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30 novembre 2007 20:08
Tutti al gazebo!! - Scegli il nome del nuovo partito!!
Partecipa anche Tu all'evento politico dell'anno! Sabato e domenica, nella piazza della Tua città, puoi votare il nome del nuovo partito di Berlusconi. Potrai scegliere tra "Partito della Libertà" e "Partito del Popolo della Libertà" (ricordati che non sono ammesse altre scelte, come "Popolo del Partito della Libertà", "Popolo della Libertà nel Partito" o "Libertà del Popolo dal Partito"). Vieni anche Tu al gazebo! Il voto è facile, gratuito e non impegnativo. Basterà sottoscrivere la pre-iscrizione, poi un nostro incaricato verrà a casa Tua per consentirti di valutare serenamente la durata della Tua adesione, da pagare in comode rate mensili. Se hai una tessera di An o dell'Udc, fino al 31 dicembre approfitta degli incentivi per la rottamazione! E ricorda: i primi dieci firmatari vinceranno una cena a Portofino con Michela Vittoria Brambilla (gli ultimi dieci, un weekend a Zagarolo con Storace). di Sebastiano Messina per la Repubblica 30 novembre 2007 13:09
"La bufera su Palazzo Marino" - Letizia Moratti indagata per abuso d'ufficio
Letizia Moratti indagata per "abuso d'ufficio", tre dei suoi più stretti collaboratori accusati di concussione, un quarto indagato per truffa: l' affaire "incarichi d'oro" fa tremare le mura di Palazzo Marino. Per la Procura milanese il Comune avrebbe forzato al prepensionamento una decina di dirigenti per sostituirli con 90 funzionari, scelti senza alcun rispetto delle norme. Il sindaco Moratti non dormirà sonni tranquilli, vista la bufera che imperversa su Palazzo Marino. Gravi le accuse: il sospetto di un prepensionamento "obbligato" di dieci dirigenti in cambio di un rinforzo massiccio operato senza rispetto dei criteri di competenza e professionalità nella nomina, e poi violazione dei criteri della prioritaria pubblicità e della ricerca interna, della professionalità e della comparazione tra diversi curriculum in barba a qualsiasi regolamento della pubblica amministrazione. In una sola giornata il primo cittadino di Milano si è vista iscritta nel registro degli indagati per "abuso d'ufficio a scopo patrimoniale", ha sentito bussare alla sua porta gli agenti del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza e i Carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della procura, ha letto le pesanti accuse a carico dei suoi quattro più stretti collaboratori. L'affaire ha ormai anche un nome: "incarichi d'oro". La vicenda su cui sta facendo luce il pm milanese Alfredo Robledo riguarda il periodo compreso tra il luglio 2006 ed il febbraio 2007, quando la ruota delle nomine dirigenziali e delle consulenze comincia a girare vorticosamente tra le mura di Palazzo Marino. Secondo le accuse, l'amministrazione avrebbe comunicato a circa dieci alti dirigenti l' intenzione di non rinnovare il contratto e di demansionare il loro incarico (con un taglio dello stipendio, in alcuni casi, superiore al 20%). In alternativa, veniva loro offerta la possibilità di andare in pensione: "Avete 3 giorni per decidere", sarebbe stato l'ultimatum. Per forzare il prepensionamento, il Comune avrebbe offerto somme varianti dalle 4 alle 15 mensilità. Poi, una volta "silurati" i dieci funzionari, si sarebbe provvisto a far entrare i nuovi dirigenti, circa novanta, che avrebbero goduto di condizioni contrattuali migliori ed uno stipendio in alcuni casi triplicato rispetto a quello dei predecessori. Il tutto senza alcun rispetto delle regole. Per gli altri indagati dell'inchiesta le accuse sono più pesanti di quelle mosse all'ex ministro dell'istruzione. Tra tutti, spicca Giampiero Borghini, ex dirigente del Pci, poi Craxiano, sindaco del capoluogo lombardo per qualche mese della ultima Milano da bere, assessore per Formigoni ed oggi direttore generale del Comune e consigliere regionale. Borghini è accusato di concussione e abuso d'ufficio, mentre la sua vice, Rita Amabile, risponde di concussione fino al 6 settembre del 2006. Sospettato di concussione è anche Federico Bordogna, all'epoca dei fatti direttore centrale responsabile risorse umane, ora al decentramento. In ultimo, Alberto Bonetti Baroggi, capo di gabinetto di Letizia Moratti, indagato per truffa aggravata. Anche lui come Borghini è consigliere regionale. L'accusa di concussione prende le mosse da una serie di testimonianze rese in procura da alcuni dei dirigenti che sarebbero stati costretti a dimettersi. Ma che qualcosa a Palazzo Marino non funzionasse, lo avevano intuito già alcuni organi di informazione (come la trasmissione Report di Rai Tre). E la Corte dei Conti, che aveva calcolato il danno all'erario per le consulenze dorate in 11 milioni di euro. Alle cronache della stampa era già giunto il caso di Carmela Madaffari, ex dirigente di una asl calabrese, poi approdata a Milano a Palazzo Marino come dirigente responsabile di famiglia, scuola e politiche sociali e a interim responsabile del settore servizi per fasce deboli. Stipendio annuo oltre 217 mila euro (Borghini in tv aveva detto: "E' bravissima, evidentemente l'aria di Milano le fa bene") Sul fatto emergevano altri casi particolari, come la "promozione" del fotografo della campagna elettorale di Letizia Moratti ad addetto stampa del Comune, o la nomina a dirigente di una signora nel cui curriculum vitae spicca esclusivamente il fatto di essere stata impegnata nella comunità di San Patrignano, da sempre frequentata e sostenuta dall'attuale sindaco di Milano. "Le dimissioni frutto indebito di costrizioni", si legge nel decreto di perquisizione del pm Robledo. Mentre sulle nuove nomine "esistono gravi indizi", scrive il magistrato, "che tali attività siano avvenute in violazione di legge". Moratti e Borghini, "nelle rispettive qualità di sindaco e direttore generale, hanno dato impulso e principio di esecuzione alle procedure con le quali venivano affidati a soggetti esterni all'ente incarichi dirigenziali e di alta specializzazione, poi effettivamente conferiti nel periodo luglio 2006-febbraio 2007". Secondo gli investigatori con i prepensionamenti "è stata azzerata la memoria storica del Comune di Milano". Il colmo? Domani [oggi, ndr] alle 18 alcuni dei funzionari "silurati" sono invitati dal sindaco a Palazzo Reale per ricevere una "medaglia di benemerenza in qualità di dipendenti del Comune per la lunga e fattiva collaborazione". Certo, la cerimonia era prevista da un mese. Ma ci sarà da ridere lo stesso. di Jacopo Matano per Aprileonline Tag:
milano
30 novembre 2007 11:29
Un politico italiano... di cui parlar bene! / 2
Il 4 ottobre 2007 lanciavamo da queste pagine un appello di Marco Travaglio che chiedeva di votare quale "europarlamentare dell'anno" l'italiano Claudio Fava: "europarlamentare dei Ds ma soprattutto persona perbene, competente, coerente e – non guasta – pure giovane [...] candidato come europarlamentare dell’anno da una giuria internazionale per la sua inchiesta sulle “extraordinary renditions” (cioè sui sequestri illegali di presunti terroristi, tipo Abu Omar) e sulle carceri segrete della Cia." Ebbene, possiamo dire che l'appello non è affatto caduto nel vuoto! Claudio Fava è stato infatti nominato eurodeputato dell'anno! Segue l'intervista (di Cinzia Zambrano) pubblicata ieri da l'Unità:
"Premiato per il lavoro svolto come relatore della commissione di inchiesta sulle carceri e i voli illegali della Cia e per «aver ottenuto l’appoggio trasversale nell’emiciclo al rapporto sulle attività illecite della Cia in Europa». Claudio Fava è soddisfatto e ne ha ben d’onde. Per l’inchiesta sui voli segreti della Cia, il deputato italiano del gruppo socialista al Parlamento Ue è stato eletto «deputato europeo dell’anno» dal settimanale «European Voice» del gruppo dell’Economist.
30 novembre 2007 10:50
Le "procedure innovative" a Guantanamo
Quando si dice: un marchio, una garanzia. Sul marchio - la firma in questione è quella di Geoffrey D. Miller - è lecito aspettarsi un po’ di tutto, ma mai niente di buono. Non sorprende, infatti, che in calce al documento destinato ai carcerieri di Guantanamo, ci sia proprio il suo nome. Nominato alla fine del 2002 comandante di una prigione al di sopra di tutte le leggi, costretto alla pensione nel 2006 dopo un’infinità di polemiche sulle variegate torture denunciate da alcuni ex prigionieri, Miller è passato alla storia per i risultati ottenuti ad Abu Ghraib, in Iraq. Risultati ampiamente documentati da foto scandalose, soprattutto per una nazione che si è data il ruolo di guida democratica del mondo. Risultati che a Miller hanno fruttato una medaglia al merito, la Distinguished Service Medal, a testimoniare il suo ruolo di “innovatore”. Del resto, come negare il carattere innovativo di molti dei metodi elencati nelle 238 pagine dirette a Cuba e datate 28 marzo 2003, poco dopo l’inizio della guerra in Iraq? Da alcuni giorni a questa parte, grazie a un sito – wikileaks.org – e a un cybernauta che ha scovato, postato e reso pubblico questo documento, le tecniche utilizzate a Guantanamo per convincere i detenuti a collaborare durante gli interrogatori sono sotto gli occhi di tutti. E lo rimarranno ancora, dato che la richiesta del Pentagono di censura è stata respinta dal sito. Dietro al titolo asettico di Camp Delta Standard Operating Procedures - Procedure operative standard per il Campo Delta - si nascondono una serie di pratiche in palese violazione della Convenzione di Ginevra in difesa dei prigionieri di guerra. Alberto Gonzales, l’uomo che fino allo scorso settembre guidava il dipartimento della Giustizia americano, non aveva mai fatto mistero di considerare la Convenzione “obsoleta”, non più valida per talebani e terroristi di al-Qaeda. E, a leggere queste 238 pagine, le minuziose descrizioni dei vari blocchi, il sistema di premi e punizioni, la classificazione di pericolosità dei detenuti, sorprende la razionalità e la sistematicità con cui gli americani hanno sistematicamente violato i diritti di semplici sospettati.
Attualmente, sarebbero circa 350 i presunti terroristi rinchiusi in questa prigione di 116 chilometri quadrati, costruita su un territorio cubano ma sotto giurisdizione americana dal 1903 (con un “affitto perpetuo” mai riconosciuto dalle autorità dell’isola). Persone alle quali non è concesso il diritto di difendere se stessi davanti a un giudice. Diritto sacrificato al sacro altare della lotta al terrorismo. E allora, non sorprende che questo documento dia prova di quanto le associazioni per i diritti civili continuano a dire da sempre, ossia che una parte dei prigionieri viene nascosta anche agli inviati della Croce Rossa internazionale. Certo, due anni fa il vicepresidente Dick Cheney aveva detto che i prigionieri di Guantanamo “vivono ai tropici, sono ben nutriti e hanno tutto quello che possono desiderare”. Insomma, poco meno di una vacanza. Una singolare “vacanza”, a dire il vero, se si considera che il benvenuto consiste, per protocollo e raccomandazione di Miller, in almeno due settimane di semi-isolamento, strumento fondamentale per causare “disorientamento” e rendere più malleabili i detenuti durante gli interrogatori. Inoltre, nei primi trenta giorni di reclusione, è fatto divieto di essere visitati dalla Croce Rossa, di ricevere libri, lettere o assistenza spirituale. Peccato che questa pratica sia ufficialmente considerata come atto di tortura psicologica. Tortura che si va ad aggiungere a quelle fisiche raccontante da ex prigionieri.
Non solo. I detenuti - stabiliscono le direttive - devono essere distinti in quattro categorie: quelli con un unrestricted access, che possono essere visitati dagli inviati della Croce Rossa; quelli con un restricted access, che possono solo essere visitati ma non possono comunicare solo quanto concerne la sua salute; quelli con un <visual access>, ossia che possono solo essere osservati e, infine, i no access, totalmente esclusi dal contatto con il personale dell’organizzazione internazionale. Facile intuire il perché della scelta di nascondere agli occhi del mondo i detenuti considerati più pericolosi, più importanti e, quindi, più sottoposti a torture di ogni sorta. Ovviamente, però, il documento proibisce qualsiasi tipo di violenza fisica. Un’altra distinzione interessante è quella fatta sulla base della collaborazione e del comportamento tenuto in carcere. A ognuno di cinque livelli corrisponde una collocazione del prigioniero in una specifica parte del carcere. E finire nei campi di massima sicurezza, ossia quelli degli ultimi due livelli, significa essere costretti quasi sempre all’isolamento, privati di tutto, anche carta, matita, libri. Ai più diligenti, invece, tre coperte invece di due, rotoli in più di carta igienica, sale, saponette, una doccia in più la settimana e un’uscita in più al giorno, “addirittura” scacchi o carte da gioco. Peccato che, secondo quando riferisce l’Economist, un anno dopo l’apertura di Guantanamo, ad essere in regime di massima sicurezza era ben il 70 per cento dei detenuti. Un capitolo a parte, poi, è quello dell’uso dei cani come metodo d’intimidazione. Metodi, anche in questo caso, ampiamente mostrati dalle fotografie di Abu Ghraib.
Dopo una visita svolta lo scorso aprile, Jacob Kellenberger – presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, ha dichiarato di aver visto “miglioramenti significativi” all’interno del campo, rispetto alla situazione del 2002-2003, quando i prigionieri vivevano nel Camp X-Ray e non nella struttura attuale, che prevede celle più dignitose. Rimane una situazione indegna di una nazione democratica, dove centinaia di persone sono considerate - e trattate - come terroristi a prescindere, senza aver subito alcun processo. I dettagli resi noti da questo documento danno solo conferme. di Agnese Licata per Altrenotizie 29 novembre 2007 07:59
Class Action: Osservazioni da parte dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato
Nella giornata di ieri l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha diffuso un documento contenente alcune osservazioni sulla Legge Finanziaria 2008. Alle pagine 3 e 4 di tale documento è affrontata l'introduzione della c.d. "Class Action":
"L’art. 99 del disegno di legge ha introdotto nel nostro sistema giuridico l’azione collettiva risarcitoria a tutela dei consumatori (class action). L’Autorità condivide, in linea di principio, la scelta di introdurre del nostro ordinamento tale istituto che arricchisce gli strumenti giuridici posti a tutela dei diritti dei consumatori e degli utenti, ponendo l’Italia al passo con altri Paesi particolarmente sensibili alle istanze dei consumatori e alla necessità di assicurare loro strumenti di tutela pieni, rapidi ed efficaci, come la Gran Bretagna, la Spagna, la Germania, il Portogallo, la Svezia e gli Stati Uniti, ove la class action esiste già da tempo. La disciplina dell’azione collettiva, così come prevista dall’art. 99 del disegno di legge, andrebbe tuttavia perfezionata e migliorata nell’ottica di assicurare, da un lato, la piena tutela dei diritti dei consumatori e, dall’altro, di non risultare irrazionalmente punitiva per le imprese, producendo l’effetto indesiderato di scoraggiare gli investimenti, l’avvio di nuove attività imprenditoriali o la loro prosecuzione. Nell’ambito degli strumenti di tutela amministrativa che l’ordinamento pone a disposizione dei consumatori e delle loro associazioni, l’Autorità svolge un importante ruolo, esercitando le competenze attribuite in materia di pratiche commerciali scorrette, in materia di pubblicità ingannevole e comparativa e in materia di tutela della concorrenza. In questo quadro, l’Autorità auspica che possano essere introdotte disposizioni di raccordo tra la disciplina della class action e le proprie competenze, ad esempio, prevedendo un sistema in cui l’azione collettiva risarcitoria possa essere esperita a seguito del procedimento amministrativo di competenza dell’Autorità, volto a tutelare, nell’esercizio delle diverse competenze indicate, in via diretta ed immediata l’interesse dei consumatori e, dunque, a scongiurare la realizzazione stessa del danno ai consumatori o, in ogni caso, a circoscriverne la portata. Si auspica, infine, la soppressione del comma 11 dell’articolo in esame, il quale fa discendere un effetto di nullità dei contratti dalla decisione di accertamento dell’ingannevolezza del messaggio da parte dell’Autorità garante. Si tratta, infatti, di un effetto che appare extra ordinem, nella misura in cui riconnette alla decisione adottata in sede amministrativa dirette conseguenze sulla validità di su una serie indefinita di contratti, determinando in questo modo anche una grave incertezza nelle transazioni commerciali."
Il documento, contenente osservazioni sull'intera Finanziaria, è scaricabile qui (formato .pdf). 29 novembre 2007 07:06
Caso Unipol: Ecco il testo integrale delle ordinanze del G.I.P. Forleo
Finalmente disponibile on-line il testo integrale delle tanto discusse ordinanze del Giudice per le Indagini Preliminari Clementina Forleo (formato .pdf):
Prima ordinanza - parte prima Prima ordinanza - parte seconda
28 novembre 2007 18:03
Uso criminoso dell'intelligenza
Questa gigantesca stupidaggine che le telefonate tra dirigenti Rai e Mediast (per concordare, ripulire e moltiplicare le inquadrature del Cavaliere) equivarrebbero a quelle fatte tra loro dai direttori dei giornali (per esempio negli anni di Tangentopoli), si configura come un uso criminoso dell’intelligenza di chi legge e di chi ascolta. di Pino Corrias per VoglioScendere 28 novembre 2007 16:13
Berlusconi costretto a fare marcia indietro - di Sandro Ruotolo
Dietrofront! Ah, la vecchia politica divora anche l'antipolitico per eccellenza, Silvio Berlusconi. Costretto dai malumori, dalla rivolta dei peones di Forza Italia, il signore di Arcore è costretto a far marcia indietro. Adieu partito nuovo, adieu partito della libertà: "Forza Italia non si scioglie più". Il Berlusconi di piazza San Babila che, dal predellino della Mercedes, aveva certificato la morte della casa delle libertà e la fine del suo partito-azienda lascia la scena momentaneamente con un "vorrei ma non posso", annunciando allo stato maggiore di Fi riunito a palazzo Grazioli che da ora in poi sarà meglio parlare di "partito rete" di cui faranno parte i partiti della Cdl, i circoli e poi chi vuole entrare della società civile. Diefront anche sulla riforma elettorale. Non più modello tedesco ma spagnolo: "le nostre condizioni però sono di lavorare a un sistema proporzionale con un'alta soglia di sbarramento che non cancelli il bipolarismo ma lo renda più maturo ed efficiente". Dietrofront anche sul voto anticipato. Nessun ultimatum al leader del partito democratico: "la data delle elezioni non può essere oggetto di trattativa, è competenza esclusiva del capo dello Stato". Che il centrosinistra stia messo male non c'è dubbio. Ma neanche a destra non scherzano. Lunga vita al governo Prodi? 27 novembre 2007 19:09
Cassazione: Il ristorante è sempre responsabile di eventuali corpi estranei presenti nella pietanza!
Diritto&Giustizia: "Nessun dubbio dai supremi giudici: l'operatore commerciale deve vigilare sulle materie prime, sulla loro trasformazione e sull'igiene... [...] 27 novembre 2007 17:02
Pedofilia: arrestato un altro prete! E' il vice rettore del seminario di Brescia
Il vice rettore del seminario della diocesi di Brescia, Marco Baresi, 38 anni, è stato arrestato dagli agenti della squadra mobile che hanno eseguito un ordine di custodia cautelare emesso dal gip del tribunale di Brescia. Le accuse per il sacerdote sono di violenza sessuale aggravata ai danni di un minore di 14 anni e detenzione di materiale pedopornografico. La diocesi per ora non commenta le presunte accuse di violenza sessuale su un minore. "Non abbiamo ancora letto le motivazioni dell’arresto - spiega il responsabile dell’ufficio diocesano per le comunicazioni, don Adriano Bianchi - stiamo verificando cosa è successo". "La situazione mi lascia assolutamente allibito...mi è mancato il fiato quando me l’hanno detto. E’ una cosa fuori da ogni pensiero, conosco l’ambiente e la persona ed è impensabile", ha commentato Mario Sberna, amministratore del seminario di Brescia. Fonte: ilGiornale.it Leggi anche: 27 novembre 2007 13:21
G8 (Genova 2001) - "Speriamo che muoiano tutte, quelle zecche"
Una poliziotta e un agente toscano: sono loro le voci del lugubre colloquio registrato il giorno dopo l'omicidio di Carlo Giuliani. "Speriamo che muoiano tutte, quelle zecche", "tanto è già uno a zero per noi", erano le dichiarazioni. Ora si attendono le decisioni del questore Presenti. Ne abbiamo parlato con Di Lello (Prc) e Guadagnucci, del comitato "Verità e Giustizia per Genova" "La promozione di un dirigente imputato per le violenze a Genova nel 2001, Giovanni Luperi, nominato capo del Dipartimento analisi dell'ex Sisde, è impossibile da digerire". Un punto di non ritorno, lo avevano dichiarato Haidi e Carlo Giuliani, dopo aver appreso dell'incredibile promozione di Luperi venerdì scorso, che li ha spinti a presentare un'interrogazione parlamentare. "Credo che si stia creando un solco incolmabile tra il popolo dell'Unione e un governo che aveva tra i suoi impegni la commissione parlamentare sul G8. Un impegno disatteso per poi premiare i responsabili della gestione dissennata anticostituzionale e antidemocratica dell'ordine pubblico in quei giorni", era stata l'amara conclusione della mamma di Carlo. Praticamente il giorno dopo (la notizia è cominciata a circolare da domenica), sembrava che un piccolo spiraglio di speranza per ottenere qualche verità e un po' di giustizia per i fatti del 2001 poteva ricominciare a prendere quota. Si tratta dell'avviso di conclusioni indagini, con richiesta di rinvio a giudizio per istigazione alla falsa testimonianza, messo a disposizione dei difensori dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, che avrebbe "suggerito" tale comportamento davanti ai giudici all'ex questore di Genova Francesco Colucci; il difensore del quale, l'avv. Maurizio Mascia, ha subito rifiutato la notifica della Guardai di finanza, contestando il fatto che il contenuto dell'atto fosse stato già pubblicato da alcuni giornali. "Si tratta di una civile protesta - ha spiegato l'avvocato - in quanto la stampa aveva già reso noto che il mio assistito era destinatario dell'avviso anche del contenuto di alcune intercettazioni telefoniche". A ricevere l'avviso è stato anche Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova, anch'egli accusato di aver istigato Colucci alla falsa testimonianza. Per completezza di informazione, vale la pena ricordare che l'allora capo della polizia De Gennaro è stato poi nominato proprio dal governo Prodi capo di gabinetto del ministero dell'Interno. Una scelta che definire infelice suona come un eufemismo". Ora, grazie invece all'indagine interna voluta dal nuovo responsabile della pubblica sicurezza, Antonio Manganelli, si è arrivati a conoscere i due poliziotti a colloquio telefonico, intercettati nei giorni del G8. Sono una poliziotta in servizio alla questura di Genova e un agente toscano, autori di una telefonata tra sala operativa e agenti in strada che hanno segnato la notte dell'irruzione nella scuola Diaz. L'indiscrezione arriva dal quotidiano del capoluogo ligure, il Secolo XIX, secondo il quale un agente avrebbe detto a proposito dell'operazione: "Speriamo che muoiano tutte, quelle zecche", mentre la risposta della collega sarebbe stata "Tanto è già uno a zero per noi". Non riusciamo nemmeno a immaginare cosa possano provare i genitori di Carlo nell'ascoltare una registrazione simile: sappiamo soltanto cosa meriterebbero due individui di questo genere, con il ruolo che ricoprivano allora e tuttora ricoprono, in un paese diverso dal nostro, dove la verità e la giustizia spesso si fermano di fronte al "fascino della divisa". Quello che appare evidente, è che le conversazioni telefoniche pongono all'attenzione pubblica un tema rilevante: quello della cultura che permea e struttura le forze dell'ordine. Giuseppe Di Lello, responsabile Giustizia del Prc, ci spiega come si sia venuta a creare questa deriva culturale. "Sono sempre stato convinto -afferma Di Lello- che il vero problema delle forze del centrosinistra, soprattutto nei momenti in cui sono andate al potere, sia stato quello di cercare sempre l'alleanza con i quadri dei carabinieri e della polizia, con il Viminale e l'esercito, dimenticando di favorire l'introduzione di elementi di democrazia fra poliziotti e carabinieri. Queste forze sono state abbandonate dal centrosinistra sul piano delle retribuzioni e dell'organizzazione, lasciandole così alla pseudo tutela della destra. C'è dunque un problema di educazione alla democrazia e al rispetto della Costituzione che, mancando, favorisce un forte indottrinamento militare e la diffusione di una sottocultura tipica della destra, storica e non. Una paccottiglia ideologica pericolosa che si è diffusa e che andrebbe contrastata". Dello stesso avviso Lorenzo Guadagnucci, del Comitato "Verità e Giustizia per Genova": "Da quello che abbiamo capito in questi anni - spiega- il problema centrale è quello della trasparenza, di cui sono mancanti le forze dell'ordine. In verità avevamo sperato che dopo la riforma del 1981, la cultura democratica avesse fatto breccia: oggi, constatiamo con mano come invece predomini ancora uno spiccato corporativismo". Proprio quest'ultimo, insieme al rifiuto della trasparenza, "si traduce in un rigetto degli stessi principi democratici". Qual è allora l'alternativa? "L'investimento nella formazione -aggiunge Guadagnucci-, che per altro è uno degli aspetti falliti della riforma. Tuttora infatti la formazione è prevalentemente di tipo militare: le scuole sono affidate a dirigenti di cultura militare, mentre con le ultime riforme della leva tutto il personale viene assunto dopo una esperienza di volontariato. Per questo -conclude- si dovrebbe cercare di realizzare un grande progetto di formazione, impostato sui valori e il rispetto della non violenza". Per quanto riguarda l'evoluzione delle inchieste sui fatti del luglio 2001, Guadagnucci non è certo ottimista, e rivolto al caso dell'ultima intercettazione sottolinea come "mi sembra ci si stia concentrando su pesci non piccoli, ma invisibili. Bisognerebbe cominciare invece dalla testa, ma non si riesce a farlo. Due casi per tutti: Luperi e De Gennaro". In merito alla conversazione dei due agenti, per gli aspetti disciplinari le decisioni spetterebbero ora al questore di Genova Salvatore Presenti. Ma i citati precedenti insegnano a diffidare di qualsisi previsione ottimistica. Staremo a vedere. di Emiliano Sbaraglia per Aprileonline Tag:
g8
26 novembre 2007 19:51
La vergogna di Cittadella
Cittadella, una piccola città del nord Italia, ha deciso di chiudere le porte agli immigrati poveri, a quelli che non hanno un lavoro o sono stati in carcere e in generale a tutti gli strenieri senza mezzi economici e considerati socialmente pericolosi. Venerdì scorso è entrata in vigore un'ordinanza che impone un reddito minimo di 420 euro agli immigrati che chiedono la residenza. Fonte: El Mundo (Spagna)
In un paese civile, con regole sociali certe, quello che è accaduto giorni fa a Cittadella, comune di 20 mila anime alle porte di Padova, sarebbe stato degno solo di una vignetta satirica su un giornale. Come quelle, per dire, che con lo sghignazzo ci fanno pensare a quanto una cosa possa essere inutile, sbagliata e, soprattutto immorale. Ma ormai, in quest’Italia dove l’immigrazione fa più paura delle tasse e dove la caccia al clandestino si è ufficialmente aperta con l’omicidio di Daniela Reggiani a Roma, fatti come quelli di Cittadella sono salutati da grida scomposte di giubilo e di apprezzamento. Protagonista di questa storia di stampo razzista e discriminatorio è il sindaco di questa ridente località, Massimo Bitonci, eletto lo scorso maggio a capo di una lista civica sostenuta dalla Lega e da An. Con un’ordinanza che, a suo dire, ricalca un decreto legislativo del 2007, il primo cittadino padano ha imposto uno sbarramento d’ingresso alla richiesta di residenza. Se non hai un reddito minimo di 420 euro al mese (ovviamente non al nero) e una casa “salubre e decente” in cui vivere con il tuo nucleo familiare è meglio che non ci provi neppure a passare il confine di Cittadella. Tanto non ti facciamo entrare. di Giovanna Pavani per Altrenotizie
Leggi anche: 26 novembre 2007 12:21
Indagine sulla televisione: Tutti la guardano, pochi si fidano
LA TELEVISIONE: in cima alla classifica del "pubblico"; in coda a quella della credibilità. E' il principale strumento di informazione per i cittadini: la vedono tutti (quasi, ndr), tutti i giorni. Ma, in quanto ad attendibilità, è superata da vecchie e nuove fonti: da Internet, ma anche dai giornali e, soprattutto, dalla radio. Vuoi per le polemiche (politiche) che in modo ricorrente la investono. Vuoi per la politica, che arriva a colorare programmi di approfondimento e conduttori. Vuoi per il conflitto di interessi, questione ancora scottante, agli occhi del cittadino-spettatore. Lo confermano i dati del 16° Osservatorio Demos-Coop sul Capitale sociale, che in questa edizione si concentra sul rapporto tra informazione e società. Ma il Tele-giornale resta, ad oggi, (purtroppo, ndr) la principale sorgente informativa, e alle testate maggiori va comunque un gradimento piuttosto esteso. A suscitare la fiducia dei telespettatori è innanzitutto il Tg3 regionale, che con il 72% dei consensi conferma l'attenzione per l'informazione locale. Seguono, nell'ordine, Tg1 (69%), Tg3 nazionale (63%), Tg2 (63%) e Tg5 (59%). Il grado di fiducia varia, sensibilmente, in relazione all'orientamento politico. Il Tg3 viene apprezzato soprattutto dagli spettatori di sinistra. Mentre i tutti i notiziari di Mediaset (Tg5, Tg4, Studio aperto) si caratterizzano per un profilo di (centro) destra. Tg1 e Tg2, infine, si collocano più vicini al "centro": leggermente spostato a sinistra, il Tg di Riotta, un po' più verso centro-destra, quello di Mazza. Equidistante dalle due aree ideologiche appare, invece, il profilo dei Tg regionali. Fonte: Repubblica.it Tag:
televisione
26 novembre 2007 11:50
Quel "investimento economico" chiamato Afghanistan
Una guerra non è una faccenda che si possa pianificare tanto facilmente, ancora meno è qualcosa che si possa analizzare con ottiche economiste. Le ultime guerre occidentali hanno dimostrato ancora una volta la considerazione che Bismark pose a premessa delle sue teorie belliche: di nessuna guerra, si può sapere prima come finirà. Si era capito fin da subito che in Afghanistan sarebbe finita male, ma gli ultimi eventi, tra i quali la morte di Daniele Paladini, caduto ieri in un agguato kamikaze ci dimostrano che potrebbe anche finire peggio. Militarmente semplicissima, la cacciata del governo talebano fu festeggiata con l’assassinio di qualche migliaio di prigionieri, abbandonati a morire chiusi dentro i container. A prendere l’amministrazione del paese fu un ex-dipendente di una compagnia petrolifera americana, alcuni ministeri furono affidati a signorotti feudali, tutti i ministeri furono sottomessi ad un imbarazzante controllo da parte americana e pachistana. Il povero Karzai si è ridotto a piangere in pubblico nel denunciare i danni che il Pakistan infligge al paese “fratello”, ma resta il sindaco di Kabul; una figura onoraria. di Mazzetta per Altrenotizie Leggi anche: 25 novembre 2007 16:19
Caso Rai-Mediaset: "Le vespe cocchiere" (di Marco Travaglio)
È davvero seccante, per chi sognava di inaugurare il Pd con un bell’inciucio, che le intercettazioni Raiset abbiano riportato alla ribalta lo scandalo del conflitto d’interessi. Tant’è che, al solito, il problema sono diventate le intercettazioni e non il loro contenuto. Claudio Petruccioli, divenuto presidente della Rai in seguito a una visita a casa Berlusconi, addita il vero pericolo che incombe sul servizio pubblico, anzi sul servizietto privato: “i professionisti dell’anti-inciucio”. Giuseppe Caldarola regala un’intervista al Giornale berlusconiano per invitare tutti ad analizzare la questione con «una bella borsa del ghiaccio sulla testa». di Marco Travaglio per l'Unità Leggi anche: 25 novembre 2007 15:20
Dalle donne in manifestazione a Roma un coro di NO al "Pacchetto Sicurezza"
"Donne in piazza a Roma contro la paura. In 150 mila - secondo gli organizzatori - per dire no alla violenza alle donne. Una piaga diffusa soprattutto dentro alle mura domestiche e che rappresenta la prima causa di morte femminile. Un corteo multicolore affollato anche da islamiche e rom. Variopinto da striscioni e scandito da slogan contro il «pacchetto sicurezza» approvato qualche settimana fa dal governo ma anche contro le azzurre Prestigiacomo e Carfagna, allontanate dal corteo come pure due cronisti uomini. Le ultime costrette a «lasciare» sono state le ministre Livia Turco e Giovanna Melandri: duramente contestate in piazza Navona da un gruppo di partecipanti (al grido di «Vergogna, vendute») hanno abbandonato il palco dove avrebbero dovuto effettuare un collegamento in diretta tv con La7. Tra gli slogan contro il pacchetto sicurezza «Se la violenza è in casa che ci faccio con più polizia?» recita uno. «Non ci stiamo in un pacchetto violenza, vogliamo cultura del rispetto» si legge in un altro. «Se la violenza è sotto al tetto cosa faccio con questo pacchetto?» chiede un altro. «Vogliamo denunciare che con la scusa della violenza, il tragico episodio della Reggiani è stato strumentalizzato dal governo per dare vita a un pacchetto sicurezza xenofobo e razzista - spiega Monica Pepe, una delle organizzatrici -. A nostro avviso ci vuole un cambiamento culturale nella battaglia contro la violenza non servono i provvedimenti repressivi e inutili». Nel mirino delle manifestanti anche le azzurre Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna presenti alla manifestazione organizzata dal cartello di associazioni femministe Controviolenzadonne: «Fuori i fascisti da questo corteo» è lo slogan scandito contro le due parlamentari di Forza Italia. Le due deputate, fortemente contestate, si sono difese spiegando che: «la violenza sulle donne non può e non deve avere colore politico». L'ex ministro per le Pari opportunità si difende da chi le dice «potevi venire con i tacchi a spillo» dicendo che è stato sotto il suo ministero che sono state varate le prime norme antiviolenza, e poi «in Parlamento c'è sempre stato un fronte trasversale tra donne». [...]" Fonte: Corriere.it 25 novembre 2007 10:19
La speculazione immobiliare del Vaticano... e la carità cristiana dov'è finita? Scandalo a Roma
Barricata nel suo appartamento di via Giulia, dietro Campo de Fiori nel cuore di Roma, Nancy l’ha scampata ancora. L’ufficiale giudiziario che le ha notificato l’ennesimo avviso di sfratto è arrivato da solo, senza la forza pubblica. Le è andata bene. Stasera avrà un tetto sotto il quale dormire. Domani, chissà. Nancy Elseberg è americana, ha 72 anni e una vita da cantante lirica alle spalle. Da oltre 40 anni vive a Roma, in un piccolo appartamento preso in affitto dal Pontificio Collegio Armeno, proprietario dell’intero stabile di via Giulia. In 40 anni Nancy non ha mai sgarrato. Ogni mese ha versato la somma dovuta. I preti armeni la sfrattano non per morosità, ma per finita locazione. Un appartamento al centro di Roma infatti è un tesoro inestimabile. Vale molto di più dell’affitto pagato ogni mese da Nancy. Per questo i porporati intendono cacciarla. Si chiama speculazione immobiliare.
Solo che stavolta a speculare non è un “palazzinaro” qualsiasi, bensì un ordine religioso che gode, come tutti gli enti ecclesiastici, dello sconto del 50% sull’Ires, la tassa sui redditi degli affitti. Nello stabile di via Giulia Nancy non è l’unica sotto sfratto. Uno degli inquilini, stremato dalle pressioni dei porporati, si è già trasferito. Non ne poteva più dell’incubo dello sfratto. L’unico a non avere problemi coi preti armeni è Roberto Sciò, titolare dell’albergo “Il Pellicano” a Porto Ercole. Singolare coincidenza: due appartamenti al piano terra, dopo anni lasciati sfitti, sono passati da poco all’Hotel “St. George”, a due passi dallo stabile di via Giulia. Una raffica di sfratti vaticani si sta abbattendo sulla capitale. A Roma Santa Sede ed enti ecclesiastici possiedono un palazzo su quattro. Chiese e luoghi di culto, certo. Ma anche alberghi, case d’accoglienza e appartamenti in affitto.
Il valzer degli sfratti è iniziato nel 2000 con la fine dell’equo canone. Oggi nella Capitale sono circa 35.000 le persone che rischiano la casa. Nel 2006 sono stati eseguiti circa 6000 sfratti. Non tutti, ovviamente, riguardano appartamenti del Vaticano. Il 15 ottobre, scaduto il decreto blocca sfratti, è tornato l’incubo. A Nancy è andata bene. Domani tocca a Nadia, invalida, sfidare la roulette russa dello sfratto. Lei vive col marito in un appartamento a ridosso del Colosseo. Il proprietario dell’immobile è il Collegio Maronita “Beata Maria Vergine”. Per cacciare Nadia i Maroniti hanno chiesto l’uso della forza pubblica. Giusto per illustrare che cosa s’intende per carità cristiana.
di Paolo Dimalio per PeaceReporter
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24 novembre 2007 14:49
Quando la GIUSTIZIA vince! - Intercettazioni telefoniche "indirette"
La Corte Costituzionale, con sentenza n. 390 depositata il 23 novembre 2007, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della c.d. "Legge Boato" (legge 20 giugno... [...] 24 novembre 2007 13:35
I dati sulla sicurezza... quelli veri!
Dopo le ordinanze xenofobe di Firenze, ecco quella del Sindaco di Cittadella che, in palese contrasto con le pre-regole dello Stato di Diritto, preclude la possibilità di chiedere la residenza a cittadini stranieri che non dimostrino di avere "risorse economiche sufficienti al soggiorno, per sè e per i propri familiari'' e anche una "dimora abituale sufficientemente decorosa''. Solo per gli stranieri, ben inteso. Per fortuna ci ha pensato la magistratura a frenare il sindaco leghista, comunicandogli che nei suoi confronti si indaga per il reato di "usurpazione di funzione pubblica". Si ipotizza, n altre parole, che il sindaco si sia sostituito alle forze dell'ordine in materia di ordine pubblico. Assistiamo, inerti, ad un'eterna creazione del nemico pubblico, attraverso la criminalizzazione della categoria di turno. Se fino a poco tempo fa l'emergenza sicurezza era rappresentata dai cosiddetti indultati, dopo la breve comparsa dei lavavetri, i capri espiatori dell'ultima ora sono i rom e i romeni. Per fortuna ci pensa Ilvo Damianti a fare un po' di chiarezza, almeno sulla "questione romena": i romeni in Italia "sono circa 600mila. Il primo gruppo nazionale, per entità. Hanno un alto livello di scolarità. Sono in larga misura occupati. Perlopiù nelle costruzioni e nei servizi. In Italia operano circa 15 mila aziende romene (soprattutto edili). Quanto basta per contrastare le immagini che rappresentano i romeni come una "folla criminale". Sotto il profilo delle statistiche giudiziarie, i reati commessi dai romeni rappresentano circa un sesto sul totale delle denunce ai danni di stranieri. Il che coincide con il loro peso sul totale degli immigrati." Intanto un recente Rapporto sul crimine e la sicurezza in Europa, commissionato dalla Commissione Europea, l'Italia sarebbe il Paese più sicuro dell'Unione, quanto a rapine ed aggressioni. Anche "il Rapporto sulla criminalità in Italia", pubblicato lo scorso giugno dal Ministero dell'Interno, rivela che, al contrario degli allarmismi mediatici, gli omicidi e i furti sono in diminuzione. Il Rapporto del Viminale sopra citato, d'altronde, va proprio in questa direzione. Questa scelta, sebbene finalizzata ad analizzare il reale andamento dei fenomeni criminali a cui viene, attribuita solitamente, l'emergenza sicurezza, contiene già di per quell' elemento di "oscuramento" di altre fattispecie di reato altrettanto pericolose, che attentano, come dice Ferrajoli, al fondamento stesso dello Stato. Non è un caso allora se i detenuti nelle carceri italiane per reati di mafia sono solo il 2,5% del totale e quelli per reati contro la pubblica amministrazione il 3,5%. Il resto è un arcipelago di micro-criminalità con uno "standard sociale" da far tremare i polsi: il 64% si colloca, quanto a grado di istruzione, tra l'analfabetismo e la licenza media inferiore; una grandissima parte è senza reddito e non ha possibilità di affrontare le spese necessarie per una difesa tecnica efficace; oltre il 35% dei detenuti è di origine extracomunitaria (contro l'8% del 1990). Eppure gli ultimi due rapporti della Caritas rivelano che gli stranieri con regolare permesso di soggiorno delinquono meno dei cittadini italiani. Molti degli stranieri attualmente presenti in carcere sono quindi vittime della legge Bossi-Fini e della politica xenofoba della destra che in materia di investimenti sull'immigrazione, secondo i dati della Corte dei conti, ha portato a destinare l'80% delle risorse alla repressione e solo il 20% alle politiche attive, all'integrazione. Il risultato? Le carcerizzazioni dei migranti hanno riguardato (e riguardano) in gran parte reati connessi alla irregolarità dell'ingresso o del soggiorno (10mila nel solo 2005!). Ma torniamo ora all'analisi dei dati statistici sulla sicurezza che, come anticipato, smentiscono gli allarmismi mediatici. OMICIDI: in diminuzione, nonostante la crescita esponenziale degli omicidi in famiglia FURTI: costanti, in diminuzione gli scippi e i furti in abitazione RAPINE IN BANCA: in crescita, ma si registra una tendenza al miglioramento. di Gennaro Santoro - Settore Carcere PRC-SE, Direttivo Associazione Antigone Fonte: Aprileonline Leggi anche: 24 novembre 2007 12:00
Scandalo in USA: l'esercito chiede ai soldati mutilati la restituzione del bonus di guerra!
Da un articolo apparso il 22 novembre su petrolio.blogosfere.it: "...Abbiamo tutti sentito parlare , nei giorni scorsi, dell'altissimo numero di suicidi tra i reduci USA. Ebbene, c'è di peggio. Riporta un giornale locale della zona di Pittsburgh la seguente notizia: Per convincere i giovani ad arruolarsi, l'esercito ha elargito bonus fino a 30.000 dollari. Adesso uomini e donne che hanno perso in guerra un braccio, una gamba, la vista, l'udito e non possono più combattere sono costretti a restituire il bonus. Il governo chiede loro i soldi indietro perchè sono ora inabili ad onorare il contratto. "
Attenzione: video non consigliato ad un pubblico impressionabile 24 novembre 2007 11:22
"Vi faccio vedere come muore un precario..."
«-- Capolettera -->G-- Capolettera -->razie, ma non abbiamo più bisogno di lei». Tre mesi di lavoro, tre mesi da operatore ecologico, la versione edulcorata e moderna del netturbino, dello spazzino, e poi stop, più nulla. A quel punto Paolo, 45 anni, una moglie e un figlio diciottenne, ha presentato una nuova domanda di assunzione. Ma la risposta è stata grosso modo la stessa: «Grazie, ma per ora non abbiamo bisogno del suo contributo». Sono stati giorni di disperazione per Paolo; giorni claustrofobici alla ricerca di una via d'uscita; alla ricerca di un appiglio qualsiasi per non perdere del tutto ogni speranza. Ma le porte, per lui, erano tutte chiuse. Sbarrate da quella risposta, quel "cordiale" rifiuto ripetuto all'infinito. Difficile trovare lavoro a 45 anni, difficile ricominciare ogni volta da capo: anni e anni di precariato ti tolgono le forze. Ogni volta sperava che fosse la volta buona, la volta di un contratto più lungo: un anno, non di più, da vivere dignitosamente. E invece no. Nulla. E alla fine Paolo non ha retto: è sceso giù nel garage della sua casa a Santo Stefano a pochi chilometri da Imperia, ha fissato la corda a una trave di legno, è salito su una seggiola, ha stretto il cappio al collo e via: s'è impiccato. Non ha lasciato nessun messaggio. Il suo gesto, il suo suicidio, la sua biografia parlano troppo chiaro. Non c'è bisogno di un biglietto. Dicono una cosa sola, anzi, la urlano: il precariato ti ammazza. Non è una morte casuale quella di Paolo. Dietro il suo gesto c'è la solita storia degli appalti ballerini assegnati a prezzi stracciati dalle amministrazioni comunali. Un neoliberismo in salsa pubblica che sempre più spesso ignora le condizioni di lavoro che si nascondono dietro quei progetti di fornitura di servizio apparentemente così convenienti. E Paolo è rimasto stritolato proprio da questo meccanismo, un meccanismo ormai molto comune nelle amministrazioni locali del nostro Paese. Insomma, la vicenda è del tutto simile a quella di mille altre: nell'agosto scorso l'azienda di Paolo esaurisce l'appalto di servizi di igiene pubblica con il comune di Riva Ligure; a quel punto un'azienda concorrente vince la nuova gara per una servizio analogo con l'obbligo di assumere i 3 lavoratori dipendenti dell'azienda precedente. Paolo però è uno "stagionale", è un sostituto. Lui non può reclamare nessun diritto: né il comune né l'azienda hanno l'obbligo di reintegrarlo e il sindacato fatica a difendere i diritti di un invisibile. di Davide Varì per Liberazione (23/11/2007) Tag:
precariato
23 novembre 2007 18:53
Lotta all'inquinamento: meglio il ticket o le targhe alterne?
Accordo raggiunto, il ticket antismog partirà dal 2 Gennaio 2008, nella speranza che finalmente, almeno nelle vie del centro, sarà possibile respirare un'aria migliore di quella attuale. Da quanto emerge dalla ricerca condotta da Regione Lombardia e il sito AUTOAGE –che si occupa di mobilità automobilistica a basso impatto ambientale – risulta che l'Ecopass non reggerebbe il confronto con l’introduzione delle targhe alterne, il quale si rivela ancora la strategia vincente. Con il ticket infatti le auto circolanti in città saranno circa 650.000, pari all'88% circa, che solo nella cerchia dei Bastioni scenderanno a 63.000 circa (l' 8,5%), fermandone quindi di fatto solo i 3,5%; invece le targhe alterne ridurrebbero le auto in circolazione a 590.000 (l'80%) fermando il 20% del parco circolante. A ciò c'è da aggiungere che, mentre il ticket interesserà solo la zona centrale della città apportando, nel caso, benefici alla qualità dell'aria solo nella prima cerchia, il blocco con targhe alterne, a costo zero, permetteva un miglioramento, seppur momentaneo, della qualità dell'aria in tutta l'intera città di Milano. Il dubbio sull'effettiva efficacia del nuovo provvedimento rimane, in quanto, secondo le stime comunali, 90.000 auto risultano inquinanti e di queste solo la metà saranno tassate, mentre altre 45.000 circa vetture rimarranno libere di circolare, dietro il pagamento del pass. C'è da rilevare inoltre che, se il centro potrà forse riuscire a diventare sulla carta "un'isola montanara felice", fuori e intorno alla Cerchia il caos aumenterà sempre più, causando quindi un aumento del traffico e, presumibilmente, anche delle polveri sottili. Le più che valide "congestion charge" introdotte da Singapore, Oslo, Londra e Stoccolma sono sicuramente da guardare come esempio a cui tendere, solo dopo però aver regolamentato in maniera adeguata la sosta di superficie dell'intera città e soprattutto dopo aver migliorato l'efficienza e la rete dei trasporti pubblici, senza costringere quindi gli abitanti in un limbo o, alla peggio, in un inferno della mobilità. E se fossero meglio, per tutti tranne che per le casse del Comune, le targhe alterne? Fonte: ChiAmaMilano 23 novembre 2007 13:42
Intercettazioni e segreto investigativo: il caso Rai-Mediaset
Dal sito toghe.blogspot.com: Abbiamo già scritto ed è ovvio che "La democrazia può averla solo un popolo informato e consapevole". Perché ci possa essere non già una democrazia, ma almeno la speranza di una democrazia, è necessario che la vita pubblica di un Paese non si fondi interamente sulla menzogna e che ci sia almeno un po’ di informazione, ma, soprattutto, che alla scoperta di certe verità si accompagnino conseguenze coerenti. Nei giorni scorsi si è scoperto che la Rai e Madiaset fingono di farsi concorrenza, ma, grazie alla massiccia presenza in posti chiave della Rai di numerose persone legate da vincoli molto forti con il padrone di Mediaset, i due principali strumenti di informazione del Paese (“principali” non nel senso di “migliori”, ma nel senso di quelli che raggiungono per più ore al giorno il maggior numero di persone) fanno accordi su se dire, cosa dire e come dirlo e ciò hanno fatto anche con riferimento a cose così importanti per una democrazia come condizionare il voto degli elettori e riferirne in maniera falsata i risultati. Si tratta, con tutta evidenza, di fatti di una gravità estrema, eversivi del sistema democratico. E usiamo la parola “eversivi” nel suo significato più proprio e più grave. A fronte della scoperta documentata di fatti del genere, sarebbe indispensabile una reazione adeguata da parte di tutte le autorità e istituzioni del Paese. Le reazioni più rilevanti sono consistite, invece, per un verso, nel dire che “si sapeva già”. E’ un po’ come la reazione del Ministro degli Esteri e dei suoi compagni di partito alla pubblicazione delle telefonate che dimostrano il suo coinvolgimento improprio nella note scalate bancarie che tanto rilievo e tanto gravi conseguenze hanno avuto sulla vita pubblica del Paese: hanno detto “sono telefonate vecchie”. Come se la questione fosse se sono “nuove” o “vecchie” e non il loro concreto contenuto. E, per altro verso, nel tirare fuori la solita storia della violazione del segreto istruttorio. E’ questa una prospettiva davvero stupefacente, che aggiunge menzogna alla menzogna. Chiunque, infatti, si rende subito conto che ciò di cui si deve discutere non è “come” si è saputo, ma “cosa” si è saputo e che parlare delle intercettazioni e mettere questa questione in primo piano è un modo doloso e malizioso per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai fatti. Su questo, peraltro, riteniamo importante dare ai nostri lettori un contributo di informazione tecnica, dicendo loro che in questo caso delle telefonate Rai/Mediaset e in moltissimi altri casi è assolutamente falso che le telefonate intercettate siano segrete e che la loro pubblicazione costituisca un illecito, essendo, invece, proprio al contrario, del tutto legittima. Nel nostro sistema processuale penale quale è dopo la riforma del 1988 non esiste più quello che sotto il codice previgente si chiamava “segreto istruttorio” ed esiste ora il c.d. “segreto investigativo”. Questo segreto non è posto a tutela degli indagati, ma delle indagini. Questo segreto, cioè, non viene disposto per tutelare la privacy degli indagati (di cui diremo più avanti), ma per difendere il buon esito delle indagini. Infatti, se gli indagati venissero a conoscenza del contenuto degli atti di indagine prima del tempo, potrebbero frustrare l’esito delle indagini medesime. Il regime di questo segreto è disciplinato dall’art. 329 del codice di procedura penale, che dispone: “Gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l'imputato non ne possa avere conoscenza, e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari”. Quindi, quando l’imputato può avere conoscenza degli atti (il che avviene, per esempio, quando egli fa ricorso al Tribunale della Libertà e gli atti vengono per legge depositati a disposizione della difesa) e, comunque, appena vengono chiuse le indagini preliminari, non c’è più alcun segreto. Il caso delle intercettazioni Rai/Mediaset di questi giorni è un caso nel quale le indagini preliminari sono state chiuse e tutti gli indagati e tutti i loro avvocati hanno avuto la disponibilità di tutti gli atti del processo, che non sono più segreti. In questa situazione, tutti coloro che hanno riproposto, con la solita petulante pretestuosità, la questione (che non esiste) della violazione del “segreto istruttorio”, hanno mentito o hanno parlato in una condizione di grave e non scusabile disinformazione. In questo quadro, particolarmente doloroso è stato l’uso, da parte della stampa, di alcune parole del Presidente della Repubblica, che sono apparse o sono state fatte apparire come censorie nei confronti dei magistrati. In questo tempo i magistrati subiscono costantemente attacchi deplorevoli da ogni parte e sotto tutti i profili. Attacchi che tali sono, appunto, (“attacchi”) e non “critiche” (che sono del tutto legittime e, anzi, utili al controllo democratico dell’esercizio della giurisdizione). Sul sito di “La Repubblica” di ieri, 22 novembre, era scritto, fra l’altro: “Napolitano: cautela con le intercettazioni. Monito del capo dello Stato, che prima dice "sarebbe bene che le intercettazioni restassero dove devono restare, in linea di principio, almeno fino a che c'è il segreto istruttorio". Poi, in serata, la precisazione del Quirinale: il presidente ha dichiarato "di non potersi pronunciare sul caso delle conversazioni telefoniche intercettate tra esponenti Rai e Mediaset", e "ha ritenuto di dover ribadire un'affermazione di principio sulla segretezza degli atti di indagine giudiziaria, che può non essere riferita al caso specifico, ma rimane incontestabile, ferma restando l'opportunità di approfondire l'iter che conduce alla pubblicizzazione di contenuti di conversazioni tra persone intercettate". Va comunque ricordato che i verbali pubblicati da Repubblica riguardano un'inchiesta chiusa, sono pubblici e a disposizione delle parti”. Ancora ieri notte, dopo che già era del tutto chiaro e noto a tutti che le intercettazioni qui in discussione erano state pubblicate del tutto legittimamente, l’ultima edizione del TG2 riportava anche nei titoli (e dunque con la massima evidenza) le parole del Presidente della Repubblica come se fossero di censura alla magistratura. Davvero tutto ciò è estremamente doloroso e non aiuta il Paese ad avere chiarezza e quel minimo di verità sulla sua vita pubblica che, come detto sopra, è indispensabile perché ci sia speranza di una democrazia. Negli Stati Uniti molti anni fa il Presidente Nixon si dimise per uno scandalo di intercettazioni (il famoso “Watergate”) che, rispetto alla vicenda Rai/Mediaset di questi giorni era una cosa da nulla. In Italia nessuno si dimette e, addirittura, una cosa del genere diventa l’occasione per dare addosso a magistrati e giornalisti. Resta il tema della vita privata delle persone. In tanti dicono: “Ma, se non è vietato pubblicare atti che rivelano cose tanto private delle persone, che ne è della privacy delle persone coinvolte, per esempio, nelle intercettazioni in questione?”. Questa materia non c’entra nulla con il segreto investigativo ed è regolata dai principi generali dell’ordinamento e da molte norme – delle Costituzione e di leggi ordinarie – in materia di contemperamento fra il diritto all’informazione e il diritto alla riservatezza delle persone. La materia è complessa e articolata e questa non è la sede ideale per approfondimenti tecnici troppo estesi. Ciò che si deve dire, ai fini che qui interessano, è che, con riferimento a persone che occupano posti di rilievo nella vita pubblica e/o a fatti che hanno oggettivo rilievo per la vita pubblica, il diritto dei cittadini all’informazione prevale sul diritto delle persone pubbliche e/o coinvolte in fatti pubblici alla loro riservatezza. In sostanza, se il Ministro degli Esteri o il Direttore Generale della Rai o il Governatore della Banca d’Italia parlano al telefono con persone, di cose o con modi tali che la conoscenza di quelle conversazioni telefoniche è rilevante per la corretta informazione dei cittadini su fatti di pubblico interesse, la riservatezza dei protagonisti delle telefonate è, per diritto ordinario e costituzionale, sacrificata all’interesse pubblico. Se un deputato della Repubblica si intrattiene in un albergo con due prostitute e, facendo una di esse uso di droga, rischia di morire, sapere tutto questo è un diritto dei cittadini e la tutela della vita privata del deputato non può essere addotta come “scusa” o “alibi” per tacere o mistificare o “ammorbidire” le notizie. Chi sceglie di assumere ruoli di rilievo pubblico, deve accettare gli oneri e le responsabilità che dall’occupare quei ruoli discendono. Se tutti coloro che rivestono cariche pubbliche, quando scoppiano scandali conseguenti a condotte deplorevoli di loro amici e colleghi, invece di dare addosso alla stampa e ai magistrati e proporre leggi che censurino il diritto all’informazione, biasimassero le condotte deplorevoli dei loro amici e colleghi, la vita pubblica di questo Paese sarebbe un po’ più decente. Stupisce davvero molto vedere gli autori di condotte più che discutibili non vergognarsi di esse, non chiederne scusa ai cittadini, ma addirittura indignarsi con violenza perché qualcuno si è permesso di informare dei fatti i cittadini medesimi. Emblematica – fra le tante emblematiche – resta la vicenda del senatore a vita che si faceva comprare la droga dai militari della sua scorta e, quando si è scoperto, invece di dimettersi (è ancora senatore della Repubblica) ha inveito dalle pagine dei giornali contro chi aveva reso pubblica la notizia. E' all'esame del Parlamento un progetto di legge restrittiva sulla segretezza degli atti processuali e le intercettazioni telefoniche che, se approvata, ridurrà ancora di più la già ridottissima informazione della quale godono i cittadini italiani. Abbiamo già ricordato anche in questo blog che in un rapporto di Reporter sens frontière (Rsf) (http://www.rsf.fr/) sulla libertà di stampa l’Italia viene collocata al 40° posto, dopo, fra gli altri, l’Uruguay, il Cile, l’Ungheria, l’Africa del Sud, la Namibia, il Paraguay, El Salvador, Taiwan, le Mauritius, la Bulgaria e la Corea del Sud. Mentre Freedomhouse (http://www.freedomhouse.org/) ci colloca, invece, al 79° posto. 22 novembre 2007 18:52
L'uso criminoso della TV
Chapeau. Nemmeno il più feroce demonizzatore, il più accanito antiberlusconiano poteva immaginare la meticolosità, la scientificità, la capillarità del controllo esercitato su ogni minuto, ogni minimo dettaglio di programmazione Rai dagli uomini Mediaset infiltrati da Silvio Berlusconi nel cosiddetto “servizio pubblico”. Intendiamoci: la fusione Rai-Mediaset in un’indistinta Raiset al servizio e a maggior gloria del Cavaliere si notava a occhio nudo e questo giornale, da Furio Colombo in giù, l’ha sempre denunciato. Ma le intercettazioni della Procura di Milano, disposte nell’inchiesta sul fallimento del sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi, e pubblicate da Repubblica dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio la privatizzazione della Rai da parte della “concorrenza” e la sua trasformazione in una succursale di Mediaset. di Marco Travaglio per l'Unità (22/11/2007) 22 novembre 2007 12:10
Commissione MitrokhinQui sotto potete vedere l'intervento di Marco Travaglio alla trasmissione RAI Annozero del 15/11/2007. Segue l'articolo di Travaglio su l'Unità del 17/11/2007, in risposta alle provocazioni di Paolo Guzzanti.
La Commissione più pazza del mondo Il senatore Paolo Guzzanti annuncia che mi denuncerà di nuovo. L’altroieri ne ho parlato ad Annozero: e, mentre raccontavo quelle enormità, ero colto dal dubbio di essermele inventate. Poi è arriva la denuncia di Guzzanti, e ho capito che non mi ero inventato nulla: è tutto vero. Altrimenti Guzzanti non mi denuncerebbe. Per lui la bocca della verità sono i Mario Scaramella e i Vincenzo Zagami, i due noti peracottari che promosse rispettivamente a «superconsulente» della Mitrokhin e a «supertestimone» della sua leggendaria inchiesta su Telekom Serbia. Scambiare un cazzaro per un evangelista non è reato: ma per un giornalista, per giunta presidente di una commissione parlamentare, è preoccupante. Può capitare; ma una volta, non di più. Se capita sempre, è un bel guaio. Tanto più se il cazzaro gabellato per evangelista è già finito in galera per calunnia: come Scaramella per la Mitrokhin e Igor Marini per Telekom Serbia. Infatti Guzzanti insiste. La sua tesi è molto attendibile: Prodi era la quinta colonna del Kgb in Italia (talmente astuto da chiamare il suo conto cifrato «Mortadella» perché nessuno lo collegasse a lui); coinvolto fra l’altro nel sequestro e nell’omicidio Moro. Chi l’ha scoperto? Invece Guzzanti gli crede ciecamente e lo manda in giro per l’Europa a torchiare vecchie spie sovietiche in menopausa. Quelle gli raccontano le porcate dell’ex capo del Kgb, Putin, amico del nostro Silvio: ma Mario è più interessato a Prodi. Solo che di Prodi nessuno sa nulla, a parte una spia che ha sentito dire da un’altra (morta) che un’altra (morta) aveva sentito dire che Prodi piaciucchiava al Kgb. È la prova che Guzzanti aspettava: «È una bomba termonucleare!» esclama entusiasta in una telefonata intercettata: «Lo dico al Capo»; cioè a Berlusconi. Muore dalla voglia di usare quelle panzane nella campagna elettorale del 2006. Purtroppo nemmeno il Cavaliere lo prende sul serio: neppure il più grande ballista del secolo riesce a credere che Prodi sia un agente del Kgb, e soprattutto dispera di riuscire a farlo credere ai suoi elettori, che pure sono di bocca buona. Intanto Scaramella continua a molestare vecchie spie nei bar di Londra, estraendo di tasca le foto di Prodi, ma anche di Diliberto e Pecoraro Scanio (i quali, per storia e per età, sono certamente agenti segreti sovietici pure loro). Nei rapporti cifrati a Guzzanti, i nomi in codice di Pecoraro sono «Pecorosky» e «Culattosky». Stremato, uno spione molestato scrive al senatore perché si riprenda Mario: «Your friend is a mental case». In pratica, invoca la neorodeliri. Ma a smascherare Scaramella non sarà il Parlamento italiano. Saranno tre giornalisti (Bonini e D’Avanzo di Repubblica, Claudio Gatti del Sole24ore), Scotland Yard e i giudici di Roma. Scotland Yard scopre che Mario era con l’ex agente Litvinenko mentre veniva avvelenato dal polonio 210 in un sushi-bar di Londra. Anche Mario dice di essere stato avvelenato e si fa ricoverare: «Mi hanno dato una dose 10 volte superiore a quella mortale». Guzzanti prepara il necrologio e annuncia: «Il prossimo sono io». Ma subito Scaramella resuscita e torna in Italia più pimpante che pria. I giudici lo arrestano appena sceso dall’aereo, per aver calunniato e fatto arrestare per traffico d’armi un paio di ucraini innocenti, accusati di voler attentare alla vita sua e a quella di Guzzanti. La commissione Mitrokhin, come la Telekom Serbia, finisce nelle patrie galere. Ma ora il senatore chiede che «i giudici si occupino di Travaglio». Troppo buono: i giudici stanno già occupandosi di lui e del suo «superconsulente»: la premiata ditta Paolo&Mario. Peccato che la coppia Boldi&De Sica si sia sciolta. Per un bel film natalizio «Natale a Mitrokhin», era perfetta. 22 novembre 2007 08:44
Legalità come disvalore sociale
di Vito Pirrone Fonte: toghe.blogspot.com 21 novembre 2007 15:30
Giulio AndreottiMarco Travaglio, intervistato da Michele Santoro, parla del processo Andreotti in merito all'omicidio Mattarella (Video inserito ieri su YouTube). [Per vedere tutti i film e i filmati pubblicati sul blog, clicca sul tag "video" che trovi in fondo a questa pagina o nella colonna alla tua sinistra]
21 novembre 2007 12:33
Una firma per mandare a casa Prodi? Rivotiamo.it non convince la rete!
Sta facendo molto discutere la blogosfera italiana il caso di rivotiamo.it, sito collegato all'iniziativa di un noto partito italiano (Forza Italia, ndr) volta alla raccolta di firme. Al centro della polemica, tuttavia, non c'è l'agenda politica, bensì le modalità di raccolta di adesioni sul sito. Sin dal lancio dell'iniziativa, in parecchi si erano espressi negativamente sulle modalità di inserimento delle sottoscrizioni. Per firmare la petizione occorre solo indicare nome, cognome, CAP e indirizzo email: una procedura apparentemente priva di qualsiasi verifica. La faccenda ha in breve preso la strada dell'ironia: alle iscrizioni di Lamberto Dini sono seguite quelle di Gambadilegno, Cetto la Qualunque, Hitler e Marx, Vittorio Mangano, Bernando Provenzano e altri. Firme che spesso rimangono online per molte ore, ma che nei casi più palesi spariscono dopo un controllo dei database - probabilmente manuale. Per capire meglio la dinamica e le problematiche delle petizioni online, Punto Informatico ha chiesto un parere a Matteo Flora, celebre esperto di sicurezza e curatore di Lastknight.com. Punto Informatico: Sul sito rivotiamo.it è possibile inserire firme fasulle. I gestori hanno rimosso quelle palesemente dubbie, ma è tuttora possibile continuare ad inserire false sottoscrizioni: c'è modo di verificare l'identità e l'autenticità dei firmatari? PI: Qualche esempio? PI: Si potrebbe migliorare la situazione? PI: E il filtro sugli IP suggerito dai gestori di rivotiamo.it? PI: Esiste un sistema per creare una petizione online "sicura"? Una petizione, insomma, che sia valida a tutti gli effetti? PI: Ci sono alternative al fai-da-te? PI: E quindi? Punto Informatico ha contattato i gestori di rivotiamo.it per raccogliere un loro parere sulla vicenda. Qualora pervenisse, sarà nostra cura darne notizia. di Luca Annunziata per Punto Informatico 21 novembre 2007 12:11
Rivuoi Berlusconi al governo? Allora chiama all'899Normalmente i politici mettono le mani nelle tasche degli italiani una volta al potere, con tasse,finanziarie,imposte e balzelli vari, questa volta invece il furto inizia subito con un euro ed ottantotto centesimi al minuto…. Ecco l’ultimo incredibile colpo messo a segno dal Cavaliere raccontato da Blogosfere:
Ma non potevano almeno usare un numero verde che iniziasse con 800? O un altro che nell'immaginario collettivo non rimandasse ad annunci, signorine e incontri al buio? Evidentemente no. Sul sito ufficiale scrivono:
Fonte: Anti-Phishing Italia (15/11/2007) 20 novembre 2007 14:29
Le oche...
L’allarme è stato come un fascio di luce che acceca: ci sono baby squillo sulle strade. Ce l’hanno messe i loro coetanei, per pagare debiti del gioco d’azzardo. Giuliano Amato, ministro dell’Interno, ha lanciato un sasso, l’altro giorno. E adesso rischia di venire giù una montagna. Perché quella del titolare del Viminale è la punta dell’iceberg. Ma basta fermarsi un attimo e scoprire che l’infanzia più tradizionale, ormai, non riesce a superare le classi elementari. Perché: c’erano una volta i bambini. E le bambine che giocavano con le bambole. Avevano dodici-tredici anni. E la Società italiana di pediatria (la Sip) li interrogava con domande tipo: che giornali girano in casa tua? Usi il computer? Qual è l’avvenimento che ti ha colpito di più quest’anno? L’ultima ricerca fatta così è datata 2003: non serviva più a niente. Non di certo a fotografare la realtà. E adesso a leggere l’ultima ricerca della Società dei pediatri presieduta da Pasquale Di Pietro, quella del 2006, vengono i brividi. Proprio oggi che anche in Italia celebriamo la Giornata dell’Infanzia. Il campione: 1.251 bambini tra i 12 e i 14 anni. Una domanda. Una delle tante del questionario: «Hai mai visto un tuo amico ubriaco?». Sì, dice il 37,4% del campione. Non solo, l’8,4% aggiunge: spesso. Un’altra domanda: conosci qualcuno tra i tuoi amici che ha fumato una canna? E questa volta è quasi uno su due (44,3%) a rispondere un tondo: sì. Un altro esempio? Tre ragazzini su quattro non esitano a confessare di fare cose che loro stessi definiscono rischiose, come ubriacarsi, appunto, bere liquori, prendere farmaci, uscire da soli la sera tardi, avere rapporti sessuali non protetti. Già: hanno rapporti sessuali frequenti, i nostri ex bambini. Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra dell'età evolutiva, non ha dubbi: «L'anticipazione delle tappe dello sviluppo è dovuta ai modelli educativi. Come dire? Sono stati mamma e papà che hanno voluto che succedesse, si sono dati da fare per diversificare il modello culturale che loro avevano ricevuto. Hanno accelerato le capacità di socializzazione dei loro figli. Hanno tolto loro il senso di colpa, il senso della paura. Basta provare, per credere. Basta entrare in una qualsiasi seconda media d'Italia e capire che è impossibile far sentire in colpa questi ragazzi o mettere loro in qualche modo paura». Succede così anche nella seconda media statale di Gela, Sicilia? «I ragazzi sono molto decisi, è vero», garantisce Ela Aliosta, preside della scuola media alle soglie della pensione. Sono quarant'anni che la signora Aliosta ha a che fare con i ragazzi delle medie. Dice adesso: «Sono cambiati. E molto. Fisicamente, prima di tutto: un tempo le femmine arrivavano ragazzine in terza media. Oggi assomigliano a donne già quando entrano in prima. Soprattutto per come si vestono, si truccano, si pettinano i capelli. Con la complicità dei genitori, è ovvio». «Faccio la velina» Oppure la cubista, la show girl, la ballerina. Alla più tradizionale delle domande: «Cosa vuoi fare da grande?», le bambine intervistate dalla Società dei pediatri hanno infatti messo al primo posto: voglio fare il «personaggio famoso». E fino a qui non sarebbe una scoperta sensazionale. È che però, tolta questa prospettiva, rimane il vuoto: al secondo posto delle preferenze delle bambine c'è, infatti, un disarmante: «Non lo so». «Ho dodici anni faccio la cubista mi chiamano principessa», è il titolo del libro di Marida Lombardo Pijola, una giornalista-mamma che non a caso ha gettato scompiglio tra mamme e papà. Ha scoperchiato il mondo delle discoteche pomeridiane, lasciando disorientati nugoli di genitori davanti a frasi di bambine come: «Se fai la cubista sei una donna. Non più una ragazzina. Con i clienti della disco treschi soltanto se ti va. E puoi farti pagare...». Non è fantasia. È qualcosa che da noi è arrivato da pochissimi anni, probabilmente importato ancora una volta dagli Stati Uniti. Era del 2003 «Thirteen, 13 anni», il film-choc ambientato a Los Angeles con protagoniste due ragazzine (tredicenni, appunto) che vivono vite sempre più pericolose tra sesso promiscuo, droga, fumo, alcol, piccoli furti, accenni di lesbismo. «Sono vent'anni che insegno nella scuola media di Centocelle, a Roma», dice Margherita D'Onofri, insegnante di scienze. E spiega: «Soltanto negli ultimi anni, però, ho visto cambiare gli atteggiamenti durante i campi scuola, ovvero quelle gite che consentono ai ragazzi di dormire fuori dalla propria città. Adesso anche nelle prime classi stanno svegli tutta la notte e si mescolano dentro le stanze. Fino a poco tempo fa non succedeva». di Alessandra Arachi per Corriere.it (20/11/2007) |
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