimonianza sulla P2 e un falso in bilancio sui terreni di Macherio; e 5 prescrizioni, grazie alle attenuanti generiche, che si concedono ai colpevoli, non agli innocenti: All Iberian/1 (finanziamento illecito a Craxi), caso Lentini (falso in bilancio con prescrizione dimezzata dalla riforma Berlusconi), bilanci Fininvest 1988-92 (idem come sopra), 1500 miliardi di fondi neri nel consolidato Fininvest (come sopra), Mondadori (corruzione giudiziaria del giudice Metta tramite Previti, entrambi condannati).

Marco Travaglio

A Catania 140 milioni per evitare la bancarotta. E ai Comuni che rispettano le regole?

Il Comune di Catania è fallito perché i Sindaci, soprattutto il medico di Silvio Berlusconi, Umberto Scapagnini, hanno dilapidato i soldi pubblici.
I nostri Comuni invece rispettano da sempre il patto di stabilità e gli equilibri di bilancio con grandi difficoltà e sacrifici per mantenere, nonostante i continui tagli di risorse, i servizi per i cittadini.

Ora il Governo Berlusconi con il Ministro Tremonti e il Ministro Maroni hanno regalato 140 milioni di euro al Comune di Catania, mentre continuano a tagliare le risorse per i nostri Comuni.
Forza Italia, An e la Lega dei nostri Comuni accettano questa decisione del Governo?
Tocca ancora una volta a noi pagare per i disastri dell’ex Sindaco di Catania, solo perché è il medico di Berlusconi?

Chiediamo che a tutti i Comuni, a cominciare da quelli virtuosi, il Governo dia in proporzione gli stessi soldi che ha dato a Catania.

 

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Documento firmato da:

Mario Soldano, Sindaco di Cologno Monzese
Gianfranco Massetti, Sindaco di Paderno Dugnano
Giorgio Oldrini, Sindaco di Sesto San Giovanni
Roberto Cornelli, Sindaco di Cormano
Fortunato Zinni, Sindaco di Bresso
Lino Volpato, Sindaco di Cusano Milanino
Angelo Zaninello, Sindaco di Cinisello Balsamo

 

Il mondo drogato della vita a credito

Un quotidiano britannico ha pubblicato la storia di un cinquantunenne che ha accumulato un debito di 58mila sterline su 14 carte di credito e finanziamenti vari. Con l'impennata dei costi del carburante, dell'elettricità e del gas non riusciva più a pagare gli interessi.

Deplorando, col senno di poi, la sconsideratezza che lo ha gettato in questa situazione spiacevole se la prendeva con chi gli aveva prestato il denaro: parte della colpa è anche loro, diceva, perché rendono terribilmente facile indebitarsi. In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, una coppia spiegava di aver dovuto drasticamente ridurre il bilancio familiare, ma esprimeva anche preoccupazione per la figlia, una ragazza giovane già pesantemente indebitata. Ogni volta che esaurisce il plafond della carta di credito subito le viene offerto in prestito altro denaro. A giudizio dei genitori le banche che incoraggiano i giovani a prendere prestiti per acquistare, e poi altri prestiti per pagare gli interessi, sono corresponsabili delle sventure della figlia.

C'era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l'Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi. La storiella mirava ad esaltare l'intuito imprenditoriale aggressivo, criticando la filosofia prevalente all'epoca secondo cui il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l'offerta seguiva l'andamento della domanda. Nel giro di qualche decennio la filosofia imprenditoriale si è completamente capovolta. Gli agenti di commercio che la pensano come il primo rappresentante sono rarissimi, se ancora esistono. La filosofia imprenditoriale vigente ribadisce che il commercio ha l'obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni, deve creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti e identifica il compito dell'offerta col creare domanda. Questa tesi si applica a qualsiasi prodotto, venga esso dalle fabbriche o dalle società finanziarie. La suddetta filosofia imprenditoriale si applica anche ai prestiti: l'offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi.

L'introduzione delle carte di credito è stata un segno premonitore. Le carte di credito erano state lanciate sul mercato con uno slogan rivelatore e straordinariamente seducente: "Perché aspettare per avere quello che vuoi?". Desideri una cosa ma non hai guadagnato abbastanza per pagarla? Beh, ai vecchi tempi, ora fortunatamente andati, si doveva procrastinare l'appagamento dei propri desideri: stringere la cinghia, negarsi altri diletti, essere prudenti e parchi nelle spese e depositare il denaro così racimolato su un libretto di risparmio nella speranza di riuscire, con la cura e la pazienza necessarie, ad accumularne abbastanza per poter realizzare i propri sogni. Grazie a Dio e al buon cuore delle banche non è più così! Con la carta di credito si può invertire l'ordine: prendi subito, paghi dopo. La carta di credito rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione: avere le cose nel momento in cui le vuoi, non quando te le sei guadagnate e te le puoi permettere.

Questa era la promessa, ma sotto c'era anche una nota in caratteri minuscoli, difficile da decifrare anche se facile da intuire in un momento di riflessione: quel perenne "dopo" ad un certo punto si trasformerà in "subito" e bisognerà ripagare il prestito. Il pagamento dei prestiti contratti per non aspettare e soddisfare subito i vecchi desideri, renderà difficilissimo soddisfarne di nuovi... Non pensare al "dopo", significò , come sempre, guai in vista. Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo. Sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriva la consapevolezza che allo sgradevole differimento dell'appagamento si è sostituito un breve differimento della vera terribile punizione per l'essere stati precipitosi. Ci si può togliere uno sfizio quando si vuole, ma anticipare il diletto non lo renderà più abbordabile... In ultima analisi, sarà differita solo la presa di coscienza della triste realtà.

Per quanto nociva e dolorosa, questa non è l'unica nota in caratteri minuscoli sotto la promessa del "prendi subito, paga dopo". Per evitare di limitare ad un solo prestatore il profitto derivante dalle carte di credito e dai prestiti facili, il debito contratto doveva essere (e così è stato) trasformato in un bene che procuri profitto permanente. Non riesci a ripagare il tuo debito? Non preoccuparti: a differenza degli avidi prestatori di denaro vecchio stile, ansiosi di veder ripagate le somme prestate entro termini ben precisi e non differibili, noi prestatori di denaro moderni e disponibili non ti chiediamo indietro i nostri soldi, bensì ci offriamo di prestartene altri per pagare il vecchio debito e avere un po' di disponibilità (cioè di debito) in più per toglierti nuovi sfizi. Siamo le banche che dicono "sì", le banche disponibili, le banche col sorriso, come diceva una delle pubblicità più geniali.

Quello che nessuno spot diceva apertamente, lasciando la verità ai cupi presagi del debitore, era che le banche prestatrici in realtà non volevano che i debitori pagassero i debiti. Se lo avessero fatto entro i termini non sarebbero stati più in debito, ma sono proprio i loro debiti (il relativo interesse mensile) che i moderni, disponibili (e geniali) prestatori di denaro hanno deciso, con successo, di riciclare come fonte prima del loro profitto costante, assicurato (e si spera garantito). I clienti che restituiscono puntualmente il denaro preso in prestito sono l'incubo dei prestatori. Le persone che si rifiutano di spendere denaro che non abbiano già guadagnato e si astengono dal prenderlo in prestito, non sono di alcuna utilità ai prestatori - perché sono quelli che (spinti dalla prudenza o da un senso antiquato dell'onore) si affrettano a ripagare i propri debiti alle scadenze. Una delle maggiori società di carte di credito presenti in Gran Bretagna ha suscitato pubbliche proteste (che certo avranno vita breve) nel momento in cui ha scoperto il suo gioco rifiutando il rinnovo delle carte ai clienti che pagavano ogni mese il loro intero debito, senza quindi incorrere in sanzioni finanziarie.

L'odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell'uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l'industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l'industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare...

Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni - anni di apparente prosperità senza precedenti - del 22 per cento. L'ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E, cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L'insegnamento dell'arte di "vivere indebitati", per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali... Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile.

La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita: il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell'indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla "normalità". Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza.

Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest'occasione è che l'uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d'uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga.

Andare alle radici del problema non significa risolverlo all'istante. È però l'unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all'enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi, sofferenze delle crisi di astinenza.

di Zygmunt Bauman, traduzione a cura di Emilia Benghi per Repubblica

Quali razzisti... al massimo siamo ratzisti

Il ministro Maroni ci dice che non c’è un’emergenza razzismo. Al massimo degli episodi isolati. Come dire che che invece dell’emergenza razzismo c’è del razzismo che emerge. In effetti non dubitavamo che prima o poi dovesse venire a galla, contando che non è che si stesse nascondendo gran che, negli ultimi anni.

E comunque quello di preoccuparsi solo delle emergenze è un bel sistema. Per affermare che in Italia non c’è un’emergenza, su qualsiasi problema, in fondo basta aspettare qualche anno, per essere certi che sia diventato endemico.

Il presidente del Senato Schifani fa pure di meglio: dice che è impossibile che in Italia esista il razzismo perché non ci sarebbe nel nostro Dna. Questo, signori, è un capolavoro: praticamente sostiene che gli italiani non possono essere razzisti per una questione di razza.

Potremmo definirlo un colpo di genio ingenuo di chi si ingegna di genetica. Temo comunque che ancora per un po’ il presidente del Sanato si vedrà sfuggire il Nobel per la biologia, almeno fino a che non riuscirà a spiegare scientificamente che i nostri concittadini che sono evidentemente razzisti non hanno il patrimonio genetico italiano, oppure che in realtà fanno solo finta.

Noterei che invece del razzismo in Italia si preoccupa, e parecchio, Papa Ratzinger.
Suppongo che secondo Schifani potrebbe trattarsi di una preoccupazione innata nel Pontefice, insita nel cognome.

di Chicco Gallus per E Polis Milano

Legge Alfano, buona fede cattivi consigli (Ma non è il Court-Packing Plan!)

Si resta francamente allibiti di fronte alla reazione del Presidente del Consiglio  alla notizia che il Tribunale di Milano, nel giudizio che vede Silvio Berlusconi imputato di frode fiscale in relazione ai c.d. diritti Mediaset,  ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 1 e 7 della legge n. 128 del 2008 (legge Alfano) per contrasto con gli artt. 138 e 136 Cost. Da quel che ho letto in più di un quotidiano egli avrebbe detto: «Sono assolutamente convinto che passerà al vaglio della Consulta», ma in caso contrario «servirebbe una profonda riflessione sulla giustizia…».

Il pensiero del costituzionalista non può non correre alla altrettanto violenta reazione che ebbe il Presidente F.D. Roosevelt dinanzi a due decisioni della Corte Suprema che sembravano mettere in discussione le stesse fondamenta del New Deal. E poiché quattro dei sei giudici che si erano pronunciati per l’incostituzionalità delle leggi volute da Roosevelt erano più che settantenni, egli fece presentare un disegno di legge che poneva gli ultrasettantenni di fronte al seguente dilemma: o dimettersi dalla carica ricoperta oppure sopportare la nomina, da parte del Presidente Roosevelt, di un altro giudice in più. In altre parole, qualora i giudici non si fossero dimessi, la conseguenza sarebbe stata questa: essendo i giudici ultrasettantenni complessivamente sei, la Corte Suprema sarebbe passata da nove a un massimo di quindici giudici. Il che dall’allora Chief Justice venne considerato catastrofico. Ciò che però fece fallire il Court-Packing Plan non furono i parlamentari repubblicani all’opposizione, ma fu la reazione, in nome dei principi della Costituzione, degli stessi senatori democratici guidati dal senatore Burton K. Wheeler.

Di ben diverso spessore politico è la legge Alfano. Com’è noto, essa non mira al progresso economico e sociale in Italia, come il New Deal negli Stati Uniti, ma dispone soltanto, alla stregua della precedente legge Schifani (dichiarata incostituzionale con la sentenza n. 24 del 2004), l’improcedibilità temporanea per i processi penali relativi ai «reati comuni» commessi, anche prima del giuramento, dai titolari delle quattro alte cariche dello Stato: tra cui quella ricoperta, ora come allora, dal Presidente Berlusconi.

Non sto qui a ripetere, per ragioni di spazio, i molti argomenti per cui la legge Alfano non è meno incostituzionale della legge Schifani. Chi lo volesse, potrebbe leggerli in un mio saggio intitolato «”Cinque pezzi facili”: l’incostituzionalità della legge Alfano» sul sito www.associazionedeicostituzionalisti.it .

Qui vorrei limitarmi a sottolineare un aspetto della vicenda del lodo Alfano che potrà sorprendere.

Io ritengo che Berlusconi sia in buona fede nel sostenere la legittimità della legge n. 124 del 2008, così come era certamente in buona fede il Presidente Napolitano che l’ha promulgata, affermando che il suo «unico punto di riferimento è stato la sentenza della Consulta».

Il guaio è che i consiglieri dell’uno e dell’altro e i pochissimi costituzionalisti che si sono schierati in difesa della legge Alfano si sono basati su due argomenti entrambi errati, magari spinti - i consiglieri del Cavaliere - dal desiderio di  compiacerlo.

Il primo argomento - e cioè che la Corte avrebbe lasciato impregiudicato il problema della violazione, o meno, dell’art. 138 Cost. - è davvero un argomento inconsistente. La sentenza n. 24 del 2004 è stata una decisione d’incostituzionalità ai sensi degli artt. 3 e 24 Cost. Orbene, se gli artt. 3 e 24 Cost. hanno costituito il «parametro» alla cui luce è stata dichiarata l’incostituzionalità dell’art. 1 della legge n. 140 del 2003, vuol dire che gli artt. 3 e 24 Cost. si ponevano come «gerarchicamente superiori» alla legge n. 140. Ma se ciò è vero, come è possibile sostenere che la legge n. 140 avesse, in quanto legge ordinaria, la forza normativa necessaria e sufficiente per modificare le norme costituzionali in forza delle quali l’art. 1 cit. è stato  dichiarato incostituzionale?

 Ergo, la Corte costituzionale, sia pure implicitamente, ha risolto anche il problema della necessità della forma costituzionale. Che poi la Corte non l’abbia detto esplicitamente nel dispositivo, non significa nulla, avendo la Corte stessa espressamente sottolineato che «Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale». D’altra parte, con riferimento all’art. 3 Cost., la Corte costituzionale non ha forse ribadito più di una volta (prima della sentenza n. 24 del 2004) che il principio d’eguaglianza è un principio supremo dell’ordinamento che non potrebbe essere inciso neppure con una legge costituzionale?

    Secondo argomento. La legge n. 128 del 2008 - come non si stanca di ripetere il Ministro Alfano - è venuta incontro a tutti i rilievi critici contenuti nella sentenza n. 24 del 2004. Non è esatto. I suoi consiglieri non sono stati precisi. La legge n. 124 del 2004 reitera infatti l’errore della legge n. 140 del 2003 almeno sotto tre profili: a) perché prevede un automatismo generalizzato nell’applicazione dell’improcedibilità che non tiene conto della diversità delle fattispecie criminose e degli elementi di fatto; b) perché viola il principio della ragionevole durata dei processi, che non è posto a garanzia del solo imputato, ma dello stesse esercizio della funzione giurisdizionale; c)  perché non tiene conto del fatto che la posizione dei Presidenti delle assemblee e del Presidente del Consiglio non può essere diversificata rispetto alla posizione giuridica, rispettivamente, dei parlamentari e dei Ministri. Per cui, fin quando non venga introdotta, con una legge costituzionale, una nuova generale disciplina dell’immunità parlamentare (diversa, ovviamente, dalla sospensione obbligatoria dei processi), l’immunità, ancorché temporanea, dei Presidenti delle assemblee e del Presidente del consiglio dei Ministri per i processi relativi a reati comuni dovrà necessariamente essere la stessa di quella attualmente prevista per i parlamentari. 

Ebbene, se tutto questo fosse stato rappresentato al Presidente della Repubblica, difficilmente egli avrebbe promulgato una legge eversiva del pari trattamento dei cittadini davanti alla legge con riferimento a reati comuni. E, forse, il Presidente Berlusconi, nell’intervista di un paio di giorni fa, non sarebbe trasceso con toni così minacciosi, perché si sarebbe reso conto che, diversamente da quello che gli hanno detto, non ha affatto «ragione da vendere».

di Alessandro Pace, Professsore ordinario di diritto costituzionale nella Facoltà di giurisprudenza dell’Università «La Sapienza» di Roma e Presidente dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, per Europa (1° agosto 2008)

Il ventennio di Berlusconi

Nel corso dell'estate, sottovalutando il rischio che il solleone avesse ulteriormente infrollito il già scarso acume dei commentatori politici e giornalistici italiani, ho pubblicato sul Manifesto (6 agosto) un articolo («Più del fascismo»), in cui mi sforzavo di collocare Berlusconi e il berlusconismo nel solco della storia italiana contemporanea.

Apriti cielo: quali analogie ci possono essere mai tra Berlusconi e Mussolini, tra berlusconismo e fascismo? Ovviamente nessuna: non sono mica scemo. Io non ho inteso - e non ho scritto - che Berlusconi è come Mussolini né che il berlusconismo è come il fascismo: io ho inteso, e scritto che - nella specificità e peculiarità delle rispettive identità - sono peggio. Di questo inviterei a discutere, non delle fittizie (e talvolta tendenziose letture) che di quel testo sono state date. Per favorire tale (peraltro improbabile) obiettivo aggiungerei qualche argomento al già detto.

Richiamo l'attenzione (se c'è ancora qualcuno disposto a prestarmene) sull'«incipit» di quell'articolo: «Il terzo governo Berlusconi rappresenta il punto più basso nella storia d'Italia dall'Unità in poi». Di questa frase è soggetto implicito l'Italia : certo, soggetto in sé astratto, difficile da definire, come tutti quelli che se ne sono occupati sanno, connotato tuttavia, nonostante tutto, da una storia e da alcuni dati identitari comuni di lunga durata; ancora più astratto, forse, ma ancor più ancorato a una storia e ad alcuni dati identitari comuni, se consideriamo l'Italia sotto specie di Nazione («dall'Unità in poi...», appunto), ossia di quel conglomerato di fattori politico-ideal-istituzionali, di cui ci apprestiamo a celebrare (2011) il 150˚ anniversario, proprio nel momento in cui - questo è ciò che sostengo - quel conglomerato sembra in fase di dissoluzione.

Ebbene, per valutare a che punto è arrivato tale processo, e anche per operarne alcuni confronti sul piano storico (storico, ripeto, non etico-politico), bisognerà individuare alcuni indicatori, che ci facciano capir meglio di cosa stiamo parlando. Parliamo una volta tanto, se siamo d'accordo su questo punto di partenza, dell'Italia, più esattamente dell'Italia come nazione (altri punti di vista ovviamente sono legittimi e possibili; quello di «classe» ovviamente non ci è estraneo, ma noi questa volta, per l'eccezionalità della situazione in cui ci troviamo, riteniamo preferibile questo). Poiché si parla dell'Italia, e dell'Italia come nazione, pare a me che gli indicatori fondamentali non possano che essere questi tre: l'unità (e il senso dell'unità), il rapporto del cittadino con le istituzioni (e cioè, anche, il senso della distinzione tra pubblico e privato) e il rapporto del presente con la tradizione italiana (e cioè il senso dell'identità e dell'appartenenza nazionali). Da tutti e tre questi punti di vista il berlusconismo è peggio del fascismo, o per lo meno si sforza tenacemente di esserlo.

Dal punto di vista dell'unità la fondatezza di tale affermazione è lampante. Nel governo Berlusconi siede come ministro delle riforme (!) un signore il quale si batte fieramente (ed esplicitamente) per la disarticolazione e frammentazione dell'unità politicoeconomico-istituzionale e identitaria del paese. Si tratta di un processo, evidentemente: ma che diffonde una cultura politica e un senso comune avversi a tutte le definizioni topiche dell'essere «italiano» . Il berlusconismo ingloba questa fenomenologia e la fa propria; se non altro perché al presidente del consiglio unità o non unità nazionali sono del tutto indifferenti, purché la macchina del potere resti tutta in ogni caso nelle sue mani.

Secondo indicatore: il rapporto del cittadino con le istituzioni non è mai - ripeto, mai - stato così mortificato dal punto di vista della prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici. Ovviamente una dittatura tutela comunque i suoi esponenti dalle eventuali contestazioni pubbliche. Ma nessuna dittatura europea del Novecento (e dunque neanche il fascismo) ha fatto dell'interesse privato del leader (e dei suoi accoliti) il fulcro intorno a cui far ruotare l'elaborazione e la promulgazione delle leggi e persino l'esercizio della giustizia. Lo «Stato etico» rappresenta senza ombra di dubbio una torsione intollerabile nella lunga e tormentata storia dello «Stato di diritto» moderno. Ma il livello di corruzione (inteso il termine anche questa volta in senso puramente fatturale: come un aspetto, una forma, una modalità della macchina del potere) raggiunto dal berlusconismo non trova eguali nell'esercizio fascista delle istituzioni e del potere, almeno formalmente rimasto al rispetto o addirittura all'esaltazione della legge, per quanto dispotica (naturalmente sarebbe troppo ingeneroso arrivare a contrapporre ad Alfano e Ghedini le figure di Rocco e Gentile...).

Nel terzo indicatore precipitano e si moltiplicano tutte le nefaste conseguenze degli altri due. Il fascismo ebbe con la tradizione italiana un rapporto distorto ma vistoso: volle ristabilire a modo suo (un modo esecrabile, non ci sarebbe bisogno di dirlo da parte mia) la continuità con il Risorgimento, vanificata e interrotta secondo lui dalla tarda, sconnessa e impotente esperienza liberale. Il berlusconismo non ha nessun rapporto, né buono né cattivo, con la tradizione italiana: il suo eroe eponimo è un homo novus che spinge ai limiti estremi la sua totale mancanza di radici, in sostanza niente di più di un abile affarista, che usa il pubblico per incrementare e proteggere il suo privato e il privato per possedere senza limitazioni il pubblico. Tutto ciò che ha a che fare con etica e politica dello Stato di diritto moderno gli è estraneo. Ha tratto anche lui la sua forza dall'impotente declino e dalla irreversibile crisi di questo regime liberal-democratico: nasce cioè e vive da una corruzione, non da una reazione, come invece presunse di fare il fascismo (da intendersi anche in questo caso ambedue i termini in senso politico-istituzionale, non etico-politico).

Ora, nella storia italiana post-unitaria, di cui si diceva, è innegabile che a fondare il nocciolo più duraturo della nazione siano stati il Risorgimento prima e la Resistenza poi: da considerare quest'ultima - come fu da molti protagonisti di diverse parti politiche e ideali considerata - una realizzazione più avanzata ma consequenziale del primo. Ma se al Cavaliere nulla importa dei valori di democrazia e del rispetto delle regole (Carta Costituzionale, separazione dei poteri, rapporto elettori-istituzioni, ecc.), cosa dovrebbe importargli non dico della Resistenza, ma dello stesso Risorgimento, che bene o male ha fondato unità e identità italiane nazionali e dato inizio al processo di costruzione di una società (sia pure limitatamente) democratica nel rispetto delle regole? La «rottura storica», alla quale egli, senza sforzo e senza neanche pensarci, si sottrae, non è quella del 1945, è quella del 1861-1870: Cavour è più lontano da lui di Palrmiro Togliatti.

Rispondiamo ora, per andare verso la conclusione, all'ultima, più insidiosa e forse più legittima obiezione al nostro ragionamento precedente: si può comparare una democrazia (quale che sia) a una dittatura, arrivando alla conclusione che la democrazia è peggiore della dittatura? Mah, non lo so. Non vedo però che cosa ci sia di male a tentare un confronto, se non altro per capire meglio cosa ci sta accadendo oggi (non è così che si formano i parametri di giudizio storici?). Il fascismo è stato «il male assoluto»? Proviamo a pensare cosa sia per essere e per produrre il «male relativo» nel quale noi attualmente viviamo: «male relativo», ma endemico, profondo, penetrato in tutte le fibre. Quel che mi sembra di vedere dal mio angolo visuale è la crescita di una sorta di dittatura (De Mauro: «governo autoritario, in cui il potere è concentrato nelle mani di uno solo»), ma di tipo nuovo, democratico-populista, fondata non sulla violenza e sulla coercizione esplicite ma sul consenso (come faceva, a modo suo, anche il fascismo...) ed esercitata con un astuto, davvero inedito in Europa mix di suggestioni mediatiche, stravolgimenti istituzionali e intermediazioni affaristiche.

Il «modello» - che, come tutti i modelli forti, è politico, culturale e persino antropologico - sta penetrando in profondità e sta facendo fuori la continuità storica su cui si sono fondati finora l'identità e i valori «italiani» al cospetto del mondo. Alla fine del processo non ci sarà una nazione (pur nei limiti ben noti in cui tale processo si è sviluppato nei centocinquant'anni che ci stanno alle spalle) ma solo un mero aggregato di stati-vassalli (di varia natura: economici, corporativi, regionali, ecc.), che troveranno la loro unità unicamente nel fare riferimento al solo Capo. Per questo, - non per motivi più tecnici e circoscritti, come qualcuno cede alla tentazione di argomentare, lasciandosi cullare dal sogno delle «riforme condivise» - vanno fatte fuori le articolazioni finora più autonome e indipendenti dello stato, in primissimo luogo la magistratura e la scuola: esse, infatti, in questo momento, per il solo fatto di conservare la loro indipendenza, costituiscono l'ostacolo maggiore alla compiuta realizzazione di tale disegno (naturalmente, mi rendo conto che, se le cose stanno come dico, la parte più interessante del discorso consisterebbe nel chiedersi come mai tale disegno distruttivo proceda attraverso il consenso: ma cosa sia diventato il popolo italiano in questi ultimi vent'anni, a cosa aspiri, in cosa creda, merita un discorso a parte, che prende ancora più di petto la politica, e che forse un giorno faremo).

La conclusione, cui pervenivo nel mio precedente articolo, va oggi ribadita: per quanto non esista in Italia forza politica, uomo politico, in grado attualmente d'intenderla e di praticarla. Per combattere un simile flagello ci vorrebbe un partito, un movimento, un'opzione al tempo stesso politica e culturale, capaci di coniugare la difesa della patria-nazione con quella degli strati più nuovi, più reattivi e più a rischio della società italiana contemporanea (molto a rischio: alla catastrofe nazionale s'accompagnerà, non c'è ombra di dubbio, la catastrofe economico-sociale). Ma dov'è? E, visto che non c'è, quanto ci metterà per nascere, o rinascere?

P.S. Il modo migliore di manifestare solidarietà a un giornale è di scriverci sopra. Aggiungerò che i rischi che corre attualmente una testata come il manifesto rappresentano la manifestazione esemplare di quanto avviene in Italia e che ho cercato di descrivere nelle righe precedenti. Il lettore tiri le somme e saprà cosa fare.

di Alberto Asor Rosa per Il Manifesto (01/10/2008)

Facciamo l'ipotesi che...

"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?

Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare  le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.

Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"


Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l'11 febbraio 1950

In Italia è davvero tornato il fascismo?

Riteniamo sia dovere di ogni cittadino porsi questa domanda dopo aver visto il video qui sopra, pubblicato dal Corriere del Mezzogiorno: "Premier a Napoli, ad un manifestante viene impedito di esporre un cartello"

Nel caso in cui anche su youtube dovesse essere censurato, provate a questo link.

Lo stretto rapporto tra Informazione e Democrazia...

Mi ero ripromesso di scrivere sul rapporto tra democrazia e informazione [v. link]. E adesso mi rendo conto che rischio di mettere in fila una serie di luoghi comuni.
Così ho pensato di utilizzare un esempio.
Ai tempi di Mani Pulite, tranne uno zoccolo duro di politici inquisiti o inquisendi, amici e amici degli amici di questi politici, anche loro in odore di inquisizione; tranne questa gente, tutti erano contentissimi della ventata di aria fresca che faceva volare il putridume della politica.
Poi, piano piano e però sempre più in fretta, il vento è cambiato.
Non è difficile capire perché.

Partiamo da lontano, dai Tre Moschettieri. In Il Visconte di Bragelonne (come tutti sanno, si tratta dell’ultimo volume della serie) Dumas mette in scena la morte di Mazzarino, il Cardinale che governò la Francia per quasi 40 anni; e descrive l’incontro con il giovanissimo Luigi XIV che va a fargli visita sul letto di morte. Luigi chiede a Mazzarino: “Cardinale, voi che mi avete così fedelmente servito e mi avete insegnato tutto quello che so, datemi un ultimo consiglio”. E Mazzarino, con l’ultimo respiro gli dice “Sire non assumete mai più un primo ministro”.
Luigi se ne ricordò sempre, governò senza controlli e senza controllori; diventò il Re Sole, padrone della Francia e, per lungo tempo, dell’Europa.

Così è successo con la nostra classe politica (che però è parecchio meno entusiasmante del Re Sole): Mani Pulite? Mai più! E, scientificamente, si è applicata su un doppio versante: la distruzione del sistema giustizia, attraverso leggi costruite apposta per non consentire il processo penale. e il bavaglio all’informazione.
Sul primo punto abbiamo già parlato un po’ e ancora parleremo.
Ma perché il secondo? Perché il bavaglio all’informazione?

Qui la cosa è un po’ complessa. E’ ovvio che la distruzione del sistema giustizia e, anche, una certa incapacità della magistratura ad interpretare il suo ruolo in maniera organizzata ed efficiente, hanno cagionato malcontento e sfiducia nei cittadini. Nessuno si fida più del processo, della giustizia, dei giudici. Quando la spazzatura è nelle strade la gente se la prende con tutti, anche con gli spazzini; e non le importa molto se le colpe, in realtà, non sono proprio tutte degli spazzini. La gente vuole le strade pulite e se pulite non sono si incazza.

Certo, si potrebbe spiegare che la spazzatura resta nelle strade perché gli amministratori della città non hanno organizzato per tempo discariche ed inceneritori; e si potrebbe spiegare che il processo non funziona perché la classe politica ha fatto tutto il possibile per non farlo funzionare. Si potrebbe spiegare ai cittadini cosa non funziona e di chi è la colpa. E i cittadini potrebbero farsi delle idee, decidere di votare questo o quell’altro, fidarsi di Tizio e non fidarsi di Caio. Insomma si potrebbero informare i cittadini, raccontargli quello che succede e metterli in condizione di avere delle idee.

Eh, già, così ritorniamo ai tempi di Mani Pulite. Così finisce che la gente riesce a sapere, ad esempio, che per i reati di molestie, ingiurie, percosse, lesioni perfino (in molti casi perlomeno) e per un’altra sterminata serie di reati (per esempio il falso in bilancio, eh, eh) non si può mettere in prigione nessuno; che misure alternative un po’ ridicole (l’obbligo di dimora etc.) possono essere violate impunemente; che la valutazione di pericolosità, sussistenza di esigenze probatorie, pericolo di fuga, è stata fatta preventivamente dal legislatore in un modo talmente idiota (furbissimo) da rendere difficilissimo sia mettere qualcuno in prigione sia tenercelo per un tempo adeguato. Così finisce che la gente capisce perché il sistema giustizia non funziona; e a chi giova che non funzioni. Così finisce che i cittadini sanno. E magari non sono d’accordo; e protestano; e votano male (dal punto di vista della nostra classe politica).

Insomma, l’informazione non può essere libera perché non ci si può permettere un giudizio dei cittadini libero. Ed ecco che l’informazione viene negata e trasformata in propaganda, il giudizio reso impossibile e i cittadini trasformati in sudditi.

Quando Montesquieu elaborava la sua celebre teoria della divisione dei poteri viveva in un’epoca in cui l’informazione era sostanzialmente riservata ad una elite di intellettuali, aveva una diffusione limitatissima e non influiva per nulla sulla gestione del potere. Oggi, come è ovvio, le cose non stanno più così. Il potere esecutivo e il potere legislativo sono, nei fatti, uno solo; poiché il Governo impone le sue leggi al Parlamento che le emana come atto dovuto. L’esecutivo inoltre ha in corso una strategia per appropriarsi anche del potere giudiziario in modo da essere immune dal controllo di legalità e orientare l’amministrazione della giustizia in senso utile ai suoi disegni politici o quantomeno con essi non contrastante. Tutto ciò che rimane è la possibilità per i cittadini di rendersi conto di questa rivoluzione strisciante e di opporvisi con lo strumento democratico che ancora posseggono: il voto. Ed è qui che l’informazione gioca il suo ruolo decisivo; ed è qui che l’esecutivo tenta di incidere imponendole limiti che diventano veri e propri bavagli.

Al prossimo post per qualche altra considerazione..

di Bruno Tinti, Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino, per Chiarelettere (26/09/2008)