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La sentenza sul 'Lodo Alfano' spiegata ai non giuristi

È ormai trascorso un mese da quando la Corte costituzionale, il 7 ottobre, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 1 della legge 23 luglio 2008, n. 134 (Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato) più conosciuta come “Lodo Alfano”. Un mese, nell’arco del quale cittadini, giornalisti, blogger, politici ed opinionisti di ogni sorta hanno avuto modo di parlare, raccontare, analizzare, esaltare, criticare la decisione della Consulta.
Alquanto singolare, tuttavia, è il fatto che questa attività si sia per lo più concentrata nell’arco delle prime due settimane; se è vero infatti, da un lato, che la decisione della Consulta ha avuto una rilevanza notevole nel panorama politico italiano, e come tale meritava tutta l’attenzione dei media, è altrettanto vero, dall’altro, che le “motivazioni” della decisione della Corte (e quindi la vera e propria sentenza, n. 262/2009) sono state depositate in Cancelleria solamente il 19 ottobre scorso, ovverosia poco più di due settimane fa. Ci sarebbe insomma da chiedersi come mai tutti si siano lanciati in grandi discorsi (di critica o di elogio, a seconda dei casi) quando di tutto il ragionamento operato dalla Corte si sapeva soltanto che il “Lodo Alfano” era incostituzionale, e che tale illegittimità era dovuta ad un contrasto con gli articoli 3 (principio di uguaglianza) e 138 (procedimento per la revisione della Costituzione e per l’approvazione di leggi costituzionali).

Per quale motivo non appena è stata depositata la sentenza è calato il silenzio?

La risposta va purtroppo ricercata in due fattori: il primo, la incapacità dei media di compiere una seria lettura delle sentenze (di qualunque Corte o Tribunale esse siano) e riportarne i contenuti ai cittadini; il secondo, la crescente indifferenza degli Italiani verso quei valori di cui la Carta costituzionale è portatrice, accompagnata alla incapacità di valutare quegli stessi valori a prescindere dall’ideologia politica.
Va infatti rilevato come il popolo italiano sia abituato a vivere la politica, e tutto ciò che ad essa è direttamente o indirettamente connesso, quale una partita di calcio: tutta la questione relativa al “Lodo Alfano” è stata interpretata quale fosse un importante derby, e la stessa decisione della Consulta quale un gol decisivo messo a segno dalla squadra dell’opposizione, per cui gioire se si tifa o si fa parte di questa squadra, o dannarsi (o meglio ancora dannare l’arbitro… ovviamente “toga rossa”, e quindi venduto) se si tifa o si fa parte della squadra di governo. Eppure né il Palazzo della Consulta è un campo da gioco, né la decisione della Corte può essere accostata ad un mero risultato sportivo o politico.

Ciò che purtroppo molti italiani non hanno compreso, in tutta questa vicenda, è che se davvero una partita si è “giocata”, questa non ha avuto come antagoniste due fazioni politiche, bensì ha visto schierati da un lato (consapevole o meno) il popolo italiano tutto, la Costituzione ed i principi su cui questa si fonda, e dall’altro un ristretto gruppo di persone, convinte di poter abusare dei poteri che quello stesso popolo e quella stessa Carta hanno loro attribuito.
Un simile evento non può essere semplicisticamente considerato alla pari di una partita di calcio, o di una battaglia puramente politica, e come tale non può essere liquidato con analisi superficiali attinenti le sole conseguenze politiche del caso, o con inconsistenti critiche circa la imparzialità “dell’arbitro”.
Ecco allora che vi è un preciso dovere civico di noi tutti di andare oltre il semplice dispositivo della sentenza, e leggere quindi – e capire – le ragioni con cui la Corte è arrivata dire che il “Lodo Alfano” è incostituzionale.

Scopo di questo articolo è dunque quello di accompagnare quanti vorranno nella lettura dei punti principali della sentenza n. 262/2009, anche al fine di fornire maggiore coscienza circa quanto contenuto nella nostra Costituzione, e consentire così anche al lettore medio (non giurista) di effettuare autonomamente un, seppur minimo, controllo circa eventuali future scelte del legislatore in materia.
Si badi che il testo della norma censurata, ovverosia il c.d. “Lodo Alfano”, non viene qui riportato in quanto facilmente reperibile in rete, nonché leggibile all’interno della sentenza stessa.

Detto ciò, possiamo ora intraprendere la lettura della sentenza n. 262/2009, e lo facciamo con ordine, partendo dalla prima questione affrontata dalla Corte: la presunta violazione dell’art. 136 della Costituzione.
Tale articolo afferma che “quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”.
Ciò che la Corte, in sostanza, si chiede, è se il legislatore abbia di fatto creato una norma (il “Lodo Alfano”) che è incostituzionale in partenza in quanto identica ad una precedente norma che è già stata espressamente dichiarata incostituzionale. I più, infatti, saranno certamente a conoscenza del fatto che l’attuale Presidente del Consiglio, on. Silvio Berlusconi, già nel 2003 aveva tentato di sospendere i processi che lo vedevano imputato attraverso quello che era stato denominato “Lodo Schifani” (l. 20 giugno 2003, n. 140, concernente “Disposizioni per l'attuazione dell'articolo 68 della Costituzione nonché in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato”), poi dichiarato incostituzionale con sentenza n. 24/2004.
La risposta che fornisce la Corte su questo punto è molto chiara: “perché vi sia violazione del giudicato costituzionale è necessario che una norma ripristini o preservi l'efficacia di una norma già dichiarata incostituzionale. Nel caso di specie, il legislatore ha introdotto una disposizione che non riproduce un'altra disposizione dichiarata incostituzionale, né fa a quest'ultima rinvio. La disposizione presenta, invece, significative novità normative”.
Il legislatore, infatti, non è un completo sprovveduto, e di fronte alla bocciatura del “Lodo Schifani” si è basato sulla citata sentenza n. 24/2004 per creare un nuovo “Lodo”, compiendo quindi diverse correzioni rispetto al precedente.

Posto quindi che ci troviamo di fronte ad una norma diversa rispetto al precedente “Lodo”, va ora capito se le correzioni apportate sono tali da poter dire che la nuova norma sia costituzionalmente legittima; ed infatti, l’argomento immediatamente successivo di cui si occupa la Corte concerne la idoneità o meno della legge ordinaria, a disporre la sospensione del processo penale instaurato nei confronti delle alte cariche dello Stato. Va infatti precisato che il legislatore, avendo a disposizione due strumenti, la legge ordinaria e la legge costituzionale, ha optato per la prima: la Consulta si chiede allora se tale alternativa fosse effettivamente esistente, o se invece il legislatore avrebbe necessariamente dovuto disciplinare la materia attraverso una legge costituzionale.

La differenza tra le due tipologie di legge, che potrebbe apparire al lettore come puramente terminologica, risulta invece molto concreta se si considerano le differenti maggioranze necessarie per approvare una legge ordinaria (di cui agli artt. 70 ss. Cost.) ed una legge costituzionale (di cui all’art. 138 Cost.), oltre al fatto che una legge costituzionale si colloca nella medesima posizione gerarchica della Costituzione, ed ha quindi una “forza” maggiore rispetto alla legge ordinaria. Il lettore deve infatti tenere in considerazione che al fine di approvare una legge ordinaria è semplicemente richiesta l’approvazione della stessa, a maggioranza semplice, da parte sia della Camera dei Deputati che del Senato della Repubblica; ben diverso, invece, è il procedimento di approvazione di una legge costituzionale, la quale, proprio in ragione del fatto che la sua forza è uguale a quella della Costituzione, richiede ben due deliberazioni distanziate tra loro di almeno tre mesi da parte di ciascuna Camera (ossia due deliberazioni da parte della Camera e due da parte del Senato), esigendo inoltre nella seconda votazione, sia di Camera che di Senato, la maggioranza assoluta dei componenti; ma non solo, in quanto a meno che nella seconda votazione non si raggiunga la maggioranza di addirittura i due terzi dei componenti di ciascuna Camera, vi è la possibilità per cinquecentomila elettori, cinque Consigli regionali o un quinto dei membri di una delle due Camere, di far precedere l’entrata in vigore della norma costituzionale da un referendum popolare (esattamente come avvenuto per il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006). Si noti che la particolare procedura per l’approvazione delle leggi costituzionali è volta a far sì che la Costituzione possa essere modificata o integrata solo laddove ciò trovi largo consenso tra i cittadini: è questa una garanzia che fa sì che la Costituzione venga detta rigida, e che pertanto non sia modificabile, integrabile o addirittura abrogabile da una semplice legge ordinaria, la quale, come già segnalato, è fonte subordinata alla Costituzione, e come tale non può contenere disposizioni con questa contrastanti.

Chiarita, a grandi linee, la differenza tra legge costituzionale ed ordinaria, va innanzitutto detto che molti, tra politici e giornalisti, hanno sin da subito affermato che la Corte costituzionale, con la citata sentenza n. 24/2004, avesse implicitamente accolto la tesi secondo cui una norma quale il “Lodo Schifani” o il “Lodo Alfano” potrebbe benissimo essere una legge ordinaria. Questa è anche la tesi della difesa; scrive infatti la Corte: “La difesa della parte privata e la difesa erariale deducono […] che questioni sostanzialmente identiche a quelle riferite all'art. 138 Cost. ed oggetto dei presenti giudizi di costituzionalità sono state già scrutinate e dichiarate non fondate da questa Corte con la sentenza n. 24 del 2004, riguardante l'art. 1 della legge n. 140 del 2003, del tutto analogo, sul punto, al censurato art. 1 della legge n. 124 del 2008.”
La Consulta, tuttavia, respinge con forza le illazioni circa un suo implicito pronunciamento in favore dell’idoneità della legge ordinaria, ed afferma: “è indubbio che la Corte non si è pronunciata sul punto. La sentenza n. 24 del 2004, infatti, non esamina in alcun passo la questione dell'idoneità della legge ordinaria ad introdurre la suddetta sospensione processuale. In secondo luogo, non si può ritenere che tale sentenza contenga un giudicato implicito sul punto. Ciò perché, quando si è in presenza di questioni tra loro autonome per l'insussistenza di un nesso di pregiudizialità, rientra nei poteri di questa Corte stabilire, anche per economia di giudizio, l'ordine con cui affrontarle nella sentenza e dichiarare assorbite le altre”. Sebbene questo punto possa sembrare di poco interesse, va detto che sono ancora in molti, tra opinionisti e politici, ad affermare che la Corte costituzionale “ha smentito se stessa”; cosa che invece, come il lettore può evincere dalle parole stesse della Consulta, non risulta assolutamente essere vera.

Accertato dunque che con la sentenza sul “Lodo Schifani” la Corte costituzionale non si era espressa circa l’idoneità o meno di una legge ordinaria per poter prevedere sospensioni dei processi penali per le alte cariche dello Stato, il punto va ora chiarito.
A tal proposito va capito se tutte le prerogative (o immunità in senso lato) di organi costituzionali devono essere stabilite con norme di rango costituzionale.
Va innanzitutto chiarito, con parole semplici, cos’è una prerogativa. La prerogativa è un istituto, potremmo dire uno strumento, diretto a garantire e tutelare lo svolgimento delle funzioni degli organi costituzionali attraverso la protezione dei titolari delle cariche ad essi connesse; si tratta di specifiche protezioni delle persone munite di status costituzionali, tali da sottrarre queste persone all'applicazione delle regole ordinarie al fine di garantire l'esercizio della loro importante funzione, e dunque derogatorie rispetto al principio di uguaglianza dei cittadini.

A questo punto qualche lettore potrebbe sobbalzare sulla sedia e dire: ma come, io sapevo che la Corte costituzionale ha bocciato il “Lodo Alfano” perché vìola il principio di uguaglianza, e adesso leggo qui che deroghe a questo principio sono possibili?!
Ebbene sì, deroghe al principio di uguaglianza sono possibili, nonché previste dalla Costituzione stessa (si veda, a titolo d’esempio, l’art. 90 Cost.); ma attenzione: come la stessa Corte afferma, le prerogative previste dalla Costituzione sono “frutto di un particolare bilanciamento e assetto di interessi costituzionali”; sono cioè necessarie, “fisiologiche” dice la Corte, al buon funzionamento dello Stato. Ma la domanda è: può il legislatore con legge ordinaria prevedere nuove prerogative o anche semplicemente estendere quelle già esistenti? La risposta che dà la Corte è negativa: “il legislatore ordinario, in tema di prerogative (e cioè di immunità intese in senso ampio), può intervenire solo per attuare […] il dettato costituzionale, essendogli preclusa ogni eventuale integrazione o estensione di tale dettato”.

Dunque le prerogative di organi aventi rilievo costituzionale non possono essere introdotte con legge ordinaria. È ora però necessario capire se il “Lodo Alfano” costituisce o meno una prerogativa.
Posto che la ratio, ovverosia lo scopo, della norma è quella di proteggere le funzioni proprie dei titolari di alcuni organi costituzionali (per un approfondimento su questo aspetto si veda il lungo punto 7.3.2.1 delle considerazioni in diritto, qui non riportato poiché di facile lettura e comprensione), resta da accertare se la sospensione disciplinata dal “Lodo” deroghi al principio di uguaglianza creando una disparità di trattamento, la quale, come abbiamo poc’anzi visto, è l’ulteriore caratteristica delle prerogative.
La risposta della Corte costituzionale non può che essere, anche su questo punto, affermativa. Ciò in considerazione del fatto che il “Lodo Alfano”, dice la Corte, “si applica solo a favore dei titolari di quattro alte cariche dello Stato, con riferimento ai processi instaurati nei loro confronti, per imputazioni relative a tutti gli ipotizzabili reati, in qualunque epoca commessi e, in particolare, ai reati extrafunzionali, cioè estranei alle attività inerenti alla carica”. Ma la Corte va oltre. La sentenza, infatti, non parla solo di “evidente disparità di trattamento delle alte cariche rispetto a tutti gli altri cittadini che, pure, svolgono attività che la Costituzione considera parimenti impegnative e doverose”: la violazione del principio di uguaglianza è ravvisata anche con specifico riferimento alle alte cariche dello Stato prese in considerazione dal “Lodo”,ossia, lo ricordo, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Presidente della Camera ed il Presidente del Senato. Tale violazione è dovuta da un lato al fatto che le cariche in questione sono tra loro disomogenee (sia per fonti di investitura che per natura delle loro funzioni), e quindi non risulta giustificata una loro parità di trattamento quanto alle prerogative; dall’altro, non è giustificata nemmeno la disparità di trattamento tra i Presidenti e i componenti dei rispettivi organi costituzionali, e ciò sia dal punto di vista delle immunità (Presidente del Consiglio e ministri sono indistintamente soggetti all’art. 96 Cost., così come Presidenti delle Camere e parlamentari sono soggetti alla disciplina uniforme dell’art. 68), sia dal punto di vista delle funzioni loro assegnate: la Costituzione attribuisce “rispettivamente, alle Camere e al Governo, e non ai loro Presidenti, la funzione legislativa (art. 70 Cost.) e la funzione di indirizzo politico ed amministrativo (art. 95 Cost.). Non è, infatti, configurabile una preminenza del Presidente del Consiglio dei ministri rispetto ai ministri, perché egli non è il solo titolare della funzione di indirizzo del Governo, ma si limita a mantenerne l'unità, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri e ricopre, perciò, una posizione tradizionalmente definita di primus inter pares.”

Detto ciò, si capisce molto bene come nel “Lodo Alfano” sussistano “entrambi i requisiti propri delle prerogative costituzionali, con conseguente inidoneità della legge ordinaria” ad attribuire alle suddette alte cariche “un eccezionale ed innovativo status protettivo, che non è desumibile dalle norme costituzionali sulle prerogative e che, pertanto, è privo di copertura costituzionale”.
Ecco dunque spiegato il motivo per il quale la Corte ha ravvisato l’illegittimità costituzionale del “Lodo” proprio per la violazione del combinato disposto degli articoli 3 e 138 della Costituzione.

di Marco Mambrini per Osservatorio sulla Legalità e sui Diritti (08.11.09)

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Il corpo delle donne

In risposta alle aberranti parole di Giovanardi circa il caso di Stefano Cucchi...










 

Foto tratte da: InnocentiEvasioni.net

 

La diffusione di queste foto è stata autorizzata dalla famiglia di Stefano Cucchi. Le pubblichiamo anche noi nella speranza di sensibilizzare quanti più italiani possibile: vogliamo la verità; vogliamo giustizia verso chi ha ucciso Stefano, giustizia che però non deve essere vendicativa, bensì costruttiva! Il caso Cucchi deve aprire gli occhi agli italiani e alla politica circa gli abusi che vengono commessi all'interno degli istituti penitenziari e, più in generale, da appartenenti alle forze dell'ordine. Giustizia per Stefano Cucchi non significa solo condannare i responsabili, bensì anche (e soprattutto) trovare RIMEDI a queste intollerabili situazioni, prevenendo gli abusi da parte di chiunque.

 

Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - La sentenza Lautsi c. Italia integralmente in italiano

 

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

Nel procedimento Lautsi contro... [...]

Chi ha vinto e chi ha perso, nel processo Abu Omar?

1. Intanto sul rapimento dell'imam c'è stata un'indagine, poi un processo e infine una sentenza. Questo dimostra che in Italia, unico paese al mondo a giudicare un caso di extraordinary rendition, la magistratura indipendente è riuscita ad affrontare anche una vicenda come questa e a provare che nel nostro paese tutti sono uguali davanti alla legge e che tutti, anche i presunti terroristi, devono godere delle garanzie offerte da uno Stato di diritto.

2. La sentenza, però, è evidentemente monca. Ha stabilito che il sequestro è avvenuto; ha condannato una ventina di agenti americani della Cia che l'hanno realizzato e due funzionari italiani del Sismi (Pio Pompa e Luciano Seno) per favoreggiamento nei loro confronti; ha riconosciuto a Abu Omar e a sua moglie un risarcimento di 1 milione e mezzo di euro. Ma ha dovuto sospendere il giudizio sugli imputati eccellenti: gli americani coperti dall'immunità diplomatica (Jeff Castelli, Ralph Russomando, Betnie Medero); e soprattutto gli italiani protetti dal segreto di Stato. Gran parte delle prove raccolte dagli investigatori della Digos e della procura di Milano sono state infatti azzerate, rese inutilizzabili. Il giudice lo ha voluto rilevare esplicitamente già nel dispositivo: il direttore del Sismi Nicolò Pollari e i suoi uomini Marco Mancini, Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia, Luciano Di Gregori non possono essere giudicati «perché l'azione penale, per quanto legittimamente iniziata, non può essere proseguita per esistenza del segreto di Stato opposto dalla presidenza del Consiglio dei ministri e confermato con la decisione della Corte costituzionale».

3. Chi è stato danneggiato dall'opposizione del segreto di Stato? Io, risponde il principale imputato, l'allora direttore del Sismi Nicolò Pollari: non ho potuto esibire 88 documenti che proverebbero la mia contrarietà al sequestro, dunque la mia innocenza. Intanto però il diritto alla difesa prevale sul segreto, dunque Pollari avrebbe potuto usarli, quei fantomatici documenti. E poi il coinvolgimento suo e del servizio da lui diretto nel rapimento (un reato che nessun segreto di Stato potrà mai coprire) è comunque provato da documenti, intercettazioni, dichiarazioni, registrazioni (come la conversazione tra Marco Mancini e Gustavo Pignero che troverete in audio integrale sul sito del Fatto, http://www.antefatto.it ). Ma quasi tutto questo materiale non può essere utilizzato: è anestetizzato, congelato, cancellato da due governi (Prodi e Berlusconi) e dalla Corte costituzionale. Dunque ad essere danneggiati dal segreto di Stato sono i cittadini, che non potranno sapere fino in fondo la verità.

4. Ma in casi eccezionali bisogna usare metodi straordinari, sostengono, uscendo dall'ipocrisia, i teorici della lotta al terrorismo con ogni mezzo: anche con il sequestro di persona, perfino con la tortura. È accettabile questo, in nome della sicurezza? No. Una democrazia, uno Stato di diritto, non possono mettersi sullo stesso piano del terrorismo, sospendere le garanzie per alcuni dei cittadini, dimenticare i diritti umani, usare gli stessi metodi dei terroristi: lo si disse negli anni più duri della lotta alle Br e al terrorismo interno, lo si deve ribadire oggi. E poi la tortura non è stata mai, in nessun caso, utile per acquisire notizie sul terrorismo (lo dimostra anche un recente studio scientifico americano). Certamente inutile, in particolare, il rapimento di Abu Omar: quali risultati sono stati ottenuti con sei mesi di torture nelle carceri egiziane? Nessuno. Anzi. Il sequestro dell'imam, bloccando le indagini che erano in corso a Milano, ha addirittura danneggiato la lotta al terrorismo.

5. Il segreto di Stato in questa vicenda è stato usato in maniera davvero curiosa: sia il Sismi, sia il governo hanno dapprima negato che ci fossero segreti da opporre; poi invece hanno dato battaglia, fino a sollevare nei confronti dei magistrati ripetuti conflitti d'attribuzione tra poteri dello Stato. Può essere il segnale dell'impaccio a trattare una vicenda imbarazzante, perché il segreto non può mai coprire un reato, e per di più un reato odioso come il sequestro di persona: gli apparati dello Stato non possono mettersi al livello dell'anonima sequestri.

6. Proviamo anche a vederla da un'altra angolazione, più favorevole agli imputati: è comunque il segno di come un governo della Repubblica abbia mandato allo sbando i suoi uomini. Silvio Berlusconi e Gianni Letta, se davvero volevano difendere il Sismi in nome di eventuali accordi segreti con gli Stati Uniti, avrebbero dovuto opporre immediatamente il segreto di Stato. Invece lo hanno fatto a inchiesta ormai avviata, pasticciando e creando equivoci, sospetti e malintesi.  

6. Ha perso, infine, la trasparenza. Il paese in cui viviamo ha una storia dolorosa, il tema del segreto di Stato evoca una stagione eversiva di golpe tentati e stragi realizzate, depistaggi ed esfiltrazioni. A 40 anni da piazza Fontana e a 20 anni dalla caduta del Muro, la verità su quella stagione resta ancora indicibile. Allora era in corso la lotta dell'Occidente contro il grande nemico, il comunismo. Oggi quel vecchio nemico è stato sostituito con la nuova Grande Paura, lo spettro del terrorismo islamico. In passato, il segreto nei fatti non è servito tanto a salvarci dal comunismo, quanto a introdurre massicce dosi d'illegalità nelle istituzioni e a produrre ferite profonde alla democrazia. Oggi sono state dilatate l'area del segreto e l'impunibilità degli apparati. L'esperienza, evidentemente, non ci ha insegnato proprio nulla.

di Gianni Barbacetto per societacivile.it

Carceri: è ora di aprire una riflessione seria

In carcere si vive. Lo sanno bene gli oltre 61 mila uomini e donne che abitano le nostre sovraffollate galere. E in carcere si muore. Le due vicende molto diverse tra loro di Stefano Cucchi e di Diana Blefari Melazzi ce lo hanno messo sotto gli occhi. Anche se non ci piace guardare questo aspetto della vita prigioniera.

Nella notte in cui si è uccisa Diana Blefari, un altro detenuto si è tolto la vita e il drammatico conteggio dei suicidi dietro le sbarre tenuto da Ristretti è salito a sessantuno. Sessantuno vite spezzate, appese alle sbarre, soffocate dal gas dei fornelletti, finite per sempre. Poi ci sono i morti per malattia, per “cause da accertare”, per overdose. Centoquarantasei detenuti morti in carcere in dieci mesi.

Della maggior parte di loro si sa poco o nulla. Non meritano neanche qualche riga sul giornale. E poi è meglio non parlare di questi cittadini che affidati alla giustizia tornano cadaveri. Ricordo le parole di una madre al funerale del figlio trovato morto qualche anno fa nella sua cella di Rebibbia: “ho consegnato mio figlio alla giustizia giovane e sano. Lo ritrovo oggi tossicodipendente, malato di aids e morto”.

La morte tutta da chiarire di Stefano Cucchi e il suicidio annunciato di Diana Blefari Melazzi alzano il coperchio su questo dramma, sull’omertà che vige non solo nella Napoli del video dell’uccisione a volto scoperto ma anche nei luoghi della Giustizia, con la G maiuscola, sulle carenze della tutela della salute di chi è rinchiuso in carcere.

Speriamo che tutto ciò serva a riaprire la discussione sulle carceri che non può essere liquidata con un progetto edilizio e che serva migliorare la condizione di vita di decine di migliaia di persone condannate alla privazione della libertà ma non alla morte, alla malattia, alla disperazione e alla perdita della dignità.

Perché il carcere deve “tendere alla rieducazione del condannato” come sancisce la Costituzione italiana e non alla sua distruzione fisica o mentale.

di Daniela de Robert per Articolo21

'Un detenuto non si massacra davanti a tutti'. Audio shock dal carcere di Teramo

"Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto...". Parole dal carcere di Castrogno a Teramo, parole registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia penitenziaria. Frasi spaventose impresse in un nastro. Ora questo audio è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda. Sono parole che raccontano di un "pestaggio" ai danni di un detenuto, quasi come fosse la "prassi", un episodio che rientra nella "normalità" della gestione del penitenziario. Un concitato dialogo tra un superiore e un agente che svelerebbe un gravissimo retroscena all'interno di un carcere già alle prese con carenze di organico e difficoltà strutturali.

Il nastro è stato recapitato al giornale locale La Città di Teramo, ed è scoppiata la bufera. Il plico era accompagnato da una lettera anonima.

In merito alla vicenda la deputata Radicale-Pd Rita Bernardini, membro della commissione Giustizia, ha presentato un'interrogazione al ministro Alfano.
La deputata chiede al ministro Alfano se ritenga di dover accertare "se questi corrispondano al vero e di promuovere un'indagine nel carcere di Castrogno di Teramo per verificare le responsabilità non solo del pestaggio di cui si parla nella registrazione, ma anche se la brutalità dei maltrattamenti e delle percosse sia prassi usata dalla Polizia Penitenziaria nell'istituto".
Proprio questa mattina la Bernardini ed il segretario Generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno, faranno visita al carcere.

Intanto la Uil chiede chiarezza e verità anche a tutela della professionalità e dell'impegno quotidiano della polizia penitenziaria di Teramo.

"Noi possiamo solo affermare - sottolinea la segreteria regionale - che la violenza gratuita non appartiene alla cultura dei poliziotti penitenziari in servizio a Teramo che, invece, pur tra mille difficoltà hanno più volte operato con senso del dovere, abnegazione e professionalità. Ciò non toglie che la verità vada ricercata con determinazione e in tempi brevi. Noi vogliamo contribuire a questa ricerca impedendo, nel contempo, che si celebrino processi sommari, intempestivi e impropri".

Anche il notevole sovraffollamento è causa di forti tensioni. L'istituto potrebbe contenere al massimo 250 detenuti, ne ospita circa 400. Un solo agente per sezione deve sorvegliare, nei turni notturni, anche più di 100 detenuti; un flusso di traduzioni che determina l'esaurimento di tutte le risorse disponibili.

di Giuseppe Caporale per Repubblica.it

Ridiamoci sopra...

Eletto Bersani, ora Berlusconi dovrà preoccuparsi. Già faticava a gestire un partito solo.

Il primo a telefonare a Bersani è stato D'Alema. Voleva i complimenti.

Bersani: "La politica non è un lenzuolo". Anche se si può usare per uscire di galera.

(Magari fosse un lenzuolo. È il fantasma che c'è sotto)

Rutelli abbandona Bersani per allearsi con Casini. "È una decisione che ci sconcerta e certamente ci indebolirà", ha dichiarato Casini.

 
 

 
 
Muore per gravi lesioni dopo un arresto per droga. Pubblicità Progresso.

(Per fortuna ci sono le forze dell'ordine a ricordarci che la droga uccide)

La Russa: "Sono certo del comportamento assolutamente corretto da parte dei Carabinieri". In effetti l'autopsia non ha evidenziato colpi sotto la cintura.

(Per Stefano Cucchi è stata scrupolosamente rispettata la procedura prevista dall'Arma: fermo, arresto, pestaggio, morte misteriosa)
 

 
Quest'anno nelle carceri italiane sono già morti 146 detenuti, di cui 59 suicidi. Tutti gli altri per ko tecnico.

"Il trattamento riservato al giovane è stato corretto". Questo spiega tutti quei segni rossi.

("Comportamento esemplare". Gli hanno persino offerto la sigaretta)
 
 
 

 

Vignette tratte da vauro.net e arcoiris.tv; frasi tratte da spinoza.it

Influenza H1N1, tutti i dubbi sul vaccino

Test affrettati, buio su effetti collaterali e costi top secret.
Il governo: influenza A 10 volte più leggera della stagionale.

“Il virus dell'influenza A è dieci volte meno aggressivo dell'influenza stagionale». Parola di Ferruccio Fazio, vice ministro alla salute che ieri a Roma ha voluto rassicurare ancora una volta gli italiani sul rischio legato alla diffusione del virus della influenza pandemica, l’H1N1. Un rischio blando che Fazio ha voluto ribadire. Eppure, nell’altalena tra rassicurazioni e input al panico, gli italiani continuano ad avere paura del virus ed è scattata ovunque la corsa al vaccino. «Secondo me e secondo l’opinione di molti altri ricercatori - tra cui anche quella di Luc Montagner, un’autorità in materia di virus - tutta questa ansia nei confronti del vaccino contro l’influenza pandemica è assolutamente ingiustificata» spiega Giovanni Maga, direttore del laboratorio di virologia molecolare dell'Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia. Ma ormai il gioco è fatto: in Italia sono state comprate 21 milioni di dosi per vaccinare il 40% della popolazione. Senza però poter conoscere quanto si è speso, perché, secondo l’interrogazione avanzata da Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale, il governo ha secretato i dettagli del contratto con Novartis.

Ne vale davvero la pena?

Come in tutti i casi in cui si parla di farmaci distribuiti su un gran numero di persone, occorre infatti effettuare una valutazione seria tra i rischi che si possono incontrare e i benefici che ci si attende di ottenere. In questo caso - spiega Maga - i rischi devono essere ancora valutati del tutto mentre i benefici sembrano non essere così tanto consistenti. Per far fronte alla emergenza pandemica le case farmaceutiche e anche le autorità sanitarie internazionali infatti hanno fatto una corsa contro il tempo. Sono state velocizzate le procedure e gli standard di valutazione. In Europa l’Emea - l’agenzia del farmaco, ha autorizzato 3 vaccini (diversi da quelli a cui è stato dato il via libera negli Usa). “I test per verificare sia l’efficacia che la sicurezza di questi prodotti - dice ancora Maga - sono stati effettuati su campioni ancora troppo limitati di persone per cui non si possono ancora conoscere nel dettaglio tutti i rischi legati ad una distribuzione su larga scala. Le autorità sanitarie lo sanno ed è per questo che è attivo a livello internazionale un servizio coordinato
dall’Organizzazione Mondiale della sanità che ha il compito di monitorare la situazione e, nel caso, di correggere il tiro”.

Per esempio proprio ieri questo Gruppo di esperti per la consulenza strategica per le immunizzazioni ha spiegato che i vaccini sono sicuri e che non servono due dosi per essere al riparo dal virus. Ne basta una. È già un'importante correzione di rotta, rispetto ai dati precedenti che invece indicavano due diverse somministrazioni.

Anche le singole autorità nazionali stanno monitorando l’evoluzione della situazione. Sempre ieri per esempio quella elvetica sui farmaci Swissmedic ha bloccato la somministrazione del vaccino prodotto dalla GlaxoSmithKein, il Pandemrix nelle donne in stato di gravidanza, nei minori di 18 anni e negli adulti over 60. L'incertezza è dovuta all'additivo AS03. “I dati attuali in nostro possesso riguardano esclusivamente gli adulti, non abbiamo alcun dato per le donne incinte e quelli per i bambini sono insufficienti”, spiega la Swissmedic.

"Purtroppo è così, non ci sono dati sufficienti - conferma Maga -. Gli altri due vaccini autorizzati in Europa, quello della Novartis e quello della Baxter contengono adiuvanti che sono stati già utilizzati nella fabbricazione dei vaccini contro le influenza stagionale e se ne conoscono tutti i rischi e i vantaggi. L’adiuvante scelto da GlaxoSmithKlein invece è stato usato solo in vaccini sperimentali contro l’aviaria per cui non è stato testato adeguatamente”.

Alla fine cosa fare? «Personalmente - dice il virologo - non credo che mi vaccinerò contro l’influenza A. Non rientro nelle categorie a rischio e non sono tra quelli che si vaccinano ogni anno contro l’influenza. Però ci sono persone, e sono quelle che fanno parte delle categorie a rischio, che devono essere protette. Per tutti gli altri invece è bene valutare attentamente».

Fonte: Il Fatto Quotidiano (31.10.2009)

L'operaio stronzo, il magistrato malato di mente, gli oppositori coglioni, i poliziotti ciccioni...

Biagi era un rompicoglioni (Scajola), l'operaio è stronzo (Scajola), i poliziotti sono ciccioni fannulloni (Brunetta), i magistrati sono malati mentali (Berlusconi), gli oppositori sono coglioni e nella migliore delle ipotesi sono maleodoranti (Berlusconi), ma a volte perfino pedofili (La Russa), la Sinistra "vada a morire ammazzata" (Brunetta), i giornalisti sono farabutti (sempre lui). E molto altro dalle istituzioni di Destra, questa Destra.

Una maleducazione senza limiti, condita di epiteti da Osteria, senza più freni, nemmeno nelle più alte cariche ministeriali. Il consenso sale, soprattutto per il Premier, che non disdegna diti medi alzati, corna nelle foto ufficiali, frequentazioni di escort (e dopo via al Family Day a difendere la Famiglia). Un consenso senza limiti, per i sondaggi in mano a Berlusconi.

A questo punto un consiglio alle Sinistre è doveroso: gare di rutti da Vespa e insulti a gogo a parenti e amici. Chissà non si vinca alle prossime elezioni. L'Italia è cambiata. Bisogna interpretarne le aspirazioni....

di Franca Rame (30.10.2009)

Lettera di un ex detenuto. Dedicata a chi crede ancora che il carcere sia una valida soluzione

I media, negli ultimi mesi, ci hanno raccontato, quasi come se fosse una cantilena sentita e risentita , delle visite di alcuni politici fatte a Ferragosto in carcere.

Visite che, a mio avviso, non portano da nessuna parte. Anche perché, coloro che le fanno, spesso, confondono il comodo ufficio del direttore, climatizzato, con tanto di poltrone in pelle, con le anguste celle dove, se ti va bene, trovi stipate più di 20 persone.

Io che ho vissuto sulla mia pelle il carcere, di fronte a tanta ipocrisia, incompetenza, cattiveria, non posso non incazzarmi. Il carcere è un luogo terribile. Un luogo dove la dignità dell'individuo è sistematicamente violata. Un luogo dove non vengono rispettati i diritti più elementari.

Il detenuto è come un animale in gabbia. Solo che in più egli pensa, ragiona, immagina. E tutto questo si trasforma in una condanna ancora più terribile. Puoi pensare, vedere,analizzare, desiderare (giustizia), ma non puoi parlare, perché, se parli, se denunci che ad esempio nel vitto ci trovi spesso i vermi, che l'infermeria è praticamente inesistente, che ti è negato persino un rotolo di carta igienica, allora la tua galera sarà sempre più insopportabile. E se poi sogni di denunciare violenze e soprusi da parte della Polizia Penitenziaria sui detenuti comuni, allora i rischi, per te che sei chiuso la dentro, dove nessuno viene realmente e sinceramente ad ascoltarti, sono ancora più alti.

Se qualche televisione o qualche giornale si preoccupasse di farsi un giro la mattina, non dico all'interno di Poggioreale dove è impossibile entrare con le telecamere, ma all'esterno dello stesso carcere, potrebbe scoprire tante cose difficili da raccontare in una sola lettera. I bambini, sotto a quel carcere sono violentati ogni giorno. Centinaia di familiari, per lo più donne, anziani e bambini, si mettono dalle tre di notte fuori al carcere per prendere i primi numeri per accedere al pass per i colloqui. Quando alle otto del mattino si apre quel portone, si scatena l'inferno. Perché se non fai in tempo, se non calpesti, strattoni qualche anziana donna, rischi di non prendere il numero e quindi di non fare il colloquio con chi ti aspetta la dentro da una settimana.

Quando io ero a Poggioreale, e mia madre, anziana, veniva ai colloqui, mi implorava di non fare più le cose brutte che avevo fatto. Mi chiedeva quasi di avere un po' di pietà anche io di lei, costretta ad affrontare il "calvario colloquio" per ben sei volte al mese.

Di questa gente qua, di questa umanità quà, dei loro problemi, dei loro dolori, dei loro diritti, nessuno se ne occupa. Ed è per questo che scrivo la presente. La speranza è di trovare spazio, ascolto, confronto con chi vuole veramente provare a restituire diritti e dignità a chi non c'è l'ha più. In carcere ci ho passato molti anni della mia vita e ne sono uscito distrutto sul piano psicologico.

Io ero il classico microcriminale napoletano tossicodipendente che a a furia di entrare ed uscire dal carcere aveva accumulato anni e anni di privazione della propria libertà.

Oggi sono finalmente fuori dal crimine e dalla droga. Ma desidero che si sappia che a me il carcere nè mi ha salvato né mi ha rieducato come tanto piace dire a certi difensori del nostro sistema carcerario.

In realtà, la prigione mi ha letteralmente spezzato le costole. La dentro (Poggioreale e Secondigliano) ho subito violenze fisiche e psicologiche. Ho subito mortificazioni di ogni genere. Ho visto qualcosa di molto simile all'inferno. E tutto questo per anni e anni. Sono uscito con una rabbia che spaventava anche me stesso. Non amavo niente e nessuno. Odio e rancore erano i sentimenti che covavo dentro.

Poi, per fortuna, sul mio percorso, ho incontrato qualcuno che mi ha aiutato a riflettere. Qualcuno che mi ha aiutato a rielaborare rabbia e dolore, facendo si che tutto ciò si trasformava in qualcosa di positivo, qualcosa di critico ma costruttivo. Perché la rabbia fine a se stessa uccideva e logorava solo me stesso.

Nel settembre scorso sono stato alla 66^ Mostra di Arte cinematografica di Venezia (selezione ufficiale fuori concorso) con una docufiction da me ideata scritta e prodotta per la regia di Abel Ferrara.

"Napoli Napoli Napoli" è il suo titolo e si affronta proprio la tematica carcere, oltre che la città stessa. Una volta tanto a parlare non sono sempre e solo i soliti. Ma chi, certi problemi, li conosce veramente e soprattutto ha sviluppato una capacità critica tale da poter anche offrire un contributo per cercare di migliorare le cose.

Io sono nato e cresciuto a Scampia. Figlio di famiglia povera e numerosa. Non ho studiato. Ho conosciuto sin dall'infanzia il dolore. Mio padre, per questioni di povertà mi rinchiuse assieme ad altri miei fratelli in collegio. Avevo sette anni. Il primo carcere era un collegio. Botte, maltrattamenti, oppressione… ho sopportato tutto questo in silenzio dall'età di sette anni ai 14 anni. Poi la ribellione, l'esplosione. Quindi le carceri minorili, la droga, le comunità per minori a rischio e per tossicodipendenti. Poi le carceri per adulti. Insomma, un'intera esistenza in coercizione.

Adesso però sono libero. Il dolore ovviamente è sempre con me. Ma lotto con tutte le forze. Lavoro adesso con l'arte. Ho fatto l'attore in teatro e al cinema. Ho fondato prima un'associazione culturale denominandola "Figli del Bronx" e poi, grazie ad un progetto che mi è stato approvato da sviluppo italia, una piccola casa di produzione cinematografia che porta lo stesso nome. Scrivo storie per il cinema e mi occupo di tematiche sociali. Per quattro anni ho portato il cineforum nel carcere minorile di nisida a napoli dove io stesso sono stato recluso da minore. Ai cineforum sono intervenutoi ospiti come Mario Martone, Francesco Rosi, Luigi Lo Cascio, Toni Servillo e Paolo Sorrentino e tanti tanti altri per cercare di stimolare i ragazzi reclusi a discutere dei problemi legati alla devianza e a tutto ciò che determina la loro/nostra

Concludo per dire che questo mio sfogo, questa mia testimonianza, la dedico alla memoria di Stefano Cucchi, il ragazzo ucciso dalla legge per pochi grammi do majurana.

di Gaetano Di Vaio

Fonte: luigidemagistris.it

La riforma del segreto di Stato del 2007 congelata dal governo Berlusconi

Estate 1964: tentato golpe in Italia guidato dal Generale dell'Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, il cosiddetto "Piano Solo".
4 agosto 1974: strage dell'Italicus. 12 morti e 48 feriti per l'esplosione di una bomba nel vagone numero 5 dell'espresso Roma-Monaco.
1974: progettazione del piano di Colpo di Stato da parte di Edgardo Sogno, agente segreto e membro della loggia massonica Propaganda 2.
Autunno 1979: scandalo Eni-Petronim, tangenti pagate dall'Eni alla compagnia petrolifera saudita con parziale ritorno "in Italia" a titolo di finanziamento della P2.
2 settembre 1980: misteriosa sparizione dei giornalisti italiani Graziella De Palo e Italo Toni a Beirut.
17 febbraio 2003: sequestro del cittadino egiziano residente a Milano Abu Omar da parte di agenti della CIA e con la complicità del SISMI.

Sono solo alcune delle lacunose e terribili vicende che hanno scosso l'Italia nel corso della sua storia repubblicana e che sono state oggetto di omissioni e occultamenti di verità, attraverso l'apposizione del cosiddetto "segreto di stato".
Il tutto sempre nel buon nome della salvaguardia dell'integrità democratica nazionale.

Ma i fascicoli e i faldoni giacenti negli archivi delle varie agenzie di sicurezza non si limitano ai fatti sopracitati, per i quali ci fu una pubblica apposizione del Segreto di Stato da parte del governo allora in carica; diverse centinaia o forse migliaia di documenti archiviati finiscono per interessare, seppure indirettamente, molte altre vicende altrettanto inquietanti del dopoguerra italiano, dalla Strage di Portella della Ginestra al sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna.
Interi faldoni relativi alle Brigate Rosse, ai NAR, alle operazioni dei corpi militari e alla documentazione interna dei servizi non attendono altro che vedere un po' di luce e respirare qualcosa di diverso dall'aria stantia e consumata che avvolge gli archivi interrati di edifici inaccessibili.

Erano queste le ragioni che portarono il Governo Prodi e l'intero parlamento italiano a scrivere ed approvare il 3 agosto 2007 la legge di riforma dei servizi segreti italiani, che, tra le tante questioni, definiva un limite di 15 anni (ed estendibile al massimo a 30) per la validità del segreto di stato su tutti i documenti su cui risulta apposto.

L'8 aprile del 2008, ben 8 mesi dopo l'approvazione della legge, il governo retto da un Romano Prodi ormai sfiduciato e pronto a lasciare l'onere dell'amministrazione nazionale dello stato a Silvio Berlusconi approvava il primo decreto di attuazione della riforma.

Tre mesi più tardi, il 23 settembre, il Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi dava vita al decreto governativo che istituiva un'apposita Commissione chiamata a definire le procedure per il pubblico accesso ai documenti in via di desegretazione.

Dopo oltre un anno la legge restava ancora inapplicata ed il segreto di stato su vicende "desegretabili" e legalmente di pubblico dominio come i tentati golpe e l'omicidio Moro rimaneva intatto. Immacolato.

Il 23 marzo 2009 il termine previsto per l'accesso pubblico alla documentazione. Il 20 marzo il primo slittamento, che posticipava il tutto al 30 settembre.
Il giorno successivo, il primo ottobre del 2009, appena 28 giorni fa, la Gazzetta Ufficiale pubblica l'ennesimo decreto di proroga, sempre a firma di Silvio Berlusconi, che ha rimandato ancora una volta i tempi per la desegretazione dei documenti relativi alle numerose vicende che vanno dal brigantaggio siciliano del 1800 al "caso Moro".
Lo slittamento, ben più consistente, ora fissa i tempi di realizzazione del regolamento per l'accesso al 30 giugno 2010.

Una data che potrebbe essere posticipata ancora una volta. E un'altra. E un'altra ancora.

Nell'agosto del 2007 maggioranza ed opposizione annunciavano con un tono trionfante opportunamente cavalcato dalla stampa nazionale l'approvazione di una legge che restituiva trasparenza e democraticità allo stato italiano. Uno Stato che decideva con chiarezza di porre la parola fine a troppi "misteri d'Italia".

Il clamore di quei giorni cozza spaventosamente con il tombale silenzio di questi giorni. Le traballanti promesse di allora, sapientemente mascherate da certezze legislative, cominciano a mostrare il proprio volto. Di fronte ad una stampa che nel corso di appena due anni ha modificato parecchio le proprie priorità.

Il segreto di stato, a dispetto dei resoconti e delle dichiarazioni di allora, gode ancora di ottima salute. Nessun sintomo influenzale. Nemmeno un'influenza A di sottotipo H1N1. Figurarsi la scarlattina...

Fonte: alessandrotauro.blogspot.com

3 nuove domande al Cavaliere circa il video di Marrazzo

“Circola un video su di te. E’ stato offerto alla redazione di ‘Chi’, ma gli ho detto che non se ne parla proprio. Se vuoi ti do il nome dell’agente per passare a ritirarlo“. L’indiscrezione troneggia sulle prime pagine di tutti i giornali italiani, e il virgolettato è attribuito a Silvio Berlusconi che parla al telefono con Piero Marrazzo, il governatore del Lazio finito nella bufera per il ricatto dei quattro carabinieri che minacciavano di svelare le sue frequentazioni di transessuali. Dice al Corriere il direttore di Chi: “Me l’ha offerto la ti­tolare di un’agenzia fotografica, Carmen Masi, e io l’ho preso in visione. Mi disse che il prezzo era di 200.000 euro trattabili. Ho spiegato subito che non mi interessava, però — come spesso avviene per vicende così delicate — ho detto che ne avrei parlato con i vertici del l’azienda. Ho subito informato la presidente Marina Berlusconi e l’amministratore delegato Maurizio Costa, con i quali abbiamo concordato di rifiutare la proposta». È a questo punto che, presumibilmente, la stessa Marina Berlusconi avvisa il padre di quanto sta accadendo. Lunedì scorso il presidente del Consiglio visiona le immagini. Poi chiama Marrazzo. Lo confermano ambienti vicini al capo del governo e lo stesso Marrazzo — quando ormai la vicenda è diventata pubblica — lo racconta ad alcuni amici, anche se non specifica a tutti chi sia l’interlocutore che lo ha messo in guardia. Durante la telefonata Berlusconi lo informa che il video è nella mani della Mondadori, gli assicura che la sua azienda non è interessata all’acquisto e gli fornisce i contatti della Photo Masi in modo da cercare un accordo direttamente con loro. L’obiettivo del capo del governo appare chiaro: smarcare il suo gruppo editoriale da even tuali accuse di aver gestito il filmato a fini politici, ma anche mostrare all’opposizione la sua volontà di non sfruttare uno scandalo sessuale. Una mossa che arriva al termine di trattati ve con altri quotidiani a lui vicini che avevano comunque ritenuto il filmato «non pubblicabile », come ha sottolineato il direttore di Libero , Maurizio Bel pietro, quando ha raccontato di averlo visionato”. E se fosse tutto vero – il condizionale è d’obbligo essendoci di mezzo Alfonso Signorini - la questione potrebbe dare adito anche ad alcune domande moleste.

La prima domanda è la più ovvia: in occasione degli attacchi a Fini, Tremonti, Boffo ed altri, non aveva sempre detto il Cavaliere che le sue testate editoriali non agivano di comune accordo con lui, ma bensì erano perfettamente indipendenti e pubblicavano lasciandolo all’oscuro di tutto? Non si era sempre giustificato così davanti agli alleati e alla stampa, per spiegare che lui con lo schiacciasassi Feltri non c’entrava né punto né poco? E allora come mai invece per Marrazzo è stato avvertito in anteprima del video e ha persino bloccato la trattativa per l’acquisizione e quindi la pubblicazione? Sembra un po’ strano che la notizia venga fuori adesso, o meglio non tanto: se davvero ha agito così, il premier finisce per essere messo in buona luce dai fatti, visto che ha rifiutato di trarre un vantaggio politico da una vicenda che era, obiettivamente, una notizia. Ma a questo punto è lecito per tutti pensare che fosse informato anche nelle altre occasioni. E la stessa cosa dovrebbero domandarsela Fini, Bossi e Tremonti.

La seconda domanda è più articolata: nel momento in cui si è reso conto della situazione, perché Berlusconi non ha pensato anche a una denuncia o una segnalazione alle forze dell’ordine? Se è vero che i carabinieri che ricattavano Marrazzo non hanno mai nascosto la propria carica, e che si sono anche vantati di aver contattato il governatore, era facile intuire che fosse in atto un ricatto nei confronti dell’ex presidente della Regione Lazio. Va bene, la discrezione potrebbe aver consigliato il Cavaliere la prudenza: magari Marrazzo poteva riuscire a cavarsela da solo, senza l’intervento delle forze dell’ordine. Ma è facile pensare che con un piccolo intervento o un paio di paroline dette alle persone giuste i ricattatori potevano, come a Monopoli, finire al gabbio senza passare dal via (e l’intervento dei Ros). Come mai non è andata così?

La terza domanda, invece, è più che altro una considerazione: come mai Signorini ultimamente sembra aver superato Vespa nella posizione di interlocutore privilegiato delle istituzioni repubblicane, e Chi ha preso il ruolo di Porta a Porta nel suo ruolo di terza camera del Parlamento? Riflettendoci, sembra davvero che ormai il settimanale Mondadori sia diventato il crocevia di tutti gli scandaletti repubblicani: prima pubblica in esclusiva delle foto alquanto sospette sulla festa del Cavaliere a Casoria, poi intervista in esclusiva i protagonisti della vicenda campana, quindi si butta sullo scandalo delle escort pugliesi; infine, pubblica un colloquio con Boffo che viene smentito dall’ex direttore dell’Avvenire, nel quale si sostiene che lo scandalo che lo ha coinvolto è frutto di un complotto interno alla chiesa, e non certo colpa di Berlusconi. Adesso arriva l’affaire Marrazzo, e Signorini è ancora sulla cresta dell’onda. Il direttore di Chi oggi sembra diventato davvero il Pecorelli del gossip: come ha fatto? Si tratta di avere ottime fonti, oppure è merito del budget illimitato?

di Alessandro D'Amato per Giornalettismo

Perché il caso 'uccidiamo Berlusconi' potrebbe portare ad un inizio di dittatura...

Il caso del gruppo facebook "Uccidiamo Berlusconi" non lascia presagire nulla di buono e, dietro la facciata di una punizione esemplare verso i probabili attentatori alla vita del premier, c'è, in realtà, un disegno ben più ampio che potrebbe portare alla restrizione della libertà di parola, diritto fondamentale e indiscutibile in un paese democratico.
Il gruppo "Uccidiamo Berlusconi" è composto da persone che indirizzano rabbia e indignazione nei confronti del nostro Presidente del Consiglio anche attraverso espressioni tremende e un uso improprio della parola "morte". Purtroppo, in democrazia accade anche questo e anche l'ex premier Prodi, all'epoca del suo breve mandato, fu il bersaglio (e lo è tuttora) di un gruppo facebook dal titolo "Chi vuole decapitare Romano Prodi (Il Mortazza)", gruppo che contiene frasi macabre del tipo "Ti voglio morto Mortazza" o " Mortazza di merda deve uscire qualcuno dall'indulto che ti ammazza tutta la famiglia e ti brucia la casa ladro di merda". Frasi dello stesso calibro di quelle adoperate da alcuni utenti del gruppo "Uccidiamo Berlusconi".
Nel caso di Prodi, non si crearono allarmismi sulla stampa, non si diede, quindi, importanza al fenomeno e non fu assolutamente raddoppiata la scorta di Prodi.

Perché adesso sì?

Andiamo un po' indietro. Da alcuni mesi i media stanno diffondendo un'immagine del social network Facebook distorta. Il giornalista Emilio Fede è il maggior detrattore e, tramite inchieste giornalistiche (http://www.youtube.com/watch?v=zp10_Dx4gT8) e sondaggi risibili, lascia spesso un messaggio ai suoi telespettatori inequivocabile : secondo il direttore del TG4, Facebook è il male ed è la causa principale di molte violenze, stupri e disordini sociali.
La campagna anti-facebook è diventata quasi un riempitivo sulla stampa ed è giusto di una settimana fa la notizia che ha coinvolto Matteo Mezzadri, giovane dirigente di Generazione Democratica, che sulla sua bacheca personale scrisse, sicuramente a mò di sfogo : «Ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?».
Ultima la bufera sul gruppo Facebook che "vorrebbe morto" il premier italiano.
Questo polverone mediatico non farà bene all'Italia e potrebbe diventare la goccia che fa traboccare il vaso. Gruppi che iniziano o che hanno nel titolo la parola "uccidiamo" ce ne sono diversi e non hanno mai creato problemi a nessuno.
Se verrà dato credito a questa notizia, i nostri governanti si potrebbero sentire legittimati a chiudere tutti i blog e i forum che criticano aspramente l'operato del governo e Berlusconi.
Si tratta della classica politica dei piccoli passi - la storia insegna - e stanno tastando il terreno.
Questi attacchi ripetuti e ostinati vengono rivolti verso Facebook perché è un social network potente, che potrebbe controllare masse, organizzare proteste, far circolare informazioni riservate, coltivare dissidenti.
Leggiamo tra le righe, questa bufera non è altro che un unico, costante, specifico avvertimento intimidatorio da parte della maggioranza verso una parte di popolazione ostile e riottosa.
Il clima politico in Italia si è fatto pesante, forse troppo, e Berlusconi lo sta avvertendo, ha paura, occorrono intimidazioni e, nel caso, un passaggio a misure più stringenti.
Chi riesce a capirlo è bravo, intanto vediamo come andrà a finire.

di Francesco Bove (nota pubblicata su Facebook)

Lodo Alfano: il testo integrale della sentenza della Corte Costituzionale

 

CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZA N. 262
ANNO 2009

 

(Il link è esterno in quanto purtroppo Leonardo non consente di postare testi oltre una certa lunghezza)