Il blog Senza Nome

Pensieri e notizie in libertà ...

Tutti al gazebo!! - Scegli il nome del nuovo partito!!

Partecipa anche Tu all'evento politico dell'anno!

Sabato e domenica, nella piazza della Tua città, puoi votare il nome del nuovo partito di Berlusconi.

Potrai scegliere tra "Partito della Libertà" e "Partito del Popolo della Libertà"

(ricordati che non sono ammesse altre scelte, come "Popolo del Partito della Libertà", "Popolo della Libertà nel Partito" o "Libertà del Popolo dal Partito").

Vieni anche Tu al gazebo!

Il voto è facile, gratuito e non impegnativo.

Basterà sottoscrivere la pre-iscrizione, poi un nostro incaricato verrà a casa Tua per consentirti di valutare serenamente la durata della Tua adesione, da pagare in comode rate mensili.

Se hai una tessera di An o dell'Udc, fino al 31 dicembre approfitta degli incentivi per la rottamazione!

E ricorda: i primi dieci firmatari vinceranno una cena a Portofino con Michela Vittoria Brambilla (gli ultimi dieci, un weekend a Zagarolo con Storace).

di Sebastiano Messina per la Repubblica

"La bufera su Palazzo Marino" - Letizia Moratti indagata per abuso d'ufficio

Letizia Moratti indagata per "abuso d'ufficio", tre dei suoi più stretti collaboratori accusati di concussione, un quarto indagato per truffa: l' affaire "incarichi d'oro" fa tremare le mura di Palazzo Marino. Per la Procura milanese il Comune avrebbe forzato al prepensionamento una decina di dirigenti per sostituirli con 90 funzionari, scelti senza alcun rispetto delle norme.

Il sindaco Moratti non dormirà sonni tranquilli, vista la bufera che imperversa su Palazzo Marino. Gravi le accuse: il sospetto di un prepensionamento "obbligato" di dieci dirigenti in cambio di un rinforzo massiccio operato senza rispetto dei criteri di competenza e professionalità nella nomina, e poi violazione dei criteri della prioritaria pubblicità e della ricerca interna, della professionalità e della comparazione tra diversi curriculum in barba a qualsiasi regolamento della pubblica amministrazione. In una sola giornata il primo cittadino di Milano si è vista iscritta nel registro degli indagati per "abuso d'ufficio a scopo patrimoniale", ha sentito bussare alla sua porta gli agenti del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza e i Carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della procura, ha letto le pesanti accuse a carico dei suoi quattro più stretti collaboratori. L'affaire ha ormai anche un nome: "incarichi d'oro".

La vicenda su cui sta facendo luce il pm milanese Alfredo Robledo riguarda il periodo compreso tra il luglio 2006 ed il febbraio 2007, quando la ruota delle nomine dirigenziali e delle consulenze comincia a girare vorticosamente tra le mura di Palazzo Marino. Secondo le accuse, l'amministrazione avrebbe comunicato a circa dieci alti dirigenti l' intenzione di non rinnovare il contratto e di demansionare il loro incarico (con un taglio dello stipendio, in alcuni casi, superiore al 20%). In alternativa, veniva loro offerta la possibilità di andare in pensione: "Avete 3 giorni per decidere", sarebbe stato l'ultimatum. Per forzare il prepensionamento, il Comune avrebbe offerto somme varianti dalle 4 alle 15 mensilità. Poi, una volta "silurati" i dieci funzionari, si sarebbe provvisto a far entrare i nuovi dirigenti, circa novanta, che avrebbero goduto di condizioni contrattuali migliori ed uno stipendio in alcuni casi triplicato rispetto a quello dei predecessori. Il tutto senza alcun rispetto delle regole. Per gli altri indagati dell'inchiesta le accuse sono più pesanti di quelle mosse all'ex ministro dell'istruzione. Tra tutti, spicca Giampiero Borghini, ex dirigente del Pci, poi Craxiano, sindaco del capoluogo lombardo per qualche mese della ultima Milano da bere, assessore per Formigoni ed oggi direttore generale del Comune e consigliere regionale. Borghini è accusato di concussione e abuso d'ufficio, mentre la sua vice, Rita Amabile, risponde di concussione fino al 6 settembre del 2006. Sospettato di concussione è anche Federico Bordogna, all'epoca dei fatti direttore centrale responsabile risorse umane, ora al decentramento. In ultimo, Alberto Bonetti Baroggi, capo di gabinetto di Letizia Moratti, indagato per truffa aggravata. Anche lui come Borghini è consigliere regionale.

L'accusa di concussione prende le mosse da una serie di testimonianze rese in procura da alcuni dei dirigenti che sarebbero stati costretti a dimettersi. Ma che qualcosa a Palazzo Marino non funzionasse, lo avevano intuito già alcuni organi di informazione (come la trasmissione Report di Rai Tre). E la Corte dei Conti, che aveva calcolato il danno all'erario per le consulenze dorate in 11 milioni di euro. Alle cronache della stampa era già giunto il caso di Carmela Madaffari, ex dirigente di una asl calabrese, poi approdata a Milano a Palazzo Marino come dirigente responsabile di famiglia, scuola e politiche sociali e a interim responsabile del settore servizi per fasce deboli. Stipendio annuo oltre 217 mila euro (Borghini in tv aveva detto: "E' bravissima, evidentemente l'aria di Milano le fa bene") Sul fatto emergevano altri casi particolari, come la "promozione" del fotografo della campagna elettorale di Letizia Moratti ad addetto stampa del Comune, o la nomina a dirigente di una signora nel cui curriculum vitae spicca esclusivamente il fatto di essere stata impegnata nella comunità di San Patrignano, da sempre frequentata e sostenuta dall'attuale sindaco di Milano.

"Le dimissioni frutto indebito di costrizioni", si legge nel decreto di perquisizione del pm Robledo. Mentre sulle nuove nomine "esistono gravi indizi", scrive il magistrato, "che tali attività siano avvenute in violazione di legge". Moratti e Borghini, "nelle rispettive qualità di sindaco e direttore generale, hanno dato impulso e principio di esecuzione alle procedure con le quali venivano affidati a soggetti esterni all'ente incarichi dirigenziali e di alta specializzazione, poi effettivamente conferiti nel periodo luglio 2006-febbraio 2007". Secondo gli investigatori con i prepensionamenti "è stata azzerata la memoria storica del Comune di Milano". Il colmo? Domani [oggi, ndr] alle 18 alcuni dei funzionari "silurati" sono invitati dal sindaco a Palazzo Reale per ricevere una "medaglia di benemerenza in qualità di dipendenti del Comune per la lunga e fattiva collaborazione". Certo, la cerimonia era prevista da un mese. Ma ci sarà da ridere lo stesso.

di Jacopo Matano per Aprileonline

Un politico italiano... di cui parlar bene! / 2

Il 4 ottobre 2007 lanciavamo da queste pagine un appello di Marco Travaglio che chiedeva di votare quale "europarlamentare dell'anno" l'italiano Claudio Fava: "europarlamentare dei Ds ma soprattutto persona perbene, competente, coerente e – non guasta – pure giovane [...] candidato come europarlamentare dell’anno da una giuria internazionale per la sua inchiesta sulle “extraordinary renditions” (cioè sui sequestri illegali di presunti terroristi, tipo Abu Omar) e sulle carceri segrete della Cia."

Ebbene, possiamo dire che l'appello non è affatto caduto nel vuoto! Claudio Fava è stato infatti nominato eurodeputato dell'anno!

Segue l'intervista (di Cinzia Zambrano) pubblicata ieri da l'Unità:

 

"Premiato per il lavoro svolto come relatore della commissione di inchiesta sulle carceri e i voli illegali della Cia e per «aver ottenuto l’appoggio trasversale nell’emiciclo al rapporto sulle attività illecite della Cia in Europa». Claudio Fava è soddisfatto e ne ha ben d’onde. Per l’inchiesta sui voli segreti della Cia, il deputato italiano del gruppo socialista al Parlamento Ue è stato eletto «deputato europeo dell’anno» dal settimanale «European Voice» del gruppo dell’Economist.

Onorevole Fava un bel riconoscimento quello che ti ha assegnato l’European Voice...
«Sono contento per due ragioni. Intanto perché è un riconoscimento che arriva dall’European Voice del gruppo Economist, giornale britannico autorevole e moderato. E poi, il fatto che i cittadini europei mi abbiano scelto attraverso il voto telematico come deputato europeo dell’anno per l’inchiesta sulla Cia, fa capire che c’è chi ha compreso lo spirito di quest’inchiesta. Il riconoscimento dimostra che non si trattava di un’inchiesta basata su pregiudizi anti-americani ma dettata dall’esigenza reale di ristabilire il primato della verità e di recuperare un punto di equilibrio tra l’esigenza della sicurezza dei nostri paesi e il rispetto delle libertà fondamentali».

Questa inchiesta ha dato fastidio a molti Paesi europei...
«Quando è partita veniva considerata dai governi un po’ come una statuetta di Capodimonte, una porcellana graziosa inutile da tenere dietro la vetrina...e invece, abbiamo fatto 80 audizioni, 8 missioni all’estero, ricostruito punto per punto 20 extraordinary renditions, ascoltato la testimonianza di chi era stato sequestrato e poi liberato, calcolato 1300 voli clandestini passati per aeroporti europei, raccolto 40mila pagine di verbali...insomma, un’inchiesta seria di fronte alla quale alcuni governi hanno accettato di collaborare, altri hanno riconosciuto che esistevano delle responsabilità che andavano accertate, dando vita a commissioni d’inchiesta. È accaduto in Spagna, Germania, Gran Bretagna. Altri governi, anche i nostri, precedente e attuale, hanno voltato lo sguardo dall’altra parte ritenendo che ci fossero cose più importanti che ristabilire la verità dei fatti e delle responsabilità sugli abusi commessi anche in questo paese in nome della lotta al terrorismo».

Come proseguiranno le indagini?
«Abbiamo chiesto di fare una relazione di iniziativa parlamentare che dovrebbe fornire un punto su che cosa è accaduto dall’approvazione della nostra risoluzione ad oggi, quali nuovi elementi sono stati acquisiti, in che modo hanno risposto i governi alle sollecitazioni del Parlamento Ue. Ci saranno comunque fatti nuovi su cui lavorare. Per esempio, abbiamo potuto investigare solo sui voli civili della Cia, adesso sappiamo che Paesi europei -Spagna e Portogallo sicuramente- hanno offerto i propri aeroporti per il transito di voli militari per il trasporto di decine o centinai di detenuti a Guantanamo o in altri luoghi non identificati».

Oltre a te sono stati premiati tra gli altri, Angela Merkel (per lo sforzo sul nuovo trattato Ue), Benita Ferrero Waldner (per la liberazione delle infermiere bulgare in Libia), e il russo Garry Kasparov, ex campione di scacchi avversario di Putin arrestato alcuni giorni fa alla vigilia delle elezioni in Russia...
«Mi fa piacere che tra i premiati ci sia anche un militante per i diritti civili come Kasparov. Mi sembra importante che un premio europeo voglia mettere al centro l’Europa e la nostra cultura del diritto. Il premio che ho ricevuto è un riconoscimento all’intero Europarlamento che può essere un luogo di garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini europei»."

 

Le "procedure innovative" a Guantanamo

Quando si dice: un marchio, una garanzia. Sul marchio - la firma in questione è quella di Geoffrey D. Miller - è lecito aspettarsi un po’ di tutto, ma mai niente di buono. Non sorprende, infatti, che in calce al documento destinato ai carcerieri di Guantanamo, ci sia proprio il suo nome. Nominato alla fine del 2002 comandante di una prigione al di sopra di tutte le leggi, costretto alla pensione nel 2006 dopo un’infinità di polemiche sulle variegate torture denunciate da alcuni ex prigionieri, Miller è passato alla storia per i risultati ottenuti ad Abu Ghraib, in Iraq. Risultati ampiamente documentati da foto scandalose, soprattutto per una nazione che si è data il ruolo di guida democratica del mondo. Risultati che a Miller hanno fruttato una medaglia al merito, la Distinguished Service Medal, a testimoniare il suo ruolo di “innovatore”. Del resto, come negare il carattere innovativo di molti dei metodi elencati nelle 238 pagine dirette a Cuba e datate 28 marzo 2003, poco dopo l’inizio della guerra in Iraq? Da alcuni giorni a questa parte, grazie a un sito – wikileaks.org – e a un cybernauta che ha scovato, postato e reso pubblico questo documento, le tecniche utilizzate a Guantanamo per convincere i detenuti a collaborare durante gli interrogatori sono sotto gli occhi di tutti. E lo rimarranno ancora, dato che la richiesta del Pentagono di censura è stata respinta dal sito.

Dietro al titolo asettico di Camp Delta Standard Operating Procedures - Procedure operative standard per il Campo Delta - si nascondono una serie di pratiche in palese violazione della Convenzione di Ginevra in difesa dei prigionieri di guerra. Alberto Gonzales, l’uomo che fino allo scorso settembre guidava il dipartimento della Giustizia americano, non aveva mai fatto mistero di considerare la Convenzione “obsoleta”, non più valida per talebani e terroristi di al-Qaeda. E, a leggere queste 238 pagine, le minuziose descrizioni dei vari blocchi, il sistema di premi e punizioni, la classificazione di pericolosità dei detenuti, sorprende la razionalità e la sistematicità con cui gli americani hanno sistematicamente violato i diritti di semplici sospettati.

Attualmente, sarebbero circa 350 i presunti terroristi rinchiusi in questa prigione di 116 chilometri quadrati, costruita su un territorio cubano ma sotto giurisdizione americana dal 1903 (con un “affitto perpetuo” mai riconosciuto dalle autorità dell’isola). Persone alle quali non è concesso il diritto di difendere se stessi davanti a un giudice. Diritto sacrificato al sacro altare della lotta al terrorismo.

E allora, non sorprende che questo documento dia prova di quanto le associazioni per i diritti civili continuano a dire da sempre, ossia che una parte dei prigionieri viene nascosta anche agli inviati della Croce Rossa internazionale. Certo, due anni fa il vicepresidente Dick Cheney aveva detto che i prigionieri di Guantanamo “vivono ai tropici, sono ben nutriti e hanno tutto quello che possono desiderare”. Insomma, poco meno di una vacanza. Una singolare “vacanza”, a dire il vero, se si considera che il benvenuto consiste, per protocollo e raccomandazione di Miller, in almeno due settimane di semi-isolamento, strumento fondamentale per causare “disorientamento” e rendere più malleabili i detenuti durante gli interrogatori. Inoltre, nei primi trenta giorni di reclusione, è fatto divieto di essere visitati dalla Croce Rossa, di ricevere libri, lettere o assistenza spirituale. Peccato che questa pratica sia ufficialmente considerata come atto di tortura psicologica. Tortura che si va ad aggiungere a quelle fisiche raccontante da ex prigionieri.

Non solo. I detenuti - stabiliscono le direttive - devono essere distinti in quattro categorie: quelli con un unrestricted access, che possono essere visitati dagli inviati della Croce Rossa; quelli con un restricted access, che possono solo essere visitati ma non possono comunicare solo quanto concerne la sua salute; quelli con un <visual access>, ossia che possono solo essere osservati e, infine, i no access, totalmente esclusi dal contatto con il personale dell’organizzazione internazionale. Facile intuire il perché della scelta di nascondere agli occhi del mondo i detenuti considerati più pericolosi, più importanti e, quindi, più sottoposti a torture di ogni sorta. Ovviamente, però, il documento proibisce qualsiasi tipo di violenza fisica.

Un’altra distinzione interessante è quella fatta sulla base della collaborazione e del comportamento tenuto in carcere. A ognuno di cinque livelli corrisponde una collocazione del prigioniero in una specifica parte del carcere. E finire nei campi di massima sicurezza, ossia quelli degli ultimi due livelli, significa essere costretti quasi sempre all’isolamento, privati di tutto, anche carta, matita, libri. Ai più diligenti, invece, tre coperte invece di due, rotoli in più di carta igienica, sale, saponette, una doccia in più la settimana e un’uscita in più al giorno, “addirittura” scacchi o carte da gioco. Peccato che, secondo quando riferisce l’Economist, un anno dopo l’apertura di Guantanamo, ad essere in regime di massima sicurezza era ben il 70 per cento dei detenuti. Un capitolo a parte, poi, è quello dell’uso dei cani come metodo d’intimidazione. Metodi, anche in questo caso, ampiamente mostrati dalle fotografie di Abu Ghraib.

Dopo una visita svolta lo scorso aprile, Jacob Kellenberger – presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, ha dichiarato di aver visto “miglioramenti significativi” all’interno del campo, rispetto alla situazione del 2002-2003, quando i prigionieri vivevano nel Camp X-Ray e non nella struttura attuale, che prevede celle più dignitose. Rimane una situazione indegna di una nazione democratica, dove centinaia di persone sono considerate - e trattate - come terroristi a prescindere, senza aver subito alcun processo. I dettagli resi noti da questo documento danno solo conferme.

di Agnese Licata per Altrenotizie

Class Action: Osservazioni da parte dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato

Nella giornata di ieri l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha diffuso un documento contenente alcune osservazioni sulla Legge Finanziaria 2008.

Alle pagine 3 e 4 di tale documento è affrontata l'introduzione della c.d. "Class Action":

 

"L’art. 99 del disegno di legge ha introdotto nel nostro sistema giuridico l’azione collettiva risarcitoria a tutela dei consumatori (class action). L’Autorità condivide, in linea di principio, la scelta di introdurre del nostro ordinamento tale istituto che arricchisce gli strumenti giuridici posti a tutela dei diritti dei consumatori e degli utenti, ponendo l’Italia al passo con altri Paesi particolarmente sensibili alle istanze dei consumatori e alla necessità di assicurare loro strumenti di tutela pieni, rapidi ed efficaci, come la Gran Bretagna, la Spagna, la Germania, il Portogallo, la Svezia e gli Stati Uniti, ove la class action esiste già da tempo.

La disciplina dell’azione collettiva, così come prevista dall’art. 99 del disegno di legge, andrebbe tuttavia perfezionata e migliorata nell’ottica di assicurare, da un lato, la piena tutela dei diritti dei consumatori e, dall’altro, di non risultare irrazionalmente punitiva per le imprese, producendo l’effetto indesiderato di scoraggiare gli investimenti, l’avvio di nuove attività imprenditoriali o la loro prosecuzione.

Nell’ambito degli strumenti di tutela amministrativa che l’ordinamento pone a disposizione dei consumatori e delle loro associazioni, l’Autorità svolge un importante ruolo, esercitando le competenze attribuite in materia di pratiche commerciali scorrette, in materia di pubblicità ingannevole e comparativa e in materia di tutela della concorrenza. In questo quadro, l’Autorità auspica che possano essere introdotte disposizioni di raccordo tra la disciplina della class action e le proprie competenze, ad esempio, prevedendo un sistema in cui l’azione collettiva risarcitoria possa essere esperita a seguito del procedimento amministrativo di competenza dell’Autorità, volto a tutelare, nell’esercizio delle diverse competenze indicate, in via diretta ed immediata l’interesse dei consumatori e, dunque, a scongiurare la realizzazione stessa del danno ai consumatori o, in ogni caso, a circoscriverne la portata.

Si auspica, infine, la soppressione del comma 11 dell’articolo in esame, il quale fa discendere un effetto di nullità dei contratti dalla decisione di accertamento dell’ingannevolezza del messaggio da parte dell’Autorità garante. Si tratta, infatti, di un effetto che appare extra ordinem, nella misura in cui riconnette alla decisione adottata in sede amministrativa dirette conseguenze sulla validità di su una serie indefinita di contratti, determinando in questo modo anche una grave incertezza nelle transazioni commerciali."

 

Il documento, contenente osservazioni sull'intera Finanziaria, è scaricabile qui (formato .pdf).

Caso Unipol: Ecco il testo integrale delle ordinanze del G.I.P. Forleo

Finalmente disponibile on-line il testo integrale delle tanto discusse ordinanze del Giudice per le Indagini Preliminari Clementina Forleo (formato .pdf):

 

Prima ordinanza - parte prima

Prima ordinanza - parte seconda

Seconda ordinanza

 

Uso criminoso dell'intelligenza

Questa gigantesca stupidaggine che le telefonate tra dirigenti Rai e Mediast (per concordare, ripulire e moltiplicare le inquadrature del Cavaliere) equivarrebbero a quelle fatte tra loro dai direttori dei giornali (per esempio negli anni di Tangentopoli), si configura come un uso criminoso dell’intelligenza di chi legge e di chi ascolta.

Siccome conosco da molti anni il diabolico Mauro Crippa, responsabile dell’informazione Mediast, sospetto che quella equivalenza sia farina del suo sacco. Ne ha ideate parecchie di analoghe. Per esempio quella multiuso che equipara qualunque inchiesta della magistratura sul Cavaliere (in qualunque centimetro del calendario) a una trappola studiata per tempo (“ecco un’inchiesta a orologeria!”) finalizzata a interferire con qualcosa di molto cruciale: un’elezione politica, una elezione amministrativa, una legge, una scadenza politica, un summit, un compleanno (“ecco un’inchiesta a orologeria per rovinare il compleanno del Dottore”). Maledetti magistrati.

Ci sono frasi speciali – di paradossale non sense – che una volta coniate dalla casa madre vengono ripetute per sempre in tutte le succursali, in tutte le circostanze, da tutti i suonatori. “Vittorio Magano era uno stalliere”. “Cesare Previti è una vittima di certa magistratura”. “Ho dovuto cedere la Standa perche’ i comunisti me l’hanno boicottata”. “Le mie televisioni mi danneggiano”. "Non ho mai chiesto la testa di Enzo Biagi". “Sono un liberale”. “Che male c’é se due aziende televisive si telefonano?”.

Si da’ il caso che le note consultazioni tra i direttori ai tempi di Tangentopoli riguardassero notizie e nomi che viaggiavano tra una fonte e l’altra, la verifica dei fatti, la rete di controlli reciproci per non cadere in trappole avvelenate. Si da’ il caso che i suddetti dirigessero aziende private (molteplici, non duopolistiche) e che ognuno preservasse la propria. In un quadro di reciprocità orizzontale, tu mi confermi, io ti confermo. Il contrario di chi da un’azienda pubblica svela al proprio (e unico) concorrente le intenzioni di imminente palinsesto.
 
Deve essere sfuggito alle microspie degli inquirenti, ma in queste telefonate Rai-Mediaset non risulta mai il flusso contrario. Un dirigente di Canale 5 (uno solo, magari mezzo) che abbia mai chiamato in Rai per chiedere più attenzione a Prodi, offrire una controprogrammazione per oscurare il Cavaliere, chiedere una raccomandazione, infiltrare un ragazzo biondo, arrogante, e scioccamente comunista tra gli arcoraiani.

di Pino Corrias per VoglioScendere

Berlusconi costretto a fare marcia indietro - di Sandro Ruotolo

Dietrofront!

Ah, la vecchia politica divora anche l'antipolitico per eccellenza, Silvio Berlusconi. Costretto dai malumori, dalla rivolta dei peones di Forza Italia, il signore di Arcore è costretto a far marcia indietro.

Adieu partito nuovo, adieu partito della libertà: "Forza Italia non si scioglie più". Il Berlusconi di piazza San Babila che, dal predellino della Mercedes, aveva certificato la morte della casa delle libertà e la fine del suo partito-azienda lascia la scena momentaneamente con un "vorrei ma non posso", annunciando  allo stato maggiore di Fi riunito a palazzo Grazioli che da ora in poi sarà meglio parlare di "partito rete" di cui faranno parte i partiti della Cdl, i circoli e poi chi vuole entrare della società civile.

Diefront anche sulla riforma elettorale. Non più modello tedesco ma  spagnolo: "le nostre condizioni però sono di lavorare a un sistema proporzionale con un'alta soglia di sbarramento che non cancelli il bipolarismo ma lo renda più maturo ed efficiente". 

Dietrofront anche sul voto anticipato. Nessun ultimatum al leader del partito democratico: "la data delle elezioni non può essere oggetto di trattativa, è competenza esclusiva del capo dello Stato". 

Che il centrosinistra stia messo male non c'è dubbio. Ma neanche a destra non scherzano. Lunga vita al governo Prodi?

di Sandro Ruotolo

Cassazione: Il ristorante è sempre responsabile di eventuali corpi estranei presenti nella pietanza!

Diritto&Giustizia: "Nessun dubbio dai supremi giudici: l'operatore commerciale deve vigilare sulle materie prime, sulla loro trasformazione e sull'igiene... [...]

Pedofilia: arrestato un altro prete! E' il vice rettore del seminario di Brescia

Il vice rettore del seminario della diocesi di Brescia, Marco Baresi, 38 anni, è stato arrestato dagli agenti della squadra mobile che hanno eseguito un ordine di custodia cautelare emesso dal gip del tribunale di Brescia.

Le accuse per il sacerdote sono di violenza sessuale aggravata ai danni di un minore di 14 anni e detenzione di materiale pedopornografico.

La diocesi per ora non commenta le presunte accuse di violenza sessuale su un minore. "Non abbiamo ancora letto le motivazioni dell’arresto - spiega il responsabile dell’ufficio diocesano per le comunicazioni, don Adriano Bianchi - stiamo verificando cosa è successo". "La situazione mi lascia assolutamente allibito...mi è mancato il fiato quando me l’hanno detto. E’ una cosa fuori da ogni pensiero, conosco l’ambiente e la persona ed è impensabile", ha commentato Mario Sberna, amministratore del seminario di Brescia.

Fonte: ilGiornale.it

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La Chiesa, l'omosessualità e la pedofilia

G8 (Genova 2001) - "Speriamo che muoiano tutte, quelle zecche"

Una poliziotta e un agente toscano: sono loro le voci del lugubre colloquio registrato il giorno dopo l'omicidio di Carlo Giuliani. "Speriamo che muoiano tutte, quelle zecche", "tanto è già uno a zero per noi", erano le dichiarazioni. Ora si attendono le decisioni del questore Presenti. Ne abbiamo parlato con Di Lello (Prc) e Guadagnucci, del comitato "Verità e Giustizia per Genova"

"La promozione di un dirigente imputato per le violenze a Genova nel 2001, Giovanni Luperi, nominato capo del Dipartimento analisi dell'ex Sisde, è impossibile da digerire". Un punto di non ritorno, lo avevano dichiarato Haidi e Carlo Giuliani, dopo aver appreso dell'incredibile promozione di Luperi venerdì scorso, che li ha spinti a presentare un'interrogazione parlamentare. "Credo che si stia creando un solco incolmabile tra il popolo dell'Unione e un governo che aveva tra i suoi impegni la commissione parlamentare sul G8. Un impegno disatteso per poi premiare i responsabili della gestione dissennata anticostituzionale e antidemocratica dell'ordine pubblico in quei giorni", era stata l'amara conclusione della mamma di Carlo.

Praticamente il giorno dopo (la notizia è cominciata a circolare da domenica), sembrava che un piccolo spiraglio di speranza per ottenere qualche verità e un po' di giustizia per i fatti del 2001 poteva ricominciare a prendere quota. Si tratta dell'avviso di conclusioni indagini, con richiesta di rinvio a giudizio per istigazione alla falsa testimonianza, messo a disposizione dei difensori dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, che avrebbe "suggerito" tale comportamento davanti ai giudici all'ex questore di Genova Francesco Colucci; il difensore del quale, l'avv. Maurizio Mascia, ha subito rifiutato la notifica della Guardai di finanza, contestando il fatto che il contenuto dell'atto fosse stato già pubblicato da alcuni giornali. "Si tratta di una civile protesta - ha spiegato l'avvocato - in quanto la stampa aveva già reso noto che il mio assistito era destinatario dell'avviso anche del contenuto di alcune intercettazioni telefoniche". A ricevere l'avviso è stato anche Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova, anch'egli accusato di aver istigato Colucci alla falsa testimonianza. Per completezza di informazione, vale la pena ricordare che l'allora capo della polizia De Gennaro è stato poi nominato proprio dal governo Prodi capo di gabinetto del ministero dell'Interno. Una scelta che definire infelice suona come un eufemismo".

Ora, grazie invece all'indagine interna voluta dal nuovo responsabile della pubblica sicurezza, Antonio Manganelli, si è arrivati a conoscere i due poliziotti a colloquio telefonico, intercettati nei giorni del G8. Sono una poliziotta in servizio alla questura di Genova e un agente toscano, autori di una telefonata tra sala operativa e agenti in strada che hanno segnato la notte dell'irruzione nella scuola Diaz. L'indiscrezione arriva dal quotidiano del capoluogo ligure, il Secolo XIX, secondo il quale un agente avrebbe detto a proposito dell'operazione: "Speriamo che muoiano tutte, quelle zecche", mentre la risposta della collega sarebbe stata "Tanto è già uno a zero per noi".
L'agente donna è in servizio a Genova, seppure in congedo per motivi personali; il poliziotto toscano faceva invece parte dei rinforzi inviati alla questura del capoluogo ligure.

Non riusciamo nemmeno a immaginare cosa possano provare i genitori di Carlo nell'ascoltare una registrazione simile: sappiamo soltanto cosa meriterebbero due individui di questo genere, con il ruolo che ricoprivano allora e tuttora ricoprono, in un paese diverso dal nostro, dove la verità e la giustizia spesso si fermano di fronte al "fascino della divisa".

Quello che appare evidente, è che le conversazioni telefoniche pongono all'attenzione pubblica un tema rilevante: quello della cultura che permea e struttura le forze dell'ordine. Giuseppe Di Lello, responsabile Giustizia del Prc, ci spiega come si sia venuta a creare questa deriva culturale. "Sono sempre stato convinto -afferma Di Lello- che il vero problema delle forze del centrosinistra, soprattutto nei momenti in cui sono andate al potere, sia stato quello di cercare sempre l'alleanza con i quadri dei carabinieri e della polizia, con il Viminale e l'esercito, dimenticando di favorire l'introduzione di elementi di democrazia fra poliziotti e carabinieri. Queste forze sono state abbandonate dal centrosinistra sul piano delle retribuzioni e dell'organizzazione, lasciandole così alla pseudo tutela della destra. C'è dunque un problema di educazione alla democrazia e al rispetto della Costituzione che, mancando, favorisce un forte indottrinamento militare e la diffusione di una sottocultura tipica della destra, storica e non. Una paccottiglia ideologica pericolosa che si è diffusa e che andrebbe contrastata".

Dello stesso avviso Lorenzo Guadagnucci, del Comitato "Verità e Giustizia per Genova": "Da quello che abbiamo capito in questi anni - spiega- il problema centrale è quello della trasparenza, di cui sono mancanti le forze dell'ordine. In verità avevamo sperato che dopo la riforma del 1981, la cultura democratica avesse fatto breccia: oggi, constatiamo con mano come invece predomini ancora uno spiccato corporativismo". Proprio quest'ultimo, insieme al rifiuto della trasparenza, "si traduce in un rigetto degli stessi principi democratici". Qual è allora l'alternativa? "L'investimento nella formazione -aggiunge Guadagnucci-, che per altro è uno degli aspetti falliti della riforma. Tuttora infatti la formazione è prevalentemente di tipo militare: le scuole sono affidate a dirigenti di cultura militare, mentre con le ultime riforme della leva tutto il personale viene assunto dopo una esperienza di volontariato. Per questo -conclude- si dovrebbe cercare di realizzare un grande progetto di formazione, impostato sui valori e il rispetto della non violenza". Per quanto riguarda l'evoluzione delle inchieste sui fatti del luglio 2001, Guadagnucci non è certo ottimista, e rivolto al caso dell'ultima intercettazione sottolinea  come "mi sembra ci si stia concentrando su pesci non piccoli, ma invisibili. Bisognerebbe cominciare invece dalla testa, ma non si riesce a farlo. Due casi per tutti: Luperi e De Gennaro".

In merito alla conversazione dei due agenti, per gli aspetti disciplinari le decisioni spetterebbero ora al questore di Genova Salvatore Presenti. Ma i citati precedenti insegnano a diffidare di qualsisi previsione ottimistica. Staremo a vedere.

di Emiliano Sbaraglia per Aprileonline

La vergogna di Cittadella

Cittadella, una piccola città del nord Italia, ha deciso di chiudere le porte agli immigrati poveri, a quelli che non hanno un lavoro o sono stati in carcere e in generale a tutti gli strenieri senza mezzi economici e considerati socialmente pericolosi. Venerdì scorso è entrata in vigore un'ordinanza che impone un reddito minimo di 420 euro agli immigrati che chiedono la residenza.

Fonte: El Mundo (Spagna)

 

In un paese civile, con regole sociali certe, quello che è accaduto giorni fa a Cittadella, comune di 20 mila anime alle porte di Padova, sarebbe stato degno solo di una vignetta satirica su un giornale. Come quelle, per dire, che con lo sghignazzo ci fanno pensare a quanto una cosa possa essere inutile, sbagliata e, soprattutto immorale. Ma ormai, in quest’Italia dove l’immigrazione fa più paura delle tasse e dove la caccia al clandestino si è ufficialmente aperta con l’omicidio di Daniela Reggiani a Roma, fatti come quelli di Cittadella sono salutati da grida scomposte di giubilo e di apprezzamento. Protagonista di questa storia di stampo razzista e discriminatorio è il sindaco di questa ridente località, Massimo Bitonci, eletto lo scorso maggio a capo di una lista civica sostenuta dalla Lega e da An. Con un’ordinanza che, a suo dire, ricalca un decreto legislativo del 2007, il primo cittadino padano ha imposto uno sbarramento d’ingresso alla richiesta di residenza. Se non hai un reddito minimo di 420 euro al mese (ovviamente non al nero) e una casa “salubre e decente” in cui vivere con il tuo nucleo familiare è meglio che non ci provi neppure a passare il confine di Cittadella. Tanto non ti facciamo entrare.

Quando si dice la solidarietà sociale. Che in questo luogo, lontano anni luce dalle regole più elementari di civiltà e di diritto, non trova affatto cittadinanza. Anzi. Con l’esemplare ordinanza, questo Bigonci intende mettere in cima ai bisogni dei cittadini “la salvaguardia dell’igiene, della sanità, della sicurezza e dell’incolumità pubblica” (tutta materia citata nel testo): un mese fa Bitonci si era ancora reso protagonista facendo propria, con inusitata solerzia, la decisione del sindaco di Vicenza Enrico Hullweck, che vietava le bevute sulla pubblica via. Ed anche in quest’ultimo caso, ha superato in tempistica le intenzioni - solo espresse verbalmente - dei sindaci leghisti Giampaolo Gobbo di Treviso e Flavio Tosi di Verona: ha voluto bruciare tutti sul tempo, firmando per primo la delibera razzista che gli altri si erano solo ripromessi di discutere. E gli hanno pure detto bravo.

Il primo a complimentarsi è stato il governatore Galan, che ha commentato l’ordinanza come “accettabile” e di seguito gli applausi di altri illustri esponenti della “razza padana”. Solo il ministro Ferrero ha bollato le misure come “decisamente razziste e discriminatorie”, ma lui, ovviamente, ha considerato quest’ultimo commento come una medaglia al valore.

Che piaccia o meno, quest’ordinanza è valida. Per iscriversi all’anagrafe di Cittadella, insomma, il cittadino Ue che non lavora dovrà dimostrare di avere comunque un reddito, ma rischia grosso se non dice da dove provengono i soldi. Quello che lavora dovrà portare tutti i documenti possibili per dimostrarlo, compresa l’ultima busta paga e i riferimenti Inps e Inail. Figurarsi: talvolta non ce li hanno nemmeno gli italiani! I limiti di reddito sono così fissati: 5.061 euro all’anno nel caso il richiedente sia solo o viva con un familiare; il doppio (10.123 euro) nel caso i familiari siano due o tre; il triplo (15.185) quando il numero dei familiari è superiore. Rumeni e bulgari ci dovranno mettere sopra anche il nulla osta dello sportello unico per l’immigrazione.

Se, nonostante tutto questo, una condizione di “pericolosità sociale” dovesse essere dedotta da precedenti penali o da informazioni raccolte dal Comune, i documenti saranno del tutto inutili e interverranno la Questura e la Prefettura di Padova. In pratica sarà come autodenunciarsi. Ultimo scoglio: la casa. O alla visita degli incaricati del Comune si presenterà “sana e decente”, o niente da fare. Ma che significa “sana e decente”? E, soprattutto: a insindacabile giudizio di chi? Quest’ultima parte dell’ordinanza è vergognosa. Si impone, in pratica, al cittadino comunitario “non padano” di umiliarsi davanti a dei messi comunali per far accettare come “sana e decente” una dimora che per ovvi motivi, non potrà mai essere davvero “all’altezza del decoro” stabilito dai perbenisti padani. Si fa notare che Cittadella insiste ancora sul territorio italiano, malgrado i mugugni secessionisti locali, e che non può essere considerata una sorta di Yatch Club a cui possono essere ammessi come soci solo i possessori di barche superiori ai 25 metri. Ma quando si ha a che fare con i ricchi, sempre più elitari e settari, è diffide far passere l’idea che esiste anche un “prossimo” più povero e desideroso di accoglienza. Chissà se, a Cittadella, vanno tutti a messa, la domenica mattina…

Il paradosso vero sta nel fatto che Cittadella ha un alto tasso di immigrazione perché le sue imprese hanno bisogno di mano d’opera. Ed è il solito adagio: quella mano d’opera, per altro a buon mercato, la forniscono solo i poveri dell’Europa. I servi, come al solito, servono. Ma guai a parlare di integrazione. Qui si parla solo di presenze non gradite. Che ringrazino, insomma, quei “diversi” a cui viene dato un lavoro. Ma che, per dinci, se ne vadano ad abitare lontano con la loro (spesso) numerosa prole, che con la loro presenza rovinano il paesaggio.

Dalla sua il sindaco ha cittadini da tutto il Veneto. E non potevamo avere dubbi: i consensi stanno fioccando numerosi al sito del Comune. Dove si legge anche l’incitamento “dovrai passarne di tutti i colori - è il riassunto - ma ti prego, non mollare”. Non sappiamo se il sindaco ne dovrà passare “di tutti i colori” e nemmeno glielo auguriamo. Che si vergognasse almeno un po’, invece, sarebbe bene.

di Giovanna Pavani per Altrenotizie

 

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Indagine sulla televisione: Tutti la guardano, pochi si fidano

Vignetta: unavignetta.splinder.com

LA TELEVISIONE: in cima alla classifica del "pubblico"; in coda a quella della credibilità. E' il principale strumento di informazione per i cittadini: la vedono tutti (quasi, ndr), tutti i giorni. Ma, in quanto ad attendibilità, è superata da vecchie e nuove fonti: da Internet, ma anche dai giornali e, soprattutto, dalla radio. Vuoi per le polemiche (politiche) che in modo ricorrente la investono. Vuoi per la politica, che arriva a colorare programmi di approfondimento e conduttori. Vuoi per il conflitto di interessi, questione ancora scottante, agli occhi del cittadino-spettatore. Lo confermano i dati del 16° Osservatorio Demos-Coop sul Capitale sociale, che in questa edizione si concentra sul rapporto tra informazione e società.

La televisione (94%), i quotidiani (63%) e la radio (61%) rappresentano mezzi "tradizionali" e, ancora oggi, ampiamente utilizzati per informarsi. In particolare, quasi la totalità della popolazione apprende le notizie dallo schermo televisivo. Ma anche i nuovi media, come la tv digitale (29%) o Internet (39%) sono un'esperienza quotidiana per una parte considerevole di cittadini. Del resto, l'istantaneità dell'informazione è oramai un tratto che segna il modo di comunicare. In questo scenario, sembra resistere il quotidiano: sei persone su dieci affermano di consultarlo almeno qualche volta alla settimana.

L'indagine Demos-Coop fa osservare, inoltre, come la radio (60%), cui va il primato della credibilità, ma anche Internet (36%) e i quotidiani (38%) siano ritenuti più affidabili della televisione (30%). Il classico "l'ha detto la Tv" sembra assumere un diverso significato. Tanto più per i giovani, fra i quali la fiducia verso la radio, Internet e i quotidiani è più elevata rispetto a quanto si osserva fra adulti e anziani.

Ma il Tele-giornale resta, ad oggi, (purtroppo, ndr) la principale sorgente informativa, e alle testate maggiori va comunque un gradimento piuttosto esteso. A suscitare la fiducia dei telespettatori è innanzitutto il Tg3 regionale, che con il 72% dei consensi conferma l'attenzione per l'informazione locale. Seguono, nell'ordine, Tg1 (69%), Tg3 nazionale (63%), Tg2 (63%) e Tg5 (59%). Il grado di fiducia varia, sensibilmente, in relazione all'orientamento politico. Il Tg3 viene apprezzato soprattutto dagli spettatori di sinistra. Mentre i tutti i notiziari di Mediaset (Tg5, Tg4, Studio aperto) si caratterizzano per un profilo di (centro) destra. Tg1 e Tg2, infine, si collocano più vicini al "centro": leggermente spostato a sinistra, il Tg di Riotta, un po' più verso centro-destra, quello di Mazza. Equidistante dalle due aree ideologiche appare, invece, il profilo dei Tg regionali.

Non sono però solo i Tg a connotarsi politicamente, ma anche i principali programmi di approfondimento (e i rispettivi conduttori): Annozero e Ballarò risultano i più apprezzati dall'elettorato di centro-sinistra, mentre Matrix e Porta a Porta hanno maggiore seguito a centro-destra. Nel complesso, i punteggi più elevati vanno alle trasmissioni di Floris (57%) e Mentana (52%). Anche se molti di questi programmi di approfondimento sono superati dalla satira giornalistica: le Iene (50%) e, in particolare, Striscia la notizia, cui va in assoluto l'apprezzamento più convinto (64%). Greggio e Iacchetti, le veline e il Gabibbo, ma anche Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Ilary Blasi, protagonisti dell'"informazione alternativa", sembrano fare concorrenza ai grandi nomi del giornalismo.

Questa la fotografia dell'informazione televisiva, scattata dal sondaggio alla vigilia dell'ennesimo terremoto sulla Tv scatenato dal caso Rai-Mediaset. Una vicenda che riporta l'attenzione su un tema particolarmente sentito dall'opinione pubblica: il conflitto d'interessi, ritenuto problema grave e "urgente" dal 66% dei cittadini. La proprietà del polo televisivo privato da parte del leader dell'opposizione, Silvio Berlusconi, secondo la metà degli intervistati danneggia la libertà di informazione (52%) e condiziona la politica (55%). Un dato che cresce sensibilmente tra gli elettori del centrosinistra, dove è quasi l'80% a condividere questa opinione.

Fonte: Repubblica.it

Quel "investimento economico" chiamato Afghanistan

Una guerra non è una faccenda che si possa pianificare tanto facilmente, ancora meno è qualcosa che si possa analizzare con ottiche economiste. Le ultime guerre occidentali hanno dimostrato ancora una volta la considerazione che Bismark pose a premessa delle sue teorie belliche: di nessuna guerra, si può sapere prima come finirà. Si era capito fin da subito che in Afghanistan sarebbe finita male, ma gli ultimi eventi, tra i quali la morte di Daniele Paladini, caduto ieri in un agguato kamikaze ci dimostrano che potrebbe anche finire peggio. Militarmente semplicissima, la cacciata del governo talebano fu festeggiata con l’assassinio di qualche migliaio di prigionieri, abbandonati a morire chiusi dentro i container. A prendere l’amministrazione del paese fu un ex-dipendente di una compagnia petrolifera americana, alcuni ministeri furono affidati a signorotti feudali, tutti i ministeri furono sottomessi ad un imbarazzante controllo da parte americana e pachistana. Il povero Karzai si è ridotto a piangere in pubblico nel denunciare i danni che il Pakistan infligge al paese “fratello”, ma resta il sindaco di Kabul; una figura onoraria.

L’aver fondato l’invasione dell’Afghanistan sulla presunta alleanza con il Pakistan e sulla pretesa di escluderne dal governo l’etnia Pashtun, maggioritaria nel paese, sono state fin dall’inizio condizioni necessarie e sufficienti a garantire il fallimento; esattamente come lo è stata in Iraq come lo è stata in Iraq la pretesa di impedire alla maggioranza sciita la presa del potere, imponendo governi minati dalla presenza di personaggi poco raccomandabili e che non rappresentano nessuno.

A pagare il prezzo del fallimento saranno gli afgani per primi e in grande numero, ma saranno anche i molti occidentali, decine di migliaia, che a vario titolo sono stati catapultati nel bel mezzo di un paese in guerra. Militari, giornalisti, operatori umanitari possono proteggersi relativamente nella quotidianità afgana, il problema è che le loro morti pesano nella gestione dell’economia di guerra. Uno dei presupposti del nuovo modello di guerra occidentale è che l’operatività bellica non sia palese. Per questo il governo Bush aveva proibito di fotografare le bare dei caduti. Un morto in casa è un brusco strappo a questa omertà accuratamente costruita e difesa.

Questi strappi cominciano a farsi troppo frequenti nel nostro Paese, ma è difficile pensare di essere vicini ad una frequenza critica che spinga in qualche modo a rompere l’unanimismo sul consenso alla missione ISAF. Ancora di più ora che il nostro Paese sta per assumerne il comando. L’unico dato positivo è che non c’è alcuna evidenza che gli italiani siano oggetto di particolare ostilità o che sia in atto una strategia mirata nei confronti del nostro contingente.Nell’occasione dell’attentato della settimana scorsa a una nostra pattuglia, fortunatamente senza gravi conseguenze, il portavoce talebano ha rivendicato l’attacco “agli americani”. Sembra lecito ritenere che ai montanari guerriglieri risulti difficile distinguere i vari contingenti, come peraltro è facile che non siano per nulla interessati a distinguere. Nel caso che ha portato alla morte di Daniele Paladini, l’attaccante sembra essere un pachistano interessato a colpire nel mucchio senza particolari preferenze.

“Molte delle vittime erano bambini, il piu' innocente e indifeso dei bersagli. Nulla può giustificare questo cosi' infido atto di vigliaccheria”, ha detto per l’ISAF il generale Branco. Posizione condivisibile e purtroppo applicabile anche a numerosi bombardamenti aerei di villaggi sospettati di nascondere i “terroristi”. La situazione è pessima anche perché i governi occidentali ed i loro alleati locali si sono mostrati all’altezza dei talebani quanto a crudeltà e insensibilità nei confronti delle vite dei civili e dei prigionieri.

Resta il fatto che il nostro contingente è in mezzo ad una guerra, una guerra che va maluccio nonostante le tattiche aggressive dispiegate nell’ultimo anno e nonostante sei lunghi anni di presenza nel paese. Non abbiamo vinto “i cuori e le menti” degli afgani, controlliamo una porzione sempre più piccola di territorio e l’Afghanistan è diventato ormai il teatro di una guerra di logoramento che non si potrà risolvere senza cambiamenti radicali nelle politiche occidentali. In questo scenario c’è poco da stupirsi se della cara vecchia “war on drugs” non se ne parla più, l’unica cosa che funziona in Afghanistan è la coltivazione dell’oppio; anche quest’anno se il tempo non si metterà di traverso, sarà battuto il record di sempre. Probabilmente non ci sono molte persone al mondo che sappiano quanti soldi sono stati spesi per la guerra alle droghe, cifre spaventose, multipli di quelli spesi per l’assistenza umanitaria, ma quasi tutti si sono ormai resi conto che la disponibilità ed il consumo delle “droghe” più disparate sono in aumento costante e ormai ubiqui; globalizzati.

Anche la war on terror volge ovunque al peggio, ma la fanfara suona ancora, qualcuno ha addirittura ventilato l’ipotesi che il “successo” in Iraq sia tenuto nascosto dalla sinistra che controlla i media. Nel mezzo di questo maestoso stravolgimento della realtà, utile almeno a farci concentrare sugli imminenti acquisti natalizi e a far gonfiare il PIL, le morti come quella di Paladini suonano come funebri rintocchi. Stravolgono le famiglie e le comunità di provenienza, offrono ai politici la possibilità di qualche dichiarazione educata e contrita che sarà dimenticata il giorno dopo; quando i media caleranno a succhiare avidamente qualsiasi “colore” dalla figura dell’eroe pianto dai suoi cari.

Ricordo le parole che Franco Frattini, all’epoca ministro del governo Berlusconi, pronunciò davanti al Parlamento, quindi non voce dal sen fuggita o equivocabile: “L’impegno italiano per la sicurezza internazionale è determinato da un calcolo razionale del nostro interesse; e ancora il nostro impegno nelle missioni di pace rappresenta un saldo investimento economico". Il sangue di Paladini e di quanti moriranno in Afghanistan è quello che ci siamo impiegati ad “investire” insieme al denaro ricavato dalla fiscalità generale. Molti continuano a considerare amorale questo investimento, soprattutto perché la gestione del post-medioevo talebano è stata fondata sull’inganno e sulla violenza; “valori” che ben difficilmente possono essere sposati da un Paese civile.

Qualcuno ha deciso che il prezzo della vita di Paladini e di molti altri è giusto. La necessità di pretendere che si mostrino i conti a supporto di questa affermazione molto approssimativa, dovrebbe essere evidente, ma difficilmente si troverà qualcuno a discutere di questa materia.

di Mazzetta per Altrenotizie

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Caso Rai-Mediaset: "Le vespe cocchiere" (di Marco Travaglio)

È davvero seccante, per chi sognava di inaugurare il Pd con un bell’inciucio, che le intercettazioni Raiset abbiano riportato alla ribalta lo scandalo del conflitto d’interessi. Tant’è che, al solito, il problema sono diventate le intercettazioni e non il loro contenuto. Claudio Petruccioli, divenuto presidente della Rai in seguito a una visita a casa Berlusconi, addita il vero pericolo che incombe sul servizio pubblico, anzi sul servizietto privato: “i professionisti dell’anti-inciucio”. Giuseppe Caldarola regala un’intervista al Giornale berlusconiano per invitare tutti ad analizzare la questione con «una bella borsa del ghiaccio sulla testa».

Ma Caldarola è un giornalista prestato alla politica, che fortunatamente non l’ha più restituito. Dunque, anziché augurarsi che le notizie escano, possibilmente tutte, invoca «interventi per fermare l’ennesima fuga di veleni». Un po’ come fa Liberazione, che denuncia due scandali: la berlusconizzazione della Rai e la pubblicazione delle telefonate che la dimostrano. Come se ci fosse qualcosa di scandaloso nel legittimo e doveroso lavoro dei colleghi di Repubblica che han raccontato notizie vere in base a documenti ufficiali, non più coperti da segreto.

Caldarola sposa in pieno le corbellerie del senatore Paolo Guzzanti (altro giornalista prestato alla politica, si spera in esclusiva) sullo stesso Giornale e da Bruno Vespa sul Gazzettino: è normale che i direttori di giornali e tg si consultino per «concertare». Avvenne anche ai tempi del terrorismo e di Tangentopoli. Alle vespe cocchiere sfugge un particolare da niente: lo scandalo non è che i direttori si telefonino, ma quel che si dicono. Ai tempi di Tangentopoli e del terrorismo, quando circolavano notizie e indiscrezioni spesso incontrollate che potevano mettere in pericolo, rispettivamente, la democrazia e le vite umane, i direttori si consultavano per dare le notizie nel migliore dei modi, senza cadere in trappole né avallare polpette avvelenate. Cioè per informare nel modo più attendibile possibile.

Ora, dalle intercettazioni, risulta che dirigenti Rai infiltrati da Berlusconi concordavano con Mediaset e lo staff del premier come occultare, edulcorare, mascherare, ritardare, falsificare le notizie, a maggior gloria del Capo. Tant’è che i suddetti dirigenti Rai sono tutti ex assistenti, segretari, visagisti, deputati dello stesso Silvio, non giornalisti interessati a servire i cittadini. Caldarola, che negli ultimi anni deve aver vissuto molto all’estero, respinge come «grottesco» il sospetto di «una regìa in questa consultazione»: che cioè Berlusconi, «chiuso in una stanza, faccia il burattinaio della storia italiana, decidendo i dettagli dei programmi o i titoli».

Ecco, questo proprio no: è un’orrenda calunnia inventata dai nemici dell’inciucio,anzi della «pacificazione fra due eserciti che sono stati in guerra». Capìta l’antifona? Un ducetto occupa militarmente la Rai epurando giornalisti, attori e soprattutto notizie, sostituendo quelle vere con quelle false. E alla fine salta su il Caldarola di turno a invocare «la pacificazione fra gli eserciti in guerra»: le vittime chiedano perdono ai carnefici, i censurati si scusino con i censori. Naturalmente è la stessa teoria del Cavaliere e dei suoi cari. I quali però si possono capire: di servi sciocchi e furbi è piena l’Italia.

Poi c’è il sen. Polito margherito. Vorrebbe una commissione parlamentare d’inchiesta, ma non sullo scandalo Raiset: «sull’ uso improprio delle intercettazioni». E teme «un’inchiesta giudiziaria a orologeria per fini politici». E scrive tutto ciò sul Foglio di Berlusconi. Vespa, che pubblica i libri con Mondadori (Berlusconi- Previti),scrive impavido: «Ha ragione Confalonieri: la nuova guerra contro Berlusconi è solo all’inizio», ma «del polverone resterà solo un mucchietto di polvere». Con qualche insetto che ci ronza sopra, s’intende.

Non si accorgono, le vespe cocchiere, che più parlano, più confermano lo scandalo del conflitto d’interessi. L’altroieri, a Otto e mezzo, Ferrara & Armeni intervistavano Berlusconi. Lui, stipendiato da Berlusconi, definiva «strepitose» le sue ultime mosse. Lei invece le giudicava soltanto «geniali». Infatti, è quella di sinistra.

di Marco Travaglio per l'Unità

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Dalle donne in manifestazione a Roma un coro di NO al "Pacchetto Sicurezza"

"Donne in piazza a Roma contro la paura. In 150 mila - secondo gli organizzatori - per dire no alla violenza alle donne. Una piaga diffusa soprattutto dentro alle mura domestiche e che rappresenta la prima causa di morte femminile. Un corteo multicolore affollato anche da islamiche e rom. Variopinto da striscioni e scandito da slogan contro il «pacchetto sicurezza» approvato qualche settimana fa dal governo ma anche contro le azzurre Prestigiacomo e Carfagna, allontanate dal corteo come pure due cronisti uomini. Le ultime costrette a «lasciare» sono state le ministre Livia Turco e Giovanna Melandri: duramente contestate in piazza Navona da un gruppo di partecipanti (al grido di «Vergogna, vendute») hanno abbandonato il palco dove avrebbero dovuto effettuare un collegamento in diretta tv con La7.

Tra gli slogan contro il pacchetto sicurezza «Se la violenza è in casa che ci faccio con più polizia?» recita uno. «Non ci stiamo in un pacchetto violenza, vogliamo cultura del rispetto» si legge in un altro. «Se la violenza è sotto al tetto cosa faccio con questo pacchetto?» chiede un altro. «Vogliamo denunciare che con la scusa della violenza, il tragico episodio della Reggiani è stato strumentalizzato dal governo per dare vita a un pacchetto sicurezza xenofobo e razzista - spiega Monica Pepe, una delle organizzatrici -. A nostro avviso ci vuole un cambiamento culturale nella battaglia contro la violenza non servono i provvedimenti repressivi e inutili».

Nel mirino delle manifestanti anche le azzurre Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna presenti alla manifestazione organizzata dal cartello di associazioni femministe Controviolenzadonne: «Fuori i fascisti da questo corteo» è lo slogan scandito contro le due parlamentari di Forza Italia. Le due deputate, fortemente contestate, si sono difese spiegando che: «la violenza sulle donne non può e non deve avere colore politico». L'ex ministro per le Pari opportunità si difende da chi le dice «potevi venire con i tacchi a spillo» dicendo che è stato sotto il suo ministero che sono state varate le prime norme antiviolenza, e poi «in Parlamento c'è sempre stato un fronte trasversale tra donne». [...]"

Fonte: Corriere.it

La speculazione immobiliare del Vaticano... e la carità cristiana dov'è finita? Scandalo a Roma

Barricata nel suo appartamento di via Giulia, dietro Campo de Fiori nel cuore di Roma, Nancy l’ha scampata ancora. L’ufficiale giudiziario che le ha notificato l’ennesimo avviso di sfratto è arrivato da solo, senza la forza pubblica. Le è andata bene. Stasera avrà un tetto sotto il quale dormire. Domani, chissà.

Nancy Elseberg è americana, ha 72 anni e una vita da cantante lirica alle spalle. Da oltre 40 anni vive a Roma, in un piccolo appartamento preso in affitto dal Pontificio Collegio Armeno, proprietario dell’intero stabile di via Giulia. In 40 anni Nancy non ha mai sgarrato. Ogni mese ha versato la somma dovuta. I preti armeni la sfrattano non per morosità, ma per finita locazione. Un appartamento al centro di Roma infatti è un tesoro inestimabile. Vale molto di più dell’affitto pagato ogni mese da Nancy. Per questo i porporati intendono cacciarla. Si chiama speculazione immobiliare.
 
Solo che stavolta a speculare non è un “palazzinaro” qualsiasi, bensì un ordine religioso che gode, come tutti gli enti ecclesiastici, dello sconto del 50% sull’Ires, la tassa sui redditi degli affitti. Nello stabile di via Giulia Nancy non è l’unica sotto sfratto. Uno degli inquilini, stremato dalle pressioni dei porporati, si è già trasferito. Non ne poteva più dell’incubo dello sfratto. L’unico a non avere problemi coi preti armeni è Roberto Sciò, titolare dell’albergo “Il Pellicano” a Porto Ercole. Singolare coincidenza: due appartamenti al piano terra, dopo anni lasciati sfitti, sono passati da poco all’Hotel “St. George”, a due passi dallo stabile di via Giulia. Una raffica di sfratti vaticani si sta abbattendo sulla capitale. A Roma Santa Sede ed enti ecclesiastici possiedono un palazzo su quattro. Chiese e luoghi di culto, certo. Ma anche alberghi, case d’accoglienza e appartamenti in affitto.
 
Il valzer degli sfratti è iniziato nel 2000 con la fine dell’equo canone. Oggi nella Capitale sono circa 35.000 le persone che rischiano la casa. Nel 2006 sono stati eseguiti circa 6000 sfratti. Non tutti, ovviamente, riguardano appartamenti del Vaticano. Il 15 ottobre, scaduto il decreto blocca sfratti, è tornato l’incubo. A Nancy è andata bene. Domani tocca a Nadia, invalida, sfidare la roulette russa dello sfratto. Lei vive col marito in un appartamento a ridosso del Colosseo. Il proprietario dell’immobile è il Collegio Maronita “Beata Maria Vergine”. Per cacciare Nadia i Maroniti hanno chiesto l’uso della forza pubblica. Giusto per illustrare che cosa s’intende per carità cristiana.
 
di Paolo Dimalio per PeaceReporter
 
 
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La Corte Costituzionale, con sentenza n. 390 depositata il 23 novembre 2007, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della c.d. "Legge Boato" (legge 20 giugno... [...]

I dati sulla sicurezza... quelli veri!

Dopo le ordinanze xenofobe di Firenze, ecco quella del Sindaco di Cittadella che, in palese contrasto con le pre-regole dello Stato di Diritto, preclude la possibilità di chiedere la residenza a cittadini stranieri che non dimostrino di avere "risorse economiche sufficienti al soggiorno, per sè e per i propri familiari'' e anche una "dimora abituale sufficientemente decorosa''. Solo per gli stranieri, ben inteso. Per fortuna ci ha pensato la magistratura a frenare il sindaco leghista, comunicandogli che nei suoi confronti si indaga per il reato di "usurpazione di funzione pubblica". Si ipotizza, n altre parole, che il sindaco si sia sostituito alle forze dell'ordine in materia di ordine pubblico.

Assistiamo, inerti, ad un'eterna creazione del nemico pubblico, attraverso la criminalizzazione della categoria di turno. Se fino a poco tempo fa l'emergenza sicurezza era rappresentata dai cosiddetti indultati, dopo la breve comparsa dei lavavetri, i capri espiatori dell'ultima ora sono i rom e i romeni.

Per fortuna ci pensa Ilvo Damianti a fare un po' di chiarezza, almeno sulla "questione romena": i romeni in Italia "sono circa 600mila. Il primo gruppo nazionale, per entità. Hanno un alto livello di scolarità. Sono in larga misura occupati. Perlopiù nelle costruzioni e nei servizi. In Italia operano circa 15 mila aziende romene (soprattutto edili). Quanto basta per contrastare le immagini che rappresentano i romeni come una "folla criminale". Sotto il profilo delle statistiche giudiziarie, i reati commessi dai romeni rappresentano circa un sesto sul totale delle denunce ai danni di stranieri. Il che coincide con il loro peso sul totale degli immigrati."

Intanto un recente Rapporto sul crimine e la sicurezza in Europa, commissionato dalla Commissione Europea, l'Italia sarebbe il Paese più sicuro dell'Unione, quanto a rapine ed aggressioni. Anche "il Rapporto sulla criminalità in Italia", pubblicato lo scorso giugno dal Ministero dell'Interno, rivela che, al contrario degli allarmismi mediatici, gli omicidi e i furti sono in diminuzione.
Ma, come ci insegna Luigi Ferrajoli "Si è sviluppata una grave forma di espansione patologica del diritto penale - l'enorme aumento delle pene carcerarie -, frutto di una politica indifferente alle cause strutturali dei fenomeni criminali, promotrice di un diritto penale massimo, incurante delle garanzie, interessata soltanto a assecondare, o peggio a alimentare, le paure e gli umori repressivi nella società. Il terreno privilegiato di questa politica è quello della sicurezza... Il messaggio espresso da questa politica è duplice. Il primo è quello classista, oltre che in sintonia con gli interessi della criminalità del potere, secondo cui la criminalità - la vera criminalità che attenta alla "sicurezza" e che occorre prevenire e perseguire - è solamente quella di strada; non dunque le infrazioni dei potenti - le corruzioni, i falsi in bilancio, i fondi neri e occulti, le frodi fiscali, i riciclaggi, né tanto meno le guerre, i crimini di guerra, le devastazioni dell'ambiente e gli attentati alla salute -, ma solo le rapine, i furti d'auto e in appartamenti e il piccolo spaccio di droga, commessi da immigrati, disoccupati, soggetti emarginati, identificati ancora oggi come le sole "classi pericolose".

Il Rapporto del Viminale sopra citato, d'altronde, va proprio in questa direzione. Questa scelta, sebbene finalizzata ad analizzare il reale andamento dei fenomeni criminali a cui viene, attribuita solitamente, l'emergenza sicurezza, contiene già di per quell' elemento di "oscuramento" di altre fattispecie di reato altrettanto pericolose, che attentano, come dice Ferrajoli, al fondamento stesso dello Stato.

Non è un caso allora se i detenuti nelle carceri italiane per reati di mafia sono solo il 2,5% del totale e quelli per reati contro la pubblica amministrazione il 3,5%. Il resto è un arcipelago di micro-criminalità con uno "standard sociale" da far tremare i polsi: il 64% si colloca, quanto a grado di istruzione, tra l'analfabetismo e la licenza media inferiore; una grandissima parte è senza reddito e non ha possibilità di affrontare le spese necessarie per una difesa tecnica efficace; oltre il 35% dei detenuti è di origine extracomunitaria (contro l'8% del 1990).

Eppure gli ultimi due rapporti della Caritas rivelano che gli stranieri con regolare permesso di soggiorno delinquono meno dei cittadini italiani. Molti degli stranieri attualmente presenti in carcere sono quindi vittime della legge Bossi-Fini e della politica xenofoba della destra che in materia di investimenti sull'immigrazione, secondo i dati della Corte dei conti, ha portato a destinare l'80% delle risorse alla repressione e solo il 20% alle politiche attive, all'integrazione. Il risultato? Le carcerizzazioni dei migranti hanno riguardato (e riguardano) in gran parte reati connessi alla irregolarità dell'ingresso o del soggiorno (10mila nel solo 2005!).

Ma torniamo ora all'analisi dei dati statistici sulla sicurezza che, come anticipato, smentiscono gli allarmismi mediatici.

OMICIDI: in diminuzione, nonostante la crescita esponenziale degli omicidi in famiglia
Nel decennio 1995-2005 gli omicidi sono diminuiti notevolmente.
Gli omicidi consumati nel 2006 rappresentano poco più di un omicidio ogni 100.000 abitanti, in linea con i dati europei per lo stesso tipo di reato. 621 gli omicidi nel corso del 2006. Nel 1993 erano 1.065.
Dopo una crescita ininterrotta a partire dalla fine degli anni '60 e che ha toccato il suo culmine intorno al 1991, gli omicidi si sono decisamente ridotti fino ai livelli dei giorni nostri.
Come rilevato da Piero Sansonetti "gli omicidi, che dal 1993 al 2005 erano calati costantemente, di anno in anno, in modo regolare, scendendo da 1065 a 601, nel corso del 2006 sono leggermente aumentati arrivando a 621. Una oscillazione di 21 unità forse è statisticamente irrilevante. E' interessante però vedere da cosa è determinata: non dagli omicidi per furto-rapina- aggressione, che restano, in tutto l'anno, 53 (come nel 2005). Non dagli omicidi per rissa, che scendono da 77 a 69. Neppure dalla criminalità organizzata che nel 2005 aveva ucciso 139 volte e nel 2006 solo 121 volte. E da cosa allora? Dagli omicidi in famiglia (soprattutto quelli dei mariti a danno delle mogli o amanti o fidanzate) che salgono da 157 a 192, cioè aumentano di 35 unità, pari a circa il 20 per cento.
E' ancora più interessante misurare il calo degli omicidi dal 1993 al 2006 dividendoli categoria per categoria. Gli omicidi di mafia e camorra diminuiscono, ma non molto: da 158 a 121. Gli omicidi per furto o rapina si dimezzano: da 102 a 53. E così si dimezzano quelli per rissa: da 140 a 69. Ridotti moltissimo anche gli omicidi imprecisati (il ministero li definisce per "altri motivi") che erano 559 e sono scesi a 186. Quelli che invece nel 1993 erano in fondo alla classifica, e cioè gli omicidi in famiglia (erano appena 102), sono raddoppiati, e oggi, con la cifra di 192, sono di gran lunga al primo posto tra i vari tipi di omicidio."

FURTI: costanti, in diminuzione gli scippi e i furti in abitazione
Nel decennio 1995-2005 i furti restano costanti.
I furti sono cresciuti in maniera considerevole nel periodo tra il 1970 e il 1990. Come evidenziato dal rapporto del Ministero dell'Interno, nel 1991 il totale dei furti era di 5 o 6 volte superiore a quello registrato nel 1968. Il 1991, come per gli omicidi, ha rappresentato un punto di svolta anche per questo tipo di reato: la tendenza alla crescita si è invertita. Rispetto agli omicidi, però, i furti hanno avuto, negli anni successivi, tendenze altalenanti. In particolare, i furti hanno conosciuto una nuova fase espansiva nella seconda metà degli anni '90 e dopo un andamento "sinusoidale" essi, nel 2006, hanno di nuovo raggiunto i livelli del 1991.
Un'analisi più approfondita rivela che i furti in appartamento nel corso del 2006 hanno raggiunto il dato più basso degli ultimi venti anni: 445 (ogni 100.000 abitanti). Nel 1993 erano 634, dunque sono diminuiti, più o meno, del 40-45 per cento.
Discorso analogo vale per gli scippi: nel 1993 erano 200 (ogni 100.000 abitanti); nel 2006 sono crollati a 80, molto più che dimezzati.
Risultano, al contrario, più frequenti i furti d'auto (comunque in diminuzione rispetto al dato del 1991) e quelli che avvengono a bordo di mezzi di trasporto o nei luoghi di transito.

RAPINE IN BANCA: in crescita, ma si registra una tendenza al miglioramento.
Nel decennio 1995-2005 le rapine sono aumentate.
Anche le rapine, come i furti, sono cresciuti in maniera considerevole nel periodo tra il 1970 e il 1990. Il 1991, come per gli omicidi e i furti, ha rappresentato un punto di svolta anche per questo tipo di reato. A partire dal 1992 le rapine, come i furti, hanno conosciuto alcuni anni di decrescita. Poi, a partire dalla seconda metà egli anni '90, hanno ripreso a crescere a ritmi piuttosto elevati, tanto che nel 2006 il numero complessivo delle rapine ha superato il picco del 1991. Per quanto concerne le rapine i dati pubblicati nel rapporto del Viminale mettono in evidenza una crescita piuttosto robusta delle rapine in banca e la persistenza delle rapine sulla pubblica via che costituiscono la metà di tutte le rapine denunciate.
A proposito delle rapine in banche risulta interessante evidenziare come il tasso di crescita del 2006 (anno di approvazione dell'indulto) sia nettamente inferiore al tasso di crescita riscontrato nei precedenti anni.
Secondo il rapporto "Banche e Sicurezza 2007" dell'Osservatorio sulla sicurezza fisica dell'Associazione bancaria italiana le "Rapine in banca [sono] in leggera crescita, ma a ritmo più lento rispetto agli anni passati. Nel corso del 2006, infatti, ne sono state compiute 2.774... con un lieve incremento dell'1,4% rispetto all'anno precedente. Un dato, questo, che conferma una tendenza al miglioramento, considerati gli aumenti ben più consistenti degli anni addietro: +1,9% nel 2005 e +10,5% nel 2004".

di Gennaro Santoro - Settore Carcere PRC-SE, Direttivo Associazione Antigone

Fonte: Aprileonline

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Lo straniero che bussa alle porte dell'Occidente
Legalità come disvalore sociale

Scandalo in USA: l'esercito chiede ai soldati mutilati la restituzione del bonus di guerra!

Da un articolo apparso il 22 novembre su petrolio.blogosfere.it:

"...Abbiamo tutti sentito parlare , nei giorni scorsi, dell'altissimo numero di suicidi tra i reduci USA. Ebbene, c'è di peggio.

Riporta un giornale locale della zona di Pittsburgh la seguente notizia:

Per convincere i giovani ad arruolarsi, l'esercito ha elargito bonus fino a 30.000 dollari. Adesso uomini e donne che hanno perso in guerra un braccio, una gamba, la vista, l'udito e non possono più combattere sono costretti a restituire il bonus.  Il governo chiede loro i soldi indietro perchè sono ora inabili ad onorare il contratto."

Attenzione: video non consigliato ad un pubblico impressionabile

"Vi faccio vedere come muore un precario..."

«Grazie, ma non abbiamo più bisogno di lei». Tre mesi di lavoro, tre mesi da operatore ecologico, la versione edulcorata e moderna del netturbino, dello spazzino, e poi stop, più nulla. A quel punto Paolo, 45 anni, una moglie e un figlio diciottenne, ha presentato una nuova domanda di assunzione. Ma la risposta è stata grosso modo la stessa: «Grazie, ma per ora non abbiamo bisogno del suo contributo».

Sono stati giorni di disperazione per Paolo; giorni claustrofobici alla ricerca di una via d'uscita; alla ricerca di un appiglio qualsiasi per non perdere del tutto ogni speranza. Ma le porte, per lui, erano tutte chiuse. Sbarrate da quella risposta, quel "cordiale" rifiuto ripetuto all'infinito.

Difficile trovare lavoro a 45 anni, difficile ricominciare ogni volta da capo: anni e anni di precariato ti tolgono le forze. Ogni volta sperava che fosse la volta buona, la volta di un contratto più lungo: un anno, non di più, da vivere dignitosamente. E invece no. Nulla. E alla fine Paolo non ha retto: è sceso giù nel garage della sua casa a Santo Stefano a pochi chilometri da Imperia, ha fissato la corda a una trave di legno, è salito su una seggiola, ha stretto il cappio al collo e via: s'è impiccato. Non ha lasciato nessun messaggio. Il suo gesto, il suo suicidio, la sua biografia parlano troppo chiaro. Non c'è bisogno di un biglietto. Dicono una cosa sola, anzi, la urlano: il precariato ti ammazza.

Non è una morte casuale quella di Paolo. Dietro il suo gesto c'è la solita storia degli appalti ballerini assegnati a prezzi stracciati dalle amministrazioni comunali. Un neoliberismo in salsa pubblica che sempre più spesso ignora le condizioni di lavoro che si nascondono dietro quei progetti di fornitura di servizio apparentemente così convenienti.

E Paolo è rimasto stritolato proprio da questo meccanismo, un meccanismo ormai molto comune nelle amministrazioni locali del nostro Paese. Insomma, la vicenda è del tutto simile a quella di mille altre: nell'agosto scorso l'azienda di Paolo esaurisce l'appalto di servizi di igiene pubblica con il comune di Riva Ligure; a quel punto un'azienda concorrente vince la nuova gara per una servizio analogo con l'obbligo di assumere i 3 lavoratori dipendenti dell'azienda precedente. Paolo però è uno "stagionale", è un sostituto. Lui non può reclamare nessun diritto: né il comune né l'azienda hanno l'obbligo di reintegrarlo e il sindacato fatica a difendere i diritti di un invisibile.

di Davide Varì per Liberazione (23/11/2007)

Lotta all'inquinamento: meglio il ticket o le targhe alterne?

Accordo raggiunto, il ticket antismog partirà dal 2 Gennaio 2008, nella speranza che finalmente, almeno nelle vie del centro, sarà possibile respirare un'aria migliore di quella attuale.
Ma siamo sicuri che i risultati prospettati avranno così tanto successo?
Sulla carta parrebbe di sì, ma dati alla mano la situazione cambia.
Sarebbe meglio il centro chiuso a priori? O continuare con i blocchi e le targhe alterne?

Da quanto emerge dalla ricerca condotta da Regione Lombardia e il sito AUTOAGE –che si occupa di mobilità automobilistica a basso impatto ambientale – risulta che l'Ecopass non reggerebbe il confronto con l’introduzione delle targhe alterne, il quale si rivela ancora la strategia vincente.

Con il ticket infatti le auto circolanti in città saranno circa 650.000, pari all'88% circa, che solo nella cerchia dei Bastioni scenderanno a 63.000 circa (l' 8,5%), fermandone quindi di fatto solo i 3,5%;  invece le targhe alterne ridurrebbero le auto in circolazione a 590.000 (l'80%) fermando il 20% del parco circolante.
Mentre l’Ecopass ridurrebbe del 4% le emissioni inquinanti, le targhe alterne otterrebbero un abbattimento del 20%.

Leggi la breve tabella

A ciò c'è da aggiungere che, mentre il ticket interesserà solo la zona centrale della città apportando, nel caso, benefici alla qualità dell'aria solo nella prima cerchia, il blocco con targhe alterne, a costo zero, permetteva un miglioramento, seppur momentaneo, della qualità dell'aria in tutta l'intera città di Milano.

Il dubbio sull'effettiva efficacia del nuovo provvedimento rimane, in quanto, secondo le stime comunali, 90.000 auto risultano inquinanti e di queste solo la metà saranno tassate, mentre altre 45.000 circa vetture rimarranno libere di circolare, dietro il pagamento del pass.

C'è da rilevare inoltre che, se il centro potrà forse riuscire a diventare sulla carta "un'isola montanara felice", fuori e intorno alla Cerchia il caos aumenterà sempre più, causando quindi un aumento del traffico e, presumibilmente, anche delle polveri sottili.

Le più che valide "congestion charge" introdotte da Singapore, Oslo, Londra e Stoccolma sono sicuramente da guardare come esempio a cui tendere, solo dopo però aver regolamentato in maniera adeguata la sosta di superficie dell'intera città e soprattutto dopo aver migliorato l'efficienza e la rete dei trasporti pubblici, senza costringere quindi gli abitanti in un limbo o, alla peggio, in un inferno della mobilità.

E se fossero meglio, per tutti tranne che per le casse del Comune, le targhe alterne?

Fonte: ChiAmaMilano

Intercettazioni e segreto investigativo: il caso Rai-Mediaset

Foto: Il Blog Senza Nome

Dal sito toghe.blogspot.com:

Abbiamo già scritto ed è ovvio che "La democrazia può averla solo un popolo informato e consapevole". Perché ci possa essere non già una democrazia, ma almeno la speranza di una democrazia, è necessario che la vita pubblica di un Paese non si fondi interamente sulla menzogna e che ci sia almeno un po’ di informazione, ma, soprattutto, che alla scoperta di certe verità si accompagnino conseguenze coerenti.

Nei giorni scorsi si è scoperto che la Rai e Madiaset fingono di farsi concorrenza, ma, grazie alla massiccia presenza in posti chiave della Rai di numerose persone legate da vincoli molto forti con il padrone di Mediaset, i due principali strumenti di informazione del Paese (“principali” non nel senso di “migliori”, ma nel senso di quelli che raggiungono per più ore al giorno il maggior numero di persone) fanno accordi su se dire, cosa dire e come dirlo e ciò hanno fatto anche con riferimento a cose così importanti per una democrazia come condizionare il voto degli elettori e riferirne in maniera falsata i risultati.

Si tratta, con tutta evidenza, di fatti di una gravità estrema, eversivi del sistema democratico. E usiamo la parola “eversivi” nel suo significato più proprio e più grave.

A fronte della scoperta documentata di fatti del genere, sarebbe indispensabile una reazione adeguata da parte di tutte le autorità e istituzioni del Paese.

Le reazioni più rilevanti sono consistite, invece, per un verso, nel dire che “si sapeva già”.

E’ un po’ come la reazione del Ministro degli Esteri e dei suoi compagni di partito alla pubblicazione delle telefonate che dimostrano il suo coinvolgimento improprio nella note scalate bancarie che tanto rilievo e tanto gravi conseguenze hanno avuto sulla vita pubblica del Paese: hanno detto “sono telefonate vecchie”. Come se la questione fosse se sono “nuove” o “vecchie” e non il loro concreto contenuto.

E, per altro verso, nel tirare fuori la solita storia della violazione del segreto istruttorio.

E’ questa una prospettiva davvero stupefacente, che aggiunge menzogna alla menzogna.

Chiunque, infatti, si rende subito conto che ciò di cui si deve discutere non è “come” si è saputo, ma “cosa” si è saputo e che parlare delle intercettazioni e mettere questa questione in primo piano è un modo doloso e malizioso per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai fatti.

Su questo, peraltro, riteniamo importante dare ai nostri lettori un contributo di informazione tecnica, dicendo loro che in questo caso delle telefonate Rai/Mediaset e in moltissimi altri casi è assolutamente falso che le telefonate intercettate siano segrete e che la loro pubblicazione costituisca un illecito, essendo, invece, proprio al contrario, del tutto legittima.

Nel nostro sistema processuale penale quale è dopo la riforma del 1988 non esiste più quello che sotto il codice previgente si chiamava “segreto istruttorio” ed esiste ora il c.d. “segreto investigativo”.

Questo segreto non è posto a tutela degli indagati, ma delle indagini.

Questo segreto, cioè, non viene disposto per tutelare la privacy degli indagati (di cui diremo più avanti), ma per difendere il buon esito delle indagini. Infatti, se gli indagati venissero a conoscenza del contenuto degli atti di indagine prima del tempo, potrebbero frustrare l’esito delle indagini medesime.

Il regime di questo segreto è disciplinato dall’art. 329 del codice di procedura penale, che dispone: “Gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l'imputato non ne possa avere conoscenza, e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari.

Quindi, quando l’imputato può avere conoscenza degli atti (il che avviene, per esempio, quando egli fa ricorso al Tribunale della Libertà e gli atti vengono per legge depositati a disposizione della difesa) e, comunque, appena vengono chiuse le indagini preliminari, non c’è più alcun segreto.

Il caso delle intercettazioni Rai/Mediaset di questi giorni è un caso nel quale le indagini preliminari sono state chiuse e tutti gli indagati e tutti i loro avvocati hanno avuto la disponibilità di tutti gli atti del processo, che non sono più segreti.

In questa situazione, tutti coloro che hanno riproposto, con la solita petulante pretestuosità, la questione (che non esiste) della violazione del “segreto istruttorio”, hanno mentito o hanno parlato in una condizione di grave e non scusabile disinformazione.

In questo quadro, particolarmente doloroso è stato l’uso, da parte della stampa, di alcune parole del Presidente della Repubblica, che sono apparse o sono state fatte apparire come censorie nei confronti dei magistrati.

In questo tempo i magistrati subiscono costantemente attacchi deplorevoli da ogni parte e sotto tutti i profili. Attacchi che tali sono, appunto, (“attacchi”) e non “critiche” (che sono del tutto legittime e, anzi, utili al controllo democratico dell’esercizio della giurisdizione).

Sul sito di “La Repubblica” di ieri, 22 novembre, era scritto, fra l’altro:

“Napolitano: cautela con le intercettazioni. Monito del capo dello Stato, che prima dice "sarebbe bene che le intercettazioni restassero dove devono restare, in linea di principio, almeno fino a che c'è il segreto istruttorio". Poi, in serata, la precisazione del Quirinale: il presidente ha dichiarato "di non potersi pronunciare sul caso delle conversazioni telefoniche intercettate tra esponenti Rai e Mediaset", e "ha ritenuto di dover ribadire un'affermazione di principio sulla segretezza degli atti di indagine giudiziaria, che può non essere riferita al caso specifico, ma rimane incontestabile, ferma restando l'opportunità di approfondire l'iter che conduce alla pubblicizzazione di contenuti di conversazioni tra persone intercettate". Va comunque ricordato che i verbali pubblicati da Repubblica riguardano un'inchiesta chiusa, sono pubblici e a disposizione delle parti”.

Ancora ieri notte, dopo che già era del tutto chiaro e noto a tutti che le intercettazioni qui in discussione erano state pubblicate del tutto legittimamente, l’ultima edizione del TG2 riportava anche nei titoli (e dunque con la massima evidenza) le parole del Presidente della Repubblica come se fossero di censura alla magistratura.

Davvero tutto ciò è estremamente doloroso e non aiuta il Paese ad avere chiarezza e quel minimo di verità sulla sua vita pubblica che, come detto sopra, è indispensabile perché ci sia speranza di una democrazia.

Negli Stati Uniti molti anni fa il Presidente Nixon si dimise per uno scandalo di intercettazioni (il famoso “Watergate”) che, rispetto alla vicenda Rai/Mediaset di questi giorni era una cosa da nulla.

In Italia nessuno si dimette e, addirittura, una cosa del genere diventa l’occasione per dare addosso a magistrati e giornalisti.

Resta il tema della vita privata delle persone.

In tanti dicono: “Ma, se non è vietato pubblicare atti che rivelano cose tanto private delle persone, che ne è della privacy delle persone coinvolte, per esempio, nelle intercettazioni in questione?”.

Questa materia non c’entra nulla con il segreto investigativo ed è regolata dai principi generali dell’ordinamento e da molte norme – delle Costituzione e di leggi ordinarie – in materia di contemperamento fra il diritto all’informazione e il diritto alla riservatezza delle persone.

La materia è complessa e articolata e questa non è la sede ideale per approfondimenti tecnici troppo estesi.

Ciò che si deve dire, ai fini che qui interessano, è che, con riferimento a persone che occupano posti di rilievo nella vita pubblica e/o a fatti che hanno oggettivo rilievo per la vita pubblica, il diritto dei cittadini all’informazione prevale sul diritto delle persone pubbliche e/o coinvolte in fatti pubblici alla loro riservatezza.

In sostanza, se il Ministro degli Esteri o il Direttore Generale della Rai o il Governatore della Banca d’Italia parlano al telefono con persone, di cose o con modi tali che la conoscenza di quelle conversazioni telefoniche è rilevante per la corretta informazione dei cittadini su fatti di pubblico interesse, la riservatezza dei protagonisti delle telefonate è, per diritto ordinario e costituzionale, sacrificata all’interesse pubblico.

Se un deputato della Repubblica si intrattiene in un albergo con due prostitute e, facendo una di esse uso di droga, rischia di morire, sapere tutto questo è un diritto dei cittadini e la tutela della vita privata del deputato non può essere addotta come “scusa” o “alibi” per tacere o mistificare o “ammorbidire” le notizie.

Chi sceglie di assumere ruoli di rilievo pubblico, deve accettare gli oneri e le responsabilità che dall’occupare quei ruoli discendono.

Se tutti coloro che rivestono cariche pubbliche, quando scoppiano scandali conseguenti a condotte deplorevoli di loro amici e colleghi, invece di dare addosso alla stampa e ai magistrati e proporre leggi che censurino il diritto all’informazione, biasimassero le condotte deplorevoli dei loro amici e colleghi, la vita pubblica di questo Paese sarebbe un po’ più decente.

Stupisce davvero molto vedere gli autori di condotte più che discutibili non vergognarsi di esse, non chiederne scusa ai cittadini, ma addirittura indignarsi con violenza perché qualcuno si è permesso di informare dei fatti i cittadini medesimi.

Emblematica – fra le tante emblematiche – resta la vicenda del senatore a vita che si faceva comprare la droga dai militari della sua scorta e, quando si è scoperto, invece di dimettersi (è ancora senatore della Repubblica) ha inveito dalle pagine dei giornali contro chi aveva reso pubblica la notizia.

E' all'esame del Parlamento un progetto di legge restrittiva sulla segretezza degli atti processuali e le intercettazioni telefoniche che, se approvata, ridurrà ancora di più la già ridottissima informazione della quale godono i cittadini italiani.

Abbiamo già ricordato anche in questo blog che in un rapporto di Reporter sens frontière (Rsf) (http://www.rsf.fr/) sulla libertà di stampa l’Italia viene collocata al 40° posto, dopo, fra gli altri, l’Uruguay, il Cile, l’Ungheria, l’Africa del Sud, la Namibia, il Paraguay, El Salvador, Taiwan, le Mauritius, la Bulgaria e la Corea del Sud.

Mentre Freedomhouse (http://www.freedomhouse.org/) ci colloca, invece, al 79° posto.

L'uso criminoso della TV

Vignetta: artefatti.it

Chapeau. Nemmeno il più feroce demonizzatore, il più accanito antiberlusconiano poteva immaginare la meticolosità, la scientificità, la capillarità del controllo esercitato su ogni minuto, ogni minimo dettaglio di programmazione Rai dagli uomini Mediaset infiltrati da Silvio Berlusconi nel cosiddetto “servizio pubblico”. Intendiamoci: la fusione Rai-Mediaset in un’indistinta Raiset al servizio e a maggior gloria del Cavaliere si notava a occhio nudo e questo giornale, da Furio Colombo in giù, l’ha sempre denunciato. Ma le intercettazioni della Procura di Milano, disposte nell’inchiesta sul fallimento del sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi, e pubblicate da Repubblica dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio la privatizzazione della Rai da parte della “concorrenza” e la sua trasformazione in una succursale di Mediaset.

Da sette lunghi anni, cioè da quando Berlusconi tornò al governo e occupò militarmente Viale Mazzini, la Rai è cosa sua, un feudo privato da usare per blandire gli amici, manganellare i nemici, ammonire gli alleati appena un po’ critici, ma soprattutto per celebrare le gesta del Capo. Tacendo le notizie scomode, enfatizzando quelle comode, parlando solo di quel che vuole Lui.

Non c’è voluto molto per ridurre quella che fu la prima azienda culturale d’Europa e alfabetizzò l’Italia in una miserabile Pravda ad personam: è bastato sistemare una dozzina di visagisti, truccatori e politicanti berlusconiani nei posti giusti e lasciarne molti di più sulle poltrone precedentemente occupate. Intanto venivano cacciati i Biagi, i Santoro e i Luttazzi, poi le Guzzanti e gli altri della seconda ondata, incompatibili col nuovo corso. Ma non perché fossero “di sinistra”. Perché sono fior di professionisti: con due o tre programmi ben fatti avrebbero rovinato tutto. Se qualcuno li chiama per pregarli di nascondere i dati delle elezioni amministrative per non far soffrire il Cavaliere, quelli mettono giù («uso criminoso della televisione pagata coi soldi di tutti»). I rimasti, invece, obbediscono ancor prima di ricevere l'ordine.

Si spiegano così non solo le epurazioni bulgare e post-bulgare, ma anche lo sterminio delle professionalità, soprattutto nella rete ammiraglia di Rai1, affidata (tuttoggi) al fido Del Noce: uno che, oltre ad aver epurato Biagi, è riuscito a litigare persino con Baudo, Arbore, Frizzi, Carrà e Celentano. Chi ha idee e talento ha più séguito, dunque è più libero e meno censurabile, ergo inaffidabile. I superstiti, invece, sono pronti a qualunque servizio e servizietto. Il Papa sta morendo e il Ciampi prepara un messaggio a reti unificate? Anziché preoccuparsi che la Rai copra la notizia meglio della concorrenza, i dirigenti berlusconiani pianificano una degna uscita mediatica del Capo, onde evitare che il Quirinale lo oscuri. Il Papa muore proprio alla vigilia delle amministrative, distraendo gli elettori cattolici dal dovere di correre alle urne per votare il Capo? Si organizza una serie di «programmi che diano alla gente un senso di normalità, al di là della morte del Papa, per evitare forte astensionismo alle elezioni amministrative». Più che un servizio pubblico, un servizio d’ordine.

In cabina di regia c’è la signorina Deborah Bergamini, detta “Debbi”, già assistente del Cavaliere, da lui promossa capo del Marketing strategico della Rai, mentre Alessio Gorla, già dirigente Fininvest e Forza Italia, diventava responsabile dei Palinsesti. Al resto pensano i servi furbi. Mimun, si sa, era in prestito d’uso da Mediaset, dov’è poi morbidamente riatterrato. Non c’è neppure bisogno di dirgli il da farsi: lo sa da sé. E poi assicurano Debbi e Delnox - fa un ottimo «gioco di squadra con Rossella» (Carlo, allora direttore di Panorama, molto vicino al premier e dunque alla Rai). Anche Vespa non ha bisogno di suggerimenti. Del Noce telefona a Debbi per avvertirla che «Vespa ha parlato con Rossella e accennerà in trasmissione al Dottore (Berlusconi, ndr) a ogni occasione opportuna».

Qualcuno suggerisce che Bruno potrebbe «non confrontare i voti attuali con quelli delle scorse regionali», per mascherare meglio la disfatta del Capo, o magari «fare più confusione possibile per camuffare la portata dei risultati». Ma poi si preferisce lasciarlo libero di servire come meglio crede, perché dice giustamente la Debbi «tanto Vespa è Vespa». Ogni tanto c’è un problema: Mauro Mazza, troppo amico di Fini per piacere a Forza Italia, farà la prima serata di Rai2 sulle elezioni. Bisogna sabotarlo, perché quello magari i dati non li nasconde. Idea geniale: Deborah parla con Querci «e gli chiede di mettere una cosa forte in prima serata su Canale5», così la gente guarda quella e lo speciale Mazza non se lo fila nessuno.

Del resto è un’abitudine, per lei, concordare i palinsesti con Mediaset: più che del Marketing della Rai, è la capa del Marketing di Berlusconi. Infatti, ancora commossa, commenta così i funerali di Giovanni Paolo II: «Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere». Si sa com’è fatto il Cavaliere: «Ai matrimoni - diceva Montanelli - vuol essere lo sposo e ai funerali il morto».

In tutti questi anni, mentre ogni inquadratura di ogni telecamera di ogni programma diurno e notturno di Raiset veniva controllata dai guardaspalle del Padrone, chiunque si azzardasse anche soltanto a ipotizzare che questi signori lavorassero per il re di Prussia, anzi di Arcore, veniva zittito dai “terzisti” e dai “riformisti” come “demonizzatore” e “apocalittico” animato da “cultura del sospetto”, incapace di comprendere che le tv non contano per vincere le elezioni; anzi, a parlar male di Berlusconi si fa il suo gioco. Poi veniva querelato e citato in giudizio per miliardi di danni dai Del Noce e dai Confalonieri, sdegnati dalle turpi insinuazioni sulla liaison Rai-Mediaset nel paradiso della concorrenza e del libero mercato. Dirigenti come Loris Mazzetti e Andrea Salerno, rei di aver chiamato censure le censure, sono stati perseguitati dall’azienda con procedimenti disciplinari.

L’ultima è piovuta su Mazzetti,per aver partecipato ad AnnoZero e detto la verità sull’epurazione del suo amico Biagi. Salerno, già responsabile della satira per Rai3 quando c’era ancora la satira, ha preferito togliere il disturbo. Intanto Confalonieri non si perdeva una festa de l’Unità e le quinte colonne berlusconiane facevano carriera in Rai, tant’è che sono ancora tutte lì: Del Noce a Rai1, Bergamini al Marketing, Vespa a Porta a porta. Tutti straconfermati dalla “Rai del centrosinistra”.

Ora si spera che, oltre alla solita “indagine interna”, fiocchino i licenziamenti per giusta causa, (con richiesta di danni per intelligenza col nemico) almeno per chi ha lasciato le impronte digitali nello scandalo, come accadrebbe ai manager di qualunque azienda sorpresi ad accordarsi con la concorrenza. Ma, onde evitare che la scena si ripeta in un prossimo futuro, licenziare i servi di Berlusconi non basta. Occorre una vera “legge Biagi” (nel senso di Enzo) per cacciare per sempre i partiti dalla Rai e stabilire finalmente l’ineleggibilità dei proprietari di giornali e tv. Sempreché, si capisce, la cosa non disturbi il «dialogo per le riforme». E ora, consigli per gli acquisti.

di Marco Travaglio per l'Unità (22/11/2007)

Commissione Mitrokhin

Qui sotto potete vedere l'intervento di Marco Travaglio alla trasmissione RAI Annozero del 15/11/2007.

Segue l'articolo di Travaglio su l'Unità del 17/11/2007, in risposta alle provocazioni di Paolo Guzzanti.

 

La Commissione più pazza del mondo

Il senatore Paolo Guzzanti annuncia che mi denuncerà di nuovo.
L’ha già fatto una volta.
Lo fa sempre quando si raccontano le incredibili avventure della commissione Mitrokhin che, al pari della Telekom Serbia, è un copione comico da far invidia a Mel Brooks.

L’altroieri ne ho parlato ad Annozero: e, mentre raccontavo quelle enormità, ero colto dal dubbio di essermele inventate. Poi è arriva la denuncia di Guzzanti, e ho capito che non mi ero inventato nulla: è tutto vero. Altrimenti Guzzanti non mi denuncerebbe. Per lui la bocca della verità sono i Mario Scaramella e i Vincenzo Zagami, i due noti peracottari che promosse rispettivamente a «superconsulente» della Mitrokhin e a «supertestimone» della sua leggendaria inchiesta su Telekom Serbia.

Scambiare un cazzaro per un evangelista non è reato: ma per un giornalista, per giunta presidente di una commissione parlamentare, è preoccupante. Può capitare; ma una volta, non di più. Se capita sempre, è un bel guaio. Tanto più se il cazzaro gabellato per evangelista è già finito in galera per calunnia: come Scaramella per la Mitrokhin e Igor Marini per Telekom Serbia.

Infatti Guzzanti insiste. La sua tesi è molto attendibile: Prodi era la quinta colonna del Kgb in Italia (talmente astuto da chiamare il suo conto cifrato «Mortadella» perché nessuno lo collegasse a lui); coinvolto fra l’altro nel sequestro e nell’omicidio Moro. Chi l’ha scoperto?
Mario Scaramella da Napoli, una vita spesa a millantare credito e a spacciarsi per professore universitario, per esperto di smaltimenti rifiuti, per commissario di polizia, addirittura per giudice antimafia e sminatore antiatomico (anche grazie a ottimi legami con la Cia: sembra incredibile, ma li ha davvero). Basterebbe un giro per il suo quartiere natìo, dove tutti lo conoscono come un fanfarone, per capire chi sia.

Invece Guzzanti gli crede ciecamente e lo manda in giro per l’Europa a torchiare vecchie spie sovietiche in menopausa. Quelle gli raccontano le porcate dell’ex capo del Kgb, Putin, amico del nostro Silvio: ma Mario è più interessato a Prodi. Solo che di Prodi nessuno sa nulla, a parte una spia che ha sentito dire da un’altra (morta) che un’altra (morta) aveva sentito dire che Prodi piaciucchiava al Kgb.

È la prova che Guzzanti aspettava: «È una bomba termonucleare!» esclama entusiasta in una telefonata intercettata: «Lo dico al Capo»; cioè a Berlusconi. Muore dalla voglia di usare quelle panzane nella campagna elettorale del 2006. Purtroppo nemmeno il Cavaliere lo prende sul serio: neppure il più grande ballista del secolo riesce a credere che Prodi sia un agente del Kgb, e soprattutto dispera di riuscire a farlo credere ai suoi elettori, che pure sono di bocca buona.

Intanto Scaramella continua a molestare vecchie spie nei bar di Londra, estraendo di tasca le foto di Prodi, ma anche di Diliberto e Pecoraro Scanio (i quali, per storia e per età, sono certamente agenti segreti sovietici pure loro). Nei rapporti cifrati a Guzzanti, i nomi in codice di Pecoraro sono «Pecorosky» e «Culattosky». Stremato, uno spione molestato scrive al senatore perché si riprenda Mario: «Your friend is a mental case». In pratica, invoca la neorodeliri.

Ma a smascherare Scaramella non sarà il Parlamento italiano. Saranno tre giornalisti (Bonini e D’Avanzo di Repubblica, Claudio Gatti del Sole24ore), Scotland Yard e i giudici di Roma. Scotland Yard scopre che Mario era con l’ex agente Litvinenko mentre veniva avvelenato dal polonio 210 in un sushi-bar di Londra. Anche Mario dice di essere stato avvelenato e si fa ricoverare: «Mi hanno dato una dose 10 volte superiore a quella mortale». Guzzanti prepara il necrologio e annuncia: «Il prossimo sono io».
Il polonio serve a tappare la bocca alla commissione Mitrokhin, che sta scoprendo verità scomodissime sugli agenti Mortadellosky, Culattosky e così via.

Ma subito Scaramella resuscita e torna in Italia più pimpante che pria. I giudici lo arrestano appena sceso dall’aereo, per aver calunniato e fatto arrestare per traffico d’armi un paio di ucraini innocenti, accusati di voler attentare alla vita sua e a quella di Guzzanti. La commissione Mitrokhin, come la Telekom Serbia, finisce nelle patrie galere.

Ma ora il senatore chiede che «i giudici si occupino di Travaglio». Troppo buono: i giudici stanno già occupandosi di lui e del suo «superconsulente»: la premiata ditta Paolo&Mario.

Peccato che la coppia Boldi&De Sica si sia sciolta.  Per un bel film natalizio «Natale a Mitrokhin», era perfetta.

Legalità come disvalore sociale

di Vito Pirrone
(Avvocato)

Uno dei problemi di maggior rilevanza della società italiana è costituito dalla crisi della legalità.

Il concetto di legalità esprime la puntuale applicazione delle norme di legge alle singole fattispecie, essa indica un modo di agire, che consiste, secondo la definizione di Pietro Calamandrei, “nel principio molto elementare e trito del rispetto delle leggi”.

Invero, si assiste oggi a un diffuso e radicato modo di vivere che, a tutti i livelli, considera la legalità come un disvalore.

Ancora oggi dobbiamo registrare che nel sentire comune molto spesso non viene chiaramente percepito il rapporto antitetico legalità-illegalità.

Nel comune modo di “sentire” la norma, che radica il concetto della legalità, è vissuta come qualcosa di astratto che si può anche non osservare.

Il precetto normativo viene sovente superato da un modo comune di intendere che spesso si pone in totale discrasia con esso.

Di fronte a questa anomalia italiana, si pone l’interrogativo: quali i motivi di una tale radicata cultura dell’illegalità?

Le risposte possono venire direttamente dalla storia.

E’ stato evidenziato come tra le cause di questa patologia nazionale vi sia il deficit cronico del senso dello Stato e della cultura delle regole, essendosi sviluppata la società italiana nella cultura delle illegalità a tutti i livelli.

Dall’esperienza di “mani pulite” è emersa una classe politica che era lo specchio della società civile. Le indagini hanno rilevato l’esistenza in tutto il paese di una criminalità sistemica.

La cronaca di quanto sta accadendo oggi in Italia ricorda quella narrata nelle Verrine. Si ha l’impressione di un deja vù.

Un aspetto che distingue la storia d’Italia da quella delle altre democrazie occidentali è costituito dalla circostanza che la “legalità” come alcuni hanno evidenziato, non è stata accettata da parte di tutti gli esponenti delle varie forze politiche.

Il rifiuto della legalità non riguarda singoli personaggi, ma interi gruppi di poteri. Basti pensare alla difficile attuazione della Costituzione, la Corte Costituzionale venne istituita solo nel 1956, ed analogamente il Consiglio Superiore della Magistratura solo nel 1958, a causa di notevoli resistenze da parte di settori del potere politico.

La tradizionale debolezza delle politiche strutturali ha fatto il resto, lasciando al diritto penale, che dovrebbe avere uno spazio residuale, un ruolo centrale nel Governo dei fenomeni sociali.

L’eccessiva normazione penale ha comportato un eccesso delle indulgenze. Ciò mostra come le istituzioni siano state contraddittorie e con il loro comportamento
abbiano indebolito il senso della legalità.


Dal 1861 al 1992 sono stati emessi in Italia 333 provvedimenti dì clemenza.

L’indulgenza è diventata un fatto strutturale della nostra politica criminale.

Punire e perdonare, per poi riprendere a punire e quindi perdonare, è la spirale di politica criminale seguita nella storia italiana.

Ed emblematica a tal riguardo la grave degenerazione in materia urbanistica: si creano piani regolatori, zone protette, si prevedono parchi, normativamente si regolamenta l’urbanizzazione; parallelamente i vari governi fanno ricorso ai condoni condizionati al semplice pagamento di una somma di denaro in caso di violazioni edilizie o urbanistiche.

Dal 1985 si sono avuti 14 provvedimenti di condono in materia edilizia e urbanistica.

Talvolta si è persino proceduto alla modifica dei confini di aree protette al solo fine di legalizzare situazioni sorte in totale violazione dei suaccennati strumenti urbanistici.

In buona sostanza, invece di pretendere l’osservanza della legge, si offre la possibilità a coloro che l’hanno violata di conservare i frutti del reato, eventualmente mediante il semplice pagamento di una somma di denaro.

Stesso modus operandi in materia di violazione alle norme finanziarie, ove si sono avuti 26 condoni fiscali dal 1944.

L’efficacia dell’intervento penale adottato per ottenere consenso e sicurezza sociale è costantemente annullata dai provvedimenti di indulgenza.

Agli esempi fatti in materia urbanistica e fiscale, si può aggiungere la questione relativa alla carcerazione preventiva.

Dal 1985 al 1996 il Parlamento è intervenuto ben 17 volte in senso restrittivo e sette volte favorevole agli imputati.

La politica criminale ha acquisito un andamento congiunturale, basato solo sulle spinte dell’emergenza. Si è punito o perdonato, non in base ai criteri di politica criminale, ma in base alla spinta del momento.

Uno Stato per essere credibile deve pretendere che il cittadino abbia un comportamento improntato all’osservanza delle leggi, ciò che non può agevolmente ottenersi ove le stesse istituzioni “assolvano” il reo, riconoscendo di fatto che la norma (e quindi il sistema legale) può essere violato.

Non può pretendersi che il cittadino (destinatario della norma imperativa) rispetti il precetto in essa contenuto se sa bene, per esperienza comune e consolidata, che lo stesso Stato con i provvedimenti di clemenza fa spesso “ammenda”, ingenerando il perverso convincimento dell’ingiustezza della disposizione normativa violata e riportando così il comportamento illegale nell’alveo della legalità.

Solo la perentoria attuazione della norma e la certa applicazione della sanzione per i trasgressori, rende immediatamente percepibile il senso della legalità.

In Italia abbiamo assistito, invece, ad una politica criminale schizofrenica, legata in parte a spinte emozionali dell’opinione pubblica, in parte alla necessità di captare consenso dagli elettori.

Si è verificata un'“eclisse di legalità” che patologicamente si è diffusa ai vari livelli della società (pubblica amministrazione, potere politico...).

E anche il cittadino, nel suo piccolo, cerca di raggiungere interessi particolari con azioni che, pur se di limitata rilevanza se considerate singolarmente, costituiscono violazioni e negazioni del principio di legalità.

Queste violazioni, anche se piccole e disorganiche, contribuiscono a creare quell’”humus” nel quale l’illegalità trova proliferazione e diffusione.

Lo scadimento della legalità è stato il terreno di cultura dei fenomeni di corruzione e di degenerazione della vita politica e sociale.

Dalla esperienza dei processi di “mani pulite” emerge chiaramente un dato inquietante: la mancata percezione, da parte degli inquisiti della illegalità del loro operato.

La diffusione di tali comportamenti, li induceva a ritenerli “normali".

Un meccanismo perverso, innescatosi nella società italiana dagli anni ottanta, ha fatto sì che il potere politico, in cambio di una sorta di pseudo assistenzialismo statale generalizzato, abbia chiesto “consenso” prima che rispetto delle leggi.

Il fenomeno dell’illegalità ha raggiunto livelli di gravita tali da indurre a chiedersi se dietro ad esso non vi sia una crisi dei valori.

A questo punto è necessario che la politica e la cultura trovino la loro unitarietà per riportare il paese nella cultura della legalità.

Non servono nuove leggi. Si è visto che l’ipernormazione non crea “valori” anzi in Italia la proliferazione di leggi e la previsione sistematica di penalizzazione ha provocato la svalutazione dell’intero sistema giuridico.

Riteniamo infine che un recupero della legalità vada abbinato ad un effettivo recupero della giurisdizione.

La giurisdizione deve essere esercitata nelle aule giudiziarie, dinanzi ad un giudice, e non come viene oggi, ad opera dei media, attraverso una sorta di processo anticipato.

Fonte: toghe.blogspot.com

Giulio Andreotti

Marco Travaglio, intervistato da Michele Santoro, parla del processo Andreotti in merito all'omicidio Mattarella (Video inserito ieri su YouTube).

[Per vedere tutti i film e i filmati pubblicati sul blog, clicca sul tag "video" che trovi in fondo a questa pagina o nella colonna alla tua sinistra]

Una firma per mandare a casa Prodi? Rivotiamo.it non convince la rete!

Dal sito www.rivotiamo.it

Sta facendo molto discutere la blogosfera italiana il caso di rivotiamo.it, sito collegato all'iniziativa di un noto partito italiano (Forza Italia, ndr) volta alla raccolta di firme. Al centro della polemica, tuttavia, non c'è l'agenda politica, bensì le modalità di raccolta di adesioni sul sito.

Sin dal lancio dell'iniziativa, in parecchi si erano espressi negativamente sulle modalità di inserimento delle sottoscrizioni. Per firmare la petizione occorre solo indicare nome, cognome, CAP e indirizzo email: una procedura apparentemente priva di qualsiasi verifica.

La faccenda ha in breve preso la strada dell'ironia: alle iscrizioni di Lamberto Dini sono seguite quelle di Gambadilegno, Cetto la Qualunque, Hitler e Marx, Vittorio Mangano, Bernando Provenzano e altri. Firme che spesso rimangono online per molte ore, ma che nei casi più palesi spariscono dopo un controllo dei database - probabilmente manuale.

Per capire meglio la dinamica e le problematiche delle petizioni online, Punto Informatico ha chiesto un parere a Matteo Flora, celebre esperto di sicurezza e curatore di Lastknight.com.

Punto Informatico: Sul sito rivotiamo.it è possibile inserire firme fasulle. I gestori hanno rimosso quelle palesemente dubbie, ma è tuttora possibile continuare ad inserire false sottoscrizioni: c'è modo di verificare l'identità e l'autenticità dei firmatari?
Matteo Flora: Per come il sistema è strutturato attualmente, il coefficiente di realtà delle firme espresse è prossimo allo zero. Con pochi spiccioli posso acquistare su web un elenco di centinaia di migliaia di nomi plausibili ma creati artificialmente, con relativa plausibile mail. Ma il sistema attuale non controlla nemmeno la mail di destinazione.

PI: Qualche esempio?
MF: Personalmente ho testato un semplice script che ha creato parecchi voti con dati plausibili. Vedo chiaramente salire il contatore ma non l'ho mai visto scendere una sola volta. Ho monitorato il sistema negli ultimi 4 giorni e mai una volta mi sono ritrovato a vederlo scendere per la rimozione dei dati spuri.

PI: Si potrebbe migliorare la situazione?
MF: Quanta difficoltà vi sarebbe stata nel predisporre per lo meno una mail di conferma? E soprattutto, essendo la soluzione così semplice, perché non approntarla e accollarsi invece tutti questi falsi positivi?

PI: E il filtro sugli IP suggerito dai gestori di rivotiamo.it?
MF: Anche il filtro su base IP, tanto declamato, è in realtà molto dubbio: ad esempio per Fastweb (che espone su internet centinaia di migliaia di utenti da pochissimi IP utilizzando NAT) sarei curioso di sapere se si è deciso di non fare votare tutte queste persone o se si è preferito non implementare filtri.

PI: Esiste un sistema per creare una petizione online "sicura"? Una petizione, insomma, che sia valida a tutti gli effetti?
MF: Ebbene sì, basterebbe che l'amministrazione statale avesse istruito i cittadini all'utilizzo della firma digitale! Senza andare a questi livelli di complessità, basterebbe un controllo formale più aggressivo, magari con nome, cognome e data di nascita, a tamponare l'enorme quantità di falsi positivi.

PI: Ci sono alternative al fai-da-te?
MF: Esistono piattaforme storiche per la gestione delle petizioni, ma ciascuna di queste implementa per lo meno una serie di meccanismi di autenticazione. Che sia una mail di conferma, che sia un controllo formale dei dati o anche, solamente, l'invito a firmare una dichiarazione di conformità alla realtà dei dati immessi.

PI: E quindi?
MF: E quindi sono perplesso.

Punto Informatico ha contattato i gestori di rivotiamo.it per raccogliere un loro parere sulla vicenda. Qualora pervenisse, sarà nostra cura darne notizia.

di Luca Annunziata per Punto Informatico

Rivuoi Berlusconi al governo? Allora chiama all'899

Normalmente i politici mettono le mani nelle tasche degli italiani una volta al potere, con tasse,finanziarie,imposte e balzelli vari, questa volta invece il furto inizia subito con un euro ed ottantotto centesimi al minuto…. Ecco l’ultimo incredibile colpo messo a segno dal Cavaliere raccontato da Blogosfere:

Sembrerà una provocazione, ma per Forza Italia è un'iniziativa molto seria. Oggi su una pagina de Il Foglio campeggiava la pubblicità della campagna firme contro il governo del partito di Silvio Berlusconi. Tutto regolare, se non fosse che, per rimandare Prodi a casa, oltre che firmare ai gazebo, si può chiamare un numero dedicato. Che inizia con il famigerato 899.

Ma non potevano almeno usare un numero verde che iniziasse con 800? O un altro che nell'immaginario collettivo non rimandasse ad annunci, signorine e incontri al buio? Evidentemente no. Sul sito ufficiale scrivono:

Bondi ha spiegato che l’obiettivo del week end azzurro e’ quello di raccogliere 5 milioni di firme per dimostrare ai cittadini che di fronte al governo di Romano Prodi e alle sue "continue forzature politico-istituzionali la soluzione e’ una sola: elezioni!".

Da ieri (12 novembre n.d.r.), poi, sono stati attivati due numeri telefonici (163 60022 per la rete fissa e 899 884440 per quella mobile) per lo stesso scopo. Da venerdì a domenica i gazebo allestiti in tutta Italia saranno più di 10 mila, e lì i cittadini potranno lasciare la propria firma e un contributo da uno a dieci euro, soldi che serviranno al partito per finanziare questa iniziativa senza precedenti.

Se volete chiamare, ricordate che nel costo della telefonata è compreso un contributo di 0.50 euro al movimento politico di Forza Italia. Apprezziamo l'iniziativa, come per le primarie del Pd, di richiedere un esplicito contributo ai propri sostenitori per la campagna politica. Ma sull'899 abbiamo qualche dubbio.

Ad esempio, stamattina subito dopo l'annuncio di FI abbiamo trovato questa inserzione. Vi lasciamo il compito di scoprire le differenze.

Fonte: Anti-Phishing Italia (15/11/2007)

Le oche...

L’allarme è stato come un fascio di luce che acceca: ci sono baby squillo sulle strade. Ce l’hanno messe i loro coetanei, per pagare debiti del gioco d’azzardo. Giuliano Amato, ministro dell’Interno, ha lanciato un sasso, l’altro giorno. E adesso rischia di venire giù una montagna. Perché quella del titolare del Viminale è la punta dell’iceberg. Ma basta fermarsi un attimo e scoprire che l’infanzia più tradizionale, ormai, non riesce a superare le classi elementari. Perché: c’erano una volta i bambini. E le bambine che giocavano con le bambole. Avevano dodici-tredici anni. E la Società italiana di pediatria (la Sip) li interrogava con domande tipo: che giornali girano in casa tua? Usi il computer? Qual è l’avvenimento che ti ha colpito di più quest’anno? L’ultima ricerca fatta così è datata 2003: non serviva più a niente. Non di certo a fotografare la realtà. E adesso a leggere l’ultima ricerca della Società dei pediatri presieduta da Pasquale Di Pietro, quella del 2006, vengono i brividi. Proprio oggi che anche in Italia celebriamo la Giornata dell’Infanzia. Il campione: 1.251 bambini tra i 12 e i 14 anni. Una domanda. Una delle tante del questionario: «Hai mai visto un tuo amico ubriaco?». Sì, dice il 37,4% del campione. Non solo, l’8,4% aggiunge: spesso. Un’altra domanda: conosci qualcuno tra i tuoi amici che ha fumato una canna? E questa volta è quasi uno su due (44,3%) a rispondere un tondo: sì. Un altro esempio? Tre ragazzini su quattro non esitano a confessare di fare cose che loro stessi definiscono rischiose, come ubriacarsi, appunto, bere liquori, prendere farmaci, uscire da soli la sera tardi, avere rapporti sessuali non protetti. Già: hanno rapporti sessuali frequenti, i nostri ex bambini.

Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra dell'età evolutiva, non ha dubbi: «L'anticipazione delle tappe dello sviluppo è dovuta ai modelli educativi. Come dire? Sono stati mamma e papà che hanno voluto che succedesse, si sono dati da fare per diversificare il modello culturale che loro avevano ricevuto. Hanno accelerato le capacità di socializzazione dei loro figli. Hanno tolto loro il senso di colpa, il senso della paura. Basta provare, per credere. Basta entrare in una qualsiasi seconda media d'Italia e capire che è impossibile far sentire in colpa questi ragazzi o mettere loro in qualche modo paura». Succede così anche nella seconda media statale di Gela, Sicilia? «I ragazzi sono molto decisi, è vero», garantisce Ela Aliosta, preside della scuola media alle soglie della pensione. Sono quarant'anni che la signora Aliosta ha a che fare con i ragazzi delle medie. Dice adesso: «Sono cambiati. E molto. Fisicamente, prima di tutto: un tempo le femmine arrivavano ragazzine in terza media. Oggi assomigliano a donne già quando entrano in prima. Soprattutto per come si vestono, si truccano, si pettinano i capelli. Con la complicità dei genitori, è ovvio».

«Faccio la velina» Oppure la cubista, la show girl, la ballerina. Alla più tradizionale delle domande: «Cosa vuoi fare da grande?», le bambine intervistate dalla Società dei pediatri hanno infatti messo al primo posto: voglio fare il «personaggio famoso». E fino a qui non sarebbe una scoperta sensazionale. È che però, tolta questa prospettiva, rimane il vuoto: al secondo posto delle preferenze delle bambine c'è, infatti, un disarmante: «Non lo so». «Ho dodici anni faccio la cubista mi chiamano principessa», è il titolo del libro di Marida Lombardo Pijola, una giornalista-mamma che non a caso ha gettato scompiglio tra mamme e papà. Ha scoperchiato il mondo delle discoteche pomeridiane, lasciando disorientati nugoli di genitori davanti a frasi di bambine come: «Se fai la cubista sei una donna. Non più una ragazzina. Con i clienti della disco treschi soltanto se ti va. E puoi farti pagare...». Non è fantasia. È qualcosa che da noi è arrivato da pochissimi anni, probabilmente importato ancora una volta dagli Stati Uniti. Era del 2003 «Thirteen, 13 anni», il film-choc ambientato a Los Angeles con protagoniste due ragazzine (tredicenni, appunto) che vivono vite sempre più pericolose tra sesso promiscuo, droga, fumo, alcol, piccoli furti, accenni di lesbismo. «Sono vent'anni che insegno nella scuola media di Centocelle, a Roma», dice Margherita D'Onofri, insegnante di scienze. E spiega: «Soltanto negli ultimi anni, però, ho visto cambiare gli atteggiamenti durante i campi scuola, ovvero quelle gite che consentono ai ragazzi di dormire fuori dalla propria città. Adesso anche nelle prime classi stanno svegli tutta la notte e si mescolano dentro le stanze. Fino a poco tempo fa non succedeva».

di Alessandra Arachi per Corriere.it (20/11/2007)