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31 gennaio 2007 17:37
La Repubblica e la moglie di Berlusconi
Vorrei fare i miei più vivi complimenti a "la Replubblica", che ha oggi riservato a me e a tutti i suoi lettori una sorpresa davvero... poco gradita. Il quotidiano, infatti, si è dato oggi al puro e semplice gossip, pubblicando su un'intera pagina (addirittura pagina 4) la lettera che Veronica Lario ha indirizzato pubblicamente al marito Silvio Berlusconi, per lamentarsi di una delle tante sparate del nostro ex-premier. Volete sapere cosa dice Veronica? Beh, andatevelo a leggere sulle riviste scandalistiche... o su "Repubblica". Questo blog di certo non ve lo dirà, poichè abbiamo passato l'informazione alla nostra società virtuale: la noncenefregauncazzo s.p.a., con sede in uno dei tanti paradisi fiscali, ovviamente... Nel frattempo, ringrazio per la sorpresa "Repuibblica", che ha preferito parlarci delle beghe matrimoniali tra Berlusconi e moglie, anzichè darci qualche altra notizia più utile ed interessante... magari una delle tante che sui giornali proprio non passano... Ah, direttore, complimenti! La prossima volta, però, l'euro che abbiamo speso per il giornale ce lo metta lei! 30 gennaio 2007 15:44
Aumentano i crimini compiuti da minori ricchi e senza ideali
«Le famiglie sono sempre più incapaci di rappresentare un riferimento etico-educativo perchè spesso dipendenti da un esasperato consumismo e sete di denaro, divenuto il prevalente, se non l'unico, significato di vita».
Per questo motivo, secondo la relazione del procuratore della Repubblica per i minorenni di Milano, Vittorio Pilla, sono in aumento i reati compiuti da adolescenti appartenenti a famiglie abbienti.
Se infatti le statistiche mostrano che i reati commessi nel 2006 dai minori sono più o meno quanti quelli scoperti l'anno precedente, preoccupa che i figli di genitori ''difficili'' delinquono per trarre vantaggi economici (furti e rapine), mentre i figli dei ''ricchi'' si macchiano di estorsioni, violenze personali, lesioni, dove l'oggetto dell'azione criminale è la persona e non il patrimonio, e sempre più spesso per motivi «futili e gratuiti».
Su 3712 procedimenti penali a loro carico, 64 riguardano le violenze sessuali, mentre sono in calo i reati legati alla droga, ma aumentano le rapine commesse dai baby-criminali. E le ragazze delinquono allo stesso modo e con le stesse modalità dei maschi.
Fonte: E Polis Milano
29 gennaio 2007 19:14
Quando la GIUSTIZIA vince! - Legge Pecorella
La Corte costituzionale, nella camera di consiglio del 24 gennaio 2007, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale: dell'art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui esclude che il pubblico ministero possa proporre appello contro le sentenze di proscioglimento; e dell'art. 10, nella parte in cui prevede che sia dichiarato inammissibile l'appello proposto dal P.M. contro una sentenza di proscioglimento prima dell'entrata in vigore della legge suddetta. La Corte ha altresì dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 576 del codice di procedura penale e dell'art. 10, commi 2 e 3, della legge n. 46 del 2006, in tema di appello della parte civile contro le sentenze di proscioglimento. In attesa della sentenza, che verrà depositata nei prossimi giorni, diamo la possibilità ai lettori di questo blog di visionare, nella sezione commenti:
29 gennaio 2007 18:53
Litvinenko: le forze speciali russe si addestravano sparando contro la sua foto
Nei giorni scorsi Scotland Yard ha concluso la sua inchiesta sul caso Litvinenko - l'ex spia russa avvelenata a Londra lo scorso 23 novembre - affermando che si è tratto di un assassinio di Stato orchestrato dai servizi segreti russi. Una conferma ufficiale di quello che tutti ormai sanno: il Cremlino giudicava Alexander Litvinenko un personaggio scomodo e perciò lo ha eliminato. Quello che sconcerta è scoprire che le truppe speciali russe si addestravano sparando contro sagome con su la foto di Litvinenko.
Entrambe queste notizie sono state diffuse dalla stampa polacca (e rilanciate dal blog Cecenia Sos).
Il sito internet del giornale Dziennik ha pubblicato sabato un video in cui si vedevano degli Spetzanz, soldati delle forze speciali russe, impegnanti in addestramento. Dopo aver agilmente superato un percorso a ostacoli, i giovani Rambo russi dalla testa rasata estraggono la pistola dalla fondina e sparano diversi colpi contro dei bersagli sotto una tettoia: tra questi c'è una foto in bianco e nero di Alexander Litvinenko.
Il video (ripreso al poligono militare Vityaz, alle porte di Mosca) risale al 25 ottobre 2002, due giorni dopo la presa di ostaggi nel teatro Dubrovka a Mosca: l'intento era mostrare come si addestravano le forze speciali russe in vista di un possibile blitz per liberare gli ostaggi.
Il comandnate del poligono, Sergey Iwanowicz Lysiuk, interpellato telefonicamente dai giornalisti polacchi di Dziennik ha negato che la foto fosse di Litvinenko: ''Non c'era mica scritto il suo nome sotto!'', ha detto. E poi ha riagganciato.
Sul sito di un altro giornale polacco, la Wiadomosci Gazeta, c'è invece la fotografia di Sergey Mironov, presidente del Consiglio Federale russo e fedelissimo di Putin, in visita allo stesso poligono Vityaz. Anche in questo caso, si vede che i bersagli sono fotografie di Litvinenko. Questa foto è molto più recente del video: risale al 7 novembre 2006, poco prima dell'avvelenamento di Litvinenko. Dalle foto, trovate sempre su internet, non si capisce se lo stesso Mironov abbia o meno sparato contro quelle foto.
Fonte: www.peacereporter.net
27 gennaio 2007 09:54
Che sia una VERA giornata della memoria!
Proviamo, per un anno, a far sì che la giornata "della memoria" sia effettivamente caratterizzata dalla memoria. Ricordiamoci, per un anno, anche dei non ebrei uccisi nei campi di sterminio. Ricordiamoci che quella di Hitler non fu solo una caccia al giudeo, ma una vera e propria persecuzione razziale, che non ha conosciuto differenza di religione. Disabili, omosessuali, preti, oppositori e piccole minoranze vennero individuati tra gli obiettivi della lotta nazista. Massimo Converso, presidente nazionale dell'Opera Nomadi, ha precisato oggi che la deportazione dei Rom vide come protagoniste le camicie nere fasciste, e che l'accanimento contro i Rom probabilmente derivava dalla loro scarsa propensione al lavoro, ma che ''non per questo oggi si debba considerare lo zingaro, solamente come colui che ruba''. Un riconoscimento difficile, che evidenzia come ancora oggi il problema dell'integrazione sia una questione spinosa, tutt'altro che risolta. Ricordiamoci, per un anno, quali disgraziate scelte e dichiarazioni hanno compiuto molti dei nostri politici nel corso degli ultimi 12 mesi; e ricordiamocene soprattutto oggi, quando li vedremo in televisione con la lacrimuccia scendere sul viso... Moni Ovadia ha scritto: "Certi politici di casa nostra il 27 gennaio indossano l'espressione di circostanza, partecipano a qualche cerimonia, fanno tre moine all'attuale governo israeliano, così per il resto dell'anno si danno a legittimare il peggior revisionismo che riabilita il crimine fascista, coccolano il ricordo del criminale di guerra Benito Mussolini, sostengono provvedimenti xenofobi, tollerano ed elogiano i CPT che, pur fatte le debite differenze, sul piano etico e giuridico hanno la forma del lager. Questi politici sputano sulla Costituzione repubblicana, si alleano con i gruppuscoli nazifascisti lasciandoli liberi di scorazzare bardati dei più lugubri simboli e gesti del Regime violando sistematicamente la Legge.
Il modo migliore di onorare la memoria, è opporsi a questo schifo e costruire un mondo libero da ogni fascismo, politico ed economico. E' bene non dimenticare mai che la Shoà ha colpito innanzitutto l'essere umano. Lo ha negato nell'ebreo, nello zingaro, nell'oppositore politico, nell'omosessuale, nel testimone di Geova, nel menomato fisico e mentale e in chiunque disse no a quella barbarie. Per questo un grande testimone che visse sulla propria pelle la disumanizzazione, Primo Levi, scrisse Se questo è un uomo.
Ogni uso capzioso della Shoà è sbagliato ed ingiusto anche quando è fatto dai politici israeliani per legittimarsi. Il sacrosanto diritto di Israele all'esistenza e alla sicurezza, deve poggiare sui solidi argomenti autonomi del Diritto internazionale. La riduzione della memoria della Shoà a propaganda, è un vulnus alla memoria stessa, al suo significato universale e alla sua verità."
26 gennaio 2007 10:22
Rifinanziata missione Afghanistan - Il gen. Mini: per rispettare la Costituzione dovevamo andarcene
Il 22 gennaio 2007*, il genrale Fabio Mini scriveva per peacereporter: ''Ripensare'' è un bel verbo, politicamente corretto, garbato, che in genere non comporta grossi sacrifici se il nuovo pensiero si ferma lì. Tuttavia ''ripensare'' le missioni militari, come si è ripreso a dire in questi giorni con l'Afghanistan, non è mai un semplice esercizio di pensiero. Con uomini sul campo che hanno una missione da compiere e che la conducono credendoci e credendo che tutti ci credano, anche il solo parlare di ''ripensamenti'' comporta rischi aggiuntivi. Inoltre si aprono spazi per le speculazioni e i ''ripensamenti'' possono essere presi per debolezze, paure, tentennamenti, disimpegno unilaterale, fuga, tradimento, connivenza con il nemico e così via. ''Ripensare'' è perciò in questi casi qualcosa che deve partire da un quadro di situazione chiaro e ne deve determinare uno altrettanto inequivocabile. Significa che quando se ne parla si hanno già una strategia e un piano operativo che tengono conto dei rischi e delle conseguenze. Significa che si sono già superate tre fasi preliminari: 1) analisi della missione, dei risultati, del suo contributo alla stabilità e dei suoi costi; 2) analisi delle prospettive della sua continuazione; 3) discussione sulla fattibilità e i rischi delle eventuali alternative.
Fra pochi giorni cadrà il primo anniversario dell'Accordo siglato lo scorso anno a Londra: l'Afghanistan Compact, il patto congiunto tra l'Afghanistan di Karzai, da una parte, e la Comunità internazionale, compresa la Nato, dall'altra. Fra poco comincerà la serie di valutazioni sui primi risultati. Tutto scontato: grandi successi sul piano amministrativo e della democrazia, sul piano della legalità, dell'impianto di un nuovo sistema giudiziario. Grandi successi nella sicurezza interna e nella cooperazione internazionale. Grandi successi nella repressione del terrorismo (ormai scomparso) e della guerriglia dei Talebani. Grazie alla Nato e a ''Enduring Freedom'', l'operazione americana che conferma la prima parte del nome (infatti ''dura'' da tanto) con qualche dubbio sulla seconda. Qualche problemino di sicurezza può essere risolto con più truppe da combattimento della Nato; qualche difficoltà economica può essere superata con più fondi e i danni collaterali delle vittime civili o militari coinvolte in azioni di fuoco, sono appunto collaterali.
Le vittime civili innocenti stanno tuttavia diminuendo perché i morti sono comunque tutti colpevoli di essere o Taliban o terroristi o ribelli soltanto perché morti. A prescindere dal sesso e dall'età.
Qualche problemino di droga, di corruzione, di criminalità e di dissidenza è in via di risoluzione con una maggiore forza e determinazione dei servizi segreti, delle forze armate e di quelle di polizia puntualmente assistite da esperti stranieri. Stranieri, e in quanto tali ''esperti'' e ''democratici'', sono anche gli estensori di tutti i rapporti che, per giustificare la paga, non possono che citare i successi: la classica metà piena del bicchiere. Poco importa se l'altra metà (il 50 percento) è fatto di rischi e d'insuccessi. Nella corte dei miracoli degli osservatori internazionali la matematica conta poco. In qualsiasi ambito il 50 percento di rischi maggiori o di fallimenti sarebbe un disastro, nelle aree di crisi è un ''incredibile successo''.
Nessuno si azzarderà a dire che ad appena un anno dalla sua nascita il Compact già presenta il più grave dei suoi effetti collaterali: la presenza pesante degli americani, il nuovo ruolo della Nato, l'appalto della sicurezza interna a forze straniere, di stato e private, e l'appoggio incondizionato a un governo che sopravvive soltanto per la presenza straniera ha posto una pietra tombale, più che miliare, su qualsiasi prospettiva di autonomia dell'Afghanistan da interessi e interferenze esterne. Il Compact era stato presentato dalle Nazioni Unite di Annan, dalla Gran Bretagna di Blair e dagli Stati Uniti di Bush come una svolta decisiva per l'Afghanistan, che avrebbe dovuto gradualmente fare da solo. Questo processo non è neppure incominciato. E dove è cominciato ha visto l'autonomia delle bande e dei produttori di droga. Kofi Annan se n'è andato, Blair e Bush stanno uscendo, i falchi dell'antitalebanismo sono in minoranza e Karzai rappresenta sempre meno l'Afghanistan, ma il paese è più che mai dipendente dall'intervento straniero.
Il tipo d'intervento è ciò su cui verte il ''ripensamento'', ma non è semplice neppure proporlo, perché il rischio più grave di qualsiasi proposta è che sia ritenuta velleitaria dagli stessi alleati, se non proprio offensiva, che venga archiviata come tentativo di sciacallaggio politico o compatita con sufficienza.
La prospettiva di cambiare la natura e gli equilibri dei vari contributi nazionali ha senso, ma è irta di difficoltà. Per farla in armonia, interna e internazionale, occorrerebbe che la Nato cambiasse la propria strategia e si riportasse sull'assistenza e la cooperazione piuttosto che sulla repressione. Le prime hanno qualche prospettiva di modificare le condizioni che causano le ribellioni e il cosiddetto terrorismo mentre la seconda non può che aggravarle. In caso di rifiuto (prevedibile) bisogna avere il coraggio di restare o andarsene. Restare con la Nato significa però riconoscere di aver assunto un impegno comune che richiede la nostra parte: da pari e non da ''paria''. Significa condividere le strategie e le operazioni; significa dare gli uomini e i mezzi che servono per fare ciò che viene stabilito dall'Alleanza e che noi condividiamo.
Se invece decidiamo di uscire dall'Afghanistan non dobbiamo cercare formule meschine o scuse da scolaretti. Dobbiamo dire chiaramente di essere stati coinvolti in un allargamento di compiti e in una nuova fase della missione che non condividiamo. Non tanto come italiani, ma come membri della Nato e dell'Unione Europea; non tanto per beghe interne ma per il rispetto della lettera e dello spirito delle norme sancite dalla nostra Costituzione e dalle organizzazioni di cui facciamo parte. Se lo crediamo, dobbiamo dirlo chiaramente e andarcene, a testa alta e sbattendo la porta. Ne avremmo il diritto e saremmo rispettati.
Le altre soluzioni alle quali pensano molti nostri ''strateghi di piombo'' (dall'equivalenza in peso specifico a ciò che li tiene in poltrona) sono tutte improponibili. Rimanere e non fare quello che fanno gli altri ci isola ulteriormente e mortifica il lavoro di quei soldati che a parole si dice di sostenere. Rimanere e vedersi tagliare i fondi aumenta i rischi e l'usura dei mezzi e degli uomini senza benefici per la missione. Rimanere e non avere la responsabilità di un'area determinata, ci fa correre gli stessi rischi e ci qualifica come ''mezzo servizio''. Avere un'area di responsabilità e pensare di condurvi ''strategie'' diverse da quelle degli altri significa contribuire alla divisione del paese.
Pensare in termini di missione esclusivamente ''civile'' significa tentare qualcosa mai tentato da nessun paese. Può essere un'innovazione salutare che però si prevede di sperimentare sulla pelle degli altri. Come spirito umanitario, non è un buon inizio. Chi dice che in Afghanistan i problemi di sicurezza sono causati dalle stesse forze di sicurezza dice una mezza verità (o mezza menzogna). Chi, invece, predica la ''civilizzazione delle missioni'', dicendo che senza forze di sicurezza non ci sarebbero problemi, salvo rarissime eccezioni mente sapendo di mentire. Si potrebbe tentare di convincerlo togliendo qualsiasi controllo dal territorio in cui opera e vedere quanto dura fisicamente. Oppure vedere quanto dura senza dover ricorrere alla corruzione, alla connivenza con i banditi e i criminali o senza sottostare ai ricatti. Poi ci sono i problemi organizzativi, anche questi tutti inesplorati. Non basta quantificare e qualificare il nuovo impegno sostitutivo: in soldoni e in progetti concreti.
Bisogna fare attenzione a non toccare i feudi consolidati delle agenzie internazionali e delle decine (e poi saranno centinaia e migliaia come accaduto in Kosovo) di organizzazioni non governative che si presentano sullo stesso territorio. Bisogna fare attenzione ai ''profittatori di dopoguerra'', ai mercenari, agli squadroni della morte, alla criminalità, alle bande e milizie private che inevitabilmente sono attratte dall'afflusso di ''aiuti'' e dalla presenza di stranieri da ''mungere''. Bisogna controllare gli aiuti stessi e capire le intenzioni delle ONG islamiche, o di quelle evangeliste, quacchere e perfino cattoliche. Occorre non cadere nel vizio globale della ''concorrenza sleale a fini umanitari''. Pensare di affidare tutto alle Organizzazioni non governative può essere una novità dura da far digerire alla Nato e una sfida concettuale e organizzativa per gli apparati militari abituati a una visione mono-dimensionale degli interventi di peace-keeping e cooperazione. Ma potrebbe anche non piacere all'Onu, per la frammentazione delle iniziative e delle risorse, e allo stesso Karzai che vedrebbe sparire in mille rivoli (di cui molti diretti verso i suoi avversari) il fiume di denaro proveniente dall'estero.
E' evidente che la ''strategia del ripensamento'' richiede coraggio e idee chiare, ma non assicura il successo e rischia di provocare guai in Afghanistan, nella Nato, all'Onu, in Europa e a casa nostra dove il clima è tutt'altro che improntato alla comprensione dei problemi o alla soluzione concordata.
Occorre però considerare un ultimo e non insignificante fattore: l'Afghanistan. Perché è la gente di questo paese a richiedere un cambiamento di strategia. Per il popolo afgano il Compact è già fallito al 100 percento, se gli aiuti esterni non consentono la crescita interna, l'autonomia, il diritto di affrontare i propri problemi con le proprie forze.
L'Afghanistan forse vuole anche un cambiamento di guida politica; di certo vuole che il cambiamento interno e l'atteggiamento delle forze esterne si manifestino anche nel rispetto per la gente, per i suoi diritti e per la sua cultura. L'aiuto internazionale non è commerciabile con la dignità e allora l'Afghanistan ha bisogno di una strategia complessa e articolata, fuori dagli schemi e lontana dalle ricette ritenute valide per ogni situazione e dalle formule magiche che la politica riesce a esprimere quando non sa che pesci pigliare.
Ha bisogno di un cocktail di provvedimenti di sicurezza e di aiuti coordinati e condivisi da tutta la comunità internazionale. Aiuti che non si qualifichino soltanto per la compassione o la pietà (o la mancanza di compassione e pietà), ma che puntino a uno scopo ormai dimenticato e via via più difficile: rendere l'Afghanistan protagonista della costruzione del suo futuro. Avanti, quindi, con giudizio!
Generale Fabio Mini
*(Scritto prima della decisione del Governo di rifinanziare la missione)
25 gennaio 2007 09:15
Scaricare musica e film da internet: l'analisi di una sentenza importante
Il 23 gennaio è stata pubblicata su www.altalex.com un'interessante analisi della recente sentenza della Corte di cassazione, la n. 149 del 9 gennaio 2007, di cui questo blog già si era occupato (leggi il post - leggi la sentenza). L'analisi in questione è dell'Avv. Carlo Blengino, ed è possibile leggerla all'indirizzo http://www.altalex.com/index.php?idnot=10646.
Riporto qui di seguito una breve parte dell'analisi, quella, a mio parere, maggiormente comprensibile ai profani del diritto:
Sono certo che nei prossimi giorni, sui media, non si parlerà più della sentenza. Troppo rilevanti gli interessi economici sottostanti ed il principio stabilito dalla Corte di Cassazione rischia di vanificare in un sol colpo anni di impegno mediatico delle associazioni di categoria dei discografici e dei produttori per arginare l'inevitabile libero accesso alle opere. Ogni volta che vediamo un film in DVD dobbiamo patire l'inquietante assimilazione tra il ladro d'auto, il borseggiatore, e l'intraprendente ragazzina che scarica un'opera dell'ingegno dalla rete. I portavoce delle varie associazioni di categoria, e alcuni autorevoli quotidiani, tra cui il Sole24ore, affermano che la sentenza di assoluzione si fonderebbe sull'applicazione della norma più favorevole in presenza di una successione di leggi che oggi comunque sanziona i fatti oggetto della sentenza. L'affermazione è solo in parte corretta ed è certamente strumentale ai predetti interessi. Il dolo di lucro, reintrodotto in sede di conversione del D.L. 31.01.2005, n°7, richiesto dalla fattispecie di cui all'art. 171 ter conferisce alla pronuncia una valenza attuale nell'interpretazione di tale norma. Le spesso caotiche modifiche legislative intervenute dal 2000 ad oggi creano una rilevante differenza tra chi scarica i file di opere protette e chi condivide gli stessi in rete così come è evidente la diversa evoluzione normativa del 171 bis rispetto al 171 ter. Resta inoltre aperta la problematica legata al delitto ''oblazionabile'' (sic!) di cui all'art. 171 e la legittimità di tale norma in relazione agli obblighi internazionali citati dalla stessa Cassazione. Al di là però di tali problematiche la sentenza pone un punto fermo sino ad ora tutt'altro che pacifico e/o inattuale motivando il principio con argomentazioni sistematiche inoppugnabili. Il fine di lucro non può esser ravvisato nel mero risparmio di spesa derivante dall'uso ''personale'' delle copie illegittime.
24 gennaio 2007 19:45
Irlanda del nord: la polizia ha coperto i crimini dei paramilitari protestanti
Quello che molti cattolici nordirlandesi sospettavano da tempo è ora messo su carta, in un rapporto frutto di oltre tre anni di indagini: parte della polizia dell'Ulster proteggeva i paramilitari lealisti (protestanti) chiudendo gli occhi sui loro crimini, in cambio di soffiate utili. La rivelazione, contenuta in un documento pubblicato lunedì 22 gennaio, arriva in un momento politico delicato. A giorni è attesa una pronuncia definitiva del movimento repubblicano Sinn Fein sul suo appoggio alla polizia nordirlandese. Si tratta della chiave che potrebbe sbloccare le trattative per la formazione di un nuovo governo - con protestanti e cattolici assieme - cosa che spingerebbe Londra a ripristinare l'autonomia della provincia, sospesa nel 2002. Il rapporto, preparato dall'ombudsman della polizia, Nuala O'Loan, riguarda gli anni Novanta e parla di ''collusione'' tra la ''sezione speciale'' del Royal Ulster Constabulary (Ruc, l'ex nome della polizia nordirlandese) e i paramilitari dell'Ulster Volunteer Force (Uvf), uno dei gruppi lealisti fuorilegge che si batte affinché l'Ulster rimanga parte del Regno Unito. Nel periodo in questione, i militanti dell'Uvf commisero tra i 10 e i 15 omicidi con la copertura dello Special Branch del Ruc, che li utilizzava come informatori nel mondo della malavita locale. Oltre agli assassini, la protezione degli agenti speciali ha garantito l'immunità ai paramilitari da un'altra sessantina di crimini tra cui tentati omicidi, pestaggi punitivi, gambizzazioni, spaccio di droga, estorsioni. I poliziotti del Ruc distruggevano prove, conducevano interrogatori-farsa, e pagavano decine di migliaia di sterline i criminali-informatori per le loro soffiate. L'indagine della O'Loan (una cattolica) è partita dall'omicidio nel 1997 di Raymond McCord, un 22enne protestante ex membro dell'Uvf, ucciso dai militanti del gruppo. Ma nonostante l'inchiesta sia relativa agli anni Novanta, la stessa O'Loan ha ammesso di temere che le pratiche da lei portate alla luce fossero più diffuse ed estese nel tempo. Il punto, come sempre in questi casi, è capire se i superiori sapevano. Secondo la ombudsman, non c'è dubbio: tutto ciò non sarebbe potuto accadere senza ''la conoscenza e il sostegno'' dei vertici più alti del Ruc. L'attenzione così si è subito spostata sull'allora capo della polizia, Ronnie Flanagan, che ha però negato qualsiasi coinvolgimento. Da più parti si stanno levando gli appelli al licenziamento di Flanagan, che per i meriti acquisiti sul lavoro è stato nominato ''Sir'' e ora è l'ispettore capo della polizia britannica: in pratica, controlla che le forze dell'ordine si comportino secondo gli standard. Se non paga lui, potrebbero non pagare neanche gli agenti coinvolti direttamente nella vicenda. Ogni tipo di prova, infatti, è stata insabbiata, e la O'Loan ha ammesso che iniziare dei procedimenti penali sarà difficile. In Irlanda del Nord, il Ruc è stato tradizionalmente percepito dai cattolici come una ''forza di polizia protestante per una popolazione protestante'', un feudo dell'élite per mantenere lo status quo. Il ruolo del Constabulary è diventato particolarmente delicato con l'inizio dei Troubles, il periodo più sanguinoso del conflitto tra le due comunità, a partire dalla fine degli anni Sessanta: i paramilitari repubblicani facevano presto cambiare idea, a suon di violenze e intimidazioni, ai cattolici che avrebbero voluto indossare la divisa. E chi si batteva per la riunificazione dell'Irlanda ha sempre visto il Ruc come la longa manus di Londra nel conflitto, un tutore dell'ordine tutt'altro che imparziale. ''Credo fermamente nel fatto che durante l'era Thatcher, questa collusione fosse approvata dai più alti livelli del governo britannico, e Tony Blair lo sa'', ha detto Martin McGuinness, numero due dello Sinn Fein ed ex comandante dell'Ira, commentando il rapporto O'Loan. Ma dal 2001 il Ruc è diventato il Police Service of Northern Ireland (Psni), una nuova forza di polizia che recluta molti più cattolici di una volta, tentando di togliersi di dosso l'etichetta del passato. La questione è diventata di primaria importanza politica, in vista dei tentativi di formare un nuovo governo tra protestanti e cattolici. Finora lo Sinn Fein, considerato il braccio politico dell'Ira, non ha mai riconosciuto ufficialmente il Psni, dando così un pretesto al Democratic Unionist Party per bloccare le trattative. A breve, però, la situazione dovrebbe sbloccarsi: domenica 28 gennaio si terrà un congresso dello Sinn Fein proprio per mettere ai voti il sostegno ufficiale al Psni. E' previsto che vinca il sì, nonostante l'uscita del rapporto O'Loan. Anzi, anche grazie ad esso: per il leader Gerry Adams, le prove della collusione dimostrano che il suo partito deve partecipare al Psni, ''per eliminare queste pratiche''. Per l'Irlanda del Nord sarebbe una definitiva pietra sopra il passato, e l'inizio di un futuro di cooperazione tra le due comunità. Ma bisogna fare in fretta: Londra ha dato tempo fino a marzo per la formazione di un nuovo governo. 23 gennaio 2007 15:42
E' nato il TG del Nord Milano
Si tratta di uno nuovo spazio di comunicazione istituzionale che le amministrazioni comunali del Nord Milano - Bresso, Cinisello Balsamo, Cologno Monzese, Cormano, Cusano Milanino, Paderno Dugnano e Sesto San Giovanni - vogliono "offrire" ai cittadini con la veste di un vero e proprio telegiornale. Questo nuovo "servizio", partito in via sperimentale lo scorso ottobre, va ora in onda con due edizioni quotidiane su una emittente terrestre e su un canale satellitare. Inoltre, per chi non ha la possibilità di seguire la televisione, tutti i tg possono essere persino visti on-line. Lo scopo ufficiale è quello di informare i cittadini in merito a quanto accade in città, far loro conoscere meglio i servizi e le attività promosse dai propri comuni e aggiornarli sui nuovi progetti in corso, oltre che informarli sulle realtà dei Comuni vicini. Questo, almeno, come detto, lo "scopo ufficiale". Non pochi dubbi, tuttavia, mi sorgono in merito all'imparzialità del servizio: essendo infatti curato dagli stessi uffici stampa dei Comuni, ho onestamente la paura che il tutto possa tramutarsi presto in comunicazioni propagandistiche su ''quanto lavorano bene i Sindaci e gli Assessori da noi votati''.... E il tutto, ovviamente, a spese dei cittadini, dato che il "servizio" immagino abbia costi non indifferenti. Così, mentre alcuni Comuni d'Italia stanno ancora andando avanti con il bilancio provvisorio (che comporta maggiori spese per i cittadini) e si chiedono come pagare i mutui, magari eliminando la manutenzione della segnaletica stradale o l'imbiancatura delle scuole... decidono dall'altro lato di ''informare il cittadino'', lo stesso cittadino i cui soldi vengono utilizzati al fine di redigere e stampare il notiziario comunale, che, almeno a Paderno, parla di quanto è brava e buona l'Amministrazione comunale (pochissimi sono gli spazi destinati al confronto politico tra maggioranza e opposizioni) e dove gli spazi dedicati agli eventi culturali (ne è prova la continua richiesta da parte della Consulta comunale per la cultura, la scuola e l'ambiente) sono ridotti ad una tabellina spesso in fondo all'ultima pagina, con spiegazioni più che ridotte. Non ci resta che aspettare qualche commento da parte delle Amministrazioni interessate, sperando ci possano meglio rassicurare sulle modalità con cui viene raccolta e fornita l'informazione, poichè così come è stata presentata lascia aperti molti dubbi. Per il momento sappiamo solo che i servizi televisivi sono realizzati da una troupe professionistica (significa che si paga di più? Sono volontari?), anche se i Comuni non dicono se si tratta di professionalità puramente tecnica, oppure di vera e propria professionalità giornalistica, che - almeno dovrebbe - comprendere l'imparzialità totale dell'informazione, attingendo le informazioni da fonti diverse. Per chi fosse interessato a vedere il Tg del Nord Milano, che ha una durata di 8 minuti, va in onda tutti i giorni dal lunedì al venerdì. I canali sono: Più Blu (canale 54) alle ore 12.40 e alle ore 19.20, e Play tv (canale 869 bouquet di Sky - visibile in chiaro) alle ore 7.30. Scritto da: Marco Mambrini Vice-coordinatore Consulta comunale cultura-scuola-ambiente di Paderno Dugnano Fonti: www.comune.paderno-dugnano.mi.it http://www.comune.cusano-milanino.mi.it/
22 gennaio 2007 15:40
Leggi & Sentenze - Un nuovo sito gratuito di facile consultazione!Tag Cloud - Alcuni visitatori ci hanno segnalato un problema con la visualizzazione dei Tag nella finestra "Tag clud", alla vostra destra. Lo staff di Leonardo.it si sta occupando del problema (che si presenta solo con Internet Explorer) vi comunicheremo ulteriori nuovi sviluppi. Sempre in merito ai Tag, abbiamo deciso di ridurne il numero per facilitare la navigazione tra le pagine e i post del blog, sperando così di venire in contro alle vostre esigenze, rendendovi la navigazione più rapida. NUOVO SITO !! - Un'ottima notizia per i visitatori della sezione "Diritto": abbiamo creato un nuovo portale, "Leggi & Sentenze", che raccoglierà in un indice sintetico e di facile consultazione tutti i post del blog "Senza Nome" relativi ad analisi di diritto, news, leggi e sentenze (ovviamente gratis). Accedi al sito Leggi & Sentenze: http://leggiesentenze.leonardo.it
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22 gennaio 2007 12:40
Legge 296/2006 - FINANZIARIA 2007
La legge finanziaria per il 2007 riportata nella sua interezza nella sezione commenti di questo post. L'importo complessivo della manovra è di 33,8 miliardi di euro. Una tabella semplificativa delle novità, che tiene conto anche del decreto fiscale n.262/2006 è disponibile cliccando qui. LEGGI QUI LA FINANZIARIA 2007 21 gennaio 2007 15:39
Canone RAI: si paga anche se in casa non ci sono tv? - Questione di interpretazioni
Non avete la tv e pensate di evitare la tassa? Sbagliato. Basta possedere un computer, anche vecchio, anche senza internet. Così sostiene la Rai. Che, per scovare tutti gli evasori, scomoda la Guardia di Finanza.
Scade il 31 gennaio il tempo utile per pagare il canone Rai che ammonta quest'anno a 104 euro. Si deve pagare, anche se in casa non c'è nessun televisore e nessun collegamento internet: è sufficiente possedere un computer, nemmeno di ultima generazione. Possibile? L'incredibile risposta è si. Colpa di una vecchia legge e dell'interpretazione che ne dà l'Ufficio Abbonamenti della Rai, la struttura incaricata dall'Agenzia delle entrate di riscuotere il canone televisivo. Che, va comunque precisato, è una tassa sul possesso, non un abbonamento. Secondo il Regio decreto del 1938 deve pagare la gabella chi ha in casa «uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni televisive». Per capire l'inghippo, bisogna considerare che prima dell'ultima guerra non esistevano ancora i computer. Strumenti che oggi, con una scheda che costa solo poche decine di euro, possono tranquillamente ricevere il segnale tv. E se la scheda non c'è? I computer sono comunque ugualmente considerati "adattabili" e, di conseguenza, soggetti al canone. Lo conferma Fulvio Di Nunzio, responsabile normative e contratti della Direzione Abbonamenti della Rai. Si tratta di un'interpretazione che secondo Vincenzo Donvito, presidente dell'Associazione per i diritti degli utenti e consumatori, non ha nessuna giustificazione logica, insomma non sta in piedi. «Dovrebbe pagare il canone soltanto chi è in possesso di una scheda sintonizzatrice collegata al computer» afferma Donvito. «Il fatto è che gli esattori della Rai, spesso pagati in base al numero di canoni che riescono a riscuotere, potrebbero dire che anche un distributore del caffè, se sofisticato al punto giusto, rientra nell'obbligo di pagamento. Riceviamo almeno una trentina di domande al giorno sul canone: i consumatori sono disgustati dalla prepotenza della Rai». Sulla stessa lunghezza d'onda si colloca anche Luca Sandri, avvocato che si occupa di diritto collegato alle nuove tecnologie: «Il computer privo di scheda tv è un apparecchio che non ha la capacità di decodificare il segnale trasmesso via etere. Non può dunque essere ritenuto né atto né adattabile. Di conseguenza il proprietario non deve pagare alcun canone». Eppure, per il momento, vale l'interpretazione dell'Ufficio Abbonamenti della Rai. Che negli ultimi tempi si è fatto più aggressivo nella riscossione: manda a tappeto lettere che invitano gli utenti, reali e presunti, a pagare il canone avvisando che, in caso contrario «prevediamo di effettuare verifiche tramite il nostro personale incaricato e convocazioni presso la Guardia di Finanza». Si può anche non fare entrare in casa l'incaricato della Rai, ma dichiarare il falso alla Guardia di Finanza è un reato penale. E molti dovranno ammettere a testa bassa che sì, il computer l'avevano, ma non sapevano che in teoria si potesse usare anche per vedere la televisione. Computer sotto tiro, dunque? «Per ora nessuno ha in mente di perseguitare i possessori di un computer o chi ha un allacciamento in fibra ottica» precisa Di Nunzio. «Cerchiamo di comportarci con buonsenso, sulle basi di una normativa che riteniamo ancora valida anche se ovviamente non poteva prevedere gli sviluppi tecnologici odierni». Per ora.Paga anche il tivufonino Se c'è qualche dubbio sul fatto che i computer debbano pagare il canone Rai, non ce n'è invece per quanto riguarda i tivufonini. Chi possiede uno dei nuovi cellulari in grado di ricevere i canali televisivi (la 3 ha creato addirittura alcuni canali che trasmettono soltanto sui "piccolissimi schermi") deve mettersi subito in regola. Naturalmente basta un tributo per nucleo familiare, quindi chi vive con qualcuno che già paga il canone è a posto. Non c'è invece scampo, teorico per il momento, per un single senza computer e senza televisore, ma con il tivufonino in tasca.
Fonte: Io Donna - Coriere della Sera
E' possibile analizzare il testo vigente del Regio decreto-legge n.246 del 1938 nella sezione commenti di questo post.
21 gennaio 2007 12:28
Cassazione penale: scaricare da internet è vietato solo se realizzato a scopo di lucro
Sentenza della Cassazione penale: n.149 del 09/01/07 Overlex - Non appare dubbio che le differenti espressioni adoperate dal legislatore nella diversa formulazione degli articoli 171bis e ter abbiano esplicato la funzione di modificare la soglia di punibilità del medesimo fatto, ampliandola allorché è stata utilizzata l'espressione ''a scopo di profitto'' e restringendola allorché il fatto è stato previsto come reato solo se commesso a ''fini di lucro'' (cfr. Sezione terza, 33303/01, Ashour ed altri, rv 219683).
E' possibile analizzare, nella sezione commenti di questo post, i seguenti documenti:
19 gennaio 2007 11:35
Giappone 50'anni dopo: rinasce il ministero della Difesa
Per 50 anni il Giappone ha lottato per conciliare i principi pacifisti contenuti nella sua Costituzione con l'ambizione di giocare un ruolo primario nel mantenimento della stabilità dell'Estremo Oriente. La necessità di accreditarsi come un affidabile alleato degli Stati Uniti ha imposto al Giappone un cambiamento significativo nella sua politica di ridefinizione delle proprie Forze di Autodifesa, la struttura militare deputata ad essere impiegata solo in caso di minaccia (diretta o indiretta) alla sua sicurezza nazionale. L'era post-11 settembre ha segnato l'impiego di forze giapponesi nelle missioni di peace-keeping in Somalia, Cambogia, Uganda e, per la prima volta, anche nel teatro di guerra iracheno. Lo spettro atomico agitato dalla Corea del Nord e il passaggio di consegne da Koizumi ad Abe alla guida del Paese hanno determinato una nuova svolta in senso militarista. E' della scorsa settimana l'istituzione di un ministero della Difesa, 50 anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. L'accelerazione decisiva per il passaggio dalla Agenzia di autodifesa, organismo para-militare guidato da civili, al rango di ministero, è stata impressa dai test balistici e nucleari di Pyongyang. Da Paese 'pacifista', con una Costituzione che ripudia la guerra e vieta le forze armate, il Giappone ha visto, nel dicembre scorso, il 90 per cento dei parlamentari di entrambe le Camere appoggiare la decisione di istituire il nuovo ministero della Difesa. L'elevazione di rango dell'agenzia di Autodifesa è il primo di una serie di passi cui il premier Shinzo Abe ha attribuito la priorità per innalzare la statura politico-strategica del paese a livelli considerati più consoni alla seconda potenza economica mondiale. Con la riforma, l'invio di militari in missioni all'estero assumerà più importanza; è inoltre prevista anche l'istituzione di un servizio di informazioni sul modello statunitense della Cia. Nonostante le restrizioni imposte dall'articolo 9 della Costituzione, la Forza di autodifesa giapponese costituisce una delle più moderne e meglio equipaggiate forze armate del mondo, con una tecnologia al passo coi tempi e un addestramento condotto regolarmente con l'esercito Usa (sono 50 mila i militari di stanza nell'arcipelago). Il Giappone non può però possedere armi offensive, come missili intercontinentali, ordigni atomici o cacciabombardieri. Le truppe giapponesi non possono inoltre prendere parte ad alcun combattimento, le uniche armi che possono portare sono quelle di calibro leggero, da utilizzare solo se il militare è in pericolo di morte. Eppure oggi l'opposizione pubblica al riarmo è meno pronunciata che in passato, e il nuovo ordine mondiale imposto dalla potenza americana getta nuove ombre sul pacifismo a oltranza del Paese. Shinzo Abe non nasconde che l'articolo della Costituzione che ripudia la guerra possa essere in futuro suscettibile di cambiamento. Nuove campagne di reclutamento fioriscono su video e televisione. Una delle ultime, progettata per attrarre giovani nelle forze di autodifesa navali, ha sollevato notevoli critiche per il suo goffo tentativo di far apparire le forze militari il meno aggressive possibile. Marinai poco più che adolescenti, che inscenano un balletto in uniforme bianca sul ponte di una portaerei cantando "In Marina, in Marina, per amor della patria, in Marina!" suscitano più l'impressione di trovarsi di fronte a un video dei Village People che non di appartenere a un Paese che ha coltivato l'orgoglio bellico e il sacrificio per la patria come due dei suoi punti di forza durante la Seconda Guerra Mondiale. Eppure, nonostante a nessuno dei suoi 400 mila militari sia concesso di girare per strada con l'uniforme; nonostante i carri armati vengano asetticamente definiti 'veicoli speciali' e il termine 'esercito' o 'militare' non vengano mai usati in riferimento alle Forze di autodifesa, il Giappone, con 46 miliardi di euro all'anno, è il quarto Paese al mondo per spese militari. Prima di lui Russia, Cina, e, ovviamente, Stati Uniti. 17 gennaio 2007 20:09
Nuovo esame di Maturità - Legge 11/01/2007 n.1 [testo integrale]
Pubblicata in Gazzetta la legge n. 1 dell'11 gennaio 2007 che riforma gli esami di Stato e che prenderà il via fin dal prossimo giugno per gli studenti che dovranno sostenere la maturità. Tra le più significative novità introdotte vi è senz'altro il ritorno alla commissione mista, e cioè composta in parte da docenti interni ed in parte da professori esterni; il giudizio di ammissione alla maturità (che era stato abolito dalla riforma Berlinguer del 1999); il superamento di tutti i debiti formativi degli ultimi due anni (novità questa che entrerà in vigore solo a partire dall'anno scolastico 2008/2009). Segue una sintesi dettagliata delle nuove disposizioni che riformano l'esame di maturità:
E' opportuno aggiungere che il recente provedimento contiene anche una delega al Governo che consentirà di:
Nella sezione commenti è possibile analizzare il testo integrale della Legge 11/01/2007 n.1 Fonte: http://www.altalex.com/ 16 gennaio 2007 12:07
Costituzioni comparate & Risultati Privato II (Successioni)
In data 26 gennaio 2007 si terr�, nella sala lauree di giurisprudenza dell'Universit� di Milano-Bicocca, un incontro organizzato dal Dipartimento Giuridico... [...] 15 gennaio 2007 21:04
Il "modello Italia"
Questo post è edicato a chi ha trovato divertente, questa mattina, leggere sul giornale che le famiglie italiane che si rispettano sono quelle che (con figli al seguito, si capisce) alla domenica vanno a fare pic-nic a Erba, curiosi di vedere il famoso luogo della strage. Autore è Beppe Grillo. La strage di Erba è un sintomo. Un segnale. Quanti segnali arrivano, ogni giorno, dal corpo di questa nazione malata? Due morti a Roma per un incendio. Extracomunitari stipati come topi in appartamenti fatiscenti. Carabinieri picchiati a Livorno mentre rimuovono le auto in sosta vietata. Per far passare i pompieri a spegnere un incendio. Occhi rubati in ospedale ai cadaveri. 13 gennaio 2007 11:28
Le radici dell'odio - di Maso Notarianni
Se il modello vincente è questo, non ci si può poi stupire di tragedie come quella di Erba Lo stato permanente di guerra in cui versa il mondo ci dice che la guerra è legittima, è uno strumento sempre più normale da usare. Ogni giorno siamo bombardati da immagini, suoni, parole di guerra. Non solo dai film o dalle fiction. Ma dalla realtà. E la realtà che ci viene presentata è un incentivo alla violenza. Perché ogni giorno, con i notiziari, con l'informazione intrattenimento, ma anche con reality show il modello vincente che ci viene proposto è quello di risolvere i problemi usando lo strumento della guerra, della violenza. La legge giusta è quella del più forte. Non ci sono più comunità. Non c'è più solidarietà tra conoscenti, tra vicini. Non ci sono più gruppi, circoli, partiti. Luoghi dove confrontarsi, parlare, sfogarsi. Giocando a carte o bevendo un caffè o tra una discussione politica e l'altra. Son sparite non solo le bocciofile, ma anche le piazze. Solo chi è fortunato partecipa a una associazione. Ma sono sempre più rari, i fortunati. Non c'è più collettività. Lo Stato non è un modello, ma un nemico. E questo è più colpa di chi lo Stato gestisce che non di chi sullo Stato informa.
Quando, e succede da decenni, la cosa pubblica diventa affare privato, il modello che si propone è quello dell'arroganza, della furbizia, del proprio interesse sopra ad ogni altra cosa. Siamo soli di fronte al mondo. E gli eroi che ci propongono sono quelli che fanno da soli, contano solo su loro stessi. Chi conta sulle proprie forze vince. Perché intorno a noi, questo ci dicono i modelli sociali, abbiamo solo o furbi egoisti o addirittura cattivi nemici.
Sono anni, ben prima dell'attentato alle torri, che i governanti, aiutati dai grandi mezzi di comunicazione, hanno adottato quella che gli analisti chiamano la ''strategia del terrore''. Una strategia antica come il mondo: siamo sotto attacco, il nemico è alle porte, e il nemico è feroce. Può arrivare in ogni momento e da ogni parte. Divide et impera.
Questa strategia spesso funziona, e funziona proprio perché fa sentire le persone, anche inconsciamente, sempre in pericolo.
Se poi la strategia del terrore è costruita sul nemico ''arabo'' o ''islamico'', poveri gli Azouz di tutto il ''nostro'' mondo.
Bastano queste cose a spiegare una tragedia come quella di Erba? Probabilmente non bastano. Ma l'assenza di quel movente che viene di solito chiamato rasptus omicida ci dice che la guerra, il terrore e l'isolamento, sono capaci di generare l'odio assoluto.
Ed è per questo che il nostro modello, non può che essere un altro. Maso Notarianni
12 gennaio 2007 12:41
Parcheggi a pagamento: la sentenza della Cassazione
Altalex, 11 gen. 2007 - E' nullo il verbale di accertamento e contestazione per sosta vietata in un'area di parcheggio a pagamento se nella zona non è presente anche un'area di parcheggio libera. Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 116 del 9 gennaio 2007, confermando la decisione del Giudice di Pace di Cagliari che sulla base del suddetto principio dichiarava la nullità ed inefficacia di alcuni verbali di accertamento e contestazione per sosta vietata e condannava il Comune di Quartu Sant'Elena al rimborso delle spese processuali. L'art. 7, comma 8 del codice della strada, infatti, stabilisce che ''qualora il comune assuma l'esercizio diretto del parcheggio con custodia o lo dia in concessione ovvero disponga l'installazione dei dispositivi di controllo di durata della sosta di cui al comma 1, lettera f) , su parte della stessa area o su altra parte nelle immediate vicinanze, deve riservare una adeguata area destinata a parcheggio rispettivamente senza custodia, o senza dispositivi di controllo di durata della sosta.
Tale obbligo non sussiste nei casi di:
Secondo i giudici della Suprema Corte il giudice di merito non ha esercitato un inammissibile controllo su scelte di merito rimesse all'esercizio del potere discrezionale dell'amministrazione, ma ha solo rilevato vizi di legittimità dei provvedimenti amministrativi istitutivi delle zone di parcheggio a pagamento, consistenti nella violazione dell'obbligo di prevedere anche aree di parcheggio libero. E' possibile analizzare la sentenza n. 116 del 9/01/07 nella sezione commenti di questo post. 11 gennaio 2007 19:46
11 gennaio - Guantanamo compie 5 anni
Cinque anni dopo, i detenuti sono circa la metà. Ma il campo di detenzione di Guantanamo, all'interno della base statunitense a Cuba, c'è ancora e per il momento non è in programma la sua chiusura. E proprio in coincidenza con il quinto anniversario dei primi arrivi di presunti terroristi, oggi, 11 gennaio, si stanno svolgendo in tutto il mondo centinaia di manifestazioni per chiedere che i circa 400 detenuti di Guantanamo siano rilasciati, o che almeno vengano accusati di qualcosa di preciso, con un processo regolare. Veglie, proteste davanti alle ambasciate Usa, travestimenti con le tipiche tute arancione dei detenuti, la ''mamma della pace'' Cindy Sheehan a protestare all'esterno della base. Ma anche una lettera indirizzata a Tony Blair. Mittente: un bambino di 10 anni figlio di un detenuto a Guantanamo, che al primo ministro britannico chiede ''Perché mio padre è in prigione?''. Nella lettera, il piccolo Anas al-Banna accenna a una missiva già spedita ma rimasta senza risposta: ''Perché mio padre è lontano, in quel posto chiamato Guantanam (sic) Bay? Non vedo mio padre da tre anni, mi manca tantissimo. E so che non ha fatto niente perché è un brav'uomo. Spero che questa volta lei mi risponda'', scrive il bambino figlio di Jamil al-Banna, un giordano che risiede in Inghilterra, arrestato nel 2002 in Gambia insieme a un amico iracheno, durante un viaggio di lavoro, e spedito a Guantanamo come presunto terrorista. Oggi Anas sarà all'esterno di Downing Street con la madre, mentre davanti all'ambasciata statunitense a Londra centinaia di manifestanti si inginocchieranno con indosso la tuta arancione dei detenuti. Un'iniziativa simile sarà organizzata da Amnesty International a Roma, in piazza di Pietra, alle 17.30. Altre manifestazioni sono previste a New York, Sydney e decine di altre città negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Italia. Ma nonostante i ripetuti appelli internazionali e le centinaia di manifestazioni, la chiusura di Guantanamo non sembra affatto vicina. Nel centro di detenzione sono rinchiusi 395 detenuti, 11 dei quali ancora in sciopero della fame. In questi cinque anni sono stati rilasciati 379 prigionieri, mentre altri 10 detenuti avrebbero dovuto essere processati davanti alle corti militari istituite dall'amministrazione Bush. Nel giugno scorso la Corte Suprema dichiarò però incostituzionali questi procedimenti, ordinando che i detenuti venissero processati davanti a una corte penale statunitense. Ma prima delle elezioni di novembre, quando il Congresso era ancora repubblicano, l'amministrazione Bush è riuscita a far approvare il Military Commissions Act, legittimando in sostanza quello che per la Corte Suprema era incostituzionale. Al momento, la situazione è in stallo. La Casa Bianca vorrebbe processare un'ottantina di detenuti in queste corti militari, che dovrebbero costare oltre 125 milioni di dollari (96 milioni di euro). Quelli che lottano per la chiusura di Guantanamo, in pratica, sanno che è tutto da rifare. ''Spero'', ha scritto Michael Ratner, direttore del Center for Constitutional Rights, ''che non ci vogliano altri cinque anni''. Nel frattempo, Amnesty international ha avviato oggi, in tutta Italia, una campagna per la chiusura del centro di detenzione di Guantánamo Bay, "l'esempio più evidente delle violazioni dei diritti umani che si verificano da cinque anni, nel contesto della guerra al terrore". ''Nessuna persona può essere posta al di sotto della protezione della legge e nessun governo può ritenersi al di sopra di essa'' - ha dichiarato Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International. ''Il governo statunitense deve mettere fine a questa parodia di giustizia. Inoltre, non basta che i leader mondiali si dicano preoccupati per Guantánamo, continuando al contempo a portare avanti i loro rapporti con gli Usa come se niente fosse. La comunità internazionale deve esercitare una pressione efficace sugli Usa affinché chiudano Guantánamo e ripristinino il rispetto per il diritto internazionale''. Firma l'appello per Sami Al-Hajj e per Fawzi al-Odah Firma l'appello all'Ambasciata degli Usa in Italia Fonti: www.peacereporter.net ; www.amnesty.it 11 gennaio 2007 10:01
Uranio impoverito e finanziaria
Finalmente una buona notizia: nella Finanziaria 2007 sono stati stanziati fondi per il personale civile e militare affetto da gravi patologie a seguito dell'esposizione a materiali radioattivi. La cattiva è che, tra le sostanze considerate pericolose, non figura l'uranio impoverito. Sono due gli emendamenti presentati dal senatore Mauro Bulgarelli (Verdi-Pdc) e integrati nel decreto omnibus: il primo prevede una spesa di 10 milioni di euro per le persone colpite da malattie connesse a materiali radioattivi e nanoparticelle generate dalla fusione o dall'esplosione. Il secondo dispone invece che una quota delle risorse per la ricerca e il munizionamento del settore militare - 25 milioni di euro - sia destinata a operazioni di bonifica ambientale interessate dall'attività di poligono. Si tratta di un piccolo passo verso il riconoscimento dei rischi delle decine di militari colpiti da tumori e altre patologie invalidanti dopo le missioni all'estero, specialmente in Bosnia ('95) e Kosovo( '99). Dalla proposta originale di emendamento alla legge è scomparsa la parola 'uranio impoverito', ma questo - secondo l'estensore delle modifiche, il senatore Bulgarelli - non impedisce di far domanda a tutti i militari 'avvelenati' dai proiettili e dalle bombe americane piovute sui Balcani. "Sono una trentina quelli deceduti - ha detto al telefono a PeaceReporter - e oltre 300 quelli che si sono ammalati, ma a mio giudizio si tratta della punta di un iceberg. L'idea è che dall'inizio di febbraio vengano affrontati i singoli casi. Non so con quale criterio verranno valutate le domande, ma io credo si analizzeranno in ordine cronologico Dieci milioni sono una cifra apparentemente alta, ma in realtà minima. La cosa importante è che si è sancito un principio. E' stato aperto un capitolo di spesa che va nella direzione di un riconoscimento della malattia per cause di servizio per quanto riguarda i militari presenti o in territori di guerra o all'interno di poligoni di tiro. L'emendamento riguarda infatti anche i civili che vivono nelle aree adiacenti o interne ai poligoni di tiro". Sull'uranio impoverito ha lavorato per alcuni anni la commissione Mandelli. I risultati non hanno evidenziato correlazione tra l'incidenza di forme tumorali e di altre patologie con l'elemento radioattivo. La letteratura scientifica è discorde sulle conseguenze del suo impiego, ma nella guerra del Golfo, moltissimi dei soldati malati (circa il 60%) avevano grandi quantità di uranio impoverito all'interno del corpo. E molti dei nostri militari in Bosnia e Kosovo hanno operato in aree in cui gli aerei partiti da Aviano hanno fatto piovere di tutto sui Balcani. Carmine è di Potenza. Aveva 20 anni quando è andato in Bosnia con la missione Ifor. Da tre anni non sa nulla della sua richiesta di riconoscimento per la causa di servizio per malattia. Era nella brigata Garibaldi, undicesimo reggimento artiglieri Teramo, e si trovava a Serajevo. "Viaggiavamo in condizioni di esposizione totale ai rischi connessi all'utilizzo di armamenti con uranio impoverito - racconta a PeaceReporter -. Non solo, ma la protezione individuale era scarsissima. Non avevamo maschere antigas nell'equipaggiamento, e il giubbotto antiproiettile era 'anti' per modo di dire, oltre alle precarie condizioni igieniche delle località in cui ci trovavamo. Il camion, l'Acm, era coperto solo da un telo, mentre percorreva le strade dei cecchini". La missione di Carmine è durata oltre 100 giorni, al termine dei quali, la malattia. "Un mese prima di congedarmi sono rientrato a casa e hanno cominciato a venirmi i primi sintomi che poi sono sfociati in disfunzioni epatiche che hanno reso necessari due ricoveri in dieci giorni". La malattia di Carmine è una patologia cosiddetta demielinizzante (la mielina è una sostanza che ricopre i nervi consentendo la trasmissione di impulsi nervosi, ndr), praticamente una sclerosi multipla. "Sono tutt'ora in cura con interferone. La malattia sembra essersi stabilizzata, ma ovviamente mi accompagnerà per sempre. Ciò che mi fa rabbia è che io ho dato la mia gioventù allo Stato, e in cambio ho ricevuto indifferenza. Sono invalido al 75 per cento, ma attendo il riconoscimento della causa di servizio. Per farlo devo sottopormi a una visita all'ospedale militare del Celio a Roma. Le carte sono in mano al mio legale, con tutti i certificati che testimoniano che sono stato esposto a particelle inquinanti, come l'uranio e altre sostanze presenti negli armamenti. A Sarajevo hanno sparato un po' di tutto, e noi eravamo lungo la linea del fronte, a stretto contatto con i bossoli esplosi e i residuati bellici. Facevamo sei ore di guardia e quattro di riposo. Le condizioni igieniche erano assai precarie: per lavarci e ripulirci solo una doccia veloce. Toccavamo tutto con le mani nude. Le maschere antigas erano scadute, perciò era inutile metterle. Guardavo gli americani e invidiavo il loro equipaggiamento, i nostri carri armati che, rispetto ai loro, avevano solo la torretta corazzata. Io penso che non sia giusto mandare allo sbaraglio dei giovani così, come faceva Mussolini, armatevi e partite, o come ai tempi della campagna di Russia, con gli scarponi di cartone. Io, come altri, dal mio Paese mi sono sentito completamente abbandonato". 10 gennaio 2007 13:35
Black-out 2003 - L'Enel deve risarcire i danni arrecati agli utenti
Altalex, 3 gen. 2007 - Nell'ambito di un rapporto contrattuale scaturente da un negozio di somministrazione di energia elettrica, incombe sull'ente erogatore, convenuto per il risarcimento del danno, l'onere di provare che l'interruzione della erogazione energetica lamentata dal somministrato sia dipesa da una delle cause di giustificazione prevista nella specifica clausola di esonero espressamente sottoscritta dall'utente all'atto della stipula del negozio. Lo ha stabilito il Giudice di Pace di Pozzuoli, con la sentenza n. 6572 del 28 dicembre 2006, decidendo sulla richiesta di risarcimento dei danni presentata da un utente contro l'Enel per il black-out energetico. Secondo il Giudice la sospensione della somministrazione di energia elettrica verificatasi la notte tra il 27 e 28 settembre 2003 configura inadempimento contrattuale ex art. 1218 c.c. a carico dell'Enel Distribuzione Spa e, pertanto, si devono ritenere effettivamente sussistenti e conseguentemente risarcibili, a cura dell'ente medesimo, i danni lamentati e provati dall'utente, ricorrendo anche a valutazione equitativa. In caso di interruzione di somministrazione di energia elettrica da parte dell'Enel Distribuzione, all'utente compete il c.d. ''rimborso forfettario'' previsto dalla ''Carta del Servizio Elettrico'' e dalle ''Delibere dell'Autorità dell'Energia'' nn. 202/99 e 220/02, mentre non compete, invece, il risarcimento del danno esistenziale per il disagio causato dal disservizio. La funzione riparatoria, infatti, si ha soltanto nei casi in cui si verta in tema di diritti costituzionalmente garantiti o in presenza di beni che ricevano una specifica protezione costituzionale. Il danno esistenziale si riferisce a ''sconvolgimenti'' delle abitudini di vita e delle relazioni interpersonali provocate da fatto illecito e si traduce in ''cambiamenti peggiorativi permanenti, anche se non sempre definitivi'' delle stesse e, va provato nei suoi stessi presupposti. E' possibile analizzare la sentenza n. 6572 del 28/12/06 nella sezione commenti di questo post. 08 gennaio 2007 18:30
Disabile sventa un borseggio sull'autobus - Viene insultato e malmenato, nell'indifferenza generale
Riporto lo sconcertante articolo apparso oggi su E Polis Milano. È stato l'unico ad alzare la voce e per questo ha pagato. L'unico ad avere il coraggio di parlare per smascherare i ladri che stavano per mettere a segno un borseggio ai danni di un'anziana su un bus della linea 40 stracolmo, all'altezza di corso Vittorio Emanuele a Roma. Il suo gesto, passato nella totale indifferenza degli altri passeggeri del pullman, l'ha pagato con gli insulti e le botte. La sera della Befana un ragazzo down ha sventato il borseggio di un'anziana. E' stato istintivo per lui, ma non per gli altri occupanti il bus. Anzi, gli altri passeggeri, quelli in teoria con maggiori capacità di reazione di lui - giovani e anziani, casalinghe e impiegati, turisti e studenti - sono stati zitti e fermi. Tanto fermi che non hanno accennato una reazione neanche quando uno dei tre ladri, o meglio dei tre balordi, gli ha sferrato un pugno in faccia dandogli dello «sporco down, fatti gli affari tuoi». Per gli altri, naturalmente, non è stato necessario nessun avvertimento: ci avevano pensato da soli, abbassando la testa. Deve essere stata quell'indifferenza, quel gelo, a far precipitare uno di loro dall'autista, Marco Cappeddu, un giornalista impiegato al ministero delle politiche agricole: «Blocchi subito le porte, ci sono degli scippatori a bordo. Hanno aggredito pure un ragazzo down che voleva bloccarli». Il testimone aveva fatto i suoi conti: se l'autista blocca le porte, arrivano i carabinieri e arrestano i tre balordi. L'autista, avvezzo a scippi e borseggi, avrà fatto le sue contro deduzioni: se blocco le porte, qui succede il finimondo. Così ha dato la sua risposta. Senza appello: «Non posso. Rischio la denuncia per interruzione di pubblico servizio». E il bus è filato fino alla fermata successiva, dove i tre ladri sono scesi, maledicendo quel ragazzo down che non si era fatto gli affari suoi. «La vettura era la 224 della linea 40 - racconta Cappeddu - Partita dalla Stazione Termini, si muoveva in direzione del centro storico. Giunti in corso Vittorio Emanuele, un ragazzo disabile sui trent'anni con un evidente ritardo mentale ma lucido, ha cominciato a gridare indicando un borseggiatore straniero, forse di etnia nordafricana, con le mani nella borsa di un'anziana seduta vicina a lui. Pronta la reazione del ladro: gli ha dato un pugno in faccia e lo ha insultato gridandogli «sporco down, malato di mente». «Sono sconcertato - ha detto - Nessuno dei passeggeri è intervenuto. Anzi, uno degli occupanti dell'autobus mi ha detto in malo modo di farmi gli affari miei». Erano le 9 di sera, ormai si era fatto buio. Alla fine, il giornalista è sceso dal bus con il ragazzo disabile, ancora scosso, e lo ha accompagnato a piazza Navona, dove doveva recarsi. Il giovane ha detto di chiamarsi Gianluca, di essere invalido al 100% e di essere figlio di un carabiniere. 08 gennaio 2007 13:15
Halabja: tra rabbia e dolore
La strada per Halabja è una stretta striscia di asfalto che corre in piano, dritta verso la catena di altre montagne rocciose, con le cime innevate, al di là delle quali comincia l'Iran. Attraversa ampie distese di verde, interrotte a tratti dall'oro delle foglie delle coltivazioni di melograni. Un paesaggio affascinante ma che nasconde dentro di sé l'insidia delle mine. Così come pare nascondere nella memoria l'orrore che lo ebbe come teatro. E' in questa area che il 16 marzo 1988 gli aeroplani di Saddam Hussein sganciarono i gas venefici che in poche ore sterminarono migliaia di curdi, uomini, donne, bambini colpevoli solo di vivere qui. Nella sola città di Halabja quel giorno morirono in cinquemila. Prima di raggiungerla attraversiamo diversi piccoli centri, le solite case basse e grigie lungo la via si aprono in una serie di botteghe e laboratori artigianali che sembrano buchi scuri. Si infittiscono i posti di blocco militari. Pietre in mezzo alla strada e soldati armati in tuta mimetica. Sono più tesi, più nervosi di altri che abbiamo incontrato prima. In questa zona è forte ed attivo il gruppo fondamentalista curdo-sunnita Ansar Al Islam che si oppone in armi al governo di Talebani e alla occupazione americana, è una delle formazioni più determinate e combattive nell'arcipelago di sigle resistenziali irachene. E' proprio alle porte di Halabja che si innalza il memoriale dell'eccidio del 1988. Eretto dal governo regionale curdo nel 2000, con Saddam ancora saldamente al potere. E' una struttura fatta di alte traversine metalliche che partendo da un ampio atrio si richiudono in alto, come tante dita che racchiudono un globo dorato. Tutta la base del monumento è annerita dal fumo, il fuoco ha bruciato i rivestimenti dei condizionatori che erano nell'atrio e brandelli di plastica fusa pendono dalle pareti come stalattiti, più in basso, protetti da lastre di cristallo che si sono frantumate, erano scritti in caratteri arabi di colore bianco i nomi dei cinquemila caduti, le fiamme ne hanno cancellati molti. Fuori, tutto intorno, gli scheletri di ferro contorto dei sedili bruciati che sarebbero dovuti servire per la cerimonia di commemorazione che doveva tenersi il 16 marzo scorso.
''Invece quel giorno c'è stata una grande manifestazione popolare - ci racconta uno dei soldati di guardia alle macerie del monumento - sembrava svolgersi pacificamente, la gente chiedeva scuole, strade, ospedali, servizi per questa città che manca di tutto. Poi improvvisamente si è trasformata in una rivolta violenta, gruppi di scalmanati hanno raggiunto il memoriale ed hanno appiccato il fuoco. Alcuni sostengono che in mezzo alla folla si celassero agenti provocatori iraniani. Ma certo la rabbia della gente è tanta. Halabja dovrebbe rappresentare il simbolo del popolo curdo ed invece affonda nella miseria''. Pare davvero affondare il centro della città, nel fango, nelle fogne a cielo aperto, nell'immondizia che si accumula ai lati della strada principale malamente cementata e nei vicoli sterrati. Tra le case basse e accatastate l'una ridosso all'altra svettano solo i minareti dipinti di bianco e verde della moschea. Sotto, un traffico di carretti, trattori, furgoni scassati, si mischia e si fonde con una folla di persone -Halabja conta cinquantaquattromila abitanti- affaccendate in compere e trattative ai mille banchetti di venditori di povere merci, stracci, pezzi di ricambio, frutta, tra la quale spicca il rosso intenso dei melograni. La calca del venerdì, giorno di festa per i musulmani, si apre a tratti per evitare le buche melmose più grandi per poi riassemblarsi fitta come un banco di pesci. Un anziano con il suo bel turbante sul capo non vuole parlare - Ho già detto tutto troppe volte, nessuno ci ascolta, basta - ma poi è un fiume inarrestabile di parole e intorno a lui si forma un capannello di teste che assentono, di occhi che incitano. ''Vivo qui da quando ero bambino - continua l'anziano - ho vissuto gli orrori di tutte le guerre, quella con l'Iran, i gas di Saddam contro di noi, gli scontri tra Pdk e Ansar Al Islam e quella degli americani che ha fatto cadere il regime. Ora dovrebbe esserci la pace. Ma una pace che non ci porta niente è una pace che non si vede. Questa sarebbe la pace?'' Fa un gesto ampio con il braccio ad indicare quello che lo circonda. Il gesto del vecchio chiude il discorso, così come si chiudono le espressioni di chi gli stava intorno in una ostilità che sa di malinconia. Il capannello si scioglie ed anche il turbante del vecchio torna a confondersi tra i tanti che appaiono tra la folla, mentre si allontana.
Fonte: www.peacereporter.net 07 gennaio 2007 18:21
Prima il profitto, poi la vita / 2La compagnia farmaceutica Novartis ha fatto causa al Governo Indiano perché permette la produzione di farmaci generici dai costi contenuti. Se vincerà, milioni di persone in tutto il mondo potrebbero perdere l'unica fonte di medicinali a prezzi accessibili.
L'India produce farmaci di importanza vitale per i Paesi in Via di Sviluppo. Più della metà dei medicinali utilizzati per curare l'Aids nei Paesi più poveri sono prodotti in India. Anche Medici Senza Frontiere usa i farmaci indiani per trattare l'80% dei suoi 80mila pazienti sieropositivi.
IL DIRITTO ALLA VITA VIENE PRIMA DEL DIRITTO A FARE PROFITTI. CHIEDI A NOVARTIS DI RINUNCIARE ALL'AZIONE GIUDIZIARIA CONTRO IL GOVERNO INDIANO.
Nessuna compagnia farmaceutica dovrebbe ostacolare l'accesso alle cure per i malati.
07 gennaio 2007 11:57
7 gennaio 1797 / 7 gennaio 2007 - 210 anni di vita del Tricolore
"In nome di Sua Altezza Reale Francesco IV - Duca di Modena, Reggio, Mirandola, Massa Carrara, ecc. Ardducad'Austria, Principe reale d'Ungheria e Boemia - il tribunale Statutario di Modena, con sentenza del 13/6/1831 condanna a tre anni di reclusione, da scontarsi in un forte, la contessa Rosa Testi Rangoni, rea di aver cucito una bandiera tricolore per ordine del capo dei ribelli (Ciro Menotti), ma il duca Francesco IV (quanto mai lunganime!) concede la grazia: la pena venga scontata, anziché in un forte, in un monastero delle mantellate". Credo che un po' di storia della nostra Bandiera non faccia male ed è bene che si faccia un ripasso in occasione del 7 gennaio 2007, duecentodecimo anno di vita del nostro Tricolore. Ricordiamo innanzitutto che la bandiera, è l'unità di tutti gli Italiani, anche di quelli che risiedono all'estero, senza discriminazioni politiche, sociali e di classe, ed è il frutto e l'insieme di eroismi, di sacrifici, di fede, di coraggio, di dovere nella buona e nell'avversa sorte. Il tricolóre nacque a Milano il 9 Ottobre 1796 come simbolo militare con l'arrivo dei Francesi in Lombardia, e Napoleóne Bonaparte ne approvò l'adozione da parte delle legioni lombarde e italiane; fu in quell'occasione che i milanesi aggiunsero il verde ai colori civili (bianco e rosso) della divisa della milizia urbana. Nel 1797 apparve la prima "Coccarda" tricolore - detta Italiana. La proclamazione a vessillo della Repubblica Cispadana avvenne il 7 gennaio 1797 al Congresso di Reggio Emilia, quando nel palazzo civico i rappresentanti di Reggio, Bologna, Modena e Ferrara fondarono !a Repubblica Cispadana e fu, come disse il Carducci, "il natale della Patria". In tale occasione il Congresso con atto ben più memorando deliberò: "Che si inalzassero gli stemmi della Repubblica e che fosse universale lo stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori Verde, Bianco e Rosso con Turcasso". Il Turcasso (faretra, contenitore per frecce) Cispadano era sempl ice, conteneva solo quattro frecce, quante le città della Cispadania, ed era impiantato sul bianco, da dove in seguito fu sbalzato dallo scudo dei Savoia. Dopo la caduta di Napoleone il tricolore ricomparve sia pur fugacemente nei vari moti risorgimentali, ovunque assunto a simbolo di italianità. Il re Carlo Alberto ritenne opportuno, varcando il Ticino, di adottare la bandiera tricolore invece dei tradizionali colori di casa Savoia (azzurro e rosso) includendo lo scudo sabaudo, mentre sulle bandiere di battaglia aggiunse la corona reale. Nel 1848 avvenne la consacrazione ufficiale del tricolore come simbolo nazionale. Con l'avvento della Repubblica nel 1946, venne tolto lo scudo sabaudo e rimase solamente il Verde, il Bianco ed il Rosso. (Art. 12 della Costituzione Italiana).
Scritto dal Cav. Uff. Luciano Rimoldi
05 gennaio 2007 20:24
Cecenia: quei bambini sono stati avvelenati, ma le autorità insabbiano
Un anno fa Anna Politkovskaja iniziò a indagare su alcuni casi di intossicazione di massa di bambini ceceni, causati da una sostanza sconosciuta, verificatisi a partire dall'autunno del 2005 prevalentemente nelle scuole della provincia di Sëlkovskaja in Cecenia. Allora fu stilata anche una diagnosi ufficiale: ''sindrome pseudoasmatica di natura psicogena''. E' passato un anno, tuttavia lo stato di salute dei bambini malati non è migliorato. Inoltre nel settembre 2006 in due villaggi della provincia di Sëlkovskaja in Cecenia - Kobi e Staroscedrinskaja - sono stati riscontrati nuovi focolai della malattie, che hanno colpito bambini e adulti che in precedenza non si erano ammalati. La Novaja Gazeta continua a indagare sulle cause di questa strana malattia. Le intossicazioni di massa si sono verificate nei villaggi di Kobi, Grebenskaja, Starogladovskaja, Staroscedrinskaja, Sëlkovskaja, Selkozavodskaja. Si tratta della parte pianeggiante della Cecenia. Nella carta geografica si può notare che tutti questi villaggi si trovano uno dopo l'altro proprio sulla strada da Grozny alla città daghestana di Kizljar. Nella provincia di Sëlkovskaja vivono persone che non sono state toccate duramente dalla guerra quanto gli abitanti di Groznyj e delle province montane. Qui la guerra vera e propria neanche ''è stata vista''. E' importante considerare ciò, in quanto la diagnosi ufficiale fornita ai bambini collegava la loro malattia alle ''conseguenze della guerra''.
Le autorità ufficiali della Cecenia ritengono la provincia di Sëlkovskaja fortunata dal punto di visto ecologico ed epidemiologico. La radioattività di fondo misurata nella provincia lo scorso autunno andava dai 5 ai 17 microRoentgen, cioè meno di quella media della Russia.
Quando nel settembre 2005 a Staroscedrinskaja ci fu il primo caso di intossicazione, i dottori stilarono la diagnosi ''intossicazione da ossido di carbonio''. Questa diagnosi venne stilata poiché le analisi effettuate sui bambini mostravano un aumento del livello di carbossiemoglobina nel sangue che di solito si registra nei casi di intossicazione da ossido di carbonio (ricordiamo che un aumento di carbossiemoglobina era stato rilevato anche nel sangue del primo ministro georgiano Zurab Zvanija, morto in strane circostanze nel febbraio del 2005). Nel sangue di una delle bambine malate, Seda Samilovaja, è stato trovato il 18% circa di questa sostanza, e nel sangue di Aglarchanovaja Zareta, di dieci anni, il 29%, quando una percentuale superiore al 20% è mortale.
Ai bambini che hanno cominciato ad arrivare negli ospedali locali dall'ottobre 2005 è stata stilata la diagnosi di ''intossicazione di eziologia non chiara''.
Questa diagnosi ha resistito fin dopo il 20 di dicembre 2005, quando è stata sostituita con la diagnosi legata a disturbi psichici. Il tutto è successo in questo modo.
Il 16 dicembre 2005 in Cecenia furono creati una commissione governativa e un centro operativo per la localizzazione e l'eliminazione delle conseguenze dell'epidemia. Il giorno seguente la commissione si è diretta nei villaggi colpiti. Dopo alcuni giorni alla commissione arriva la relazione del capitano del servizio medico S. Efimov, medico specialista del laboratorio mobile n° 1309, che per la prima volta definisce ufficialmente i casi come ''intossicazione'', ne stabilisce l'origine - l'edificio scolastico di Starogladovskaja - e raccomanda di eseguire una perizia tossicologica sui malati per individuare il tipo di sostanza che ha causato l'intossicazione. Dopo alcuni giorni questo documento di Efimov scompare dalle carte della commissione. Il 22 dicembre il tossicologo capo della Repubblica Cecena, lo psichiatra Musa Dal'saev, comunica la diagnosi: non vi è alcuna intossicazione, si tratta di ''sindrome pseudoasmatica di natura psicogena'', i bambini stanno simulando e si copiano la malattia gli uni con gli altri. E l'équipe di specialisti dell'Istituto di psichiatria legale ''Serbskij'' ha stilato la propria diagnosi - ''psicosi di massa''.
Ma il giorno seguente, il 23 dicembre, si rende noto che nel sangue dei bambini malati è stato trovato dell'etilenglicolo. È stato trovato da specialisti dell'ufficio daghestano di perizie medico-legali. Ciononostante, i funzionari sono inflessibili e già il 27 dicembre la commissione governativa cecena indirizza al presidente A. Alchanov un documento che esclude definitivamente un'intossicazione chimica e stabilisce la diagnosi finale: ''Disturbi dissociativi (di conversione), disturbi dissociativi del movimento e della percezione, disturbi dissociativi motori, spasmi dissociativi dovuti alla persistente situazione di emergenza che si è venuta a creare nel territorio della Repubblica Cecena e che influisce sulle condizioni di salute sia fisiche che psichiche della popolazione''.
Dopo la comparsa di questo documento, sono iniziate a succedere cose strane: si sono iniziate a stilare per tutti i bambini diagnosi ''psichiche'', sono state prelevate le cartelle mediche dei bambini che erano stati all'ospedale di Sëlkovskaja, si è cominciato a inviare i bambini presso istituti medici specializzati per la cura di problemi psichici, dove le cure svolte non davano alcun risultato.
Quando i genitori hanno cercato di ottenere le cartelle cliniche dei propri figli, si è scoperto che questi certificati medici erano tutti uguali, come scritti a carta carbone: tutto combaciava, addirittura i parametri delle analisi del sangue e delle urine. Le cartelle dei bambini erano di solito scritte al femminile - i medici si erano addirittura stancati di correggere le desinenze femminili dei verbi. I tentativi di curare i bambini, il mandarli negli istituti psichiatrici non dava alcuno risultato - e tutto questo a causa di una diagnosi scorretta.
Nel marzo del 2006 grazie al sostengo e all'iniziativa di organizzazioni non statali, ma sociali, ''Memorial'' e ''Fondo per le vittime del terrore'' è stata mandata a Mosca per essere esaminata e curata la bambina che era nelle peggiori condizioni - una dodicenne di Sëlkovskaja. A dire il vero, a fatica si è riusciti a convincere l'amministrazione della clinica moscovita ad accogliere la bambina, sebbene i bambini ceceni fossero stati curati sempre e volentieri in quest'ospedale. Ma questa volta, sapendo che la bambina veniva proprio dalla provincia di Sëlkovskaja, ci è voluto molto tempo per convincere i medici ad occuparsi di una bambina gravemente malata. Come si è saputo in seguito, le preoccupazioni dei medici non erano infondate. All'ospedale moscovita sono iniziate a giungere strane telefonate: persone non note tentavano di capire se si fossero trovate nel sangue della bambina sostanze tossiche. I medici di Mosca non hanno quindi potuto scostarsi dalla diagnosi ufficiale: ''disturbo dissociativo di conversione''.
Nel novembre 2006, 72 bambini malati sono stati mandati in riabilitazione presso la casa di cura ''Nart'' di Nalcik (Kabardino- Balkarija). Di nuovo senza nessuna documentazione medica. Ai medici è toccato ricominciare letteralmente da zero. Durante una della giornate di permanenza presso la casa di cura, quasi nella stesso momento cinquanta bambini hanno avuto un attacco: sono svenuti e hanno iniziato a respirare con affanno. ''Ci siamo molto spaventati - ha affermato uno dei medici curanti della casa di cura - Abbiamo chiamato il pronto intervento, sono arrivati medici e hanno iniziato a piangere, non sapevano cosa fare per i bambini, non avevano mai visto nulla di simile. A uno dei ragazzi più gravi hanno fatto il relanium, ma non ha portato nessuno risultato, ha solamente acuito l'attacco''. In virtù dell'organicità dei farmaci stanziati per i bambini in arrivo nella casa di cura, non sono state fatte le analisi su tutti, ma solo sui cinquanta bambini più gravi. Ed ecco che cosa si è manifestato in gran parte degli esaminati: ''Secondo i risultati degli esami, è in atto una intossicazione cronica dell'organismo con lesione prevalente del tratto gastrointestinale e del fegato (colecisti cronica, epatite tossica, variazioni diffuse alle pareti del fegato). Variazioni nell'encefalo causate dall'aumentato contenuto di ormoni nell'organismo (dofarmina, serotonina, catecolamina, noradrenalina...)'' E anche: ''I bambini hanno bisogno di analisi tossicologiche del sangue...''.
E' stato detto a uno di questi medici, i primi a diagnosticare nei bambini l'ntossicazione dell'organismo, che tutte le diagnosi precedenti avevano parlato solamente di malattie psichiche.
''È una sciocchezza! - ha risposto il medico - Da noi vengono ogni mese molti bambini ceceni, e ognuno di loro è normale. Mentre questi sono tutti intossicati! La cosa più probabile è che la condizione dei bambini sia da collegare con quella strana ''intossicazione'' che è avvenuta lo scorso anno. Ma non posso ancora affermare una cosa del genere, bisogna andare avanti con le indagini.
La Novaya Gazeta ha chiesto un parere a Emmanuil Lvovic Gusanskij, un dottorato in medicina, medico psichiatra con la qualifica superiore, 50 anni di servizio, consulente psichiatra dell'ufficio indipendente di perizie ''Versija''.
''Sono assolutamente convinto che l'epidemia dei bambini ceceni dell'autunno- inverno 2005 non è da collegare a una reazione psicogena allo stress, ma risulta essere la manifestazione di una reazione dei vasi encefalici a un attacco di sostanze sconosciute (tossine, veleno). Il carattere a lunga durata della malattia per gran parte dei bambini, la lesione tossica del fegato, l'elevata presenza di ormoni che regolano le attività del sistema nervoso (dofarmina, serotonina, catecolamina) in una parte dei bambini (secondo i dati dei medici della casa di cura di Nalcik), i disturbi endocrini, la dilatazione e l'asimmetria dei vasi encefalici stando ai risultati della risonanza magnetica del tomografo al cervello, i fenomeni di disorganizzazione bio-elettrici delle attività negli elettrocardiogrammi: tutto ciò conferma la tesi della lesione tossica dell'organismo nei bambini malati. Quello che ha detto l'istituto di psichiatria legale Serbskij sul carattere psichico dell'epidemia dei bambini in Cecenia si presenta come un tentativo di nascondere all'opinione pubblica i dati di fatto e rifiutare un'accurata indagine clinica e tossicologica sui bambini malati. Testimonia questo anche il rifiuto di una discussione trasparente con degli specialisti sui risultati delle indagini portate avanti dalla commissione governativa in Cecenia, e sul materiale di fatti criminali sull'intossicazione.
Nel gennaio 2006, il professor Leonid Rosal', membro della Duma, medico pediatra, ha dichiarato che la versione della malattia psicogena dei bambini in Cecenia, a suo avviso, è infondata, e ha promesso di prendere provvedimenti per la costituzione di una commissione internazionale con la partecipazione di tossicologi per poter studiare le cause della malattia, la manifestazione di possibili agenti tossici e per elaborare una strategia di ispezione e cura per i bambini. Per ragioni incomprensibili tutto ciò non è stato fatto. Si pensa che tutti questi bambini che si sono ammalati nel dicembre 2005 abbiano bisogno di accurati esami clinici, tossicologici e, se necessario, genetici. I risultati di tali esami devono poi venir fatti conoscere ai loro genitori e, con il loro permesso, divenire accessibili per l'analisi da parte delle organizzazioni mediche e di quelle per la difesa dei diritti umani''.
Fonte: www.peacereporter.net 04 gennaio 2007 18:32
Qualche buona notizia ed un impegno per il 2007: non dimenticareBuone nuove: grazie al contributo di italiani intelligenti, possiamo forse togliere il punto di domanda dal post Welby personaggio dell'anno (?). Stando ai dati degli ultimi giorni, infatti, i risultati del sondaggio promosso dal Corriere della sera [http://www.corriere.it/appsSondaggi/pages/corriere/d_418.jsp] si sono totalmente ribaltati! Welby è ora in prima posizione con il 29,2%, seguono Benedetto XVI (26%) e, solo terza (!), la nazionale italiana di calcio (25,2%).
Un'altra buona notizia, che vuole però essere un impegno per il 2007, è la pubblicazione del calendario degli eroi e dei martiri d'Italia, ideato da Beppe Grillo e liberamente stampabile a questo indirizzo: http://www.beppegrillo.it/calendario2007/ Il calendario vuole essere, come dicevo, un efficace strumento per non dimenticare i VERI santi italiani. Dall'introduzione al calendario: "L'Italia ha avuto i suoi santi laici. Ne sono morti a centinaia. Per proteggere lo Stato, la libertà di stampa, i nostri diritti, la vita dei cittadini. Ho pensato a un calendario per ricordarli. Per ringraziarli. Senza di loro il nostro Paese sarebbe lo zerbino dei potentati economici, delle mafie, della P2, degli estremisti. Può essere che lo sia comunque. Ma, in questo caso, la loro morte serve a ricordarci che l'uomo nasce libero e non servo. Coraggioso e non vigliacco." E proprio per non dimenticare, pubblichiamo qui [vedi i commenti a questo post] la lista delle vittime innocenti di tutte le mafie, reperibile su http://www.ammazzatecitutti.org/. 04 gennaio 2007 14:47
Piano Nazionale Assegnazione quote CO2
Il Piano Nazionale di Assegnazione delle quote di CO2 non è coerente con gli obiettivi di riduzione del Protocollo di Kyoto. Lo affermano WWF, Greenpeace e Legambiente
WWF, Greenpeace e Legambiente rilevano che il piano predisposto per essere inoltrato alla Commissione europea presenta un tetto di 209 milioni di tonnellate (Mt), 15 in più rispetto a quello previsto dallo Schema del Piano Nazionale di Allocazione (PNA) predisposta dal solo Ministero dell'Ambiente nel luglio scorso. Gli ambientalisti auspicano un intervento della Commissione europea per riportare il tetto delle quote assegnate a livelli in linea con l'obiettivo di Kyoto, ovvero a 186 Mt.
Per arrivare all'obiettivo del - 6,5% delle emissioni previsto da Kyoto, infatti, l'Italia dovrebbe tagliare le proprie emissioni complessive di 97 Mt: considerando che i settori compresi nell'ETS rappresentano il 40% delle emissioni nazionali, appare del tutto insufficiente il taglio di sole 14 Mt del piano varato il 13 dicembre 2006 (circa il 14% delle emissioni). Non solo: grazie ad un'artificiosa sotto allocazione agli impianti cosiddetti in CIP6 (che cioè usufruiscono di finanziamenti in bolletta), il nuovo Piano di fatto determinerà un aumento delle emissioni del settore termoelettrico di quasi 10 Mt, il tutto per favorire investimenti verso il combustibile fossile che produce maggiori emissioni di anidride carbonica, il carbone. L'operazione sarà chiaramente a spese dei consumatori e senza alcun beneficio per il Paese che si troverà in una posizione indifendibile in Europa. Le quote non assegnate agli impianti CIP6 verranno destinate agli impianti termoelettrici convenzionali, che scaricheranno comunque il valore della quota d'emissione nelle bollette dei cittadini. Il consumatore italiano finirà così per pagare Kyoto, ingiustamente, due volte. E come se non bastasse il nuovo Piano Nazionale prevede un'allocazione di 12 milioni di tonnellate a titolo oneroso, ma a prezzi inferiori a quelli di mercato, riservate ai soli impianti a carbone. Non si tratta dunque di un asta competitiva tra tutti gli operatori interessati ad acquisire quote ma di un ulteriore privilegio per gli impianti a carbone. Il nuovo Piano non rispetta gli interessi dei consumatori italiani, ma anzi protegge quelli dell'industria elettrica. Rimane legittimo domandarsi se il governo è ancora intenzionato a raggiungere l'obbiettivo di Kyoto attraverso misure nazionali per l'80% come inequivocabilmente dichiarato nel programma elettorale. Fonte: http://www.wwf.it/ Vedi anche, su questo argomento, i sguenti post: Aggiornamento finanziamenti agli inceneritori ; Inceneritori e finanziaria ; Gli inceneritori? Li finanziamo noi con ogni bolletta Enel ! 02 gennaio 2007 18:23
Guerre nel mondo: bilancio ufficiale anno 2006
Il bilancio 2006 sulla situazione "guerre nel mondo" chiude anche quest'anno in attivo (per la guerra, s'intende), con ben 24 conflitti in corso (erano 26 nel bilancio 2005 = soltanto 2 in meno). Rispetto alla fine del 2005, non si combatte più in Nepal, Burundi, Waziristan e Balucistan, ma nuovi conflitti sono scoppiati in Libano e Repubblica Centrafricana. La maggioranza delle guerre in corso si concentrano come sempre in Africa (Somalia, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Nigeria, Ciad, Etiopia, Costa d'Avorio) e in Asia (Afghanistan, Kashmir, India, Sri Lanka, Myanmar, Thailandia e Filippine). Sempre in fiamme il mondo arabo (Iraq, Palestina, Libano e Algeria). Si combatte ancora anche in Europa (Cecenia e Turchia) e in America latina (Colombia e Haiti). Medio Oriente. Il 2006 è stato caratterizzato dalla guerra in Libano. Dopo il ritiro delle truppe israeliane nel 2000, il conflitto tra le milizie di Hezbollah e l'esercito di Tel Aviv ha di nuovo infiammato l'area. Da una parte, gli Stati Uniti e Israele accusano la Siria e l'Iran di aver utilizzato Hezbollah per i propri fini, dall'altra la guerra libanese ha fatto passare in secondo piano il dramma della popolazione palestinese. Un anno fa, in Palestina, si era fatta strada la speranza, con lo sgombero dei coloni dalla Striscia di Gaza, ma oggi la situazione è degenerata in una potenziale guerra civile tra Hamas e Fatah, in uno scenario bloccato dove i primi hanno vinto le elezioni, ma i secondi sono gli unici riconosciuti dalla comunità internazionale. La situazione in Iraq, dopo 4 anni, è drammatica: il 2006 ha segnato il massimo tributo di sangue dall'inizio della guerra. Il programma nucleare iraniano pare annunciarsi come l'argomento chiave del 2007, assieme alla frattura tra sunniti e sciiti che dall'Iraq s'irradia in tutto il mondo arabo e islamico. Asia. Il 2006 è stato per Afghanistan l'anno di guerra più intensa dalla cacciata dei talebani: il livello del conflitto è ormai paragonabile a quello iracheno e la Nato fa fatica a contrastare la resistenza talebana nel sud del paese. Nel vicino Waziristan pachistano, retrovia dei talebani, è invece finita la guerra tra questi e l'esercito di Musharraf, il quale ha cessato le ostilità anche con gli indipendentisti del Balucistan. Prosegue invece senza sosta la sanguinosa guerra per procura tra Pakistan e India per il controllo del Kashmir indiano. Sempre in India, sono ancora attive le guerriglie in Andra Pradesh e Assam. Sanguinosa recrudescenza, quest'anno, della guerra in Sri Lanka tra governo e Tigri tamil dopo la tregua post-tsunami. Mentre è tornata la pace in Nepal dopo dieci anni di guerra tra governo e ribelli maoisti. Continuano i conflitti nelle Filippine (guerriglia comunista al nord e islamica al sud), la guerra della giunta militare birmana contro la minoranza karen e la ribellione islamica nella Thailandia del sud. I test nucleari nordcoreani hanno innescato un'inquietante corsa al riarmo in Giappone, Taiwan e Cina. Africa. E' un bilancio in chiaroscuro quello dell'Africa nel 2006. Se il conflitto in Burundi è praticamente concluso e ci sono buone prospettive perché termini anche quello ugandese, si sono aggravate le crisi in Darfur (coinvolgendo anche i vicini Ciad e Repubblica Centrafricana) e in Somalia, dove la recente caduta delle Corti islamiche fa temere per una possibile rinascita delle milizie protagoniste della guerra civile. In Nigeria continuano gli attacchi dei gruppi ribelli del delta del Niger contro le installazioni petrolifere straniere, mentre in Costa d'Avorio la guerra civile vive ormai da quattro anni una situazione di stallo. Buone notizie arrivano dai processi di transizione in Liberia, che ha eletto il nuovo presidente, e in Angola e Sierra Leone, dove nel 2007 si dovrebbero tenere le prime elezioni del dopoguerra. Transizione che si è conclusa nella Repubblica Democratica del Congo con la rielezione a presidente di Joseph Kabila, nonostante nell'est del paese si registrino ancora sporadici scontri tra esercito e gruppi di dissidenti e miliziani. America Latina. Nel 2006 il vento del cambiamento ha soffiato sul continente: un ventaglio di governi di sinistra sono stati eletti (Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador) o confermati (Hugo Chavez in Venezuela e Luis Inacio Lula da Silva in Brasile) e timidi segnali arrivano anche dal Cile, dal gennaio scorso guidato da una socialista, Michelle Bachelet, che ha tante caratteristiche che rompono col Cile che fu. Solamente la Colombia sembra rimanere impassibile al cambiamento: da oltre 40 anni teatro di scontri fra guerriglia di sinistra e paramilitari di destra, ha visto il reazionario e filo-statunitense Alvaro Uribe riconfermato a pieni voti e intenzionato a vincere i nemici di sempre con il Plan Victoria, ossia guerra, guerra, guerra. Dura a morire è anche la tensione che piega Haiti, dove bande armate riconducibili al movimento Lavalas, tengono sotto scacco la popolazione. Momenti di guerra civile anche in Messico, governato da Felipe Calderon. Prima la capitale, tenuta sotto scacco dall'opposizione, e poi il dramma di Oaxaca, che ha visto per mesi manifestazioni represse nel sangue. Europa. In Spagna, dopo che l'Eta aveva dichiarato un ''cessate il fuoco permanente'', il governo di Josè Luis Zapatero aveva proposto di intraprendere un processo di pace con l'organizzazione terroristica, ma l'opposizione era contraria. Attendiamo ora sviluppi (quasi certamente negativi) dovuti al recente attentato. In Irlanda del Nord, la via verso il ripristino dell'autonomia della regione è arrivato a un passo dalla riapertura dell'Assemblea di Stormont. Nel marzo 2007 si terranno le elezioni per la sua nuova composizione. In Turchia, alcuni gruppi separatisti curdi hanno interrotto il cessate il fuoco per riprendere un'attività terroristica di bassa intensità.
In Kosovo, i negoziati sullo status della regione sono bloccati. La Serbia, che ha cambiato la Costituzione vincolando il Kosovo, dopo l'allontanamento del Montenegro, non può perderlo. Ma i kosovari albanesi vogliono l'indipendenza.
In Cecenia, nonostante l'uccisione del leader ribelle Basayev, la jihad anti-russa degli indipendentisti islamici non mostra segni di cedimento. Anzi, si è ormai stabilmente estesa alle vicine repubbliche russe del Daghestan e dell'Inguscezia.
Fonte: www.peacereporter.net
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