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Mentre la Lega grida terrorizzata all'esproprio proletario, Forza Italia accusa i giuici comunisti toghe rosse e i politici di sinistra già cantano vittoria su... [...]

Intercettazioni Unipol, Antonveneta e Rcs: Manovra a tenaglia (di Marco Travaglio)

Finalmente, dopo quattro mesi di pasticci, rinvii e bugie, la politica ha pronunciato una parola chiara sulle intercettazioni Unipol, Antonveneta e Rcs. La giunta dalla Camera ha detto sì al gip Forleo che il 20 luglio aveva chiesto l’autorizzazione a usare le telefonate tra i furbetti intercettati e indagati, e due parlamentari non intercettati né indagati (il ds Fassino e il forzista Cicu, che si son detti entrambi “d’accordo” sul via libera ai giudici). Favorevoli tutti i gruppi, tranne lo Sdi e FI. Per D’Alema, all’epoca dei fatti deputato europeo, la giunta s’è dichiarata incompetente e ha rinviato gli atti a Milano. Per Latorre, Comincioli e Grillo deve ancora pronunciarsi la giunta del Senato. Tra lunedì e martedì, l’aula della Camera dovrà confermare o smentire il voto della giunta su Fassino e Cicu. Poi toccherà a Palazzo Madama.  

Intanto i magistrati di Milano decideranno il da farsi per D’Alema: se insistono a interpretare la legge Boato alla lettera, ritenendo che l’autorizzazione spetti alla Camera cui il parlamentare “appartiene”,cioè a Montecitorio (tesi condivisa dal principe dei processualisti, Franco Cordero), è possibile che sollevino un conflitto di attribuzioni contro la Camera dinanzi alla Consulta. In alternativa, possono spedire il dossier alla commissione giuridica del Parlamento europeo (presieduta dal forzista Gargani).  

Ma prende corpo una terza ipotesi: che si proceda sulle telefonate Consorte-D’Alema, anche con un’eventuale iscrizione del vicepremier per concorso in aggiotaggio, senza chiedere alcun’autorizzazione all’Europa. L’ha scritto lo stesso relatore della pratica, Elias Vacca del Pdci: “L’uso delle telefonate tra D’Alema e Consorte potrebbe non richiedere alcuna autorizzazione”. Per due motivi: l’orribile legge Boato del 2003 che protegge i parlamentari dalle intercettazioni indirette non esiste in Europa (lì l’immunità è “solo quando si vuole intercettare direttamente un parlamentare”); e comunque l’estensione delle guarentigie italiane agli eurodeputati vale solo durante le “sessioni aperte” a Bruxelles o a Strasburgo, mentre nell’estate 2005, al tempo delle scalate,era tutto chiuso. Dunque, come ha ribadito Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte costituzionale, “la Boato riguarda esclusivamente i parlamentari italiani e non si applica ad altre assemblee”. Aggiunge Leopoldo Elia: “La Boato non si applica a D’Alema”, che va “considerato come un cittadino qualsiasi”: se le cose stanno così, “non sarebbe necessaria alcuna autorizzazione” per usare le sue telefonate.  

Parole chiare, concetti semplici sono i migliori antidoti alla presunta “antipolitica” e alle accuse alla “casta”: il parlamentare è protetto da chi volesse intercettarlo, ma se parla con un privato cittadino indagato e intercettato, nessuna protezione. Bisognerebbe ripeterle continuamente, in tv, sui giornali e su manifesti a caratteri cubitali, queste parole: “Siamo cittadini normali,ci consideriamo innocenti ma vogliamo che siano i giudici, non il nostro foro domestico, a stabilirlo”.  

Purtroppo le cose non sono così semplici: alcuni strani distinguo emersi in giunta rischiano di ricicciare in aula. Alcuni esponenti del futuro Pd come Mantini e Tenaglia, più zelanrti dello stesso Fassino, han tentato fino all’ultimo di far inserire una clausoletta che limitasse l’uso contro le sole “persone attualmente indagate” (e non contro parlamentari, per indagare i quali la Forleo aveva pure chiesto l’autorizzazione). Ma, come spiega Cordero, questa è un’altra bestemmia giuridica: la Boato prevede l’ok delle Camere per l’uso delle telefonate ”nel procedimento”: decidono i pm, non il Parlamento, chi indagare e chi no, una volta ottenuto il via libera.  

L’incredibile proposta è stata respinta con perdite, ma il Dl Tenaglia non si dà per vinto e avverte sul Corriere: “Per eventuali iscrizioni di parlamentari, sarà necessaria una nuova richiesta di autorizzazione”. Nel documento votato in giunta non c’è una parola sul punto. Ma l’aggiunge lui, come se i giudici dovessero obbedire alle sue interviste. Se lui o altri dovessero tornare alla carica in aula, anche il limpido voto della giunta ne uscirebbe guastato e si tornerebbe daccapo, ai vecchi sotterfugi.  

A tutto vantaggio di Forza Italia, che ha votato no per Fassino e persino per il forzista Cicu. Ma solo per uno squisito spirito garantista, s’intende. Il fatto che tra due settimane il Tribunale di Palermo decida sulle imbarazzanti telefonate tra Berlusconi e Cuffaro, è puramente casuale.

di Marco Travaglio per l'Unità (29/09/07)

Ecco quanto ci costa la Chiesa Cattolica!

Foto: Repubblica.it

"Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati". Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l'arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall'arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini", segretario dall'86 e presidente dal '91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all'interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell'ascesa di Ruini sono legate all'intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un'altra chiave per leggerne la parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull'Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all'anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l'ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.

Dall'otto per mille, la voce più nota, parte l'inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all'anno. "Una mezza finanziaria" per "far mangiare il ceto politico". "L'equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all'anno".

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all'ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all'anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale.

La prima voce comprende il miliardo di euro dell'otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell'ora di religione ("Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire", nell'opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità.

Poi c'è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all'ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell'ultimo decennio, di 250 milioni.

A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un'inchiesta dell'Unione Europea per "aiuti di Stato". L'elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l'Ici (stime "non di mercato" dell'associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l'elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l'Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini.

Il totale supera i quattro miliardi all'anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all'anno, più qualche decina di milioni.

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il "costo della democrazia", magari con migliori risultati.

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell'otto per mille sull'Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all'epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell'84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini. [Approfondisci nel dettaglio questo tema cliccando qui, ndr]

Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell'otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d'accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l'impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri? [Approfondisci nel dettaglio questo tema cliccando qui, ndr]

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull'otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all'estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all'autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all'interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di catechesi", attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l'altro paradosso: se al "voto" dell'otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il danaro dell'otto per mille "per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa". Una delle testimonianze migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell'Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L'altra faccia dell'otto per mille", Beretta osserva: "Chi gestisce i danari dell'otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici". Continua: "Quale vescovo per esempio - sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale - alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?". "E infatti - conclude l'autore - i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere...".

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di "Chiesa padrona", rifiutato in blocco dall'editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e all'uso "ideologico" dell'otto per mille non è affatto nell'universo dei credenti. Non mancano naturalmente i "vescovi in pensione", da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: "I vescovi non parlano più, aspettano l'input dai vertici... Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato". Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: "Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono".

La Chiesa di vent'anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall'egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall'universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire" l'antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l'impegno di don Italo Calabrò contro la 'ndrangheta.
Dopo vent'anni di "cura Ruini" la Chiesa all'apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l'agenda dei media e influisce sull'intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent'anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

Il clero è vittima dell'illusoria equazione mediatica "visibilità uguale consenso", come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d'inverarsi la terribile profezia lanciata trent'anni fa da un teologo progressista: "La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo". Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

di Curzio Maltese per Repubblica R2, con la collaborazione di Carlo Pontesilli e Maurizio Turco (28/09/07).

Una maglietta rossa per la Birmania

Redtshirt

Il Blog Senza Nome

è con il popolo birmano

contro ogni forma di violenza.

 

Dal sito cattivamaestra.

Paderno Dugnano città solidale

Iniziativa della Consulta Comunale del Volontariato Sociale e del Lavoro.

Segue volantino ufficiale

Musei di Notte in Lombardia a Paderno Dugnano

Il Museo Storico del Combattente di Paderno Dugnano aderisce anche quest'anno all'iniziativa "Musei di Notte in Lombardia", che si terrà Sabato 29 settembre dalle 20.00 alle 24.00. L'ingresso è TOTALMENTE GRATUITO.

Segue volantino ufficiale

Mobilità sostenibile: riparte il servizio Eco-Bus alla Bicocca

Dal 1 ottobre, con l'inizio dell'attivita' didattica, riprendera' il servizio "Eco-Bus Bicocca" (un mezzo a ridotto impatto ambientale, alimentazione elettrico-diesel, fornito di 56... [...]

Nessuna solidarietà a Mastella

"Nessuna solidarietà a Mastella perché i giornalisti sono chiamati a fare domande e ognuno si deve interrogare sulle proprie azioni"

di Antonio Di Pietro (Rainews 24)

La caccia grossa Usa

L'abbiamo visto tante volte al cinema. Un poliziotto cattivo (e corrotto) uccide un complice, o un innocente, poi tira fuori dalla tasca un'altra pistola e la mette in mano al morto, così da farla sembrare legittima difesa.
L'abbiamo visto al cinema, ma in Iraq è una realtà. Questo è quanto sta emergendo in un processo militare in corso a Baghdad contro tre soldati americani accusati di avere ucciso senza motivo altrettanti civili iracheni e di avere poi messo sui cadaveri, chi un kalashnikov, chi un rotolo di filo elettrico, come prova che stava per piazzare una bomba. Il terzo caso è più convenzionale: l'iracheno era stato fatto prigioniero, era disarmato ed è stato ucciso con due colpi alla testa sparati a distanza ravvicinata.

Tutto questo rientrerebbe nella "normalità" dei crimini di guerra, che ultimamente l'esercito sta cercando di reprimere, dal momento che, anche per gli standard permissivi dei militari, le cose sono un po' sfuggite di mano. Almeno a parole, visto che per il massacro di Haditha -- l'uccisione gratuita di 24 donne, vecchi e bambini -- i soldati responsabili sono stati assolti, mentre rimane da giudicare uno di loro, il sergente che li comandava. Quanto agli ufficiali che hanno nascosto il massacro fabbricando prove false per evitare guai ai loro uomini, hanno ricevuto un semplice rimprovero scritto.
A differenza di altri casi, il processo di Baghdad non è contro soldati semplici, sadici o indifferenti, che avevano perso la testa e il controllo delle loro armi automatiche, ma contro tre specialisti bene addestrati appartenenti ad un gruppo di tiratori scelti del 501° reggimento di fanteria: il plotone dei "diavoli dipinti" con riferimento alla pratica (antichissima e sempre in uso nei corpi speciali) di dipingersi il volto prima di ogni azione. Gente il cui compito esclusivo è di infiltrarsi dietro le linee nemiche (compito ad un tempo facile e difficilissimo visto che non ci sono linee nemiche in Iraq) e di uccidere chiunque sia sospettato di essere un insorto.

Episodi del genere ce ne sono stati moltissimi (nessuno sa quanti) e vengono alla luce soltanto quando l'esercito ammette di avere fatto un "errore" e sborsa un modesto indennizzo ai parenti delle vittime. Per il resto vige la regola stilata ai tempi del Vietnam, quando un vietnamita morto diventava ipso facto un comunista morto. Adesso un iracheno morto è sempre un insorto o un terrorista morto.
Ma dalle carte del processo, divulgate da un parente dei soldati accusati, è emersa un'altra novità, che l'esercito americano ha implicitamente ammesso senza tuttavia fornire dettagli per i soliti "motivi di sicurezza": l'esistenza di un programma segretissimo elaborato da un'unità speciale del Pentagono per la guerra non convenzionale (niente di sorprendente, unità di questo genere operavano con licenza di uccidere anche in Vietnam), denominato "Programma Esca" (Baiting Program) -- e qui sta la novità. Di cosa si tratta?
Quando, verso la fine del 2003, le bombe piazzate lungo le strade incominciarono a mietere sempre più vittime tra i soldati americani, in un crescendo che è continuato negli anni successivi, i generali decisero che bisognava fare qualcosa per arginare il fenomeno. Il problema era che era impossibile bloccare la materia prima - l'esplosivo -- dal momento che, ai tempi dell'invasione, nella fretta di arrivare a Baghdad, l'esercito aveva lasciato che i futuri insorti saccheggiassero i depositi di Saddan Hussein. Si sarebbe anche dovuto rinforzare il fondo dei fragili humvee su cui viaggiavano le truppe, ma il Pentagono aveva difficoltà a fare arrivare i nuovi mezzi. Quindi la strada più semplice era di uccidere il maggior numero di "insorti", vale a dire chiunque fosse sospettato di mettere una bomba o di avere l'intenzione di farlo. Fu allora che un colonnello all'assedio di Falluja disse la famosa frase: "adesso ci togliamo i guanti".

Ma ancora non bastava, le bombe continuavano ad esplodere e a fare vittime. Allora gli specialisti della guerra non convenzionale andarono a parlare con i plotoni di tiratori scelti nei diversi reggimenti (ogni reggimento ne ha uno), portando doni. Dentro scatole di cartone o cassette per le munizioni avevano messo rotoli di filo elettrico, detonatori, i componenti necessari per fabbricare una bomba. L'idea era questa: voi piazzate questa roba sulla strada e vi nascondete ad aspettare, come quando si va a caccia e si spargono le esche per attirare la preda. Quando qualcuno si avvicina, guarda quello che c'è e se lo mette in tasca, questa è chiaramente la prova che è un insorto, che se non aveva l'intenzione di fabbricare una bomba adesso forse ce l'ha, e voi lo ammazzate.

Idea semplice e geniale che i soldati sotto processo hanno preso non solo alla lettera, ma anche nello spirito con cui era stata formulata ("eravamo sotto pressione -- ha detto uno di loro - per aumentare il numero di uccisioni"). Anzi l'hanno spinta anche più in là. Hanno fatto un'innovazione: si sono accorti che era più semplice prima uccidere la preda e poi mettergli l'esca addosso.
Che differenza c'è infatti, nella realtà, tra ammazzare un sospetto e un non sospetto? Nessuna. Avviene tutto nella mente della vittima (la preda) e del soldato (il cacciatore) che, magari a mezzo chilometro di distanza, impugna la sua carabina di precisione e scruta l'uomo che appena vede ad occhio nudo. In una manciata di secondi è nella testa del cacciatore che si svolge il processo, viene emessa la sentenza e comminata la pena - di morte. Non avviene solo in Iraq, ma in Afghanistan, a Gaza, altrove. E non sono solo i tiratori scelti, ma i comandanti dei carri, i piloti degli aerei, gli esecutori degli omicidi mirati. Ad essere uccisi in queste strane guerre non sono quasi mai i nemici - quelli ti sparano addosso o che mettono le bombe - ma i "sospetti", i loro amici, parenti, figli.
E così adesso l'esercito americano sta processando i tre tiratori scelti per avere fatto esattamente quello che aveva ordinato loro di fare - ammazzare il maggior numero di iracheni possibile. E' comprensibile che i tre si sentano traditi. "Abbiamo rischiato la vita, fatto il nostro dovere, perché dovremmo essere puniti?" -- hanno detto alla corte marziale. Ed è anche prevedibile che tutti e tre verranno assolti.

di Stefano Rizzo per Aprileonline

Emergency - 6° Incontro Nazionale

Grazie ad una collaborazione con Arcoiris TV (link), vi proponiamo alcuni video girati tra il 14 e il 16 settembre 2007, durante il 6° Incontro Nazionale di Emergency (link).

 

6° Incontro Nazionale Emergency - Prima sessione Prima sessione - Emergency presenta le proprie attività umanitarie in Afghanistan e Cambogia attraverso la testimonianza diretta dello staff medico e tecnico attualmente impegnato negli ospedali.

Incontro con Gino Strada: Emergency e il rientro in Afghanistan Seconda sessione - Emergency presenta le proprie attività umanitarie in Iraq, Nicaragua, Sierra Leone, Sri Lanka e Sudan attraverso la testimonianza diretta dello staff medico e tecnico attualmente impegnato negli ospedali.

 

''Guerre contemporanee: alta tecnologia e vittime civili - vincitori e vinti'' Guerre contemporanee. Alta tecnologia e vittime civili; vincitori e vinti - Paolo Busoni, collaboratore di Emergency, cerca di spiegare il come e soprattutto il perché dell'odierna condotta di guerra, che vede i civili principale obiettivo dei combattimenti. La guerra alle nazioni è una realtà che vede come nemico tutto ciò che sta dall'altra parte del fronte, non solo l'esercito dell'avversario. La distruzione di massa -vero cardine dalla strategia bellica- infatti non è diretta all'annientamento della forza armata avversaria, ma della nazione avversaria in ogni sua manifestazione: fisica, culturale, religiosa... umana.
Paolo Busoni è dottore in storia con particolare attenzione alla storia militare degli ultimi due secoli. Membro dell'assemblea dei soci di Emergency, collabora con la rivista, il sito dell'associazione e con Peacereporter. Nel 2007 ha partecipato -come logista- alla missione Emergency a Battambang in Cambogia.

 

Stanca di guerra Stanca di guerra (Spettacolo riproposto in forma non integrale) - Spettacolo di Lella Costa, Alessandro Baricco, Sergio Ferrentino, Massimo Cirri, con la collaborazione di Piergiorgio Paterlini e Bruno Agostiniun. Appassionato monologo che racconta le mille forme della guerra, spesso incruente, a volte perfino salutari e divertenti. Lella Costa da molti anni alterna l’impegno teatrale con un costante impegno civile a favore, soprattutto, di Emergency.

 

Il ministro DUMBO-Mastella: una biografia a cura di Marco Travaglio

Clic qui per vedere il filmato

Il ministro della giustizia Clemente Mastella per gli amici Dumbo per la sua propensione alle trasvolate è stato sempre a mezz'aria, ha sessant'anni e fa il deputato da 31, cioè ha passato più tempo in Parlamento che fuori. Per questo i politici anti-Grillo quando vogliono contestare la proposta del tetto massimo di due legislature dicono: "eh ma con questa non avremmo avuto De Gasperi, Moro, Berlinguer..." Se dicessero che non avremmo avuto Mastella, Grillo non avrebbe raccolto 300 mila firme, forse avrebbe superato il milione. Mastella-Dumbo è l'unico ministro vivente che è riuscito sia nel governo Berlusconi sia nel governo Prodi. A Ceppaloni riesce a fare il sindaco con Forza Italia e a Roma il ministro con la sinistra.

Volando volando era nella DC con De Mita poi fondò il CCD con Casini po l'Udier con Cossiga poi l'Udeur da solo, ora minaccia di unire il suo 1,4% con il 6,8% di Cesa. Roba forte, lui lo chiama Grande Centro diciamo centrino. Insomma è sempre in viaggio un ministro di terra, di mare e di aria. Ma ovunque si trovi riesce a combinare guai. Per terra si sposta da Ceppaloni, dove ha una famosa villa con piscina a forma di cozza o di capasanta come dice la sua signora, a Napoli dove ha piazzato la sua signora medesima Sandra alla presidenza del consiglio regionale poi si muove da Napoli a Roma, dove l'appartamento del ministero e della giustizia non gli basta, infatti, vedi l'Espresso, ne ha comprati 6 tra il lungotevere flaminio e piazza Argentina a prezzi da box auto o giù di lì e sta per comprarne altri due un pò per sè e un pò per il partito e un pò per i due figli. I valori della famiglia innanzitutto.

Il figlio Pellegrino trentun'anni principe del foro di Ceppaloni è stato appena ingaggiato come consulente giuridico dal ministero delle Attività Produttive dove c'è il noto liberalizzatore Bersani, ma solo perchè è bravo. Elio, l'altro figlio, era con papà Clemente nella trasferta da Salerno a Monza sul famoso Air Force One di Stato per non fare tardi al gran Premio di Formula uno. C'erano anche Rutelli, la Palombelli, l'Usetti e una quindicina di portaborse, se si portavano Vespa e la Franzoni facevano un Porta a Porta in alta quota.

Costo della missione qualche decina di migliaia di euro e 7000 litri di benzina bruciati, una roba che i poliziotti in panne che ormai non possono più fare i pedinamenti e gli inseguimenti perchè non hanno la benzina se lo sognano la notte. Almeno nessuno potrà accusare Mastella di non volare alto. La missione a Monza fa il paio con la trasvolata oceanica della moglie Sandra che nel 2006 volò a New York con una delegazione di 160 persone per sfilare al Columbus Day. Spesa modica 680 mila euro di denaro pubblico.

Lui difronte alle foto de l'Espresso che lo ritraggono al decollo dice che è tutto un comploto per colpire Prodi, il quale però, a dire il vero, viaggia in Eurostar poi invece di tacere e di sperare nella smemoratezza degli italiani, il ministro con le ali parla e peggiora la situazione. Dice: "Ero in missione di Stato, Rutelli doveva premiare il primo classificato e io il terzo" il secondo se lo sono proprio dimenticato, forse sta ancora sul podio in attesa di un terzo ministro che lo vada a premiare.

E il figlio Elio che ci faceva sul volo di Stato? Anche qui purtroppo Mastella sventurato rispose: "L'ho dovuto portare, in famiglia non ci vediamo mai". Ecco non era un Gran Premio, era un post scriptum del Family Day. E prendere un volo di linea? Assolutamente no. Padoa Schioppa vola in low cost, Draghi viaggia in Intercity, Gordon Brown in metropolitana, Carlo d'Inghilterra nemmeno quando è morta sua moglie Diana è stato autorizzato dalla Regina a prendere l'aereo di Stato ma Mastella non ne può farne a meno, motivi di sicurezza. Qui però viene in mente l'ultima impresa per mare questa volta del ministro Granturismo.

La notte del 20 agosto mentre era in ferie sullo yacht Della Valle ha atraccato al molo di Lipari, un piccolo pregiudicato locale si infuria perchè ritiene che quell'attracco sia vietato, sia riservato ai mezzi pubblici e allora per protestare sega gli ormeggi. Assolutamente indisturbato mandando il panfilo alla deriva. Mastella e la signora dormivano sottocoperta, ma la scorta? Ragioni di sicurezza? Dormiva pure la scorta? Meno male che il tizio non era fuori per l'indulto altrimenti sarebbe stata una doppia beffa. Il giudice di Lipari, comunque, nel giro di 24 ore ha condannato questo vile attentatore a due anni e mezzo di galera e l'ha spedito subito dentro. Se lavava pure i vetri della barca e incotrava un sindaco di sinistra probabilmente gli davano l'ergastolo.

Da allora il ministro di Indulto e Giustizia ha scoperto la tolleranza zero. Lui che nel 2000 fece il testimone di nozze al braccio destro di Provenzano insieme a Cuffaro, lui che si vantava di essere il Moggi del centrosinistra, lui che ha scarcerato con l'indulto malcontati 50 mila delinquenti chiede certezza della pena e da del deliquente, a chi? Naturalmente a Grillo. Un anno fa annunciando l'indulto a Regina Coeli aveva promesso: "sarò un ministro più vicino ai detenuti che ai magistrati". E' stato di parola.

L'altro giorno è uscito di galera a Napoli un consigliere regionale dei DS, arrestato per tangenti. I DS lo hanno sospeso ma Mastella, zac!, non si è fatto perdere l'occasione e ha immediatamente inglobato il reduce dal carcere nell'Udeur appunto perchè nessuno lo sospetti di essere più vicino ai magistrati che non ai detenuti.

Con un ministro così penso che Beppe Grillo possa andare tranquillamente in vacanza per 6 mesi perchè a distruggere i partiti ci pensa il ministro Dumbo.

di Marco Travaglio per Annozero (20/09/07)

Tutto un altro clima

Foresta del Borneo - Foto: PeaceReporter

Dopo Stati Uniti e Cina, il terzo Paese responsabile per il riscaldamento globale è l'Indonesia. Una sorpresa alla quale se ne accompagna un'altra: l'Indonesia è anche il secondo esportatore mondiale di olio di palma, ovvero il più redditizio combustibile di origine biologica. Per chi è poco esperto di questioni ecologiche, il terzo motivo di stupore potrebbe essere costituito dal fatto che il Paese asiatico è al primo posto al mondo per il tasso di deforestazione. Presi isolatamente, questi tre dati significherebbero ben poco. Ma dalla loro connessione discende un fatto che può a buon diritto definirsi paradigmatico della complessità, del paradosso e dell'inutilità degli accordi internazionali adottati per ridurre le emissioni di gas serra e contrastare il riscaldamento globale.

Uno di questi accordi è notoriamente il Protocollo di Kyoto, sottoscritto da 160 Paesi e concepito per ridurre le emissioni nocive (registrate nel 1990) del 5,2 percento, nel periodo 2008-2012. Altrettanto notoriamente, il Protocollo si è rivelato un mezzo fallimento. Sia perché tra i Paesi non aderenti ci sono gli Stati Uniti, responsabili del 36 percento delle emissioni di gas serra. Poi, perchè strumenti cosiddetti 'flessibili', come le quote-emissione (se io inquino meno, vendo a te, che produci più emissioni, le mie quote di 'aria pulita'), sono diventati oggetto di scambio e speculazioni che non hanno fatto altro che arricchire gli organismi preposti alla loro gestione. Inoltre, i progetti cosiddetti di 'beneficio ambientale' che i Paesi più inquinanti hanno realizzato o dovrebbero realizzare tra loro o nei Paesi in via di sviluppo, oltre ad essere la classica goccia nell'Oceano, hanno evidenziato episodi di corruzione, scarsa trasparenza negli appalti e debolezza degli organismi governativi, soprattutto per quanto concerne la gestione di un processo ormai diventato 'globale'. E come tale, impietosamente assoggettato alle stesse regole del libero mercato.

Ma torniamo al paradosso indonesiano. L'Indonesia, con le foreste di Papua Nuova Guinea, Borneo e Sumatra, è il secondo polmone verde dopo l'Amazzonia. L'estensione di tale manto tropicale è di 120 milioni di ettari. Incendi e deforestazione illegale stanno trasformando questo patrimonio in un'arma a doppio taglio. I roghi che si sono verificati alla fine degli anni '90 hanno distrutto il 30 percento della foresta del Borneo. La maggior parte di materiale vegetale andato in fiamme era costituita da torba, la principale riserva superficiale di carbonio organico terrestre. Secondo gli studiosi della University of Leicester, nel 1997, nell'atmosfera vennero rilasciati oltre due miliardi di tonnellate di CO2 (biossido di carbonio), pari al 30 percento dell'inquinamento prodotto in quell'anno dai combustibili fossili. Ma gli incendi non sono la sola minaccia alla sopravvivenza della foresta pluviale indonesiana.

Il taglio illegale di legname produce un duplice effetto: profitto immediato (ingenti le esportazioni clandestine verso Cina e Malesia, per un volume di affari di 4 miliardi di dollari) e possibilità di piantare nuove coltivazioni nelle aree deforestate. Uno dei cavalli di battaglia di molte organizzazioni ecologiste (oltre che di una schiera di Paesi occidentali poco versati a politiche ambientali responsabili) per contrastare l'uso di combustibili fossili è il biocarburante a base di soja, mais, etanolo, colza o olio di palma. Quest'ultimo è diventato la coltura più redditizia in Indonesia, estesa su superfici di milioni di ettari un tempo ricoperte di foresta pluviale. Una grande impresa indonesiana, la Sinar Mas Group, sta pianificando per il 2008 la costruzione a Sumatra di due impianti per la produzione di biodiesel dall'olio di palma. Produrranno mezzo milione di tonnellate di biocarburante all'anno, che verrà destinato prevalentemente ai mercati europei e statunitensi. Con danni colossali per la foresta vergine.

Così, mentre 150 nazioni partecipano [...] alla più grande conferenza sul clima organizzata dal Segretario dell'Onu, Ban Ki-Moon, c'è chi, alle vacue promesse, alle sterili esortazioni e agli estenuanti negoziati ambientali, risponde con i fatti. E' il governatore della provincia di Aceh, Yusuf Irwandi, che a marzo ha dichiarato una moratoria sul taglio illegale delle foreste di Sumatra, proponendo un ambizioso, ma concreto, programma di riforestazione e di ripristino del manto di torba del polmone verde acehnese. "Entro sei anni avremo avviato il più grande programma di ripristino ambientale del mondo", ha annunciato la settimana scorsa. Il programma - secondo Irwandi - si inserirà con successo nel piano per la lotta contro il saccheggio della foresta indonesiana, che Giakarta sta preparando in vista della prossima riunione mondiale sul clima, in programma a Bali nel dicembre prossimo. Un programma che consentirà a una provincia ancora in ginocchio per lo tsunami del dicembre 2004 di disporre di un patrimonio di 'quote-emissione' tale da poter rimpinguare adeguatamente le proprie casse. E di costituire un esempio per tutto il mondo.

di Luca Galassi per PeaceReporter

Fecondazione assistita: una coppia più forte del Parlamento

Foto: lastefani.it

Federica - una donna coraggiosa e determinata - e il buon senso dei magistrati di un Tribunale - quello di Cagliari - ci ridanno la speranza che ci sia ancora uno spazio per modificare la Legge sulla fecondazione medicalmente assistita, almeno nei suoi aspetti più cinici e crudeli. Da ieri, a seguito di un ricorso, una sentenza del tribunale cagliaritano riconosce a due genitori portatori sani di talassemia il diritto di effettuare il test di un loro embrione congelato. Fino ad oggi, questa possibilità era stata loro negata, tanto che Federica è in attesa di una bambina grazie all'indagine preimpianto realizzata a Istambul, lontano dal proprio paese.

Una speranza, dunque, uno spiraglio, per quanti si sono battuti e si battono perchè la Legge riconosca il diritto alla salute del bambino e della madre e perchè l'autodeterminazione della donna nella scelta della maternità sia garantita.

La diagnosi preimpianto è l'unica tecnica che consente di scoprire se il feto è colpito da questa o da altre malattie ereditarie e saperlo restituisce alla madre e alla coppia la libertà di scelta.

Non è dunque l'eugenetica in discussione, ma la tutela della salute della madre e del bambino, un diritto sancito dall'articolo 32 della nostra Costituzione. La Legge 40, impedendo la diagnosi preimpianto e il congelamento degli embrioni, e obbligando a non fecondare più di tre ovociti e di trasferirli tutti nell'utero materno, è una norma che si accanisce contro la salute della donna e del bambino e preclude alla prima l'esercizio della propria libertà: decidere se e come generare. Con cinismo e crudeltà la Legge 40 obbliga all'aborto anzichè favorire la nascita cercata e desiderata.

Se, dopo questa sentenza, ci sentiamo incoraggiati a riprendere con più fiducia la battaglia per il miglioramento della legge, tuttavia dobbiamo ancora una volta riconoscere che ciò che non siamo riusciti ad ottenere nel Parlamento, cominciano ad ottenerlo nei fatti le donne e le coppie che, insieme ai medici più lungimiranti, utilizzano anche le contraddizioni e le incongruenze della legislazione. Ad esempio quella che non stabilisce sanzioni per la donna che rifiuta l'impianto di tutti e tre gli embrioni, lasciando dunque al medico la responsabilità di congelarlo.

La Signora Federica, dunque, e suo marito potranno, se lo decideranno, avere il loro secondo figlio in Italia. Ma a fronte del coraggio e della testardaggine di questa coppia, quante dal giorno dell'applicazione della Legge sono andate all'estero, quante hanno rinunciato? La relazione del ministro della Sanità al Parlamento sull'applicazione della Legge 40 in questi tre anni ci disegna un panorama desolante: diminuiscono le gravidanze e le nascite, mentre aumentano le malformazioni, i parti plurigemellari, il ricorso all'aborto, le rinunce alla genitorialità. E' alto dunque il prezzo che il nostro paese, a differenza della gran parte dei paesi europei, ha pagato e paga all'integralismo, all'ipocrisia di tanti politici che insistono nella pessima abitudine di fare leggi ispirate a principi distanti dalla vita quotidiana di tanta gente. Attenti a ogni stormir di fronda dalle parti dei palazzi del Vaticano e completamente sordi alle richieste delle cittadine e dei cittadini italiani.

Se vogliamo restituire alla politica quella credibilità che oggi rischia di essere travolta, qualcuno in Parlamento raccolga il buon senso della sentenza di Cagliari e faccia qualcosa. Il ministro Livia Turco ha annunciato la presentazione delle Linee guida sulla Legge 40 che devono essere aggiornate: ebbene, sia l'occasione per correggere ciò che si può correggere.

di Lalla Trupia - Deputata Sinistra Democratica

Fonte: CaniSciolti

Giro di vite sull'utilizzo degli aerei di Stato!!

 

DIRETTIVA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 21 Settembre 2007 

Disciplina del trasporto aereo di Stato. (GU n. 222 del 24-9-2007)

 

 

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

 

  Vista   la   legge  23 agosto  1988,  n.  400,  recante  disciplina dall'attivita'   di   Governo  e  ordinamento  della  Presidenza  del Consiglio dei Ministri;

  Visto l'art. 8 del decreto-legge 23 ottobre 1996, n. 43 convertito, con modificazioni, dalla legge 20 dicembre 1996, n. 639;

  Visto  il  decreto  legislativo  30 luglio  1999,  n.  303, recante l'ordinamento  della  Presidenza  del  Consiglio dei Ministri a norma dell'art. 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59;

  Visto il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 17 marzo 1998,  emanato  d'intesa  con  il  Ministro della difesa, concernente disciplina del trasporto aereo di Stato, di Governo e per il soccorso di ammalati e traumatizzati gravi e per ragioni umanitarie;

  Visto   il  decreto  del  Presidente  del  Consiglio  dei  Ministri 23 luglio   1998   "Dei   trattamento   degli   ex  Presidenti  della Repubblica";

  Visto  l'accordo  stipulato,  ai  sensi  dell'art.  15  della legge 7 agosto  1990, n. 241, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero della difesa in data 21 maggio 1999 per disciplinare le modalita'  di  attuazione  del  citato  decreto  del  Presidente  del Consiglio dei Ministri 17 marzo 1998;

  Vista  la  direttiva  del  Presidente  del  Consiglio  dei Ministri 21 novembre 2000;

  Visto   il  decreto  del  Presidente  del  Consiglio  dei  Ministri 23 luglio  2002, recante l'ordinamento delle strutture generali della Presidenza del Consiglio dei Ministri;

  Ritenuta  la necessita' di meglio chiarire le finalita' e i criteri organizzativi dal trasporto aereo di Stato e per ragioni umanitarie;

  Su  proposta  del  Sottosegretario  di  Stato  alla  Presidenza del Consiglio dei Ministri delegato;

 

Emana 

la seguente direttiva:

 

Art. 1.

Trasporto aereo di Stato 

  1.  Il  trasporto  aereo  di  Stato  ha  lo  scopo  di assicurare i trasferimenti  in  Italia  e  all'estero  delle  Autorita'  di cui al comma 3  per  Io svolgimento di compiti istituzionali ed il trasporto sanitario d'urgenza, di cui all'art. 2.

  2.  Per  compiti  istituzionali, ai sensi del comma 1, si intendono quelli  specificamente  e  strettamente  derivanti  dall'espletamento delle funzioni proprie della carica.

  3.  Il  trasporto  aereo di Stato e' disposto esclusivamente per le finalita'  di  cui  al  comma  2  e  secondo  criteri generali di cui all'art. 6 in favore delle seguenti Autorita':

    a) Presidente della Repubblica;

    b) Presidenti  del  Senato  della  Repubblica  e della Camera dei deputati;

    c) Presidente del Consiglio dei Ministri;

    d) Presidente della Corte costituzionale;

    e) ex Presidenti della Repubblica.

  3. Fermi restando i criteri generali di cui all'art. 6, puo' essere disposto  il  trasporto  aereo  di  Stato  per  i  Ministri  e per le delegazioni  ufficiali  di  Organi costituzionali solo in presenza di entrambe le condizioni di seguito indicate:

    a)    sussistono   comprovate   ed   inderogabili   esigenze   di trasferimento  connesse all'esercizio delle funzioni istituzionali ai sensi del comma 2 dell'art. 1;

    b) non  sono  disponibili  voli  di  linea ne' altre modalita' di trasporto  compatibili  con  dette funzioni istituzionali neppure con diversa programmazione del viaggio.

  4.  La  disposizione di cui al comma 3 puo' trovare applicazione ai Vice Ministri e ai Sottosegretari di Stato solo in casi eccezionali.

 

 

Ladroni fiscalmente non deducibili

Adesso sarebbe bello sapere chi sono. Solo per il gusto di vederli esposti alla pubblica gogna, condannati ad essere rincorsi dai giornalisti o anche, più semplicemente, costretti a dar spiegazione al vicino di casa o al portiere che li hanno sempre considerati persone perbene. Perbene, invece, non lo erano affatto. Perchè evadevano le tasse. Anzi, il fisco non li conosceva neppure, perchè non avevano mai pagato una lira in vita loro. Evasori totali. Davanti a un popolo sempre più vessato e che non vede luce sulla diminuzione della pressione fiscale, questi 345 pezzi grossi dell'evasione, finalmente beccati qualche giorno fa con le mani nella marmellata, non possono che destare nel cittadino alle prese con la terza settimana un pesante senso di ribrezzo. Per una volta corre l'obbligo di congratularsi con le Fiamme Gialle che hanno fatto luce su questi ricconi dal consistente pelo sullo stomaco. Pesci davvero grossi, inchiodati uno ad uno da gennaio ad agosto, società e vip tanto “solvibili” da essere stati in grado di saldare immediatamente le cartelle esattoriali strappando assegni superiori ai 500mila euro.

Niente a che vedere, insomma, con l'evasione da sopravvivenza oppure con le piccole sviste da commercialisti distratti, di qualche scontrino non emesso o qualche fattura segnata a penna su un foglietto. Stiamo parlando di ricchi che evadono milioni. Una dozzina in tutto quelli più pesanti, assoluti privilegiati ai quali il fisco - attraverso Equitalia che cura la riscossione dell'evasione scoperta anche per l'Inps - ha contestato cifre da capogiro. In totale hanno dovuto restituire importi superiori a 5 milioni di euro. Una montagna di soldi pagati con la facilità di chi liquida un domestico che vuole più soldi all'ora e decide di allontanarlo con una buona liquidazione per non avere grane: la classe, si sa, non è acqua.

I nomi degli evasori eccellenti, si diceva, sono top secret. Ed è un vero peccato che questa volta si debba maledire una legge sulla privacy che impedisce di conoscere questi indubbi parassiti della società, anche se in Italia, lo sappiamo, non si riesce a tener segreto nulla per troppo tempo; prima o poi, ne siamo certi, qualche giornalista curioso alzerà il velo su queste facce di bronzo. Sappiamo che alcuni di questi sono assai famosi, anche se nell'elenco non figura Valentino Rossi, che ha ricevuto la cartella ad agosto ed ha quindi ancora tempo per pagare, ma ha giurato che lo farà. Perchè c'è da dire anche questo, che il fisco fa una certa distinzione tra famoso e famoso. Ma forse sarebbe meglio dire che la vera distinzione è tra famoso e potente. E nel secondo caso la questione della privacy viene applicata in modo draconiano.

Come mai, infatti, si è saputo subito che Rossi, Fisichella o il compianto Pavarotti avevano tentato di fare i furbi e di questi 345 eccellenti non si devono conoscere le generalità? Forse perchè tra loro figura qualche nome talmente pesante la cui rivelazione potrebbe far tremare qualche potente lobby delle tante di questo Paese? Il dubbio è lecito. Ed un ulteriore indizio in questo senso è contenuto nel fatto che il corpaccione di questi “bon vivant” a spese nostre è per lo più asserragliato in Lombardia (103 supermultati). Nel Lazio, per esempio, ne sono stati beccati meno della metà (50). Le grida bossiane, evidentemente, hanno fatto più proseliti del previsto se a “Roma ladrona” di ladri ce ne stanno meno che a Milano.

La buona notizia, poi, è anche un'altra. Gli ispettori tributari hanno cambiato registro e invece di inseguire solo i pesci piccoli, attraverso i controlli automatici che i computer effettuano su tutte le dichiarazioni, ora si sono veramente dati alla caccia grossa, ovvero a tentare di snidare quelle che dell'evasione totale hanno fatto uno stile di vita. E i risultati cominciano a vedersi. Dal primo gennaio al 31 agosto sono stati incassati 479,6 milioni di Euro, anche se i pagamenti di questi 345 contribuenti ad alto reddito valgono da soli il 10% della riscossione di tutte le altre cartelle esattoriali spedite dal fisco e dall'Inps. Ad incassare di più è l'Agenzia delle Entrate (314 milioni), seguita dall'Inps (99,2 milioni), dall'Inail (5 milioni) e dalle dogane (4,2 milioni). Solo nella metà dei casi, però, la cartella esattoriale viene immediatamente estinta, cioè il contribuente paga entro i primi 60 giorni, magari dopo aver avviato un confronto con l'Agenzia che ha staccato la cartella. Ma in questo caso gli evasori beccati avevano ampia liquidità sotto il materasso e hanno preferito chiudere subito il conto con il fisco.

In questo modo sono stati incassati 241,1 milioni rispetto ai 479,6 milioni totali. Il 39,4% degli incassi (in pratica 189.2 milioni) arriverà invece solo dopo l'avvio di procedure per la riscossione coatta, quella che solitamente colpisce i pesci piccoli e che, certamente, non spaventa i pesci grossi: stiamo parlando delle ''ganasce fiscali'' (per il fermo amministrativo del veicolo) fino al pignoramento dei beni la cui consistenza, nel caso degli evasori totali, è difficile da ricostruire nel dettaglio. Ma anche qui si sta lavorando. E speriamo di salutare presto un altro blitz come questo perchè – come ha detto il Vice ministro Visco – c'è ancora molto lavoro di scavo da fare, ma l'importante è che si sia cominciato. Resta l'amarezza di non conoscere ancora l'identità di questi brillanti esempi di cittadinanza e senso civico, ma speriamo tuttavia che, prima o poi, qualche giornalista senza timor di querele abbia il coraggio di sbattere lo squalo sociale in prima pagina. Anche solo per scoprire se il ladro in copertina tira più di una velina...

di Sara Nicoli per Altrenotizie

I COSTI DELLA POLITICA SALGONO ANCORA: la Casta promette ma non mantiene

Cosa deve accadere, perché capiscano? Devono esplodere il Vesuvio, fallire l'Alitalia, rinsecchirsi il Po, crollare la Borsa, chiudere gli Uffizi, dichiarare bancarotta la Ferrari? Ecco la domanda che si stanno facendo molti cittadini italiani. Stupefatti dalla reazione di una «casta» che, nel pieno di polemiche roventi intorno a quanto la politica costa e quanto restituisce, pare ispirarsi a un antico adagio siciliano: «Calati juncu ca passa a china», abbassati giunco, finché passa la piena. Un giorno o l'altro la gente si rassegnerà...

Non sono bastati infatti mesi di discussioni su certi privilegi insopportabili di quanti governano a livello nazionale o locale, decine di titoli a tutta pagina di quotidiani e settimanali, ore e ore di infuocati dibattiti televisivi, code mai viste nelle librerie di lettori affamati di volumi che li aiutassero a capire. Non è bastata la sbalorditiva rimonta nella raccolta delle firme del referendum elettorale che dopo essere partita maluccio è arrivata in porto trionfalmente. Non sono bastate le piazze stracolme intorno a Beppe Grillo e le centinaia di migliaia di sottoscrizioni alle sue proposte di legge di iniziativa popolare.

Macché: non vogliono capire. Non tutti, certo. Ma in troppi non vogliono proprio capire. Lo dimostra, ad esempio, il bilancio appena varato della Camera dei deputati. Dove una cosa spicca su tutte: dopo tante dichiarazioni di buona volontà e pensosi inviti a rifiutare ogni tesi precostituita e sospirate ammissioni che alcuni «benefit » erano proprio indifendibili e solenni impegni a tagliare, le spese sono cresciute ancora. E ben oltre l'inflazione. Il palazzo presieduto da Fausto Bertinotti era costato nel 2006, quando i primi mesi erano stati gestiti dalla destra, 981.020.000 euro: quest'anno, alla faccia di quanti sostenevano che tutta la colpa fosse della maggioranza berlusconiana che aveva lasciato una «macchina » spendacciona, ne costerà 1.011.505.000. Con un aumento del 3,11 per cento: il doppio dell'inflazione.

Non basta. Nel 2008, stando alle previsioni del bilancio triennale, queste spese che già hanno sfondato (prima volta) la quota-choc di un miliardo di euro, cresceranno ancora. Fino a 1.032.670.000. Per impennarsi ulteriormente nel 2009 fino alla cifra sbalorditiva di 1.073.755.000. Sintesi finale: in soli tre anni i costi di Montecitorio, dopo tutto il diluvio di belle parole spese per arginare l'irritazione popolare, saranno aumentati del 9,2%. Con un aggravio sulle pubbliche casse di 92 milioni di euro in più rispetto al 2006.

Ricordate cosa avevano assicurato, per arginare la mareggiata di contestazioni, a proposito dello stipendio dei deputati? Che l'indennità, che stando alla politica degli annunci è già stata tagliata un mucchio di volte, sarebbe calata. Falso: costerà il 2,77 per cento in più: un punto abbondante oltre l'inflazione. E i vitalizi? Il 2,93 per cento in più. Per non dire delle retribuzioni del personale. Avete presente la denuncia dell'Espresso sulle buste paga dei dipendenti delle Camere? La scandalosa scoperta che un barbiere del Senato può arrivare a 133 mila euro lordi l'anno e cioè 36 mila euro più del Lord Chamberlain della monarchia inglese? Che un ragioniere della Camera può arrivare a 238 mila, cioè circa ventimila euro più dell'appannaggio del presidente della Repubblica? Bene: stando al bilancio di Montecitorio, il monte-paghe del personale costerà nell'anno in corso il 3,73 per cento in più.
Oltre il doppio dell'inflazione.

Quanto agli affitti per i palazzi a disposizione (insieme col Senato la Camera è arrivata, tra immobili di proprietà e in locazione, a 46) sono cresciuti del 6,6%: il quadruplo dell'inflazione. Eppure non è neppure questo il record. I traslochi e il «facchinaggio» erano costati nel 2006 la bellezza di 1.255.000 euro, con un rincaro di 45.000 euro sul 2005. Dissero: «Si è dovuta tenere in giusta considerazione la spesa aggiuntiva» dovuta alle «esigenze inevitabili nel corso del cambio di una legislatura ». Può darsi. Ma allora a cosa è dovuta quest'anno l'ulteriore aggiunta di altri 100 mila euro, pari a un aumento di oltre l'8 per cento? Siamo entrati, senza saperlo, in una nuova legislatura?

Quanto ai viaggi, le polemiche sull'uso spropositato degli aerei di Stato prima nell'era berlusconiana e poi nell'era unionista, sono scivolate via come acqua. Basti dire che le spese di trasporto, alla Camera, aumentano del 31,82%. Diranno: è perché da questa legislatura ci sono 12 deputati degli Italiani all'estero che devono tenere i rapporti con i nostri elettori emigrati. Costoso ma giusto. Tesi inesatta. È vero che 1.450.000 euro (121 mila per ogni parlamentare) se ne vanno in «trasporti aerei circoscrizione estero». Ma il costo complessivo dei viaggi aerei, al di là del via vai di questa pattuglia di deputati «esteri», salirà da 6 milioni a 7 milioni 550 mila. Un'impennata sconcertante.

Ma mai quanto quella dei costi dei gruppi parlamentari. La regola sarebbe chiara: si può dar vita a un gruppo parlamentare se si hanno almeno 20 deputati. Su questa base, all'inizio della legislatura avrebbero dovuto essere otto. Ma grazie alle deleghe concesse dal subcomandante Fausto sono saliti via via a quattordici. Con una moltiplicazione delle sedi (che ha costretto a prendere in affitto nuovi uffici nonostante i deputati potessero già contare su spazi procapite per 323 metri quadri), delle segreterie (più 12,3% sul 2006), delle spese varie. Al punto che i contributi ai gruppi, che nel 2005 erano pari a 28 milioni 700 mila euro e nel 2006 erano già saliti a quasi 33, sono cresciuti ancora fino a 34.300.000 euro. Cioè quasi 14 in più rispetto a sette anni fa. Il che vuol dire che nel quinquennio berlusconiano e in questa successiva stagione unionista, il peso di questi gruppi sulle pubbliche casse è cresciuto del 67,4 per cento.

Tutti «costi della democrazia»? Pedaggi obbligatori che altri paesi non pagano (non così, non così!) ma che gli italiani dovrebbero essere felici di versare per tenersi stretti «questo» sistema parlamentare, «questa» macchina pubblica, «questi» governi statali, regionali, provinciali, comunali che i loro protagonisti presentano, facendo il verso al «Candido» voltairiano, come il migliore dei mondi possibili? Tutti costi impossibili da ridurre al punto che il bilancio della Camera prevede già di costare come prima e più di prima anche negli anni a venire a dispetto di ogni dubbio e di ogni critica? Dice la storia che la Regina Elisabetta, invitata dal governo inglese a tagliare, ha preso così sul serio questo impegno che la spesa pubblica per la Corona è scesa dai 132 milioni di euro del 1991-1992 a meno di 57 milioni.
Eppure, guai a ricordarlo. C'è subito chi è pronto a levare l'indice ammonitore: attenti a non titillare l'antipolitica, attenti a non gonfiare il qualunquismo, attenti a non fare della demagogia. Ne sappiamo qualcosa noi, ne sa qualcosa chiunque in questi mesi ha rilanciato con forza alcune denunce, ne sa qualcosa Beppe Grillo. Ma certo, non tutto quello che ha detto il «giullare- à-penser» genovese può essere condiviso. Dall'invettiva del «Vaffanculo Day» lanciata in un Paese che ha bisogno come dell'ossigeno di un linguaggio più sobrio fino all'appoggio alle tentazioni di rivolta fiscale. Un acerrimo avversario dello Stato italiano come Sylvius Magnago, straordinario protagonista di durissimi scontri in difesa dei sudtirolesi di lingua tedesca, lo ha spiegato benissimo sottolineando di sentirsi «un patriota austriaco ma un cittadino italiano»: «prima» si devono pagare le tasse, «poi» si può dare battaglia.

Ma quale autorevolezza hanno per liquidare Grillo quanti per anni e anni non sono riusciti a dimostrare la volontà, la capacità, la credibilità, la forza per cambiare sul serio questo Paese? L'Umberto Bossi che intima a Grillo che «occorre stare attenti a non esagerare» non è forse lo stesso Bossi che diceva che «il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia»? Gerardo Bianco che al Grillo che vorrebbe un limite massimo di due legislature risponde dicendo che «non bisogna seguire la piazza a rimorchio di istrioni della suburra» non è lo stesso che siede in Parlamento dal 1968? E il Massimo D'Alema che liquida gli attacchi di Grillo ai partiti dicendo che per sua esperienza «se si eliminano i partiti politici dopo arrivano i militari e governano i banchieri» non è lo stesso che nei giorni pari dice che «la politica rischia di essere travolta come nel 1992» e nei dispari che «i costi della politica sono un'invenzione di giornalisti sfaccendati»?
 
E la destra che, Udc a parte, ha firmato col proprio questore il bilancio della Camera e poi si è rifiutata di votarlo nella speranza di cavalcare la tigre, non è quella stessa destra che governava con una maggioranza larghissima nei cinque anni in cui le spese delle principali istituzioni pubbliche sono cresciute di quasi il 24 per cento oltre l'inflazione?
 
Per quel po' di esperienza che abbiamo fatto in questi mesi dopo l'uscita del nostro libro, incontrando diverse migliaia di persone, ci andremmo molto cauti, prima di liquidare l'insofferenza di milioni di cittadini, confermata inequivocabilmente dai sondaggi e dalle analisi di Ilvo Diamanti, come «tentazioni antipolitiche». Noi abbiamo visto piuttosto crescere una nuova consapevolezza. Quella che «prima» del legittimo diritto di ognuno di noi di sentirsi di destra o di sinistra, abbiamo tutti insieme un problema: una politica che ha allagato la società. E che, come dimostra il dibattito di queste settimane, non ha la forza non solo per risolvere i problemi ma neppure per metterli sul tavolo.

È «antipolitico» chiedere come mai non vengono neppure ipotizzati l'abolizione delle province o l'accorpamento dei piccoli comuni? Che tutte le amministrazioni pubbliche siano obbligate a fare bilanci trasparenti dove «acquisto carta da fax» si chiami «acquisto carta da fax» e «noleggio aerei privati» si chiami «noleggio aerei privati» così da spazzare via tanti bilanci fatti così proprio per essere illeggibili? Che anche il Quirinale metta in Internet il dettaglio delle proprie spese come Buckingham Palace? Che venga rimossa quella specie di «scala mobile» dell'indennità dei parlamentari ipocritamente legata a quella dei magistrati due decenni abbondanti dopo l'abolizione del meccanismo per tutti gli altri italiani?
 
Insomma: viva le istituzioni, viva il Parlamento, viva i partiti. Però diversi: diversi.
 
E soprattutto: è antipolitico chiedere che certi politici italiani la smettano di essere così presuntuosi da pretendere di identificarsi automaticamente con la Democrazia?
 
 
di  Sergio Rizzo & Gian Antonio Stella  per  Corriere della Sera
 

Nel canile di Michela Vittoria Brambilla...

         

Ci ha scritto Marcello Saponaro, Consigliere regionale dei Verdi in Lombardia, segnalandoci un caso di disinformazione posto in essere dalla rete televisiva La7.

Ecco quanto scrive Saponaro, che ringraziamo moltissimo per la segnalazione:

"Ho visto ora su internet questo servizio di Emilio Nessi andato in onda [...] su La 7. Dopo un mese di denuncie dei volontari (che non possono più entrare nel canile) La7 si è presentata a filmare solo i cani bianchi e riccioluti nel giorno della conferenza stampa convocata da Michela Brambilla. Un po’ come se (quando) l’Arpa si presentasse a fare i controlli dei fumi di un’industria il giorno di ferragosto…
L’altro video lo potete vedere, invece, su Google Video. La mano è meno ferma, i locali sono bui, l’umidità si sente e i liquami si vedono. Non l’ha filmato Emilio Nessi ma un volontario con il suo telefonino. Ovviamente in un giorno qualunque. I cani abitano il canile anche nei giorni qualunque…

P.s. Anche noi, lo stesso giorno (il 15 settembre 2007), abbiamo fatto una conferenza stampa. Insieme ai volontari. Nessuna telecamera della 7, però, è venuta a intervistarli."

 

L'e-mail di Saponaro è del 20 settembre; purtroppo, data la mole di e-mail che ci inviate, siamo riusciti a leggerla solo adesso. La pubblichiamo comunque, sebbene in ritardo, in quanto crediamo sia una di quelle notizie che valga sempre la pena di pubblicare e diffondere in rete.

Cogliamo l'occasione per ringraziare anche tutti i visitatori che ci scrivono via mail per farci i complimenti o proporci articoli... siete tanti, ma cerchiamo di rispondere sempre alla maggior parte di voi. Il nostro consiglio, se volete essere letti subito, è quello di scriverci un normale commento. Grazie a tutti!

 

Link: il Blog di Saponaro

Mazzate (di Marco Travaglio)

Dal film Shaun of the Dead

La scena è questa: nel pomeriggio dell’altroieri Mauro Mazza, direttore del Tg2 in quota An, appare in video per ammonire Beppe Grillo col gesto della pistola: «Che accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati gli insulti di Grillo, premesse il grilletto?» Per la verità Grillo non ha mai evocato né pistole né fucili, diversamente da Bossi che li evoca continuamente nella totale distrazione del Mazza medesimo.  

Per la verità i “vaffanculo” liberatori di Grillo in piazza odorano di bucato, paragonati a quel che si dicono quotidianamente i parlamentari alla Camera e al Senato (quest’estate un’esagitata forzista urlò “assassino” a Gerardo D’Ambrosio, ma anche quella volta il Mazza era distratto). Per la verità, sono dieci giorni che politici e commentatori danno a Grillo del qualunquista, fascista, populista, demagogo, antidemocratico, additandolo come il pericolo pubblico numero uno. Che accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati gli insulti a Grillo, premesse il grilletto contro Grillo, che fra l’altro non ha scorta né auto blindata né aerei di Stato per volare ai gran premi?  

Pochi minuti dopo l’editoriale del Tg2, Gianfranco Fini incontra i giornalisti e dice di trovare un tantino eccessivo il rischio paventato dall’amico Mazza: «Adesso lo chiamo per dirglielo». Segue telefonata. Lorenzo Salvia del Corriere chiama Mazza un minuto dopo. Forse si aspetta di trovare un uomo umiliato, mortificato, magari balbettante, forse addirittura nascosto sotto la scrivania per la vergogna: uno che ha appena preso una lavata di capo dal suo principale. Invece no, tutt’altro. Mazza fa il brillante: «E che problema c’è?» Il problema sarebbe che, se Fini gli telefona per dirgli che non gli piace il presepe, vuol dire che considera Mazza una cosa sua, una protesi, un maggiordomo. Il che, per un professionista serio quale Mazza sicuramente è, non è proprio bellissimo. Mazza invece rivolta la frittata e riesce persino a dire, restando serio, che la telefonata di Fini è la prova della sua rocciosa autonomia: «Si dice che i direttori dei tg siano affiliati a un padrino politico che detta il mattinale. Ecco, è la dimostrazione che non è così. È segno che sono indipendente». 

Ricapitolando: Fini chiama Mazza davanti a tutti, trattandolo come un suo dipendente, non un indipendente, e gli dice più o meno: «Senti, caro, stavolta hai esagerato». E, se lo fa è perché è abituato a farlo, e se è abituato a farlo è perché Mazza qualcosa gli deve, altrimenti non si vede a che titolo un segretario di partito chiami il direttore di un telegiornale del «servizio pubblico» per dargli la linea. Ma queste osservazioni di puro buonsenso non sfiorano più nessuno: né Fini, né Mazza. È normale.  

Ed è tutto qui, in soldoni, l’annoso problema della Rai che ieri, tanto per cambiare, ha rischiato di far cadere il governo. Perché finché si scherza, parlando di finanziaria, di guerra, di precariato, di pensioni, si scherza. Ma quando si parla di cose serie (quelle che lo sono per Berlusconi), cioè la televisione e la giustizia, allora può crollare tutto.  

Ricordate la prima crisi del governo Prodi a febbraio? La base di Vicenza e la mozione sull’Afghanistan erano un puro pretesto: la verità è che la pur blandissima legge sul conflitto d’interessi era appena approdata in Parlamento. Il governo andò subito sotto. A fine luglio, sull’ordinamento giudiziario, replay: governo battuto. Ieri l’ennesimo terremoto, ancora sulla tv. Ora naturalmente i commentatori che la sanno lunga ci spiegheranno che «la tv non conta», che Berlusconi «non vince per le tv», che «controllare le tv non basta», che «la tv non sposta voti». È quel che Berlusconi vuole che si creda, e il bello è che a sinistra molti ci credono. Tant’è che lo ripetono a ogni pie’ sospinto. Poi però si ricredono in segreto e corrono a lottizzare la Rai: altrimenti non si capisce il perché dell’operazione Fabiani, che sta scuotendo una maggioranza già scossa di suo.  

Ecco perché, quando promettono «non lottizzeremo più», nessuno ci crede. Perché chiunque abbia fatto politica in prima fila in questi anni ha sempre trattato la Rai come il cortile di casa, cioè come Fini tratta Mazza.

Dice bene Robin Williams nel suo ultimo film (“L’uomo dell’anno”): «I politici sono come i pannolini: bisogna cambiarli spesso, e per lo stesso motivo».

di Marco Travaglio per l'Unità

Burlando contromano in autostrada: "Sono deputato". Niente multa

Credevate che il senatore (ex P2) Gustavo Selva l'avesse fatta grossa con quell'ambulanza?  Avete pensato che con la gita domenicale a Monza del ministro (e che ministro!) Clemente Mastella si fosse toccato il fondo?  Spiacenti, ancora non avevate fatto i conti con Claudio Burlando, presidente (il minuscolo qui è d'obbligo) della Regione Liguria, il quale a demenza e cafoneria non ha certo voluto essere da meno rispetto ai suoi colleghi...

Cosa ha fatto? Oh, molto semplice: ha guidato per più di un chilometro in autostrada contromano creando il panico tra gli automobilisti (miseri cittadini di serie Z), si è finto parlamentare (non lo è più da 2 anni) per evitare la multa (ricorda molto Il Sorpasso di Dino Risi), se ne è bellamente fregato degli automobilisti sconvolti fermi sulla strada, chiuso in macchina a parlare tranquillamente al telefonino (altra infrazione del codice della strada), la stradale china il capo e dice "prego, prego... non si preoccupi, non ci sono prove di ciò che ha fatto", nonostante tutti i testimoni fermi lì intorno.

Non sappiamo se Burlando fosse bevuto o... peggio, e tantomeno se intenderà giustificarsi in questo modo. Noi gli ricordiamo soltanto che ex art. 2046 cod. civ. chi non ha la capacità di intendere e di volere (come l'ubriaco o il drogato) è comunque imputabile del fatto dannoso se lo stato di incapacità deriva da una sua colpa (esattamente come l'ubriaco o il drogato). Gli ricordiamo inoltre, e questo anche agli agenti intervenuti, che non esiste alcuna immunità parlamentare per quanto da lui posto in essere!

 

Ecco il racconto dei fatti riportato oggi da Repubblica.it:

"Per un chilometro e passa ha guidato contromano, rischiando una mezza dozzina di scontri frontali con le vetture che stavano per imboccare il casello autostradale. Fermato da una pattuglia della polizia, invece della patente ha mostrato la tessera da deputato. Che tra l'altro è scaduta da un paio d'anni. Dicono non sembrasse turbato più di tanto, anzi. "Hanno ragione", ha detto serenamente Claudio Burlando - ex ministro dei Trasporti e già sindaco di Genova, fino al 2005 in Parlamento con i Ds, attuale presidente della Regione Liguria - indicando gli automobilisti fermi ai lati della carreggiata e sotto shock per lo spavento.

Gli agenti hanno calmato gli animi, preso nota del documento, telefonato in centrale. Poi lo hanno lasciato andare. Nemmeno l'ombra di una multa. E massima discrezione. I poliziotti qualche ora più tardi hanno sottoscritto - "per dovere d'ufficio" - una relazione di servizio. Che avrebbe dovuto restare chiusa in un cassetto.

E' successo domenica scorsa. "Verso le ore 12,15 la pattuglia veniva inviata dal locale Centro Operativo Autostradale presso il casello di Genova-Aeroporto", scrivono gli agenti. Poco prima la centrale ha raccolto le telefonate - terrorizzate, infuriate - di alcuni automobilisti. "Giunti sul posto venivamo avvicinati da tre persone". Sono gli occupanti dell'ultima vettura che stava per essere centrata dalla macchina del Presidente. Al volante c'è un signore di 59 anni, con la figlia e il fidanzato di lei. "Asserivano di essersi trovati l'autovettura Mitsubishi Space Runner targata AH... procedere contromano"."

Raccontano i tre di essersi avvicinati furibondi alla macchina per prendersela con il guidatore. E che quello restava chiuso all'interno dell'abitacolo, ignorandoli, il telefonino incollato all'orecchio.

Ma chi è l'automobilista? "Alla guida della Mitsubishi si trovava tale Burlando Claudio, nato a Genova il 27.04.1954, identificato mediante tessera della Camera dei Deputati numero 938...". Precisano gli agenti: "Quest'ultimo ammetteva quanto sostenuto dagli utenti senza dare un giustificato motivo alla manovra effettuata". E in coda alla relazione: "La pattuglia, non avendo comunque accertato l'infrazione in oggetto, si asteneva dal contestare alcun tipo di sanzione, limitandosi ad informare il comandante telefonicamente e a redigere la presente".

Secondo la ricostruzione dei poliziotti, il presidente ligure proveniva dagli Erzelli, una collina dove sono depositati i container vuoti del porto di Genova. Voleva dirigersi verso il mare, ma ha sbagliato strada. All'altezza dell'ingresso autostradale con ogni probabilità intendeva fare inversione e passare sull'altra carreggiata. E però le due strade sono divise prima da una barriera di catene, poi dal guard-rail in cemento. Così è partito in contromano, tenendosi rasente ad un muraglione sulla sinistra, forse sperando di trovare uno spazio nella barriera ed infilarcisi.

Il fatto di aver incrociato alcune macchine nell'opposto senso di marcia, di aver sfiorato più volte lo scontro, non lo ha indotto a desistere. Al contrario, ha percorso più di un chilometro. Resta da capire perché la Stradale, nonostante Burlando abbia ammesso le sue colpe, non abbia elevato alcuna contravvenzione. Codice alla mano, per la guida contromano sono previsti quattro punti in meno sulla patente. Dieci in caso di curve e strade divise da carreggiate separate."

 

Quel vagoncino di soldi a Cl

«Ci muoviamo in gruppo»... Chissà cosa voleva dire lo spot studiato dalle Ferrovie Nord Milano per la tv in streaming del Meeting di Cl.

Di treni lombardi, a Rimini neanche l’ombra.

È arrivata invece una vagonata di soldi: un contributo di 180 mila euro per «promuovere l’immagine della Regione». Tanto ha stanziato la giunta di Formigoni per uno stand nel cuore della kermesse di Cl. La delibera è del 2 agosto. La manifestazione richiama ogni anno oltre 700 mila visitatori, vi si legge, «offre un contesto adeguato per informare sui progetti nell’ambito dell’istruzione, della formazione professionale, del mercato del lavoro» e, ancora, «delle eccellenze del sistema sanitario lombardo».

Ma è solo l’ultimo rivolo di un flusso di denaro che negli ultimi sette anni di governo formigoniano ha riversato un milione di euro nel forziere ciellino di Rimini.  Marcello Saponaro e Carlo Monguzzi, consiglieri regionali dei Verdi, hanno presentato un’interrogazione.

Da sempre vicino a Cl, Roberto Formigoni ha partecipato di persona anche a questa edizione del Meeting, per la quale ha voluto uno stand tirato a lucido. Spese per le pulizie: 15 mila euro.

Fonte: Spreconi.it

Comma 22 (di Marco Travaglio)

Il complotto fascio-qualunquista-plebiscitario-populista-eccetera di Grillo contro i partiti trova ogni giorno nuovi alleati nei partiti medesimi. Non bastassero le ambulanze e gli aerei di Stato usati come taxi, è in fase di decollo la famosa legge Mastella sulle intercettazioni: quella che, anziché consigliare ai politici di non telefonare ai delinquenti, vieta ai giornali di pubblicare le telefonate dei politici con i delinquenti.

Ma, siccome non c’è limite al peggio, Franco Bechis rivela su “Italia Oggi” che il testo già orrendo approvato in aprile dalla Camera sta per essere aggravato in Senato con un emendamento “anti-Forleo” dell’ex Dl Franco Manzione: quello che a luglio stava per far cadere il governo con un emendamento che riusciva financo a peggiorare l’ordinamento giudiziario Mastella). Ora Manzione merita un’altra menzione. «Lo scopo - spiega Bechis - è impedire la presentazione in Parlamento di altre richieste come quella della Forleo che possano essere usate contro deputati o senatori, a meno che prima non vengano indicati i reati per cui sono perseguiti quei parlamentari. Se non saranno indicati (e non potrebbero, visto che quei testi sono inutilizzabili senza l’ok delle Camere), l’autorizzazione non verrà concessa. O verrà concessa solo per procedere contro terzi (Consorte e Fiorani). Un bel circolo vizioso, che aggiungerebbe nuova immunità alla ricca protezione costituzionale dei parlamentari».

Se le cose stanno così, l’emendamento è direttamente ispirato al “Comma 22” di Joseph Heller: i piloti militari possono chiedere l’esonero dai voli di guerra se sono pazzi, ma chi chiede l’esonero dai voli di guerra è tutt’altro che pazzo: i pazzi sono quelli che li fanno, i voli di guerra. Qui la situazione è analoga: la legge Boato del 2003 dichiara inutilizzabili le telefonate di un indagato che parla con un parlamentare, salvo autorizzazione del Parlamento. Per usarle contro l’indagato ed eventualmente anche contro il politico suo complice, la Procura deve mandarle al Gip perché chieda il permesso alle Camere. È quel che ha fatto la Forleo con le telefonate tra i furbetti e sei politici di FI e dei Ds. La Procura l’ha avvisata di volerle usare nei confronti dei furbetti (già indagati su elementi diversi dalle telefonate) e di «altri da identificare»: cioè i parlamentari non ancora «identificati» ufficialmente perché le conversazioni sono inutilizzabili. Perché il Parlamento capisse, la Forleo le ha riportate, sottolineando quelle da cui emerge, «ad avviso di questa autorità giudiziaria», il «concorso nel disegno criminoso» - l’aggiotaggio dei furbetti - da parte di alcuni parlamentari. Questi si sono molto offesi («atto abnorme», «violazione di legge», «ordinanza irricevibile»): ma come, un gip ci accusa di un reato per cui la Procura non ci ha indagati?

La risposta è nella legge Boato: la Procura non li ha indagati perché non può ancora farlo: l’unica notizia di reato a loro carico emerge dalle telefonate, che però sono inutilizzabili se il Parlamento non le autorizza. Il gip, per avere il permesso, spiega per quale reato e nei confronti di chi. Ma il Parlamento risponde: se prima non indagate i parlamentari, non possiamo autorizzarvi a usare le telefonate per indagarli. Una follia. Che ora, se passa il comma Manzione, raddoppia: se il magistrato vuole chiedere di usare le telefonate anche contro i politici, deve prima formalizzare l’accusa nei loro confronti; ma, visto che la legge Boato vieta di usarle per formalizzare un’accusa, è inutile chiedere al Parlamento il permesso di usarle.

O il magistrato distrugge le bobine, o chiede al Parlamento di usarle solo contro i non-parlamentari (e resta da capire perché mai il Parlamento dovrebbe pronunciarsi sul destino processuale di chi non ne fa parte). Oggi, almeno in teoria, è ancora possibile giudicare i parlamentari per i loro reati a mezzo telefonico (pur se la Boato ha reintrodotto surrettiziamente l’autorizzazione a procedere abolita nel ’93): solo in caso di «fumus persecutionis» il Parlamento può respingere la richiesta del Gip.

Con il «comma 22», invece, i parlamentari diventano invulnerabili. Anziché autorizzare senza se e senza ma la Procura di Milano a usare le telefonate nei confronti di chiunque lo meriti, e cancellare la Boato che ha causato questo pasticciaccio brutto, il Parlamento la peggiora, mettendo nero su bianco che i giudici non devono provarci mai più. E che la legge non è uguale per tutti. Poi, naturalmente, l’«antipolitica» è colpa di Grillo.

di Marco Travaglio per l'Unità

Maiale Day / 2

E bravo Borghezio. Fermato, con qualche spintone, dalla polizia belga, e portato in questura perchè manifestava contro l’islamizzazione dell’Europa per altro in ottima compagnia : Philip De Winter, leader del partito di estrema destra separatista e xenofobo fiammingo, Vlaams Belang (ex Vlaams Blok), nonché il capo delegazione dello stesso partito all'Europarlamento, Frank Van Hecke.

Di Borghezio, europarlamentare della lega, c’è poco da dire; tutti conosciamo di che pasta è fatto. Da colui che andava a spargere escrementi di maiale sui terreni concessi alle comunità arabe per costruirci le moschee e disinfettava i sedili dei treni regionali su cui viaggiavano le prostitute cosa ci si può aspettare? Probabilmente che appoggi, anzi partecipi attivamante al 'maiale day' promosso dal suo camerata Calderoli che si dice pronto a mettere « fin da subito a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si vorrebbe costruire la moschea a Bologna »

Una bella coppia dunque, Calderoli e il suo maiale.

di G. Tizian per Democrazialegalita.it

Le vergogne della CEI, atto terzo - Lettera aperta di Amnesty International

Riceviamo per e-mail e molto volentieri pubblichiamo:

Vi giro un comunicato stampa di
Amnesty International sull'aborto.
E' veramente scandaloso l'attacco (questo è il terzo!)
da parte della CEI a questa organizzazione mondiale
che difende i diritti umani.
Il comportamento della Chiesa danneggia l'azione
di Amnesty, in quanto ne fa diminuire l'autorevolezza
ed imparzialità, riconosciuta a livello internazionale,
mettendo a rischio anche la vita di molte persone
condannate alla pena di morte, che questa Ong
(che è assolutamente apartitica e che
non chiede/accetta finanziamenti da NESSUNO!)
cerca ogni giorno di salvare.

Diego Spinello (Verdi di Paderno Dugnano)

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MAI DETTO CHE L'ABORTO E' UN DIRITTO UMANO,
DIFENDIAMO LE DONNE CHE HANNO SUBITO VIOLENZA SESSUALE.
 
MAI RICEVUTI NE' SOLLECITATI
FINANZIAMENTI DALLA SANTA SEDE.

Eminenza,

ieri, in occasione dell’apertura dei lavori del Consiglio episcopale, Ella ha voluto commentare la politica adottata da Amnesty International, lo scorso mese di agosto, su alcuni specifici aspetti riguardanti l’aborto.

A questo proposito mi permetto di fare alcune considerazioni. Nonostante le numerose precisazioni e smentite che siamo stati costretti a fare nell’ultimo mese (e che, peraltro, il quotidiano “Avvenire” ha rifiutato di pubblicare, in spregio al diritto di replica), Ella ha attribuito ad Amnesty International un’affermazione mai fatta: che l’aborto sia stato da noi considerato un diritto umano.

Ieri, Ella ha voluto indicare Amnesty International tra i responsabili di una crisi morale del nostro paese, per il semplice fatto che la nostra associazione, dopo tre anni di ricerca e di missioni in paesi in cui la violenza sulle donne è tanto diffusa ed endemica quanto impunita, ha voluto prendere le difese delle migliaia e migliaia di donne che ogni anno subiscono stupri (sulle nostre strade, durante le guerre così come nei tanti Darfur che hanno luogo tra le mura domestiche) e delle migliaia e migliaia di donne che vanno in carcere o rischiano la pena di morte per aver cercato di interrompere una gravidanza a seguito di violenza sessuale o perché essa mette a rischio la loro vita o quella del nascituro. Donne derise e umiliate, cui viene negata giustizia, che vedono i loro stupratori girare impuniti, davanti al portone di casa o a un campo profughi.

I resoconti delle nostre missioni in Darfur sono pieni di testimonianze di donne che ci raccontano che preferiscono uscire loro dalle tende, perché se lo fanno gli uomini verranno uccisi dalle squadre della morte sudanesi, mentre loro, le donne, verranno ‘solo’ stuprate. In situazioni di guerra, lo stupro è diventato una vera e propria arma di distruzione di massa. Nell’ex Jugoslavia, in Ruanda e in Darfur sono tantissime le donne che sono state violentate sistematicamente perché partorissero un ‘figlio del nemico’.

Alla violenza devastante dello stupro, queste donne devono aggiungere quella che poi ricevono dalla comunità di origine, che spesso le considera impure o addirittura responsabili di ciò che hanno subito. Vengono isolate, allontanate, picchiate e talora uccise.

In tali condizioni, quali argomenti si possono imporre a una donna che sceglie di non portare avanti una gravidanza frutto di violenza, magari subita da quegli stessi uomini che un attimo prima hanno massacrato, davanti ai suoi occhi, il marito e i figli?

Quella che Le ho descritto è la realtà che molte missioni di ricerca di Amnesty International hanno conosciuto, nel corso della nostra campagna ‘Mai più violenza sulle donne’. Una realtà che ha portato due milioni di soci a scegliere di prendere una posizione. Amnesty International non auspica, non chiede che una donna violentata abortisca, ma se decide di farlo, vogliamo che non sia obbligata a rischiare la propria salute. Chiediamo, inoltre, che non finisca in prigione per aver preso quella decisione.

Amnesty International ha deciso di profondere il massimo impegno per eliminare le condizioni che favoriscono la violenza sessuale nei confronti di centinaia di migliaia di donne ogni anno. Come abbiamo ribadito anche nel corso del nostro Consiglio internazionale, svoltosi ad agosto in Messico, Amnesty International lavorerà per contrastare tutti quei fattori che favoriscono gravidanze indesiderate o che contribuiscono a portare una donna a scegliere di abortire.

Questo è il cuore della posizione di Amnesty International, che però non trova menzione nelle Sue parole di ieri né nelle precedenti dichiarazioni di altri autorevolissimi esponenti della Chiesa Cattolica.

Infine, Le sarà probabilmente noto che Amnesty International non ha mai ricevuto, poiché a norma del suo Statuto non potrebbe mai sollecitarli né accettarli, finanziamenti dalla Santa Sede. La ‘sospensione’ di tali finanziamenti è tuttavia riportata oggi da alcuni organi di stampa, nel contesto delle critiche che Ella ha rivolto alla nostra associazione.

Nel massimo rispetto per il Suo ruolo e per la Sua persona, Le chiedo la disponibilità a lavorare insieme ad Amnesty International perché si pongano in essere tutte le misure necessarie, legislative ma anche di educazione e informazione sulla salute sessuale e riproduttiva, affinché si riducano al massimo i rischi di gravidanze indesiderate e, di conseguenza, si riduca l’incidenza del ricorso all’aborto.

Mi auguro, Eminenza, di ricevere una Sua cortese risposta.

Con i miei più deferenti saluti

Paolo Pobbiati
Presidente della Sezione Italiana
di Amnesty International

Scandalo in USA: studente arrestato perché... faceva troppe domande!

Grazie ad un blog nostro amico che visitiamo molto spesso, L'Agorà, siamo venuti a conoscenza di una notizia che oltre ad avere dell'incredibile ci preoccupa moltissimo.

Riportiamo qui di seguito l'articolo di Repubblica che racconta l'accaduto (è disponibile anche il filmato originale):

 

"MIAMI - Arrestato perché faceva troppe domande al senatore John Kerry e poi immobilizzato con una pistola elettrica. Andrew Meyer è il 21enne protagonista di un video-choc che sta sollevando molte polemiche. Ieri, in occasione di un dibattito all'università della Florida, Meyer, usando il microfono che era stato messo a disposizione degli studenti, aveva iniziato a rivolgere una serie di domande al democratico Kerry, sconfitto da George W. Bush nel 2004 nella corsa alle presidenziali. Alcune anche scomode: "Perché non ha chiesto l'impeachment di Bush?", e ancora "Ha mai fatto parte della società segreta Skull & Bones?" (ispirata a rituali massonici).

Il video mostra chiaramente che mentre Meyer sta parlando rivolto a Kerry, due poliziotti intervengono per allontanarlo con energia dal microfono. Di fronte alle resistenze e allo stupore del giovane, i poliziotti, diventati 4, si fanno sempre più decisi e cercano di farlo uscire dalla sala, tra gli sguardi degli altri universitari, che restano seduti.

GUARDA IL VIDEO

Il ragazzo, ammanettato, continua ad urlare "aiuto, aiuto", e "cosa ho fatto"?. La scena è ripresa da alcune televisioni locali, ma anche da alcuni studenti. Dopo essere stato buttato in terra e ammanettato, gli agenti minacciano di usare il potente Taser, in grado di immobilizzare una persona. E' troppo tardi: il poliziotto schiaccia il bottone, tra le urla del ragazzo. "Ha usato il tempo massimo a disposizione, nonostante gli avessimo chiesto di terminare il suo intervento - ha dichiarato il portavoce dell'università Steve Orlando - Gli abbiamo dapprima tolto l'audio, poi ha iniziato a diventare nervoso". In sottofondo, mentre il ragazzo viene ammanettato, si sente il senatore che dice: "Va bene, fatemi rispondere alle sue domande". Secondo quanto riferito dalla polizia, Meyer è stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e disturbo della quiete.

L'università, da parte sua, ha avviato un'indagine interna: "Cercheremo di capire se sono state seguite tutte le procedure del caso, in particolare riguardo all'uso del Taser". Gli amici di Meyer, attraverso il suo sito ufficiale, hanno invitato gli studenti a manifestare, per chiedere la sua liberazione immediata."

Scie chimiche: complotto globale o... bufala virtuale?

A tutti sarà qualche volta capitato di notare le caratteristiche strisce bianche che compaiono nel cielo dopo il passaggio di un aeroplano. Ma se le normali scie di condensazione (in inglese “contrails”) rilasciate dagli aerei di linea sono una consuetudine che osserviamo ormai da più di mezzo secolo nei nostri cieli, diverso sarebbe secondo alcuni il discorso delle scie chimiche (“chemtrails”), formazioni che mostrerebbero qualità differenti dalle prime e che sarebbero state osservate a partire dalla metà degli anni ‘90 dapprima negli Stati Uniti e di seguito in Canada, Nuova Zelanda, Bahamas, Sud Africa, Croazia e molti altri paesi facenti parte della NATO tra cui Francia, Spagna e Italia.

Una scia di condensazione è essenzialmente costituita da acqua che, immessa in atmosfera sotto forma di vapore dai motori dei velivoli, a contatto con l’aria fredda d’alta quota condensa istantaneamente in cristalli di ghiaccio o goccioline di liquido per poi dissipare mediamente nell’arco di qualche minuto. Le cosiddette scie chimiche, al contrario, mostrerebbero caratteri di maggiore spessore e persistenza e sarebbero frequentemente intersecate tra loro a formare reticolati di varie dimensioni che pian piano darebbero luogo ad una vera e propria copertura nuvolosa artificiale capace di trasformare un cielo azzurro in una massa lattiginosa nel giro di poche ore.

La generazione di questa nuvolosità sarebbe dovuta ad attività di irrorazione, da parte di aerei non di linea o commerciali, di sottilissimo particolato, essenzialmente costituito da sali di bario, solfati di alluminio, calcio, magnesio e altri composti, che fungono da nuclei di condensazione per l’umidità già presente in atmosfera, favorendo quindi la formazione delle nubi.

L’analisi chimica del terreno, eseguita in diverse zone saturate dalle scie, avrebbe evidenziato la presenza, oltre che di grandi quantità di alluminio e di bario, anche di titanio, bromuro e batteri che normalmente vivono negli alti strati dell’atmosfera e che, inglobati dagli aerosol chimici, vengono invece trasportati a terra, con inimmaginabili conseguenze sulla salute dell’uomo e degli ecosistemi.

Ma quali sarebbero le ragioni di una simile operazione? Numerose, spesso fantasiose, e invero un po’ “apocalittiche” sono le ipotesi sulle possibili motivazioni avanzate da coloro che sostengono la teoria del complotto, nata dalla poca chiarezza con cui i governi avrebbero risposto alle richieste di spiegazioni da parte dei cittadini. Molti sospetti sembrerebbero far capo all’ipotesi di operazioni militari riservate, soprattutto in considerazione del fatto che il bario, cospicuamente e frequentemente emerso dalle analisi dei campioni, è un eccellente conduttore elettromagnetico e crea in sospensione una sorta di ponte che prolunga i segnali radio e radar oltre l’orizzonte. Altra ipotesi è quella che vedrebbe il governo statunitense, d'accordo con altri governi implicati nel programma, coinvolto in un’operazione di rilascio graduale di bioagenti e patogeni, allo scopo di vaccinare le popolazioni dall'alto o, peggio, di ridurne il numero in un’ottica di controllo della crescita demografica. Nella fitta trama di implicazioni, è in seguito emersa anche l’ombra inquietante di HAARP (acronimo di “High-Frequency Active Auroral Research Program”), un progetto USA, ufficialmente volto allo studio della ionosfera per il miglioramento delle telecomunicazioni attraverso l’utilizzo di onde ELF (Estreme Low Frequencies) trasmesse da una serie di antenne erette in Alaska e che, secondo alcuni, sarebbe invece uno strumento di conquista in grado di destabilizzare selettivamente il clima e dunque i sistemi agricoli ed ecologici di intere regioni attraverso un’alterazione, per mezzo di microonde, di temperatura e umidità.
Sempre in ottica di controllo del clima terrestre l’impiego delle scie potrebbe anche rientrare in un progetto volto a rallentare il preoccupante aumento della temperatura del pianeta attraverso la costituzione di una schermatura di ossido di alluminio a livello della stratosfera, che favorisca la parziale riflessione dei raggi solari.

Al di là delle varie ipotesi, ad oggi l’esistenza delle scie chimiche non è stata realmente ancora dimostrata e, secondo le versioni ufficiali fornite dai governi, quelle che vedremmo nei nostri cieli altro non sarebbero che banalissime scie di vapore condensato, lasciate in cielo da qualunque aeromobile, in gran parte di linea, che si ritrovi a volare ad una quota, temperatura e umidità, che ne permettano la formazione. Le contrails si comporterebbero come cirri (nuvole cirrus), che in effetti, in particolari condizioni atmosferiche, hanno la possibilità di persistere nell’aria anche per ore. L’esistenza di una relazione causa - effetto tra le scie e la presenza nel terreno e nelle acque di zone da esse interessate di elevate quantità di metalli e batteri risulta peraltro ancora difficilmente dimostrabile.
Se dunque le ipotesi sono tante, le conseguenti smentite non sono da meno.

di Pamela Turchiarulo - Osservatorio Meteo Milano Duomo

Fonte: ChiAmaMilano

Marco Travaglio - Il rapporto tutto italiano tra TV e politica

Clic qui per vedere il filmato

Durata: 10:56

Suggerimento: andate verso la fine e sentite la storia dei "bigliettini" di Bondi...

 

Maiale Day

"Calderoli annuncia il Maiale day. Egocentrico?"

di Beppe Severgnini

 

Avviso per i nostri lettori di Paderno Dugnano

SECONDA FASE BILANCIO PARTECIPATIVO 2007:  Inizieranno martedì 25 settembre le serate di votazione per i cittadini di Paderno Dugnano aventi più di 16 anni, chiamati ad esprimere il proprio voto sulle “priorità” indicate per ogni quartiere nell’ambito del bilancio partecipativo 2007.

Anche quest’anno, l’Amministrazione comunale intende destinare una quota nel bilancio comunale 2008 (100mila euro per quartiere) per l’opera o le opere che i cittadini indicheranno come prioritarie.

Ad ogni serata saranno presenti il sindaco Massetti e gli assessore Anelli e Cairoli. I cittadini over 16 dovranno presentarsi all’assemblea del proprio quartiere con un documento d’identità valido.

Le date degli incontri:

      ·          Palazzolo Milanese: martedì 25 settembre ore 20.30

      ·          Paderno: lunedì 1 ottobre ore 20.30

      ·          Villaggio Ambrosiano: martedì 9 ottobre ore 20.30

      ·          Cassina Amata: giovedì 11 ottobre ore 20.30

      ·          Incirano: lunedì 15 ottobre ore 20.30

      ·          Dugnano: lunedì 22 ottobre ore 20.30

      ·          Calderara: giovedì 25 ottobre ore 20.30

29 e 30 settembre 2007: Giornate Europee del Patrimonio, quest'anno anche con il FAI

In risposta alla necessità di far acquisire ai cittadini europei la consapevolezza di condividere un patrimonio comune, nel rispetto della diversità di ognuno, il Consiglio d’Europa, nel 1991, ha ufficialmente lanciato le Giornate Europee del Patrimonio (GEP), una iniziativa che, nel 1999, è diventata un’azione comune del Consiglio d’Europa e della Commissione Europea.
In tutta Europa, dunque, durante i fine settimana del mese di Settembre, e dagli ultimi due anni anche di Ottobre, per le Giornate Europee del Patrimonio si aprono gratuitamente le porte di monumenti e siti, alcuni dei quali abitualmente chiusi al pubblico, e si organizzano eventi culturali, permettendo ai cittadini di conoscere e godere del proprio patrimonio e di diventare parte attiva nella salvaguardia e nella valorizzazione di esso per le generazioni presenti e future.

All’iniziativa non partecipano soltanto gli istituti culturali dello stato, ma anche altre istituzioni pubbliche come il Ministero degli Affari Esteri - con gli Istituti Italiani di Cultura all’estero - il Ministero dell’Istruzione, il Ministero dell’Università e della Ricerca, altri enti locali (Regioni, Province Autonome, Province, Comuni), organizzazioni private, associazioni: gran parte del mondo culturale italiano che pone il patrimonio al centro dei propri interessi.

Sotto l’egida della bandiera europea, quest’anno il 29 e il 30 settembre l’Italia partecipa con lo slogan “Le grandi strade della cultura: un valore per l’Europa” e, come negli anni precedenti, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali coordinerà tutte le iniziative che si svolgeranno nell’intero territorio nazionale.

Per la prima volta, inoltre, le Giornate Europee del Patrimonio vedono, quest’anno, accanto al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, due partner d’eccezione: il FAI - Fondo per l'Ambiente Italiano e Autostrade per l’Italia, che con la scelta di oltre 200 beni monumentali di rilevante interesse, situati in prossimità della rete autostradale, contribuiranno ad accrescere l’offerta culturale.

L’intervento del FAI è particolarmente importante in quanto la Fondazione offre da sempre ad un pubblico vastissimo la possibilità di riscoprire – attraverso la storia, la cultura, l’arte e l’ambiente – i grandi valori nazionali che ci identificano come popolo.

Il giardino - Villa del Balbianello, Lenno (Como)

All’origine della scelta del tema “Le grandi strade della Cultura” si trova la necessità di spiegare ai cittadini italiani ed europei come la conoscenza del nostro patrimonio culturale nazionale possa diventare uno strumento efficace per avviare il dialogo interculturale, sia a livello europeo che internazionale. I nostri beni, infatti, sono, fin dalle origini, da un lato il risultato di un incontro di civiltà diverse e, dall’altro, ispiratori di saperi altrui. Le strade, dunque, che, attraversando l’Italia, ricca di tesori artistici, culturali e ambientali, la collegano all’Europa; le strade lungo le quali le peculiarità del nostro paese si fondano con le influenze che, da oltre duemila anni, provengono da altri paesi europei, dai paesi del Mediterraneo o da culture apparentemente distanti.

Per due giorni quindi l’Italia si trasformerà in un grande teatro aperto a tutti, dove centinaia di palcoscenici sparsi in ogni regione metteranno in scena la bellezza, la storia, la cultura: una festa che si traduce in oltre 1.000 iniziative gratuite: aperture di luoghi d’arte, presentazione di restauri e lavori in corso, percorsi naturalistici e storici, convegni di approfondimento, concerti, spettacoli, proiezioni cinematografiche, itinerari gastronomici, e soprattutto iniziative nell’ambito della didattica: è infatti fondamentale che fin da giovani si comprenda il legame profondo esistente tra patrimonio e identità culturale.

ELENCO DELLE INIZIATIVE PER REGIONE (aggiornato in tempo reale)

Scarica gratuitamente la GUIDA DEGLI EVENTI (.zip)

 

Fonte: Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Cassazione: Professore autoritario? Rischia il carcere!

Ricordate la nostra campagna "Smonta IL PROFESSORE bullo"? Un nuovo grande successo su questo fronte arriva dalla Corte di Cassazione, e con precisione dalla sesta sezione penale, con la sentenza 13 settembre 2007 n. 34674.

Segue una breve analisi a cura di Roberto Cataldi:

"Insegnanti bacchettoni? Ora li "bacchetta" la Cassazione! La Suprema Corte ha detto basta ai "metodi di educazione rigidi e autoritari" per ottenere l'attenzione della classe. In una sentenza resa dalla sesta sezione penale (n.34674/2007) gli Ermellini denunciano che gli insegnanti che utilizzano metodi troppo autoritari nei confronti dei loro alunni possono provocare "rilevanti conseguenze sulla salute psichica" dei ragazzi stessi, portandolo addirittura "alla depressione" (esattamente come Il Blog Senza Nome aveva fatto notare per un altro caso, n.d.r.).
In questo modo è stata confermata la condanna di un mestro a tre mesi di reclusione per abuso dei mezzi di correzione.

E' "ormai opinione comune nella letteratura scientifico-psicologica che metodi di educazione rigidi ed autoritari, che utilizzino comportamenti punitivi violenti o costituivi, come quelli realizzati dal maestro, siano non soltanto pericolosi, ma anche dannosi per la salute psichica, cosi' da essere responsabili di una serie di distrurbi variegati e complessi, dallo stato d'ansia all'insonnia e alla depressione, fino -quando il trauma si e' verificato nei primi anni di vita- a veri e propri disturbi caratteriali e comportamentali nell'eta' adulta".

Il maestro aveva contestato la condanna inflittagli dai giudici di merito cercando di giustificare il suo comportamento autoritario con la necessità di infliggere delle punizioni agli alunni per "trovare un dialogo con una classe impossibile".
Il maestro aveva anche sostenuto che una condanna in base all'art. 571 c. p. dovrebbe scattare soltanto se l'abuso provoca "una malattia nel corpo o nella mente". La Corte ha respinto le richieste del maestro sottolineando che la condanna per abuso dei mezzi di correzione e' stata corretta ed adeguata anche perche' i giudici di merito "hanno assunto a base della ricostruzione dei fatti le dichiarazioni rese dai minori (che, si e' evidenziato, non si tratta di bambini molto piccoli e l'audizione e' sempre avvenuta con l'ausilio di una psicologa, e cio' proprio al fine di evitare che nel racconto dei ragazzi potessero provocarsi distorsioni)".

Il maestro dunque, continua la Cassazione "non ha davvero motivo di dolersi" per le maniere forti utilizzate con gli alunni. Infatti, "il fatto commesso qualificato come abuso dei mezzi di correzione appare davvero al limite del piu' grave delitto di maltrattamenti, non potendosi ignorare che la nozione giuridica di abuso dei mezzi di correzione va interpretata in sintonia con l'evoluzione del concetto di abuso sul minore, che si concretizza allorche' si configuri un comportamento doloso, attivo od omissivo, mantenuto per un tempo apprezzabile, che umilia, svaluta, denigra e sottopone a sevizie psicologiche un minore, causandogli pericoli per la salute, anche se compiute con soggettiva intenzione correttiva o disciplinare".

Le punizioni inflitte dal Maestro nel caso preso in esame dalla Corte "hanno realizzato traumi psicologici per le piccole vittime" e da ciò deriva un pericolo per la salute mentale delle persone offese. Questo pericolo "alla stregua delle piu' recenti acquisizioni scientifiche, sussiste ogni qualvolta ricorre il concreto rischio di rilevanti conseguenze sulla salute psichica del soggetto passivo".
La corte conclude ricordando che gli insegnanti che quanti ricorrano a "comportamenti punitivi, violenti o costrittivi" arrecano un pericolo "per la salute psichica" dei ragazzi portandoli alla depressione."